mercoledì, marzo 08, 2006

L'occupazione deve finire. Dall'intervista a due donne irachene

Questa è la traduzione di lunghi estratti dall'intervista di Amy Goodman di Democracy Now alle irachene Faiza Al-Araji, ingegnere civile e blogger (A Family in Baghdad), ed Eman Ahmad Khamas, giornalista, traduttrice, attivista e membro dell’organizzazione Women's Will.
La fonte originale in inglese è qui:
http://www.democracynow.org/article.pl?sid=06/03/06/1424239

Amy Goodman: Ha appena sentito il Generale Pace dire che le cose stanno andando abbastanza bene in Iraq... qual è il suo commento?

Faiza Al-Araji
: Ho visto il filmato alla TV. Sono irachena. Ho lasciato l'Iraq a causa del rapimento di mio figlio, la scorsa estate, e sono profuga in Giordania. Sa, vivere là è diverso. È completamente diverso dalla versione che i media vi stanno dando o dal messaggio che vogliono trasmettervi. Quando qualcuno vi dice che in Iraq la situazione è buona e le cose vanno bene, chiedetegli: "Come può dimostrarcelo? Quali sono le prove? Me le fornisca. Mi dia qualcosa di verificabile sul campo."
Posso partecipare a un dibattito. Sono pronta ad affrontare le autorità americane, e a sedermi con loro di fronte al popolo americano. Voglio sentire quello che hanno da dire, e darò loro le risposte per tutto quello che diranno, perché noi conosciamo la vera storia, quello che succede veramente. Dopo tre anni credo che siano gli iracheni ad avere il diritto di parlare dell'evoluzione della guerra, non gli americani, perché siamo noi a soffrire e siamo... abbiamo perso il denaro del nostro paese, le anime degli iracheni, le anime dei nostri cari. I nostri figli sono stati rapiti. I nostri vicini sono stati uccisi. Abbiamo perso tutto. E i leader americani? Loro stanno seduti sulle loro sedie e hanno il potere. Non hanno fatto niente per il popolo iracheno, per aiutare il popolo iracheno. E questa non è una mia idea. È un fatto verificabile.

AG: Cosa è successo a suo figlio?

FAA: Mio figlio andava all'università. La sua storia non è l'unica di questo tipo. È una storia frequente tra le famiglie irachene al giorno d'oggi. Mio figlio andava all'università tutte le mattine. Aveva finito un esame ed era andato nella segreteria dell'istituto per le pratiche successive all'esame. Si è trovato davanti un uomo della sicurezza, uno nuovo, che gli ha chiesto: "Dove stai andando?" Mio figlio ha reagito bruscamente e gli ha risposto: "Non sono fatti tuoi. Sto andando a finire il mio lavoro là dentro. Conosco questo posto, è la mia facoltà." Quando ha finito con l'impiegato dell'università ed è uscito, l'uomo della sicurezza lo ha fermato e gli ha detto: "Voglio aprire il tuo portafoglio e controllare la tua identità." Mio figlio gli ha risposto: "Voglio parlare con il tuo capo." E l'altro ha detto: "Ok, aspetta qui." Si è seduto ad aspettare, e sono arrivati con un sacco.
Gli hanno messo il sacco in testa e lo hanno arrestato e fatto salire su un furgone, poi l'hanno portato al Ministero degli Interni, al settimo piano, che è la zona dei terroristi. Ha visto le persone che si trovavano lì. C'erano circa 50 o 60 persone sedute sul pavimento. Erano lì da tre o quattro mesi. Le loro famiglie non sapevano niente di loro, se fossero vivi o morti. Non hanno il diritto di contattare i familiari, né di avere un avvocato. Sono semplici sospetti. E così hanno detto a mio figlio: "Sei innocente. Non abbiamo niente contro di te, ma i tuoi genitori ci devono dare dei soldi." Bisognava pagare per riavere il proprio figlio innocente. Ho pagato mille dollari e ho portato via mio figlio dall'Iraq, tutta la famiglia ha lasciato il paese. Abbiamo chiuso casa e ce ne siamo andati. E questo è quello che succede in Iraq, oggigiorno.
Ogni giorno si sentono storie orribili... la vita per gli iracheni è tremenda. L'Iraq adesso è un inferno. Non c'è nulla. Niente elettricità, niente sicurezza. Non si può mandare il proprio figlio a scuola, tanta è la paura. Bisogna cambiare le proprie priorità. Qual è la priorità, qui? L'istruzione di mio figlio o la sua vita? Certo, la sua vita. E così i figli restano chiusi in casa, non vanno a scuola o all'università. E si può immaginare il genere di vita, se devi andare al lavoro o a scuola e c'è il coprifuoco o ci sono barriere di cemento e un posto di blocco dopo l'altro, ovunque. È una specie di inferno. Non puoi andare a fare la spesa. Non puoi andare all'ospedale.

Tutto è... tutto è distrutto, in Iraq. E questo per quanto riguarda i servizi e la situazione sul territorio.

E a proposito della guerra civile? Qualcuno sta spingendo il paese verso la guerra civile. Perché? Qual è il vantaggio? Gli iracheni sono contrari alla guerra civile. Se si ha l'occasione di andare in giro per le strade e si chiede alla persone "Sei per la guerra civile?" risponderanno "No." E se ci sono incontri ufficiali con i capi religiosi e politici, diranno "No."
Dunque la domanda è: chi sta premendo perché il paese scelga la guerra civile? È solo per guastare la società e distruggere l'Iraq? È una cosa strana, ma le persone la pensano così. L'unica a beneficiare di questa guerra civile è la forza d'occupazione, perché avrà la giustificazione per restare per sempre in Iraq. Stanno costruendo delle basi militari permanenti. Non abbiamo altre spiegazioni.

[...]

AG: Faiza, lei è sunnita o sciita?

FAA: Non mi piace questa domanda. Sono irachena. Insisto nel dire che sono irachena. Non voglio usare queste nuove definizioni, che sono entrate nel linguaggio comune dopo Bremer. Quando è arrivato in Iraq ha introdotto questa divisione tra gli iracheni. Noi la rifiutiamo.

AG: Cosa significa che è stata introdotta? Insomma, i media di questo paese ci parlano di un antico odio settario, quasi tribale.

FAA: Oh, mio Dio. Sì, cercano di raccontarvi un'altra storia. La realtà è questa. Siamo fratelli e sorelle. Siamo musulmani, mia cara. Questa è l'identità della nazione. Ma stanno cercando di dividere le persone, creando subidentità, per causare conflitti o per mettere gli uni contro gli altri. Noi lo rifiutiamo.

AG: che ne dice, Eman?

Eman Ahmad Khamas: Be' la realtà è che non è mai successo nella storia dell'Iraq per migliaia di anni, per seimila anni. Non c'è mai stata una guerra civile, non si è mai verificato questo tipo di distinzioni. È vero che in Iraq ci sono i curdi, ci sono gli arabi, i sunniti e gli sciiti e i cristiani a molti gruppi religiosi minori. Ma non è mai accaduto che abbiamo combattuto gli uni contro gli altri. No. Assolutamente no.

FAA: E un'altra cosa, che ho già detto ieri: nella storia c'è stato un conflitto tra il regime e i curdi e tra il regime e gli sciiti. Ma questo non significa che fosse una guerra civile. C'erano delle motivazioni politiche. Ma ora i media stanno riconsiderando quei fatti per raccontarvi una storia ben diversa.

AG: Vi ho ascoltate ieri mentre parlavate della situazione in Iraq alla Community Church di New York, in compagnia di Medea Benjamin e Cindy Sheehan. Eman, lei ha documentato violazioni dei diritti umani.

EAK: Sì.

AG: Lei vive a Baghdad?

EAK: Vivo a Baghdad.

AG: Cosa ha documentato?

EAK: Be', ho lavorato principalmente sulle città bombardate, sui campi profughi. Anche sulle persone scomparse, che attualmente rappresentano un problema drammatico per l'Iraq. Ho lavorato sui detenuti.

AG: Le persone scomparse?

EAK: Sì.

AG: Cosa intende dire?

EAK: Be', in Iraq la gente scompare. Ci sono persone, soprattutto uomini, che vengono arrestate, e poi di loro non si sa più nulla. Per esempio nella prima fase della guerra, tra il 20 marzo e il 9 aprile, quando cadde il regime iracheno, molte persone scomparvero. Testimoni oculari dicono di aver visto queste persone mentre venivano portate via dai soldati americani. Alcune potrebbero essere state uccise, altre potrebbero trovarsi in carcere. Per ora, è come se non esistessero.

AG: E come si fa a saperlo? Se volete scoprire se qualcuno si trova in carcere, cosa fate?

EAK: Ci sono testimoni oculari che hanno assistito alla scomparsa e dicono "Lo abbiamo visto, era ferito e lo hanno portato via su un veicolo americano," oppure, semplicemente "L'hanno portato via." Ci sono prigionieri feriti che vengono liberati, e che vengono da noi e ci descrivono le persone, fornendo dettagli che nessuno potrebbe conoscere, se non le persone che erano con loro.

AG: Le autorità americane delle prigioni statunitensi non ve lo dicono?

EAK: Andiamo nelle basi militari americane, nelle prigioni, e chiediamo di queste persone. Loro negano.

AG: Negano che siano lì?

EAK: Negano che siano lì. Per esempio, abbiamo la storia di un uomo. Si pensava che si trovasse in prigione a Umm Qasr, sa, Camp Bucca, a sud, nel profondo sud del paese.

AG: Camp Bucca prende il nome da un pompiere morto l'11 settembre a New York.

EAK: Sì, ma per gli iracheni è una grande prigione. È un campo in cui da tre anni sono incarcerate decine di migliaia di iracheni. Così, arrivano delle persone che dicono: "Conosciamo quest'uomo," eccetera. E noi andiamo là. A volte perfino gli americani, le autorità, gli ufficiali americani lo confermano. Hanno delle liste di nomi. E quando ci andiamo e domandiamo di queste persone dicono di no. Allora mostriamo loro i documenti: "Abbiamo delle carte, dei documenti su quest'uomo." E loro invece negano.
Non conosco il numero di queste persone. La cifra va dai 5000 ai 15.000. Però ho avuto un incontro con un generale chiamato Brandenburg al Ministero della Giustizia. Dice che ha i verbali di quel periodo. Mi ha chiesto di dirgli i nomi delle persone che cerco, e io l'ho fatto. Ma poi quando si è trattato di andare all'appuntamento per parlare di queste persone purtroppo non si è presentato. Aspetto ancora una risposta. Al Ministero dicono che non c'è più lui, ma un altro chiamato Garner. Lui non l'ho ancora incontrato. E non vedo l'ora di incontrarlo e dargli l'elenco dei nomi e raccontargli le storie di queste persone scomparse. Insomma, in Iraq questa è una tragedia immensa perché ci sono famiglie, madri, mogli, bambini che aspettano di ricevere notizie dei propri cari, di sapere se sono vivi, se sono morti, se esistono. Loro semplicemente non rispondono. Ecco, la risposta è tutta qui.

AG: Mi chiedo come facciate anche solo a spostarvi, in Iraq.

EAK: Possiamo viaggiare, ma è molto rischioso. È molto pericoloso, soprattutto se si va in posti poco sicuri. Io per esempio vado in posti che sono stati bombardati. Molte volte ho rischiato di morire. Molte volte per poco non mi hanno sparato. È pericoloso, ma devo andarci. Dobbiamo vedere queste persone, dobbiamo ascoltare quello che hanno da dirci.

AG: Anche solo per venire qui siete dovute passare per Amman?

EAK: Sì, certo. È stato complicato.

AG: E il visto vi è stato concesso a Baghdad o ad Amman?

EAK: No, ad Amman. Non entriamo nella Zona Verde, non andiamo all'Ambasciata americana di Baghdad. Sta nella Zona Verde, e non rilasciano visti. Bisogna andare ad Amman per fare la richiesta. Poi bisogna tornare a Baghdad e aspettare due, tre, sei settimane, e poi ti mandano un'email o un'altra comunicazione. Poi si torna là e si prende il visto, se l'hanno concesso. Funziona così.

[...]

AG: Concludiamo chiedendovi: qual è la soluzione, secondo voi?

FAA: La soluzione? La soluzione, mia cara? C'è il caos. Vedendo le cose da qua... ci sono tanti problemi in Iraq. Come si fa a capire da dove cominciare? Qual è il primo passo per mettere fine a tutto questo? Il primo passo consiste nell'aiutare gli iracheni ad avere un governo di unità nazionale, favorire una specie di riconciliazione dopo le ultime elezioni, un buon governo, un governo vero che sia rappresentativo del popolo iracheno. Questo è il primo passo. Il secondo passo è addestrare la polizia e i soldati iracheni ad aiutare i loro connazionali, non ad arrestarmi e ucciderli collaborando con la forza di occupazione americana. Noi abbiamo bisogno di qualcosa di nuovo e di forte, per fidarci di loro. E l'altro passo consiste nel chiedere alla truppe di andarsene: che ritirino tutte le truppe dall'Iraq.

AG: Eman Khamas, pensa che le truppe statunitensi debbano andarsene immediatamente?

EAK: Sì. L'occupazione deve finire immediatamente.

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