venerdì, dicembre 09, 2005

I cambiamenti in Israele-Palestina, di Mazin Qumsiyeh

I cambiamenti che stanno avendo luogo in Israele-Palestina e all’estero sono così rapidi che molte persone e mezzi di comunicazione, negli ambienti dell’attivismo e della politica, riescono a stento a tenere il passo, e tanto meno a sviluppare strategie coerenti con cui affrontare le seguenti questioni:

1. Le primarie di Fatah in Cisgiordania e a Gaza, che hanno spazzato via gran parte della vecchia guardia in favore dei più giovani attivisti di Fatah e persone che attualmente si trovano rinchiuse nelle carceri israeliane (come Marwan Barghouti).
2. La disintegrazione del Partito Likud, con Sharon che costituisce un nuovo partito per perseguire i propri obiettivi.
3. I cambiamenti all’interno del Partito Laburista israeliano che hanno portato al potere Peretz (per la prima volta uno dei principali partiti israeliani non è guidato da un ebreo europeo/ashkenazita). A questi si è accompagnata la marginalizzazione di Shimon Peres, il padre delle armi di distruzione di massa di Israele (comprese quelle chimiche, biologiche e nucleari).
4. La drammatica e continua costruzione del muro e delle recinzioni attorno ai villaggi e alle città palestinesi, con il conseguente devastante impatto in diversi campi, dall’istruzione a all’economia (http://www.stopthewall.org/, http://right2edu.birzeit.edu/).
5. L’intensificazione del programma che mira a ridurre la popolazione palestinese cristiana e musulmana di Gerusalemme Est, alla quale si accompagna la costruzione di colonie e insediamenti illegali nella stessa Gerusalemme Est, come Maale Adumim.
6. L’ascesa dell’ala politica di Hamas con la sua partecipazione (e il relativo successo) alle elezioni palestinesi nelle aree occupate della Cisgiordania e di Gaza.
7. L’annuncio dell’Intel di investimenti per un milione di dollari a Gaza e per 3500 milioni (3,5 miliardi) in Israele su territori che appartengono a profughi di Gaza. L’annuncio della donazione a Gaza è stato fatto ai primi di novembre (v. http://www.arabnews.com/,
tre settimane prima che l’Intel annunciasse la costruzione di un nuovo stabilimento a Kiryat Gat (precedentemente Iraq Al-Manshiya) su terre palestinesi illegalmente espropriate da Israele. L’investimento da 3,5 miliardi di dollari era in sospeso da quattro anni. Per i retroscena, si veda il mio articolo su questo investimento pubblicato nel 2001 e intitolato "Is Intel Supporting an Apartheid Regime", http://www.mediamonitors.net/mazin7.html.
8. Il 9 luglio 2005 la società civile palestinese ha chiesto il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele fino a che non si conformi alla legge internazionale e ai principi universali dei diritti umani (http://www.badil.org/Boycott-Statement.htm).
9. La crescita di un movimento internazionale analogo al movimento per porre fine all’apartheid in Sudafrica che chiede il disinvestimento, i boicottaggi e le sanzioni contro Israele (ora confluito nell’appello della società civile che ho appena menzionato).
10. Negli Stati Uniti (perfino all’interno delle élite di potere) comincia a risvegliarsi la consapevolezza che un appoggio incondizionato a Israele ha distrutto i nostri diritti costituzionali e ha danneggiato gli interessi nazionali degli Stati Uniti, e che coloro che appoggiano Israele negli Stati Uniti sono giunti a degli eccessi, talvolta mettendo in pericolo gli stessi interessi dei gruppi di potere americani (di qui i recenti arresti e le indagini dell’FBI sulla fuga di notizie riservate a beneficio di membri dell’AIPAC, o le nuove tendenze sia di destra, sia di sinistra, ecc.).

Si potrebbero elencare altre occasioni e sfide che riguardano Israele e Palestina e anche molte altre sui temi dell’Iraq e dell’Afghanistan (dove la resistenza alla politica statunitense sta crescendo, sia sul territorio, sia all’estero). Vi sono dei testi, che circolano in rete, su questi cambiamenti, sul loro significato e sul modo di porvisi in relazione. Questi scritti e queste discussioni devono ancora aprirsi la strada verso i mezzi di informazione ad ampia diffusione, per non parlare della coscienza americana o israeliana. Possiamo certamente prendere in considerazione questi problemi e ripensare le nostre strategie per ottenere più rapidamente i risultati sperati di pace con giustizia. Possediamo la base intellettuale e organizzativa rappresentata dagli attivisti che ci appoggiano. E i tempi sono maturi.

Naturalmente le persone coinvolte direttamente in ciascuno di questi problemi agiscono nelle proprie sfere di interesse. Tuttavia, in seguito al confronto con centinaia di attivisti e di capi politici che ha avuto luogo negli ultimi mesi, una vasta maggioranza ha riconosciuto che corriamo il rischio di perdere la foresta se ci concentriamo sul nostro singolo piccolo albero e non cerchiamo invece di capire l’interazione di forze nel nostro ambiente comune. (Mi scuso se per le metafore ricorro alla mia formazione di biologo). Il paesaggio/ecosistema politico dalla delicata struttura e in continua evoluzione comprende noi cittadini, che possiamo forgiarne il futuro.
I mezzi di informazione ad ampia diffusione statunitensi (New York Times, Washington Post, CNN, Fox, ecc.) continuano a interessarsi non del costo dell’occupazione per le sue principali vittime (il popolo iracheno) ma delle macchinazioni politiche che circondano l’insuccesso americano in Iraq.
Forse uno dei tanti motivi per cui sia i sionisti neoconservatori sia quelli liberali hanno appoggiato la guerra in Iraq è stato quello di distogliere l’attenzione dalla vera ragione dell’instabilità e della violenza in Medio Oriente che si sta riversando in altri paesi. E’ oggi empiricamente ben dimostrato che la lobby israeliana ha operato all’interno del partito democratico, di quello repubblicano, e dei mezzi di informazione (mediante editorialisti e direttori compiacenti) per raccogliere consensi a favore della guerra e marginalizzare persone come il senatore Byrd, Paul Findley, Cynthia McKinney e Dennis Kucinich. Come esposto dai neoconservatori in “memorandum” e in “documenti di ricerca” che risalgono alla prima metà degli anni 1990, un rovesciamento del regime di Saddam Hussein sarebbe stato positivo per gli “alleati” come Israele e per il controllo di posizioni strategiche (si veda: http://www.qumsiyeh.org/).

Ma torniamo ora ai fondamentali cambiamenti sopra illustrati e al modo in cui devono essere analizzati e compresi da coloro che realmente perseguono la pace con giustizia. Non parlo qui di coloro che dichiarano di cercare la pace (con o senza la definizione di giustizia) mentre si riferiscono invece alla pacificazione. I veri pacifisti appoggiano (senza usare altre qualifiche) la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, compresi i diritti di tutte le comunità indigene. La Dichiarazione Universale contraddice le leggi israeliane, che negano ai profughi palestinesi il diritto a tornare alle loro case e alle loro terre dichiarando d’altro canto che tutti gli ebrei (compresi i convertiti) fanno parte del “popolo di Israele” e hanno automaticamente “diritto” alla cittadinanza israeliana, incluso il diritto a insediarsi come coloni sul territorio palestinese. Come si pongono coloro che vogliono che Israele si integri con i cambiamenti in corso? Prendiamo la dichiarazione degli artisti israeliani che afferma: “Se lo stato di Israele aspira a percepire se stesso come una democrazia, deve abbandonare una volta per tutte ogni base legale e ideologica di discriminazione religiosa, etnica e demografica. Lo stato di Israele dovrebbe sforzarsi di diventare lo stato di tutti i suoi cittadini. Chiediamo l’annullamento di tutte le leggi che rendono Israele uno stato segregazionista, compresa la legge ebraica del ritorno nella sua forma attuale.” (Dichiarazione degli artisti, 2002).

Il problema di tutti noi è come orientare il nostro attivismo per ottenere questo obiettivo e conseguire la pace con giustizia alla luce del nuovo scenario e delle circostanze importanti e in rapida evoluzione appena descritte (e altre che non ho considerato, o quelle future). I gruppi più ristretti crederanno sempre nella purezza del loro messaggio, continuando a fare ciò che stanno facendo e sperando che tutto vada per il meglio? Oppure metteremo insieme le nostre forze, daremo un impulso al nostro attivismo e lo coordineremo per elaborare strategie efficaci (cioè finalizzate al risultato) e tattiche appropriate per metterle in atto (dall’acquisizione di competenze alla capacità di agire sui mezzi di informazione ai metodi di pressione politica, ecc.)? I prossimi sei mesi saranno un periodo critico, perché i dieci esempi sopra elencati (e molti altri non menzionati) faranno sentire maggiormente il proprio impatto. Saremo all’altezza della sfida del momento, e cioè la costruzione di un moderno ed efficace movimento antisegregazionista, che si opponga al neo-colonialismo, e saremo in grado di dare al nostro futuro la forma di una famiglia autenticamente umana?

Se desiderate collaborare a questi temi, non esitate a contattarmi. Altre risorse sono reperibili in rete ai seguenti indirizzi:
http://www.qumsiyeh.org/whatyoucando/
http://www.qumsiyeh.org/activistmanual/

Mazin Qumsiyeh

Editing di Nancy Harb Almendras.
Tradotto dall'inglese in italiano da Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica (transtlaxcala@yahoo.com). Questa traduzione è in Copyleft.

Fonte in inglese su peacepalestine.

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