lunedì, febbraio 27, 2006

Per coloro che non se ne fossero accorti

Stiamo assistendo alla dissoluzione della Palestina
di Jennifer Loewenstein, CounterPunch, 24 febbraio 2006
Originale: http://www.counterpunch.org/

Tradotto dall'inglese in italiano da Mirumir, membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica (www.tlaxcala.es). Questa traduzione è in Copyleft.

L'autrice è Visiting Research Fellow al Refugee Studies Centre (Centro Studi sui Rifugiati) dell'Università di Oxford. Ha vissuto e lavorato a Gaza City, Beirut e Gerusalemme e ha viaggiato in tutto il Medio Oriente come giornalista indipendente e attivista per i diritti umani. Può essere contattata a questo indirizzo: amadea311@earthlink.net

Oxford, Inghilterra, 24 febbraio 2006
Per coloro che non se ne fossero accorti, Israele si oppone alla soluzione dei due stati. Ha fatto tutto quello che era in suo potere per impedire a uno stato Palestinese di sorgere e continuerà a farlo finché potrà contare sulla complicità dei suoi potenti amici e sull'estesa indifferenza dell'opinione pubblica.

In tali circostanze spetta a noi chiederci perché ad Hamas sia stato ordinato ­ da Israele e da quegli stessi potenti amici ­ di accettare la "soluzione dei due stati", soprattutto tenendo conto del fatto che, diversamente da Israele, ha dichiarato chiaramente e ripetutamente che avrebbe accettato uno stato palestinese sui territori occupati da Israele nella guerra del 1967, la Cisgiordania, la Striscia di Gaza e Gerusalemme Est. E questo è stato ribadito esplicitamente da tutti i suoi principali rappresentanti: Zahar, Haniye, Meshal, e Yassin e Rantisi prima di essere assassinati.

La Giudea e la Samaria, che costituiscono (o costituivano) la Cisgiordania settentrionale e meridionale, sono state suddivise e spartite nei vari decenni tra centinaia di migliaia di coloni ebrei perché vi insediassero le loro case, i loro frutteti e i loro giardini. Sono attraversate e circondate da strade riservate esclusivamente agli ebrei che collegano la terra, le case, i frutteti e i giardini a Israele. Vi sono stati schierati guardie, soldati, carri armati e bandiere israeliane che difendono e proteggono i coloni ­ le loro case, i loro frutteti e i loro giardini ­ dando loro la certezza di essere israeliani appartenenti ad un unico stato ebraico.

Le terre abitate dai coloni, con le loro famiglie, le case, i giardini, i negozi, le scuole, i circoli, i bar e le piscine, sono state registrate sulle mappe e assegnate, prese e messe al sicuro dagli arabi vestiti di stracci che vivono in villaggi fatiscenti al di fuori delle zone coloniali protette che sono stati costretti ad abbandonare. Le nuove frontiere e i futuri confini dipendono dalla scomparsa di questi arabi, che è ansiosamente anticipata e attivamente incoraggiata. La maggior parte del perimetro orientale dello stato attuale è un muro di cemento che cancella alla vista l'Altra Parte, innominabile tra persone educate. Il muro di perimetro orientale sarà presto il muro di perimetro occidentale perché il Primo Ministro israeliano ad interim, Ehud Olmert, ha appena annunciato che il resto della Cisgiordania non ancora incorporato sarà presto annesso a Israele: la Valle del Giordano, il confine della Cisgiordania con lo stato della Giordania, e che costituirà il confine orientale di Israele con lo stato della Giordania, sarà anch'essa resa sicura dal muro e inaccessibile ai "non-Israeliani", cioè i palestinesi, i quali saranno completamente isolati nelle loro riserve e impossibilitati ad accedere al mondo esterno.

E mentre annuncia quest'ultima decisione unilaterale di confiscare altra terra per lo Stato ebraico, Olmert anticipa anche un regime di sanzioni contro i palestinesi dei territori occupati, colpevoli di rifiutarsi di credere che questa trasformazione in cui una società si rinforza e si espande mentre l'altra si dissolve in migliaia di frammenti sia la vera soluzione basata sui due stati.

Lo Stato di Israele si assegna l'uso prioritario delle risorse naturali, soprattutto l'acqua, del territorio di cui si è appropriato o che ha circondato. Un esercito di ladri e di saccheggiatori ha trasformato il resto ­ le strade piene di buche, le piantagioni trascurate, le case, le scuole, le moschee, le chiese, gli ospedali, le università, i negozi e le altre istituzioni civili ­ in una serie di labirinti impercorribili, una terra di nessuno legalizzata nella quale le restrizioni agli spostamenti, i permessi, le carte d'identità contrassegnate per colore, i lasciapassare, le perquisizioni casuali, le incursioni e le accuse arbitrarie riducono gli abitanti a esseri sospetti privi di nomi, di volti, di indirizzi e di diritti, a una canaglia collettiva da diseducare e da snazionalizzare e forse, un giorno, da deportare per il bene stesso dell'esistenza di Israele. Per gli stranieri visitare i territori occupati è diventato difficile come lo è per i loro legittimi abitanti spostarsi liberamente all'interno di essi. È dunque più difficoltoso per gli stranieri confermare che i pericoli contro i quali vengono messi in guardia derivano direttamente da Israele e non dalla povera popolazione assediata. La minaccia quotidiana che incombe sulla vita e sulla proprietà è in crescita, non in diminuzione.

Per coloro che non se ne fossero accorti, questo processo non accenna a concludersi. Al contrario, alla bizzarra richiesta ad Hamas di accettare la soluzione dei due stati categoricamente rifiutata da Israele che la rende ogni giorno sempre più impraticabile geograficamente, si sono aggiunte altre due condizioni: Hamas deve riconoscere Israele e rinunciare alla violenza. In altre parole, deve riconoscere uno stato i cui governanti e le cui scelte politiche hanno operato instancabilmente per negare, distruggere, impedire e rifiutare l'esistenza dei palestinesi e della Palestina ­ non solo nel presente e nel futuro, ma anche cancellandone il passato. E intanto i nostri mezzi di informazione si sono assunti il compito di mostrare al mondo una realtà deformata, grottesca nelle sue distorsioni, in cui sembra che un governo democraticamente eletto ma privo di uno stato e il suo popolo calpestato e per lo più indigente tengano in ostaggio i banditi impegnati a massacrarli.

Mentre vengono calpestati, colpiti, percossi, distrutti, assassinati, minacciati, derubati, depredati, affamati, sradicati, espropriati, vessati, insultati, uccisi e tormentati con proiettili, missili, ruspe, carri armati, elicotteri, bombe a grappolo, freccette [ordigni contenenti fino a cento dardi di acciaio lunghi 5 centimetri, NdT], cacciabombardieri, mitra semiautomatici, boom sonici, gas lacrimogeno, recinti elettrificati, blocchi, recinzioni e muri, devono rinunciare alla violenza, così che ai banditi non venga fatto del male. Se si difendono, sono sconfitti. Se si lamentano, sono falsi. Se domandano qualcosa in cambio, sono inaffidabili. Se chiedono un confronto leale, hanno dei secondi fini. Se reagiscono a caso, sono uno strumento del terrore. E così quando le furie delle migliaia di morti, delle decine di migliaia di feriti e di prigionieri, e dei milioni di legati e imbavagliati si solleveranno insieme nella protesta, si dirà che sono la prova di quel male innato che va legittimamente contenuto, legittimamente occupato, con l'appoggio di una giustificata indignazione e di finanziamenti economici senza fine.

La ricompensa di Hamas per aver conquistato il potere giusto in tempo per porgere su un piatto d'argento a tutti gli aspiranti Sharon un buon pretesto per perseverare nella vecchia politica di vendetta è stata la decisione annunciata da Kadima ­ il partito del futuro ­ di mettere i palestinesi a una dieta da fame perché hanno osato esercitare i propri diritti.

La ricompensa di Hamas per aver verificato lo strepitoso successo di Israele nella distruzione di Fatah è stata l'insistenza israeliana affinché sottoscriva tutti gli accordi, i patti e i trattati che Fatah (essenzialmente l'Autorità Palestinese) aveva firmato ma che Israele aveva regolarmente stracciato. Con ogni nuovo mattone aggiunto agli insediamenti, con ogni pezzo di strada asfaltata che conduce ad Ariel, a Maale Adumim, a Illit, a Gush Etzion e oltre, con ogni rifiuto di un permesso di lavoro, d'istruzione, di cure mediche e di viaggio, con ogni camion fermato a Sufa e Karni lasciando marcire il suo carico, con ogni tassa e spesa doganale imposta a un popolo internato nella propria terra, Israele esibisce il proprio disprezzo per la dignità umana e si conquista gli applausi a scena aperta del Congresso statunitense, e non solo di esso.

Quando Osama Bin Laden giudica che sia legittimo uccidere gli americani perché come cittadini di un paese democratico sono responsabili del proprio governo, la società "civile" reagisce con un appropriato scoppio di indignazione. Quando Dov Weisglass e i suoi sadici e compiaciuti colleghi invocano tremende variazioni di castighi collettivi contro i palestinesi per aver osato rimpiazzare democraticamente Fatah con Hamas, la società "civile" annuisce in segno di ipocrita approvazione.

Per coloro che non se ne fossero accorti, Israele si oppone alla soluzione dei due stati. Si oppone anche a un unico stato, a uno stato binazionale, a uno stato secolare confederato e alle mille variazioni di uno stato ad interim su cui si è discusso per anni. Vi si oppone perché si oppone alla presenza di un altro popolo su una terra che ha reclamato come patrimonio esclusivo degli ebrei. Questo deve essere il punto di partenza per un attivismo efficace contro la visione razzista ed egemonica che Israele sta mettendo in atto e che gli Stati Uniti stanno garantendo: questo, e non discussioni astratte sulla soluzione ideale. Un'opposizione efficace non deve ritirarsi in un'indifferenza distratta e assopita che può essere letale.

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