sabato, giugno 10, 2006

Rovesciare la Pulizia Etnica: il Diritto al Ritorno, di Salman Abu Sitta

Rovesciare la Pulizia Etnica:
il Diritto al Ritorno a Casa

di Salman Abu Sitta*

Nella primavera del 1948 alcuni mukhtar (capi) ebrei appartenenti a colonie ebraiche in Palestina andarono dai mukhtar arabi palestinesi dei villaggi vicini che intrattenevano con loro relazioni di buon vicinato e sussurrarono loro: "siamo vostri buoni amici e vicini, e dobbiamo darvi il nostro sincero consiglio. Quei cattivi soldati del Palmach appena arrivati dall'Europa non hanno alcuna pietà. Intendono 'ripulire' i villaggi arabi. Prendete le vostre famiglie e scappate per salvarvi, prima che sia troppo tardi". Ma quello non era un consiglio "sincero". Questa ‘campagna del sussurro’ fu ordinata dal comandante del Palmach, Yigal Allon (Paicovich), e portò allo spopolamento di almeno 12 villaggi.

Ci sono molti tipi di soldati israeliani, e non tutti imbracciano le armi. Un reggimento costituito di recente sta mettendo in pratica la cosiddetta hasbara, una campagna di pubbliche relazioni per nascondere le brutali politiche di occupazione e razzismo d’Israele. Ironicamente, il termine hasbara è simile a quello ben più appropriato di za'bara, usato per descrivere un forte rumore privo di senso.

Gershon Baskin (Right of Return to Palestine, Diritto al ritorno in Palestina, AMIN, 25 maggio 2006) dà ai suoi amici palestinesi un consiglio 'sincero' in qualità di 'vero amico del popolo palestinese': lasciate perdere il Diritto al Ritorno. Gli abitanti di Safad che nel 1948 ascoltarono il cordiale vicino ebreo, e i loro figli, devono ora dare ascolto ai nuovi amici israeliani:

Nessuno ha il diritto di fare una campagna simile, e tanto meno gli ebrei europei, i quali, per citare Arnold Toynbee, avrebbero dovuto essere i primi a imparare dalla Storia.

Baskin fornisce le sue ragioni (e quelle di Israele) per negare il Diritto al Ritorno. Ciascuna di queste ragioni non supera scrutinio serio. Ciascuna di queste ragioni è un'arma convenzionale dell'ormai screditato arsenale israeliano di miti e disinformazione.

Baskin parte con la risoluzione 181 delle Nazione Unite (Piano di Spartizione), che fu "accettata in massa dal popolo ebraico", cioè dagli ebrei europei immigrati in Palestina, ma non dai palestinesi. Perché avrebbero dovuto accettarla, i palestinesi?

Baskin non dice che questo piano assegnò il 55,5% della Palestina agli immigrati ebrei europei, che perfino con la collusione del Mandato Britannico non possedevano più del 5,5%. Non dice che 457 città e villaggi palestinesi si ritrovarono improvvisamente, in base a quel Piano, sotto il dominio di quegli immigrati, molti dei quali erano appena approdati sulle coste palestinesi scendendo da una nave di contrabbandieri con la complicità del buio. Né dice che il 48% della popolazione dell'aspirante 'Stato ebraico' sarebbe stata costituita da arabi palestinesi. Non fa nemmeno menzione del fatto che Ben Gurion, mentre tatticamente accettava in via provvisoria il Piano di Spartizione, passò immediatamente a epurare etnicamente la pianura costiera dai 'cittadini' palestinesi del suo nuovo Stato.

Ben Gurion spopolò 250 villaggi ed espulse metà del totale dei rifugiati prima che fosse dichiarato lo Stato di Israele, il 15 maggio 1948, e prima che un solo soldato regolare arabo arrivò per fare qualcosa contro la pulizia etnica.

Baskin non si sofferma sulla più lunga, ampia, e continuativa operazione di pulizia etnica nella storia moderna, pianificata da Israele, durante la quale 774 città e villaggi palestinesi caddero sotto il controllo sionista nel 1948: 675 furono completamente spopolati e 99 rimasero sotto occupazione militare per 16 anni e i loro abitanti furono poi relegati alla condizione di cittadini di seconda classe. I profughi cacciati da quei villaggi sono ora 6.400.000 (tra registrati e non registrati dall'ONU), non 5 milioni come afferma Baskin. Di fatto, il 75% del popolo palestinese è costituito da profughi o rifugiati; un intero popolo è stato vittima di Israele. La loro terra comprende il 93% dell'area di Israele. I loro beni mobili e immobili sono stati confiscati da Israele nel più grande furto dalla seconda guerra mondiale. Questo fu il risultato della Nakba del 1948. Ma la Nakba continua ancora oggi nella Palestina occupata del 1967. Coloro che non videro la Nakba del 1948 possono vederla adesso sugli schermi televisivi, anche se oggi la forma è diversa e l'hasbara è più astuta e sottile.

Suppongo che sia scontato dire che la pulizia etnica è un crimine di guerra. Lo Statuto di Roma del 1998 e l’articolo 6 della Carta di Norimberga lo dicono chiaramente. È inteso che coloro che condonano la pulizia etnica o che la incoraggiano con parole o con azioni commettono essi stessi un crimine di guerra. Negare il Diritto al Ritorno significa perpetuare la pulizia etnica e dunque esserne corresponsabili.

Dunque, lo ripeto, perché gli israeliani negano il Diritto al Ritorno nonostante le Nazioni Unite abbiano confermato quel diritto più di cento volte e nonostante l'ammissione di Israele alle Nazioni Unite fosse subordinata ad esso?

La risposta sembra essere 'realismo': non si può disfare quello che è stato fatto 58 anni fa. È come dire: sarai punito se intendi uccidere qualcuno, ma sarai perdonato se riuscirai a farlo. Il realismo ha molte facce non nominate da Baskin. C'è la realtà, durata 58 anni, della Nakba. Ogni giorno il sangue palestinese e la brutalità israeliana scrivono una nuova pagina di questo tragico libro. C'è una realtà alla quale i profughi non hanno mai rinunciato, né lo faranno mai: il loro diritto al ritorno. C'è una realtà in cui il 97% di loro vive a meno di 100 km dalla propria casa, il 50% a meno di 40 km, mentre molti riescono perfino a vederla. La realtà è che nonostante le guerre, le incursioni, l'occupazione e la brutale condotta di Israele, non si sono mai arresi e non hanno mai rinunciato, per tre generazioni.

La propaganda sionista ha riempito di falsità le menti degli occidentali. Ma la spessa nebbia dell'hasbara si sta lentamente sollevando. Un numero sempre maggiore di associazioni per la difesa dei diritti umani, di università e di chiese stanno chiedendo il boicottaggio e il disinvestimento da Israele.

E tuttavia alcuni, come Baskin, ricorrono al vecchio gioco: 'i villaggi sono distrutti', 'non c'è un posto in cui ritornare'… ecc. Questi triti argomenti sono un insulto per l'intelligenza dell'uomo medio, figuriamoci per quella di un esperto, e si riflettono malamente sul loro autore.

E anche se fosse vero? Se un ladro distrugge una casa o ci costruisce sopra un altro piano, ha diritto a viverci? In quel caso, con quali premesse gli ebrei d'Europa hanno recuperato le loro case e i loro beni, fino all'ultimo dipinto, dalle mani dei loro concittadini europei dopo mezzo secolo? Nel libro dei diritti umani e anche nelle leggi nazionali niente può soppiantare in termini di importanza la santità della proprietà privata e il diritto a ritornarci.

Ma le affermazioni degli israeliani sull'impraticabilità del ritorno sono smaccatamente false. Il posto c'è. La maggior parte della terra confiscata ai palestinesi (il 93% di Israele) viene utilizzata dall'esercito israeliano e dai kibbutz ormai in bancarotta che sono costituiti solo dall'1,5% degli ebrei israeliani. L'80% degli ebrei israeliani vive nel 14% di Israele. Gli ebrei che vivono in zone rurali nella metà meridionale del paese sono meno numerosi dei rifugiati di un solo campo profughi.

Non solo i villaggi distrutti possono essere ricostruiti (il 90% dei siti è ancora libero) ma devono crescere di almeno 6 volte per il naturale aumento della popolazione. Le popolazioni di Amman, Beirut, il Kuwait sono cresciute di 10-30 volte, e i palestinesi hanno contribuito al loro sviluppo. Lo stesso Stato di Israele è cresciuto di otto volte, principalmente attraverso l'immigrazione. Se si devono costruire 6.000 case in un villaggio, che importa se le 1.000 case originarie sono ancora in piedi o no?

Ma Baskin evade la questione fondamentale. Israele vuole mantenere la propria politica razzista e segregazionista nel segno dello 'Stato ebraico' e della minaccia della bomba demografica palestinese.

Qual è il significato di 'Stato ebraico'? Non c'è alcun significato legale per uno Stato ebraico, né nel Piano di Spartizione, che proteggeva il suo 50% di popolazione araba e che fu ‘accettato in massa’ dagli immigrati ebrei, né nella legge internazionale che non tollera gli stati che attuano discriminazioni etniche, religiose o di razza.

Parlare di una 'minaccia demografica palestinese' è puro razzismo. Cosa farebbero gli ebrei britannici se il Comune di Londra decidesse che gli ebrei di Golders Green sono una minaccia demografica e devono essere epurati se il loro numero supera quello fissato dal Partito Nazionalista Britannico?

Poi ci sentiamo raccontare da Baskin della 'generosità' di Israele nel consentire a un 'numero limitato' di palestinesi di riprendersi le proprietà rubate nell'ambito del piano di ricongiungimento familiare. Questo numero limitato è ridotto a zero, soprattutto dopo la legge israeliana che ha annullato il programma di ricongiungimento.

Ma Israele è generoso. A Taba ha offerto altre quattro scelte ai rifugiati: scegliete il vostro paese d'esilio preferito, ovunque nel mondo, ma non a casa vostra.

Quando si parla di compensazione, Israele è ancora più generoso. Vuole strappare 18,6 dunam di terra palestinese (1 dunam=1000 mq, N.d.T.), un imponente volume di case, negozi, imprese, fattorie, beni mobili, almeno 1.200 metri cubi d'acqua e altre risorse naturali, proprietà pubbliche e storiche, aeroporti, accampamenti militari, ferrovie, strade, miniere, e tutto questo sarà pagato da un ‘fondo internazionale’ con un modesto contributo di Israele. In cambio, Israele diverrebbe il proprietario legale di tutta questa proprietà rubata. Non si parla di risarcimenti per crimini di guerra o crimini contro l'umanità. Naturalmente non si fa parola del fatto che i palestinesi hanno il diritto di ritornare nelle loro case e anche il diritto di ottenere un risarcimento per le perdite e le sofferenze patite.

Baskin riassume bene la posizione di Israele: "Chiunque capisca qualcosa di Israele e degli israeliani deve rendersi conto che non ci sarà alcun ritorno a Israele propriamente detto". In parole più semplici, Israele vuole continuare la pulizia etnica, perseguire la sua politica razzista e segregazionista di Apartheid, e non vuole "veramente vivere in pace" con i palestinesi, ma al loro posto.

I palestinesi, e la maggior parte del mondo insieme a loro, sono decisi a perseguire la giustizia, a sradicare il razzismo e l'Apartheid. Proprio come ha fatto il Sudafrica. Non intendono scomparire.

Baskin deve riservare la vera ‘amicizia’ agli israeliani per aiutarli a riscuotersi dall'amnesia collettiva su ciò che hanno fatto e stanno facendo ai palestinesi, e per convincerli che la loro salvezza sta nell'abbandonare completamente e per sempre il razzismo. Devono emendarsi, rinunciare alla pulizia etnica e riparare ai torti inflitti.

Perché è chiaro che la storia degli ebrei sarà marchiata in modo indelebile, e al di là di ogni altro evento storico, da ciò che essi hanno fatto in Palestina.

* Salman Abu Sitta è un autore palestinese ed è uno dei maggiori ricercatori sui problemi dei profughi.

Originale: http://www.amin.org/eng/uncat/2006/june/june5-0.html

Tradotto dall'inglese in italiano da Mirumir e revisionato da Mary Rizzo, membri di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica (www.tlaxcala.es). Questa traduzione è in copyleft.

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