mercoledì, dicembre 14, 2005

La realtà e la manipolazione nei media

Quello che segue è tratto da un'intervista di Joshua Holland di Alternet a Larry Beinhart, scrittore e saggista interessato all'influenza della politica sui mezzi di informazione di massa. L'ho trovata interessante per come smonta alcuni meccanismi che governano i media statunitensi, facendo riferimento ad alcuni casi specifici.
Beinhart è autore del libro Fog Facts: Searching for Truth in the Land of Spin. E proprio di fog facts (che ho tradotto liberamente come "fatti fumosi", a prendersi qualche altra libertà mi verrebbe da scrivere "nebbia dell'informazione") parla questa intervista.

Cosa sono i "fatti fumosi"?
Sono cose che sono state pubblicate e rese note, ma scomparse poi sullo sfondo in una specie di nebbia. E ci sono molti fatti che dovrebbero scomparire così, le curiosità, le stupidaggini, e tutte quelle cose che non abbiamo bisogno di sapere. Ma ora sto parlando di cose importanti, cose che, se portate in primo piano, sono in grado di cambiare la nostra visione della realtà.

Come diventa “fumoso”, un fatto?
Con alcune eccezioni, le notizie non sono da subito e automaticamente grandi notizie. Le eccezioni sono la morte di un papa, il campionato del mondo, gli tsunami, i vulcani, le guerre, o almeno quelle che ci coinvolgono. Ma la maggioranza delle notizie diventa tale - comprese le guerre - grazie ai comunicati stampa. L'esempio che uso sempre, visto che ci troviamo in una piccola cittadina, è il calendario della serie minore. Se il calendario della serie minore è sul giornale, è solo perché l'allenatore o sua moglie glielo spediscono.
La maggior parte delle notizie nasce come comunicato stampa, conferenza stampa o dichiarazione. E se vuole restare tra le notizie, deve avere nuovi comunicati stampa e nuove storie da raccontare. Ci deve lavorare su qualcuno, che deve investire tempo ed energie per farci su una storia più grossa. E se non lo fa nessuno, può anche non diventare affatto una storia, può restare una notizia isolata. Ha presente, pagina 12 del New York Times, pagina 26.

E in parte ciò che accade è che coloro che lavorano nei media - specialmente nell'ambiente della carta stampata - pensano che se hanno riferito una notizia hanno fatto il loro lavoro. Il loro lavoro non consiste nel determinare quale sarà l'effetto sulla popolazione, come assorbiremo quella notizia, quanto ci colpirà - non è quello, il loro lavoro. Non fanno che prendere un fatto e metterlo in pagina. E hanno finito. Se poi la notizia si ripresenta, con un nuovo comunicato stampa o una nuova svolta, la seguono.

Un ottimo esempio è il denaro di Oil-for-Food. Tutti in America sanno che c'è una specie di scandalo su quello che le Nazioni Unite hanno fatto del denaro di Oil-for-Food. Non sanno esattamente cos'è, ma sanno che è uno scandalo, che Kofi Annan ha fatto qualcosa di sporco. Ora, per quel che si sa, la corruzione e il malaffare hanno riguardato al massimo centinaia di migliaia di dollari, escluso il denaro su cui Saddam Hussein fu in grado di mettere le mani, cosa che fu generalmente approvata e permessa da tutti. Comunque, i torti delle Nazioni Unite si possono definire minori.

Dopo la conquista statunitense dell'Iraq il denaro di Oil-for-Food fu trasferito a una nuova entità, la CPA, l'Autorità provvisoria della coalizione diretta da Paul Bremer. E circa 9 miliardi di dollari di quel petrolio andarono nelle casse della CPA, oltre a circa 10 miliardi di altri fondi. Questo denaro veniva essenzialmente custodito per conto del governo iracheno. Adesso ne sono scomparsi circa 19 miliardi.

Se ricordo bene, dei 20 miliardi ne è rimasto solo mezzo. E la cosa è emersa solo in tre notizie. La ragione è che non esiste un gruppo di potere che influenzi i media americani al quale interessi qualcosa dei soldi iracheni. C'è invece un ampio gruppo di potere che odia l'ONU. E odia l'ONU perché la semplice idea di porre delle restrizioni all'autorità sovrana degli Stati Uniti è una cosa che lo irrita infinitamente. Così questo gruppo di potere non vedeva l'ora di trovare il modo per infangare l'ONU, e dunque lavorarono su quella storia, la spinsero, e di conseguenza ne abbiamo sentito parlare moltissimo.
E così una notizia è rimasta nebulosa e confusa, l'altra è diventata un fatto ben noto.

Un altro esempio si ha quando sono gli stessi mezzi di informazione a decidere di creare un fatto fumoso, perché non vogliono che qualcosa si sappia. Il caso più noto è stato il nuovo conteggio dei voti dopo le elezioni del 2000 in Florida, che fu pagato dai media stessi. Ci furono così tante controversie su quel voto che New York Times, Washington Post, Tribune Company - cioè Chicago Tribune - Los Angeles Times, CNN, Wall Street Journal and St. Petersburg Times si misero insieme e dissero che avremmo ricalcolato quei voti per scoprire chi aveva vinto davvero. Lo fecero e ci spesero un milione di dollari. E il vero vincitore avrebbe fatto notizia.

Era questa la cosa eccitante. Se scoprivano che aveva vinto Al Gore, sarebbe stata una notizia ben più grossa che se avesse vinto Bush. Quella è notizia vecchia, chi se ne frega? E quando contarono tutti i voti da cui si potesse capire con certezza la scelta di voto, vinse Al Gore.

Così i titoli avrebbero dovuto essere "Al Gore ha ricevuto più voti" o "Al Gore avrebbe dovuto diventare presidente" o "Eletto l'uomo sbagliato" o "La Corte Suprema blocca la verifica in tempo per salvare Bush." Non è così? Ma i titoli non furono quelli. I titoli furono "Bush ha vinto comunque" "I nuovi conteggi dimostrano che Bush ha vinto", "I nuovi conteggi dimostrano che l'azione della Corte Suprema era inutile."

E il New York Times fu il peggiore di tutti. A meno che non si leggesse la storia con attenzione ragionieristica, era letteralmente impossibile decifrare che Al Gore aveva ricevuto più voti. La verità è che io non ci riuscii. Lessi la storia e pensai, "oh, merda, che delusione." Due anni dopo lessi una storia dell'altro Gore, Vidal, e lui ne parlò. Allora andai a rileggermi il Times. E pensai: "Oh, mio Dio. Al Gore ha preso più voti di George Bush. Incredibile."

E poi lessi tutti gli altri giornali e dissi: "Questo è uno dei più sorprendenti eventi mediatici che io abbia mai visto." Voglio scoprire come tutti e sette hanno preso la stessa decisione di affossare la storia. Non di negarla, ma di affossarla così da poter dire con la coscienza pulita: "abbiamo riferito la verità." E l'hanno fatto. Ma l'hanno manipolata così pesantemente che perfino i più impegnati, le persone di sinistra e i blogger se la sono persa.

È un sinistro complotto, oppure c'è sotto qualcos'altro?
Vi sono problemi strutturali nel funzionamento dei media. Negli Stati Uniti abbiamo il cosiddetto giornalismo oggettivo, in contrasto con il modello europeo. In Europa i quotidiani, perché queste tradizioni risalgono a molto tempo fa, erano di proprietà dei partiti politici o di persone affiliate a partiti politici. C'era il giornale comunista, quello monarchico, quello revisionista, il nazista, il socialdemocratico, il cristiano, e via dicendo. Così quando leggevi un giornale sapevi che esprimeva un punto di vista, e te lo aspettavi.

Noi abbiamo una tradizione diversa, che per molto tempo è stata efficace e onorevole. Il giornalista cerca di raccogliere i fatti senza interporre il proprio giudizio. Li espone nell'ordine più coerente possibile, così che sia possibile farsi un'idea. Sembra uno slogan di Fox News. Ma il sistema non è privo di punti deboli. Su qualsiasi tema controverso, ci devono essere due sostenitori degli opposti argomenti. Nelle questioni politiche si fa apparire la dichiarazione di un liberale e di un conservatore che stanno sullo stesso piano di importanza.

In certe situazioni come l'entrata in guerra, in cui l'amministrazione ha potuto giocare la carta del patriottismo, quel che succede è che abbiamo George Bush che chiama alla guerra. E George Bush è arrivato a dire "andiamo in guerra perché hanno armi di distruzioni di massa e sono associati ad Al Qaeda." Scott Ritter allora disse: "guardate che io ero un ispettore, c'ero e abbiamo distrutto tutte le armi. Lasciatemi dire che se è rimasto qualcosa - e potrebbe anche essere rimasto - probabilmente non funziona." Ok, questo viene riportato dalla stampa.
Bush fa spallucce e prosegue: "Hanno armi di distruzione di massa, bombe nucleari."

E la stampa lo scrive diligentemente perché lo dice il Presidente degli Stati Uniti. Allora Scott Ritter si fa sentire di nuovo. Ma la stampa non lo riporta: hanno già parlato di Scott Ritter. Stessa cosa per Hans Blix. Per ogni tre notizie che parlavano di Blix Colin Powell ne ha avute 10, Dick Cheney 50, George Bush 200, Condi Rice 150 e Rumsfeld altre 100. Così, nell'insieme delle notizie, il numero di storie in cui si è sentito dire che le armi di distruzione di massa c'erano, confrontato con il numero di storie in cui si diceva che non c'erano, ha fatto sì che la storia di Ritter sia scomparsa nella nebbia. E anche quella di Blix. Perfino ora è difficilissimo cercare di individuare la sequenza di quelli che considero gli eventi realmente significativi della vicenda.

Tutte le amministrazioni usano i mezzi di informazione, tutte le amministrazioni ci manipolano. Lo ha fatto Clinton, lo ha fatto Franklin Delano Roosevelt, e così via. Tutti l'hanno fatto. Perché quest'amministrazione è diversa dalle altre?
È un insieme di cose, una specie di tempesta perfetta. Una di queste è - è difficile, perché implica che vi siano movente e consapevolezza - che questa gente ha in mente degli obiettivi che non potevano essere svelati onestamente. Quindi già questo richiede disonestà. La disonestà di Clinton riguardava soprattutto la sua sfera personale. Politicamente cercava di fare delle cose e quando scopriva che non ci riusciva introduceva degli aggiustamenti e faceva qualcos'altro. Non so se questo corrisponda a mentire, ma ora ci troviamo di fronte a qualcosa di diverso. Queste persone vogliono decisamente prendersi la previdenza sociale. Per loro è semplicemente un bel mucchio di soldi che se sta lì. E volevano davvero prendere quei soldi e investirli. Volevano mandarli a Wall Street. Che miniera d'oro! E il non poterlo fare li fa impazzire. E naturalmente non possono dire "ecco cos'abbiamo in mente", e dicono invece "vogliamo salvare la previdenza sociale."

Se riescano o meno ad autoconvincersi, non lo so dire. Ma essenzialmente hanno bisogno di dire qualcosa che non è vero. L'economia bushiana consiste nell'uso del governo per trasferire denaro dalla gente normale alla gente ricca. Ecco cos'è il governo per loro. E in tutte le loro decisioni economiche hanno fatto o tentato di fare esattamente questo. Dunque queste persone hanno delle politiche che non sono vendibili e allora devono mentire per renderle tali. Le pubbliche relazioni hanno raggiunto un alto livello di maturità: negli ultimi vent'anni sono cresciute immensamente, soprattutto nel mondo delle corporazioni. Quando una comunità vuole costringere l'industria locale a eliminare i PCB dal proprio fiume, le corporazioni formano un gruppo chiamato "Cittadini per i fiumi puliti".
E ogni loro dichiarazione suonerà così: "il portavoce dei Cittadini per i fiumi puliti dice che è di fatto molto meglio se i PCB rimangono sul fondo del fiume, piuttosto che siano riportati su dai drenaggi." Così il fatto che i Cittadini per i fiumi puliti si oppongono ai drenaggi viene ripetuto più e più volte. Hanno imparato a mettere false etichette su quello che fanno, l'hanno imparato nelle aziende. E vediamo che questa amministrazione fa assiduamente la stessa cosa, con l'"Healthy Forest act", il "Clear Sky act", eccetera.

Dunque si tratta di una tempesta perfetta. L'amministrazione ha dei fini che non sono vendibili, abbiamo dei mezzi di informazione fissati sul fatto che bisogna riferire quello che viene dichiarato, abbiamo tutti questi finti gruppi di cittadini che creano finti orientamenti d'opinione. Mi permetta di affrontare l'ultima domanda, quella sull'11 settembre. Come si è creata la proliferazione di fatti fumosi in quella circostanza?
L'11 settembre portò con sé l'isteria della guerra. L'isteria della guerra fu peggiore tra coloro che lavoravano nei media. Questa gente era terrorizzata a morte, forse più a New York che altrove. Credo che fu per questo che il New York Times partì completamente per la tangente. E provocò la deificazione di George W. Bush. Invece di dire che l'11 settembre era volato in Nebraska - cioè, non si era messo alla guida del paese, ma era andato il più lontano possibile - attesero semplicemente che tornasse e comparisse tra i soccorritori a Ground Zero.
Allora fu un eroe - grazie a Dio! e dovevamo essere un gruppo compatto - c'era questa cosa tribale, dovevamo combattere lo straniero e chiunque non fosse d'accordo era un traditore. Avevamo un'amministrazione che - dopo essersi ripresa dal terrore paralizzante - adesso faceva di tutto per sfruttare la situazione. Avevano degli obiettivi e attendevano solo l'occasione che permettesse loro di ottenerli.

Alcuni ritengono che i nuovi media - non si sente parlare che di blogosfera e del rapporto che si tra sviluppa tra i blog e i media tradizionali - stiano inaugurando una nuova era di trasparenza nell'informazione. Altri ritengono invece che annunciare la morte dei mezzi di informazione tradizionali sia prematuro. Lei che ne pensa, stiamo andando incontro a un'epoca in cui pochi grandi mezzi di informazione possono enfatizzare una notizia, mentre un'altra scompare dallo schermo?

Non lo so. Ma quel che penso è che il giornalismo oggettivo, per come viene fatto oggi, ha stufato. Ha un sacco di problemi. Uno di questi è che i tizi che fanno soldi manipolandolo hanno scoperto come si fa. E i mezzi di informazione non valgono a nulla se sono solo manipolazione, ed è da qui che nasce la diffidenza e la sfiducia nei confronti dei media.

Ci sono due possibili cambiamenti. Possiamo finire nel modello europeo in cui ci sono dei media di sinistra e dei media di destra. L'altra possibilità consiste nel ridefinire cosa siano i media oggettivi. E questo è stato fatto su scala minore con le campagne politiche. È stato fatto con la propaganda elettorale. Prendono un esempio di propaganda elettorale e si prendono la responsabilità di esaminarlo riga per riga, oggettivamente, per poi dire quanto è veritiero. Questo per me è un modello buono e utile di giornalismo oggettivo. Questa gente dovrebbe fare il lavoro per cui li pago. E neanche loro fanno il lavoro che vorrebbero fare. Ci sono molti giornalisti insoddisfatti che dicono "C'è qualcosa di sbagliato e non sappiamo come porvi rimedio." Ecco, potete farlo in questo modo.

venerdì, dicembre 09, 2005

I cambiamenti in Israele-Palestina, di Mazin Qumsiyeh

I cambiamenti che stanno avendo luogo in Israele-Palestina e all’estero sono così rapidi che molte persone e mezzi di comunicazione, negli ambienti dell’attivismo e della politica, riescono a stento a tenere il passo, e tanto meno a sviluppare strategie coerenti con cui affrontare le seguenti questioni:

1. Le primarie di Fatah in Cisgiordania e a Gaza, che hanno spazzato via gran parte della vecchia guardia in favore dei più giovani attivisti di Fatah e persone che attualmente si trovano rinchiuse nelle carceri israeliane (come Marwan Barghouti).
2. La disintegrazione del Partito Likud, con Sharon che costituisce un nuovo partito per perseguire i propri obiettivi.
3. I cambiamenti all’interno del Partito Laburista israeliano che hanno portato al potere Peretz (per la prima volta uno dei principali partiti israeliani non è guidato da un ebreo europeo/ashkenazita). A questi si è accompagnata la marginalizzazione di Shimon Peres, il padre delle armi di distruzione di massa di Israele (comprese quelle chimiche, biologiche e nucleari).
4. La drammatica e continua costruzione del muro e delle recinzioni attorno ai villaggi e alle città palestinesi, con il conseguente devastante impatto in diversi campi, dall’istruzione a all’economia (http://www.stopthewall.org/, http://right2edu.birzeit.edu/).
5. L’intensificazione del programma che mira a ridurre la popolazione palestinese cristiana e musulmana di Gerusalemme Est, alla quale si accompagna la costruzione di colonie e insediamenti illegali nella stessa Gerusalemme Est, come Maale Adumim.
6. L’ascesa dell’ala politica di Hamas con la sua partecipazione (e il relativo successo) alle elezioni palestinesi nelle aree occupate della Cisgiordania e di Gaza.
7. L’annuncio dell’Intel di investimenti per un milione di dollari a Gaza e per 3500 milioni (3,5 miliardi) in Israele su territori che appartengono a profughi di Gaza. L’annuncio della donazione a Gaza è stato fatto ai primi di novembre (v. http://www.arabnews.com/,
tre settimane prima che l’Intel annunciasse la costruzione di un nuovo stabilimento a Kiryat Gat (precedentemente Iraq Al-Manshiya) su terre palestinesi illegalmente espropriate da Israele. L’investimento da 3,5 miliardi di dollari era in sospeso da quattro anni. Per i retroscena, si veda il mio articolo su questo investimento pubblicato nel 2001 e intitolato "Is Intel Supporting an Apartheid Regime", http://www.mediamonitors.net/mazin7.html.
8. Il 9 luglio 2005 la società civile palestinese ha chiesto il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele fino a che non si conformi alla legge internazionale e ai principi universali dei diritti umani (http://www.badil.org/Boycott-Statement.htm).
9. La crescita di un movimento internazionale analogo al movimento per porre fine all’apartheid in Sudafrica che chiede il disinvestimento, i boicottaggi e le sanzioni contro Israele (ora confluito nell’appello della società civile che ho appena menzionato).
10. Negli Stati Uniti (perfino all’interno delle élite di potere) comincia a risvegliarsi la consapevolezza che un appoggio incondizionato a Israele ha distrutto i nostri diritti costituzionali e ha danneggiato gli interessi nazionali degli Stati Uniti, e che coloro che appoggiano Israele negli Stati Uniti sono giunti a degli eccessi, talvolta mettendo in pericolo gli stessi interessi dei gruppi di potere americani (di qui i recenti arresti e le indagini dell’FBI sulla fuga di notizie riservate a beneficio di membri dell’AIPAC, o le nuove tendenze sia di destra, sia di sinistra, ecc.).

Si potrebbero elencare altre occasioni e sfide che riguardano Israele e Palestina e anche molte altre sui temi dell’Iraq e dell’Afghanistan (dove la resistenza alla politica statunitense sta crescendo, sia sul territorio, sia all’estero). Vi sono dei testi, che circolano in rete, su questi cambiamenti, sul loro significato e sul modo di porvisi in relazione. Questi scritti e queste discussioni devono ancora aprirsi la strada verso i mezzi di informazione ad ampia diffusione, per non parlare della coscienza americana o israeliana. Possiamo certamente prendere in considerazione questi problemi e ripensare le nostre strategie per ottenere più rapidamente i risultati sperati di pace con giustizia. Possediamo la base intellettuale e organizzativa rappresentata dagli attivisti che ci appoggiano. E i tempi sono maturi.

Naturalmente le persone coinvolte direttamente in ciascuno di questi problemi agiscono nelle proprie sfere di interesse. Tuttavia, in seguito al confronto con centinaia di attivisti e di capi politici che ha avuto luogo negli ultimi mesi, una vasta maggioranza ha riconosciuto che corriamo il rischio di perdere la foresta se ci concentriamo sul nostro singolo piccolo albero e non cerchiamo invece di capire l’interazione di forze nel nostro ambiente comune. (Mi scuso se per le metafore ricorro alla mia formazione di biologo). Il paesaggio/ecosistema politico dalla delicata struttura e in continua evoluzione comprende noi cittadini, che possiamo forgiarne il futuro.
I mezzi di informazione ad ampia diffusione statunitensi (New York Times, Washington Post, CNN, Fox, ecc.) continuano a interessarsi non del costo dell’occupazione per le sue principali vittime (il popolo iracheno) ma delle macchinazioni politiche che circondano l’insuccesso americano in Iraq.
Forse uno dei tanti motivi per cui sia i sionisti neoconservatori sia quelli liberali hanno appoggiato la guerra in Iraq è stato quello di distogliere l’attenzione dalla vera ragione dell’instabilità e della violenza in Medio Oriente che si sta riversando in altri paesi. E’ oggi empiricamente ben dimostrato che la lobby israeliana ha operato all’interno del partito democratico, di quello repubblicano, e dei mezzi di informazione (mediante editorialisti e direttori compiacenti) per raccogliere consensi a favore della guerra e marginalizzare persone come il senatore Byrd, Paul Findley, Cynthia McKinney e Dennis Kucinich. Come esposto dai neoconservatori in “memorandum” e in “documenti di ricerca” che risalgono alla prima metà degli anni 1990, un rovesciamento del regime di Saddam Hussein sarebbe stato positivo per gli “alleati” come Israele e per il controllo di posizioni strategiche (si veda: http://www.qumsiyeh.org/).

Ma torniamo ora ai fondamentali cambiamenti sopra illustrati e al modo in cui devono essere analizzati e compresi da coloro che realmente perseguono la pace con giustizia. Non parlo qui di coloro che dichiarano di cercare la pace (con o senza la definizione di giustizia) mentre si riferiscono invece alla pacificazione. I veri pacifisti appoggiano (senza usare altre qualifiche) la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, compresi i diritti di tutte le comunità indigene. La Dichiarazione Universale contraddice le leggi israeliane, che negano ai profughi palestinesi il diritto a tornare alle loro case e alle loro terre dichiarando d’altro canto che tutti gli ebrei (compresi i convertiti) fanno parte del “popolo di Israele” e hanno automaticamente “diritto” alla cittadinanza israeliana, incluso il diritto a insediarsi come coloni sul territorio palestinese. Come si pongono coloro che vogliono che Israele si integri con i cambiamenti in corso? Prendiamo la dichiarazione degli artisti israeliani che afferma: “Se lo stato di Israele aspira a percepire se stesso come una democrazia, deve abbandonare una volta per tutte ogni base legale e ideologica di discriminazione religiosa, etnica e demografica. Lo stato di Israele dovrebbe sforzarsi di diventare lo stato di tutti i suoi cittadini. Chiediamo l’annullamento di tutte le leggi che rendono Israele uno stato segregazionista, compresa la legge ebraica del ritorno nella sua forma attuale.” (Dichiarazione degli artisti, 2002).

Il problema di tutti noi è come orientare il nostro attivismo per ottenere questo obiettivo e conseguire la pace con giustizia alla luce del nuovo scenario e delle circostanze importanti e in rapida evoluzione appena descritte (e altre che non ho considerato, o quelle future). I gruppi più ristretti crederanno sempre nella purezza del loro messaggio, continuando a fare ciò che stanno facendo e sperando che tutto vada per il meglio? Oppure metteremo insieme le nostre forze, daremo un impulso al nostro attivismo e lo coordineremo per elaborare strategie efficaci (cioè finalizzate al risultato) e tattiche appropriate per metterle in atto (dall’acquisizione di competenze alla capacità di agire sui mezzi di informazione ai metodi di pressione politica, ecc.)? I prossimi sei mesi saranno un periodo critico, perché i dieci esempi sopra elencati (e molti altri non menzionati) faranno sentire maggiormente il proprio impatto. Saremo all’altezza della sfida del momento, e cioè la costruzione di un moderno ed efficace movimento antisegregazionista, che si opponga al neo-colonialismo, e saremo in grado di dare al nostro futuro la forma di una famiglia autenticamente umana?

Se desiderate collaborare a questi temi, non esitate a contattarmi. Altre risorse sono reperibili in rete ai seguenti indirizzi:
http://www.qumsiyeh.org/whatyoucando/
http://www.qumsiyeh.org/activistmanual/

Mazin Qumsiyeh

Editing di Nancy Harb Almendras.
Tradotto dall'inglese in italiano da Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica (transtlaxcala@yahoo.com). Questa traduzione è in Copyleft.

Fonte in inglese su peacepalestine.

mercoledì, dicembre 07, 2005

Appello di Mordechai Vanunu

"Miei cari amici,

Il 15 gennaio 2006 andrò sotto processo davanti alla corte israeliana. Dovrò rispondere di 21 capi d'accusa per aver parlato o incontrato persone straniere, cosa che secondo Israele non mi è consentita. Queste restrizioni mi sono state imposte il 21 aprile 2004, quando sono stato rimesso in libertà dopo 18 anni di carcere trascorsi in isolamento.

Chiedo a tutti i miei amici e sostenitori in tutto il mondo di aiutarmi e appoggiarmi in questo caso molto importante. Penso che questo processo si concentrerà sulla questione della libertà di parola. Quello di cui ho bisogno da voi è che mi mandiate delle informazioni sulla storia del vostro paese, sulle vostre esperienze e conoscenze in materia di libertà di parola. Questo contribuirà a costituire un precedente in altri paesi e servirà da esempio per il sistema democratico israeliano.

Mi servirebbero anche degli esempi relativi ai più antichi stati democratici come la Grecia e la Repubblica di Roma, ed estratti dai discorsi di filosofi greci come Platone, Socrate e Aristotele. E inoltre, se sapete di qualcuno che in epoca moderna è stato perseguito per la libertà di parola, vi prego di scoprire quali sono stati la sua difesa e le sue argomentazioni (anche le poesie andrebbero benissimo) e di mandarmeli. Il tutto sarà spedito al mio avvocato e presentato da me durante il processo.

Io credo che questo processo segnerà una svolta, perché stiamo sfidando la democrazia di Israele ad ammettere che quelle restrizioni sono contrarie ai principi democratici adottati in tutto il mondo. Ogni essere umano ha il diritto di esercitare la propria libertà di parola senza alcuna restrizione.

Vi ringrazio moltissimo per il vostro aiuto. Speriamo di riuscire ad opporci fermamente a questa barbarie.


VMJC"

Fate girare. L'email di Vanunu per i messaggi di supporto, aiuto e solidarietà è: vmjc1954[at]gmail.com.

Per rinfrescarci la memoria, questo.

martedì, dicembre 06, 2005

Intervista di Silvia Cattori a Mahmoud Musa

Mahmoud Musa: uno Stato unico per gli israeliani e i palestinesi
di Silvia Cattori


Silvia Cattori: In questi anni in cui l’Autorità Palestinese si è prestata al gioco dei negoziati i palestinesi hanno accumulato frustrazioni e sofferenze. Israele, approfittando di tutto questo tempo per consolidare le sue acquisizioni, ne è uscito più forte che mai. L’ultima proposta di pace di Ariel Sharon lascia ai Palestinesi l’8% del loro territorio storico. Come si sente a pensare che nessuno degli obiettivi dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina è stato finora raggiunto?

Mahmoud Musa: Quello che è successo nei 15 anni successivi agli incontri di Madrid non può essere definito “negoziati”.
All’epoca, il Primo Ministro israeliano Itzhak Shamir aveva detto: “posso far in modo che questo giochino duri almeno dieci anni.” Nessuno si aspettava che il giochino ancora continuasse 15 anni dopo.
L’obiettivo del governo israeliano è prendere il controllo della terra, distruggere l’economia, massacrare o umiliare i palestinesi per poter continuare il processo di epurazione etnica iniziato nel 1947.
L’Autorità Palestinese dovrebbe smettere di partecipare a questa mascherata.

Silvia Cattori: Fino ad ora, tutti gli accordi – da Oslo a Ginevra – si sono fondati su premesse moralmente inaccettabili, in particolare la separazione tra due popoli su basi etniche. Ma questa opzione, che condurrebbe alla creazione di una pseudo-Palestina, e che interesserebbe solo un terzo dei palestinesi e meno di un quinto delle loro terre, non sembra godere dell’unanimità. Nessuno parla della Road Map, cara a Bush.
Pensa che uno Stato unico rappresenti una possibile alternativa?

Mahmoud Musa: C’è stato un numero infinito di piani: Madrid, Oslo I, Oslo II, Wye River, Camp David, il Piano Tenet, il Documento Mitchell, gli Accordi di Sharm El-Sheikh, l’Iniziativa di Ginevra, la Road Map. Sono stati tutti tentativi di separare gli ebrei e i palestinesi, mentre essi sono già uniti e mescolati e le loro risorse naturali e le loro rispettive economie non possono essere separate.
Per perpetuare questo sistema di apartheid sono attualmente in costruzione un muro e delle autostrade riservate. Bisognerebbe fermare questo processo e avviare invece il processo di costruzione di un unico Stato democratico.

Silvia Cattori: I palestinesi, che sono raggruppati in movimenti religiosi, non hanno aspirazioni nazionaliste in grado di ostacolare questa idea di uno Stato singolo per tutti?

Mahmoud Musa: Questi sono fazioni e formazioni confessionali. La religione aiuta le persone a tollerare le dure condizioni di vita alle quali sono costrette.
Non sono affatto contrari a vivere nello stesso Stato (con gli ebrei) se non subiscono discriminazioni. I palestinesi stanno lottando contro il colonialismo, non contro il giudaismo; proprio come i neri sudafricani si opponevano al colonialismo e all’Apartheid, non ai bianchi.

Silvia Cattori: Se la rivendicazione di un unico Stato è l’unica soluzione praticabile, in quanto non razzista, più equa e conforme alla legge internazionale, perché fino ad ora il campo della pace e gli organismi internazionali hanno privilegiato la soluzione basata su due Stati?

Mahmoud Musa: La situazione che lei descrive si è insediata essenzialmente perché l’Autorità Palestinese ha fatto appello alla soluzione dei due Stati.
La situazione comunque sta cambiando, e rapidamente, perché ci si è resi conto che la realizzazione di uno Stato Palestinese non è possibile, e la soluzione dei due Stati non porterà pace e prosperità al Medio Oriente o al mondo, in generale.

Silvia Cattori: Anche se la soluzione di un unico Stato democratico, nel quale israeliani e palestinesi vivrebbero all’interno degli stessi confini, avesse l’appoggio della comunità internazionale, non pensa che Israele impedirebbe la concretizzazione di questa idea?

Mahmoud Musa: Sì. I regimi fondati sulle colonie di popolamento si rifiutano sempre di rinunciare alla loro mentalità esclusivista e razzista, e non diventano mai democratici dall’oggi al domani.
Tuttavia, la comunità internazionale sta prendendo coscienza del fatto che nel ventunesimo secolo non c’è posto per il colonialismo, l’apartheid e gli Stati puri dal punto di vista etnico.

Silvia Cattori: Se ci si basa sul fatto che prima del 1948 gli arabi vivevano in armonia con gli ebrei venuti progressivamente a vivere in Palestina, sembra possibile prospettare che possano vivere tutti insieme. Ma dopo tutto il male che è stato loro fatto, i palestinesi potrebbero condividere le loro terre con i coloni che mostrano un atteggiamento esclusivo e soprattutto un rifiuto dei palestinesi e segnatamente della religione musulmana?

Mahmoud Musa: I palestinesi sono consapevoli del fatto che un unico Stato democratico migliorerebbe le loro condizioni di profughi soggetti a un’occupazione, e genererebbe la pace in tutta la regione.

Silvia Cattori: Alcuni palestinesi vivono già all’interno di uno stesso Stato con gli ebrei, in Israele. Solo che oggi sono discriminati e non hanno gli stessi diritti degli Israeliani di confessione ebraica.
Ma perché questo possa aver fine, Israele dovrebbe rinunciare al suo statuto di Stato Ebraico, e diventare un vero Stato democratico. E questo avrebbe dell’incredibile!

Mahmoud Musa: Come dicevo, i regimi fondati sulle colonie di popolamento si aggrappano alla loro mentalità. Tuttavia, la rinuncia a questo atteggiamento colonialista comporterebbe molti vantaggi per gli israeliani. La pace diminuirà la necessità di sprecare enormi risorse in armamenti e aprirà a Israele il vasto mercato dei mondi arabo e musulmano. E’ nell’interesse della comunità internazionale favorire questa soluzione.

Silvia Cattori: L’Autorità Palestinese, che dopo Oslo ha abbandonato la lotta, non è diventata un peso per il popolo palestinese, che soffre per il peso aggiuntivo dell’occupazione, oltre all’oppressione israeliana?

Mahmoud Musa: L’esistenza dell’Autorità Palestinese impedisce la formazione di uno Stato unico perché in quel caso i suoi epigoni perderebbero i propri privilegi. E’ nell’interesse di una soluzione del conflitto che l’autorità si sciolga e formi un partito per la difesa dei diritti umani che lotti per la democrazia politica e sociale.

Silvia Cattori: Cosa prova nei confronti di coloro che, in Israele e nel mondo, sostengono il progetto politico di Israele, che pratica la discriminazione razzista e nega ai palestinesi il ritorno alla loro terra?

Mahmoud Musa: Questa situazione è dovuta al fatto che i mass media sono controllati dai potenti. Tuttavia le cose stanno cambiando, principalmente grazie a Internet.

Silvia Cattori: Non è un’assurdità un’Autorità Palestinese che si dota di ambasciatori e di ministri? Essendosi compromessa nei negoziati con Israele, non ha altra scelta che collaborare con esso, e dunque capitolare?

Mahmoud Musa: L’Autorità Palestinese è un’autorità senza uno Stato, che fa di tutto per perpetuare la fantasia di uno Stato privato del suo territorio. Ha l’appoggio degli Stati Uniti e dei loro alleati. Inoltre, è tarlata dalla corruzione. Basterebbe solo questo a renderla incapace di portare la pace e la prosperità.

Silvia Cattori: Che messaggio desidera mandare ai movimenti di solidarietà che hanno finora sostenuto la politica dell’Autorità Palestinese?

Mahmoud Musa: È nel difendere uno Stato unico democratico che si estenda su tutta la superficie della Palestina storica che il movimento di solidarietà internazionale contribuirà agli interessi di tutti i popoli di questa regione del mondo, del Medio Oriente, e alla causa della pace nel mondo, in generale. Ecco quello che ho da dire loro.

Silvia Cattori: Nell’attuale contesto, molto fosco, cosa possono sperare ancora i palestinesi?

Mahmoud Musa: I palestinesi lottano da circa un secolo. Vedono i molti esempi di popoli che si sono battuti ancora più a lungo di loro e che hanno ottenuto la vittoria.

Nota: Il Professor Mahmoud N. Musa è palestinese; la sua famiglia ha vissuto e ha lavorato con gli ebrei ad Haifa fino al 1948, quando è diventato un profugo in quella che oggi è chiamata Cisgiordania. Ha studiato medicina ed è stato ricercatore scientifico negli Stati Uniti, dov’è diventato professore di psichiatria. Attualmente è il direttore accademico del Canadian Center for Comparative Cultural research www.ccccr.net.
È presidente dell’Association for One Democratic State in Palestine/Israel www.one-democratic-state.org.
www.one-democratic-state.org/help.htm

Fonte in francese, qui.
Traduzione in inglese, su peacepalestine.