lunedì, febbraio 06, 2006

La prospettiva palestinese

La prospettiva palestinese
Insha Allah

Ignacio M. Delgado Culebras
Rebelión

La città di Nablus è uno dei bastioni dell’Intifada di Al-Aqsa. Mentre gli sguardi della comunità internazionale si concentrano su Gaza, la Cisgiordania continua a vivere sotto occupazione israeliana. La situazione palestinese viene normalmente analizzata da una prospettiva politica o conflittuale, tralasciando la società palestinese. Questo reportage vuole riflettere prospettive diverse, degli uomini e delle donne che convivono ogni giorno con l’occupazione.

Abbiamo passato gli ultimi quattro anni percorrendo le strade della Città Vecchia in ambulanza, raccogliendo cadaveri, ed ora siamo stanchi. Non voglio vedere più un solo morto, dice Abed, volontario di Medical Relief nella città cisgiordana di Nablus. Con i suoi venticinque anni mostra il viso stanco di un uomo di quaranta. È palestinese ed ha passato gli ultimi cinque anni della sua vita rinchiuso nella sua stessa città, sotto degli strani arresti domiciliari. L’uscire da Nablus esige la messa in moto di uno schiacciasassi burocratico di permessi sollecitati all’IDF – Israel Defense Forces – od al DCO – District Coordination Office – che si risolve con un no categorico, salvo nel caso di emergenza medica estrema. Bisogna morire o agonizzare o partorire per ottenere un permesso d’uscita e, anche così, si dipenderà in ultima istanza dall’arbitrio o dalla volontà del comandante della postazione di checkpoint che si vuole attraversare (Procedure for the Handling of Residents of Judea and Samaria who Arrive at a Checkpoint in an Emergency Medical Situation. Legislazione militare israeliana. IDF). Issam Sameer sollecitò un permesso al DCO per ottenere un’ambulanza con la quale trasportare suo zio, malato di cancro, da Huwara fino ad Allenby Bridge, la frontiera con la Giordania. Il permesso fu negato ed il trasporto si fece in taxi.
Abed sorride con franchezza e stringe le spalle mentre sogna un viaggio in Germania. Insha Allah, conclude, con un’espressione alla quale i palestinesi affidano tutto perché la loro volontà non è loro, ma altrui ed il desiderio più insignificante non dipende solo dal dio invocato, ma dal fatto che non succeda nulla nell’atmosfera di calma apparente che opprime la città di Nablus dove, oltre a quello che succede, vola alta la paura davanti a quello che, in ogni momento, potrebbe succedere.
Basta posizionarsi a Ad Dawar, il centro di Nablus, e gettare uno sguardo intorno per capire perché. La valle dove sorge la città è circondata dalle montagne di Ebal e Jerzem sulle cui cime ci sono basi israeliane dalle quali viene controllata l’attività palestinese. I confini della città sono segnati dai checkpoint di Huwara e Beit Eiba, controllati dai soldati dell’IDF e, tutto attorno alla città, anche dalle sue sentinelle, un anello di insediamenti – settlement – creati dai soldati israeliani che fungono da postazioni militari avanzate di vigilanza e difesa (Elon Moreh, Yizahr e Itamar i più vicini. Non molto lontano gli insediamenti di Shavey Somron e Quedumin). Di tanto in tanto i caccia F16 del Tsahal sorvolano la città per i controlli di routine. Nonostante ciò, non si può avere la certezza che la routine di controllo non si trasformi nel veleno di un attacco. Seppure non vivano in uno stato di guerra esplicito, i cittadini di Nablus rispettano un implicito coprifuoco alla mezzanotte. Ogni movimento dopo questa ora avviene sotto la propria responsabilità. In questo modo tanto il tempo che lo spazio sono misurati come una coreografia dove niente è lasciato al caso.
Secondo B´Tselem – Centro di informazione israeliano per i diritti umani nei Territori Occupati – le restrizioni alla libertà di movimento sono la causa principale del deteriorarsi dell’economia palestinese e dell’aumento della disoccupazione e della povertà nei Territori Occupati. Queste restrizioni si traducono in checkpoint permanenti – 27 in Cisgiordania – dove tutti quelli che passano vengono registrati, causando gravi ritardi nella circolazione delle persone; checkpoint temporanei – 16 registrati. Dati di B´Tselem – che i palestinesi possono attraversare senza essere registrati; strade proibite – 41 in Cisgiordania – nelle quali non è permesso il traffico ai palestinesi, ma sulle quali gli israeliani possono transitare liberamente, ed ostacoli fisici, come blocchi di cemento o montagne di spazzatura, che impediscono l’accesso a determinate città e villaggi. Qualsiasi persona che attraversi un checkpoint o che circoli per le strade cisgiordane con la patente palestinese si vede costretta ad un esercizio di pazienza; non solo per le code che si formano nei checkpoint permanenti, dove ogni persona viene registrata ed interrogata, né per le code di automobili, camion e sheruts (taxi che portano più persone) con targa verde palestinese che aspettano il loro turno nei checkpoint improvvisati mentre le vetture con targa gialla israeliana circolano sulla carreggiata adiacente in piena libertà, ma perché tutti gli ostacoli fisici, le strade proibite ed i controlli temporanei o permanenti frammentano le geografia e, quindi, le comunicazioni palestinesi. A causa di tale frammentazione si è prodotto un aumento del numero di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà – stabilita a 650 dollari all’anno secondo l’Ufficio Centrale di Statistica Palestinese – e un incremento della disoccupazione – 26,8% all’inizio del 2005 secondo l’OIT.
La difficoltà per le statistiche è attribuire volti e storie umane a un freddo numero.
La disoccupazione a Nablus diventa carne negli uomini, sempre gli stessi, oziosi che, in
Faisal Road, prendono un shay – the – che dura ore ai bordi della strada ogni giorno della
settimana. Fanno passare il tempo, trascorrere il giorno poco a poco. Non c’è lavoro, dicono,
e non possiamo cercarlo fuori da Nablus. Siamo legati.

Campi di rifugiati
Questa situazione si acutizza nei campi di rifugiati. A Nablus ce ne sono tre: Balata è il maggiore e conta diciassettemila e cinquecento rifugiati. Askar, diviso in due campi, Askar al Qadim e Askar Jadid, che accoglie ottomila e cinquecento rifugiati ed il più piccolo campo Al Ayn. Ad Askar Jadid gli uomini si riparano all’ombra dei portici mentre le donne rimangono in casa e bambini e giovani camminano per le strade, cercando qualcosa da fare. I rifugiati sono i paria tra i paria. Vivono una doppia esclusione: da un lato espulsi dalle loro case dagli israeliani, e dall’altro disprezzati dalla gente di Nablus, che li considera delinquenti della peggior risma e fa una netta distinzione. Una cosa è Nablus. Un’altra sono i campi.
Amjed A., come la maggioranza degli abitanti di Askar Yadid, è stato espulso da Jaffa dall’
Esercito israeliano. È farmacista e lavora nella Palestinian Child Care Society Safeer, integrata nel comitato che dirige il campo. Segnala che il problema principale ad Askar Jadid sia la
disoccupazione. Agli adulti in età lavorativa mancano non solo gli impieghi, ma anche la
possibilità di trovarli. I giovani si scontrano con la stessa situazione. L’occupazione ha posto fine alla nostra economia ed il numero di persone disoccupate non smette di aumentare. Di volta in volta bisogna cercare più mezzi per mantenerli ed ogni volta è più difficile trovarli. Molti di loro vivono di carità. Safeer si occupa dei bambini sotto i dodici anni. Cerca, per quanto è possibile, di farli crescere normalmente. Per questo offre servizi medici ed educativi, così come aiuti economici per le famiglie più bisognose, specialmente agli orfani. Ottiene i fondi da organizzazioni più grandi (UNRWA) o collabora con altre associazioni palestinesi della città come Project HOPE (Humanitarian Opportunities for Peace and Education) che manda i suoi volontari a tenere lezioni d’inglese o ad organizzare laboratori di giochi, arte o recitazione. Queste collaborazioni servono a dare consistenza alla società civile palestinese, per creare il tessuto sociale che l’occupazione va disgregando. I bambini sono esasperati, molto nervosi, nota Ibrahim, professore di arabo in una delle scuole aperte dall’UNRWA. La colpa è dell’occupazione, dice mentre indica l’insediamento dei coloni di Elon Moreh, visibile dall’altura dove sorge Askar Jadid. Quando avviene un attacco dall’altra parte la risposta immediata è un’incursione nei campi di rifugiati… Ci sono sempre morti, feriti... i bambini vedono. Sentono e crescono con ciò. Come si possono sviluppare normalmente? Le incursioni di cui parla Ibrahim sono più frequenti a Balata. Carlos, volontario dell’ISM – International Solidarity Movement – segnala quanto sia difficile la vita all’interno dei campi: dopo le dieci di sera è meglio non uscire. Ha vissuto varie incursioni a Balata dove la sua missione è uscire a proteggere i bambini che si trovano per strada, armato di una macchina fotografica per documentare ogni abuso. Se vedono macchine fotografiche, i soldati si trattengono dal fare certe cose. Non sparano ai bambini che tirano pietre. Abdelnasser, collaboratore di Safeer e residente ad Askar Jadid, formula una petizione al suo interlocutore: quando torni al tuo paese racconta come sono i palestinesi e come viviamo. Racconta ciò che hai vissuto, se siamo o non siamo terroristi come dicono le notizie.

Prospettiva palestinese: diverse forme di resistenza
Fighters
La Città Vecchia di Nablus è coperta da innumerevoli cartelloni che ricordano i martiri morti durante la Seconda Intifada. Normalmente sono giovani che posano con le loro armi per la foto, però il kalashnikov che sostengono con determinazione non nasconde la loro adolescenza
appena raggiunta od appena abbandonata. Ai lati si vedono i simboli di Hamas, della Jihad Islamica o dei Martiri di Al Aqsa. La Città Vecchia gli appartiene. Said è uno di loro. Suo fratello è detenuto in un carcere dell’IDF. Suo zio è una gloria locale immolatasi in un attacco suicida.
Porta orgoglioso al collo il suo ritratto e lo bacia con fervore. Perché gli israeliani devono
invadere la mia città, il mio quartiere ed ammazzare la mia gente? Perché occupano la mia terra? Se la tua città venisse occupata, il tuo quartiere assediato, la tua gente assassinata, non
prenderesti un’arma per difenderla? Said non dorme di notte, da anni. A partire da mezzanotte
impugna la sua arma e vigila sulla Città Vecchia. Sta di guardia davanti a una possibile incursione israeliana. Difendo la mia casa, dice. Dorme al mattino e di pomeriggio va all’istituto.
Mostra la sua arma come mostra la sua fede, con orgoglio, però l’una non ha niente a che vedere con l’altra: l’arma fa fronte ad un’occupazione che non capisce e non accetta –
Perché si dovrebbe farlo? Risponde – la fede è la sua consolazione, il suo rifugio. Una cosa sono i fatti, un’altra la loro giustificazione, sempre a posteriori. Cammina per la Città Vecchia con scioltezza, soddisfatto. Saluta tutti e tutti gli mostrano rispetto. È un fighter di Aqsa che, assieme a quelli di Hamas e della Jihad Islamica, costituiscono la reale autorità a Nablus. La legge è quella che loro impongono perché loro sono i combattenti che rischiano la vita in difesa della città e, come resistenti attivi, gli si mostra rispetto. Lo accompagna una corte di adolescenti che lo ammirano e desiderano emulare le sue azioni in futuro. “Tuta, tuta, tuta, Sharon aju sharmuta,” cantano e si infiammano sparando con armi immaginarie a nemici immaginari. Per il resto ridono, cantano e vogliono conoscere donne come qualsiasi adolescente in qualsiasi luogo del mondo. Said arriva ad un banco che espone la sua frutta. Un uomo adulto, quasi anziano, parla assieme ad un altro. È suo padre. Said gli chiede due shekel per comprare il the. Rimane un ragazzo di vent’anni che chiede soldi a suo papà. Questi lo guarda con orgoglio e parla di suo figlio maggiore, incarcerato per avere lanciato pietre ad un blindato israeliano. Condanna di otto anni, dei quali ne sono trascorsi appena due. Non può visitarlo. Sua madre potrebbe, ma è morta. Anche il suo amico, quello con cui parla, ha perso il figlio. Indica il cielo e dice Insha Allah. Tutti ripetono: Insha Allah. Fu abbattuto da una pallottola mentre lanciava pietre alle jeep dell’IDF. Said mostra le targhe che, in tutta la Città Vecchia, ricordano i caduti della Seconda Intifada, i nomi di tutti i combattenti – Naif Abu Sharekh, Ahmed Tavuk – Chiede di fare delle fotografie, però rifiuta di posare. Non sarebbe la prima volta che qualcuno si fa passare per terrorista per abbattere un combattente. Al confine della Città Vecchia ci dobbiamo lasciare. Comincia a sentirsi nervoso, guarda da tutte le parti, non gli sfugge nulla. Offre dei soldi che non ha in caso di bisogno – “Non ti deve mancare nulla. Se hai problemi, cercami,” offre generoso – Said è povero. Non molto lontano da dove si trova, un cartellone annuncia una grandissima cerimonia di nozze organizzata da Hamas che partecipa a tutte le spese, inclusi i regali per i novelli sposi che non potrebbero averli in altro modo –frigoriferi, forni – o che non potrebbero fare fronte al costo delle nozze. Ha solo una cosa da perdere, la vita, ma non gli importa troppo: “un giorno seguirò mio zio. Morirò, ma difendendo ciò che è mio.”

Murad
Murad è un tenente della polizia palestinese. La sua vita potrebbe riassumere la Seconda Intifada. A 19 anni, quando tutto è cominciato, studiava psicologia nell’Università di An Najah.
Aveva programmato di sposarsi con una ragazza. Ma tutto cambiò improvvisamente e si sentì obbligato a fare qualcosa davanti a tutta la morte che vedeva. Si arruolò volontario nel Medical Relief. Mostra un tesserino sciupato che lo qualifica come membro. La foto non corrisponde più alla persona che la mostra: prima un viso infantile, timido, delicato. Adesso fattezze dure, occhi intristiti, un sorriso franco. Più tardi si dedicò a prestare aiuto psicologico ai bambini che avevano e stavano soffrendo gli effetti della violenza e dell’occupazione. Infine si arruolò nella polizia palestinese e visse da dentro la distruzione della Mukata – allora caserma della polizia e prigione – di Nablus nel bombardamento da parte degli F16 ed elicotteri da combattimento Apache (7/02/02). Lui scappò in tempo, ma undici dei suoi compagni ed amici vi morirono. Nel frattempo, la donna con la quale desiderava sposarsi lo abbandonò e lui si unì al gruppo di circo creato da Project HOPE. La polizia palestinese ha una scarsa presenza a Nablus. Può contare su poche armi e pochi mezzi – Murad impara qualche parola in spagnolo perché assisterà a un addestramento diretto dalla Guardia Civil, che, inoltre, consegnerà nuove uniformi – per mantenere l’ordine. La sua autorità rimane incerta e limitata ad evitare scontri tra combattenti locali dei diversi gruppi e preservare l’esiguo ordine nella città, però non nella Città Vecchia o nei campi di rifugiati che vivono sotto la legge di autodifesa imposta dai combattenti. Quando si esige che l’ANP – Autorità Nazionale Palestinese – eviti gli attacchi agli israeliani non gli si dà niente con cui farlo. Si proibisce che la Palestina abbia un esercito o che la polizia abbia armi. Con cosa lo faremo allora? dice Murad. La Mukata è ancora la caserma della polizia palestinese. È ridotta a delle rovine che minacciano di crollare ancora di più. Una minima parte è abitabile. Lì sventola una bandiera logora. Resta la dignità sopra alle rovine. Ognuno resiste come può, con quello che ha, conclude Murad. Lui era in servizio con Medical Relief il 26 di giugno del 2004. Raccolse le membra fatte a pezzi di Nayef Abu Sharkh, leader dei Martiri di Al Aqsa in Cisgiordania, Fady Bahti, leader della Jihad Islamica e Jaffar Masri, leader di Hamas: mani, torsi, gambe, teste raccolte nel nascondiglio sotterraneo nella Città Vecchia scoperto dai soldati dell’IDF quando Bahti tentava di scappare e venne fatto saltare in aria dalle granate. C’erano sangue e fumo da tutte le parti. I soldati ci chiesero di portare una barella... Ma non c’erano corpi. Solo parti di corpi diversi. Nessuno riconoscibile. Pezzi di carne. Gli occhi di Murad sono umidi quando ricorda, però contenuti, nemmeno una lacrima ne sgorga. Le trattiene con un sorriso che non si cancella mai. Dentro posso essere triste o adirato, ma fuori sono sempre felice.

Baker Sarawi
La resistenza di Baker è quella di un corridore podista, che consiste nella perseveranza e nella volontà. È un uomo d’affari e da questa prospettiva osserva l’occupazione: non c’è guerra né conflitto perché i contendenti non partono con condizioni uguali. C’è occupazione, nella quale, come negli affari, il pesce più grande mangia il pesce più piccolo. Solo il persistere – la resistenza – di chi si mantiene vivo e prova a seguire il corso della sua vita, all’interno delle regole che impone l’occupante, fa breccia perché non si perde d’animo né si dispera, ma continua con la sua attività. Persone come Baker mantengono una certa normalità, un
certo ordine, certi servizi – commercio, educazione, etc. – che, seppur minimi se presi singolarmente, impediscono che il caos si impadronisca della città. Su ogni persona che, ogni mattina, attende al suo lavoro si regge la vita di Nablus. Sono il cemento della resistenza e coloro che soffrono sulla propria pelle le conseguenze dell’occupazione. Baker Sarawi sfiora i cinquant’anni. Dirige un piccolo laboratorio dove si riparano macchine da cucito. Prima dell’
Intifada di Al-Aqsa riceveva numerosi incarichi, anche da parte israeliana. Adesso il volume di lavoro è diminuito e gli incarichi mancano sempre di più, dice, mentre guarda le poche macchine da cucito che ha da riparare. Non è stato sempre così. Prima io e mio fratello avevamo un laboratorio enorme, con molti impiegati, ma fu distrutto dagli Apaches – elicotteri da combattimento – israeliani. Perdemmo dei macchinari molto costosi e non potevamo più pagare gli impiegati. Perdemmo tutti gli incarichi ed il lavoro di anni, però ricominciai di nuovo. Da allora – il 28 settembre del 2000 – ho perso altri due laboratori. L’ultima volta un anno e mezzo fa. Arrivai al mattino in laboratorio, come tutti i giorni, però quando alzai la serranda vidi che si era trasformato in una piscina. Gli Apache avevano distrutto i tubi ed il laboratorio si era allagato. Era estate e dei ragazzini si schizzavano nell’acqua, giocavano e ridevano. Alla fine anch’io mi misi a ridere. Cosa avrei dovuto fare? A volte puoi solo raccomandarti a Dio e ricominciare di nuovo. Quante volte? Tante quante lui ne considera necessarie. Le parole di Baker sono quelle di chi, dopo aver convissuto per anni quotidianamente con la morte – non con la sua possibilità remota ed astratta, ma con la realtà dei cadaveri, di viscere che fuoriescono da addomi aperti e fumanti a causa delle mitraglie – scopre che l’importante è sopravvivere, anche quando morire è questione di essere nel posto e nel momento sbagliato. Si dà importanza al fatto di morire perché riguarda tutti, ma anche perché questo valorizza di più il fatto di rimanere vivo. È il sollievo del sopravvissuto – la morte di altri, ma non la mia – senza il sentimento d’invulnerabilità perché la minaccia di morte è costante – Oggi non sono stato io, ma domani? – e forse una strana colpa sulle spalle – Perché loro sono morti ed io no? Perché la loro vita non è più e la mia continua ad essere? – che, o si può ignorare perché la morte degli altri non fu causata da loro, dai sopravvissuti, che pure erano e sono potenziali obiettivi, perché la vita in Palestina è questione di opportunità od inopportunità; o può essere assorbita ed arrivare a tormentare tanto la morte di questi altri, specialmente di qualcuno vicino, da volerla redimere con la propria morte ed unirsi alla vittima o da vendicarsi perché questa morte lo tormenta. La disperazione è questa: non poter sopportare nella propria coscienza la morte di un caro, non vedere altra via d’uscita che la morte per vendicare la morte. Il primo giorno della Seconda Intifada Zakeria Kilani fu abbattuto. Era giovane e fu uno dei primi tremila e trecento morti palestinesi – più di cinquecento nella città di Nablus secondo le cifre di Palestine Red Crescent. I nomi significano storie particolari. Servono a personalizzare un mero numero di una lista mostruosa, ridargli un aspetto, ed una vita sostitutiva che gia non è più nei ricordi di coloro che sono sopravvissuti e, quindi, a comprendere che ogni numero restante della lista nasconde un nome ed una storia simile. Esistono innumerevoli immagini di madri palestinesi che piangono le morti dei loro figli e familiari, riflettendo il dolore inestinguibile di chi rimane a vivere con una morte in più sulle spalle, di chi deve restare a guardare come gli altri partono per il luogo da cui non torneranno mai, di chi deve ricordare la sua perdita ogni giorno che gli rimane da vivere. Un’immagine vale più di mille parole, ma solo nel momento in cui questa immagine si vede, perché poi si cancella o viene sostituita da un’altra uguale e quella prima si dimentica e passa alle statistiche, all’anonimato del numero: un morto in più.
Comunque, poco o niente si sa dopo dei pianti, del dolore dei sopravvissuti. Zakeria Kilani fu abbattuto il primo giorno dell'Intifada di Al-Aqsa. Gli sono sopravvissuti due amici. Hamed Abu Hiljeh non capì la morte di Zakeria, non comprese perché dovette morire. Il dolore lo portò alla disperazione e questa alla vendetta. Hamed Abu Hiljeh si immolò per vendicare Zakeria: Un morto in più. Un altro nome da personalizzare nella mostruosa lista delle vittime di Nablus.
L'altra amica è Samah A. È ancora molto giovane. Ha solo ventidue anni. Ha fondato Project HOPE insieme ad un volontario canadese. Si è unita alla resistenza civile pacifica ed ha collaborato con organizzazioni internazionali – MSF, UNRWA, Internacional Red Cross – ed ONG – ISM, Medici del Mondo, Medical Relief – che lavoravano sul campo. È maturata sotto l’occupazione ed adesso dimostra una ferrea determinazione nella difesa dei diritti umani in Palestina. Spiega chiaramente la sua posizione riguardo al processo di pace ed alla situazione a Gaza ed in Cisgiordania: Con la ritirata dalla striscia di Gaza si applaude un gesto che non è altro che restituire un territorio occupato. Non c’è niente da applaudire. Inoltre quando si parla di Gaza si passa sotto silenzio la Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est, dove si continua a costruire il muro sopra le rovine di villaggi palestinesi che vengono spazzati via dal suo stesso tracciato, che non rispetta la Linea Verde, la Frontiera tra Israele e Cisgiordania stabilita dall’armistizio del 1949. Altri villaggi sono separati o isolati – Ar-Ram, a nord-ovest di Gerusalemme conta duecentomila abitanti che ufficialmente sono residenti a Gerusalemme stessa. Sheik Sa´ad, ad est di Gerusalemme, ha duemila abitanti che dipendono per qualsiasi servizio da Gerusalemme Est. Esempi raccolti da B´Tselem, espropriati ed annessi come parte del territorio israeliano. Inoltre i coloni di Gaza, con gli aiuti promessi dal loro governo, dove credi che si stabiliranno? Abdel Hakim, amico e collaboratore di Samah in Project HOPE, interviene nella conversazione: La pressione si mette sempre sui palestinesi quando si parla di pace. Ci si chiede di smetterla con la violenza, ma cosa si chiede ad Israele? Quando hanno indetto le elezioni dopo la morte di Arafat ed Abbas ne è uscito vincitore mi trovavo in Francia. Lí tutti mi chiedevano se Abu Mazen avrebbe cambiato qualcosa, se avrebbe preso il controllo della situazione. Ma la pace non dipende da lui. È Israele che tiene il coltello dalla parte del manico, che può fare o non fare, dare o non dare. Abu Mazen non ha niente da offrire. Dopo anni di Intifada, la pace è la massima aspirazione. Però la domanda è che tipo di pace ed a quale prezzo. La soluzione di due stati non convince Samah: Non è un'opzione percorribile. Gaza e la Cisgiordania diventerebbero due enormi campi di rifugiati all'aria aperta, recintati dal muro di separazione e messi in comunicazione solo da una piccola strada, poiché non esiste continuità territoriale tra loro. Ed il controllo sul commercio, l'economia, le comunicazioni e le frontiere, chi lo eserciterebbe? La migliore soluzione è uno stato unico con due nazionalità.
Però ci vuole tempo per questo. Nonostante l'occupazione, Nablus si impegna a vivere, a seguire la sua strada. Quando la città si sveglia, le mercanzie sono già esposte nel mercato di
Ad Dawar, i clacson dei taxi già riprendono i pedoni che attraversano con disattenzione e gli studenti intraprendono il cammino verso l'Università di An Najah. Tutti coloro che vedono nascere il giorno hanno la sensazione di vivere un giorno "in più", in cui ancora possono aspettare il domani... E lo celebrano. È venerdì ed il gruppo del circo ha comprato un'enorme
Kunafa, Dolce di Nablus. Issam distribuisce i cucchiai regalando smorfie, occhiolini e parole ad ogni invitato. Islam spiega le regole dell'Otrob-Orob mentre Abed e Murad danno l'ordine di cominciare. Bahá si arrampica sulle spalle del gigante Ahmed per mangiare dal punto più alto e Said ripete ancora una volta lo scherzo della porta. Tutti loro sono stati membri di Medical Relief. Non hanno visto le statistiche, ma i cadaveri. Sanno qual'è la differenza tra la vita e la morte. I vivi celebrano la vita, i morti non celebrano più nulla.
Condividono la Kunafa ed invitano tutti i presenti. I palestinesi sono famosi per la loro ospitalità. Basta che un passante chieda una sigaretta al primo estraneo che passa per dar vita ad una lunga conversazione e ricevere un invito a bere un the o a condividere il pasto con la sua famiglia. Se aprono la porta della loro casa, l'invitato diventa amico e l'amico, festeggiato senza pause, diventa parte della famiglia. Amjed A. di Askar Jadid ha visitato vari paesi. Ha lavorato in Francia e Olanda, ma lì non ha mai sentito ciò che sente qui. Qui gli amici si preoccupano l'uno dell'altro. I legami tra la gente sono molto forti. Baker Sarawi aggiunge: Forse l'occidente ha più testa, ma non ha cuore. Introduce così una prospettiva, condivisa da altri paesi arabi, sulla possibilità di dirigere il proprio destino, la propria evoluzione e lo sviluppo, senza ingerenze esterne, conclude Samah A. ricordando la conversazione avuta con un volontario spagnolo: Mi disse che, a livello economico e tecnologico, l'occidente è più sviluppato, ma a livello di relazioni umane i palestinesi sono più sviluppati dell'occidente. Chissà che questi non siano segni d'identità.
Questo è qualcosa che non dobbiamo dimenticare, anche quando la situazione migliorerà… Insha Allah.

Originale:
http://www.nodo50.org/palestinalliure/article.php3?id_article=124

Tradotto dallo spagnolo all’italiano da Davide Bocchi e rivisto da Miru, membri di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in copyleft.

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