martedì, luglio 25, 2006

Cosa vuole Israele?

Cosa vuole Israele?
Ilan Pappe, The Electronic Intifada, 14 luglio 2006

Immaginate un gruppo di generali che hanno simulato per anni scenari da terza guerra mondiale in cui possono spostare imponenti eserciti, impiegare le armi più sofisticate a loro disposizione e godere dell'immunità di un quartier generale computerizzato da cui dirigere i loro giochi di guerra. Ora immaginate che siano informati che invece non esiste nessuna terza guerra mondiale e che la loro competenza serve a sedare i vicini bassifondi o a risolvere il problema della criminalità in sobborghi e quartieri poveri. E poi immaginate - nell'episodio finale della mia crisi chimerica - cosa succede quando si rendono conto quanto siano stati irrilevanti i loro piani e quanto siano inutili le loro armi nella lotta alla violenza di strada prodotta dalla disuguaglianza, dalla povertà e da anni di discriminazione all'interno della loro società. Possono scegliere di ammettere il fallimento oppure decidere di usare comunque l'enorme e distruttivo arsenale a loro disposizione. Oggi stiamo assistendo alla devastazione creata dai generali israeliani che hanno optato per la seconda ipotesi.

Ho insegnato nelle università israeliane per 25 anni. Vari miei studenti erano alti ufficiali dell'esercito. Ho potuto notare la loro crescente frustrazione a partire dallo scoppio della prima Intifada nel 1987. Detestavano questo tipo di confronto, chiamato eufemisticamente dai guru della disciplina americana delle relazioni internazionali "conflitto a bassa intensità". Era troppo bassa per i loro gusti. Si trovavano a dover affrontare pietre, molotov e armi primitive che richiedevano un uso molto limitato dell'enorme arsenale che l'esercito aveva ammassato in tutti quegli anni e non mettevano alla prova la loro condotta su un campo di battaglia o in una zona di guerra. Anche quando l'esercito usava i carri armati e gli F-16, era ben diverso da giochi di guerra che gli ufficiali conducevano nel loro quartier generale e per i quali compravano, con il denaro dei contribuenti americani, le armi più sofisticate e aggiornate disponibili sul mercato.

La prima Intifada fu schiacciata, ma i palestinesi continuarono a cercare sistemi per porre fine all'occupazione. Si sollevarono di nuovo nel 2000, questa volta rifacendosi a capi e attivisti di ispirazione più religiosa. Ma si trattava ancora di un "conflitto a bassa intensità"; niente più di questo. Però non era ciò che l'esercito si aspettava, dato che aspirava a una "vera" guerra. Come scrivono in un recente libro intitolato Boomerang Raviv Druker e Offer Shelah, due giornalisti israeliani con stretti legami con l'Esercito di Difesa Israeliano, le esercitazioni militari prima della seconda Intifada erano basate su uno scenario che ipotizzava una guerra su vasta scala. Si prevedeva che nel caso di una seconda sollevazione palestinese ci sarebbero stati tre giorni di "rivolte" nei territori occupati, e poi sarebbe seguito un confronto diretto con gli stati arabi vicini, soprattutto la Siria. Un tale confronto, si diceva, era necessario per mantenere il potere di deterrenza di Israele e per rassicurare i generali sulla capacità del loro esercito nel condurre una guerra convenzionale.

La frustrazione divenne intollerabile quando i tre giorni delle esercitazioni si trasformarono in sei anni. E tuttavia l'esercito israeliano ancora oggi intende la condotta sul campo di battaglia come un "colpire e terrorizza" più che un dare la caccia a cecchini, kamikaze e attivisti politici. La guerra a "bassa intensità" mette in discussione l'invincibilità dell'esercito ed erode la sua capacità di impegnarsi in una "vera" guerra. Cosa più importante di tutte, non consente a Israele di imporre unilateralmente la propria visione sulla terra palestinese, che consisterebbe in una terra dearabizzata prevalentemente nelle mani degli ebrei. La maggior parte dei regimi arabi è stata abbastanza compiacente e debole da consentire agli israeliani di perseguire le loro strategie, con l'eccezione della Siria e di Hezbollah in Libano. Questi devono essere neutralizzati perché l'unilateralismo israeliano possa avere successo.

Dopo lo scoppio della seconda Intifada nell'ottobre del 2000, si alleviò un po' la frustrazione usando una tonnellata di bombe su una casa di Gaza o durante l'operazione Scudo Difensivo nel 2002, quando l'esercitò entrò con le ruspe nel campo profughi di Jenin. Però anche qui c'era una bella differenza rispetto a quello che l'esercitò più forte del Medio Oriente poteva fare. E nonostante la demonizzazione del metodo di resistenza scelto dai palestinesi durante la seconda Intifada - le bombe umane - bastavano due o tre F-16 e un piccolo numero di carri armati per punire collettivamente i palestinesi distruggendo completamente le loro infrastrutture umane, economiche e sociali.

Conosco molto bene quei generali. La scorsa settimana sono arrivate le grandi manovre. Basta con l'uso casuale di bombe, navi da guerra, elicotteri e artiglieria pesante. Il debole e insignificante nuovo ministro della difesa, Amir Perez, ha accettato senza esitazioni la richiesta dell'esercito di schiacciare la striscia di Gaza e di ridurre il Libano in polvere. Ma forse non basterà.

La situazione può ancora peggiorare con una guerra vera e propria contro il povero esercito della Siria, e i miei ex-studenti potrebbero perfino mettere in atto delle provocazioni per arrivare a una simile eventualità. E se si deve credere a quello che scrive la stampa locale, si può anche arrivare a una guerra a lunga distanza con l'Iran, sotto la protezione suprema degli Stati Uniti.

Anche gli articoli più parziali apparsi sulla stampa israeliana a proposito delle possibili operazioni che l'esercito ha proposto al governo di Olmert nei prossimi giorni indicano chiaramente quello che anima i generali israeliani: niente meno che una distruzione totale del Libano, della Siria e di Teheran.

I rappresentanti del governo si trattengono un po' di più. Hanno sono parzialmente soddisfatto il desiderio dell'esercito di combattere un "conflitto ad alta intensità". Ma la loro politica è già permeata dalla propaganda e dalla logica militare. Ecco perché il 13 luglio Zipi Livni, ministro degli esteri israeliano e persona altrimenti intelligente, ha potuto dire candidamente alla TV israeliana che il modo migliore per recuperare i due soldati rapiti è "distruggere totalmente l'aeroporto internazionale di Beirut". Chi ha catturato due Prigionieri di Guerra, infatti, va immediatamente a comprare dei biglietti per il prossimo volo da un aeroporto internazionale. "Ma possono portarli fuori dal paese in macchina", le è stato obiettato. "Oh, certo", ha replicato il ministro, "e questo è il motivo per cui distruggeremo anche tutte le strade del Libano che portano fuori dal paese".

Queste sì che sono buone notizie per l'esercito: distruggere aeroporti, incendiare autocisterne, far saltare in aria ponti, danneggiare strade e infliggere danni collaterali alla popolazione civile. Almeno così l'aeronautica può dimostrare la sua "vera" forza e compensare gli anni frustranti del "conflitto a bassa intensità" durante il quale gli uomini migliori e più coraggiosi di Israele avevano dovuto correre dietro a dei ragazzini nei vicoli di Nablus o di Hebron. A Gaza hanno già sganciato cinque di quelle bombe, mentre negli ultimi sei anni ne avevano sganciata solo una.

Potrebbe però anche non bastare ai generali. Alla Tv dichiarano già che "qui in Israele non dovremmo dimenticare Damasco e Teheran". Le esperienze passate ci dicono quello che intendono con questo appello contro la nostra amnesia collettiva.

I soldati prigionieri a Gaza e in Libano sono già stati cancellati dalle priorità israeliane. Si tratta ora di distruggere Hezbollah e Hamas una volta per tutte, non di riportare a casa i soldati. Similmente, nell'estate del 1982, l'opinione pubblica ha totalmente dimenticato la vittima che aveva fornito al governo di Menachem Begin il pretesto per invadere il Libano. Era Shlomo Aragov, l'ambasciatore di Israele a Londra che aveva subito un attentato da parte di un gruppo palestinese. Quell'attacco diede ad Ariel Sharon il pretesto per invadere il Libano e restarci per 18 anni.

In Israele non si accenna a vie alternative di soluzione del conflitto, nemmeno da parte della sinistra sionista. Nessuno avanza idee basate sul buon senso come lo scambio di prigionieri o l'avvio di un dialogo con l'Hamas o con altri gruppi palestinesi, non fosse altro che per concordare una lunga tregua e preparare il terreno per negoziati futuri. Quest'alternativa è già caldeggiata da tutti i paesi arabi, ma purtroppo solo da loro. A Washington, Donald Rumsfeld può aver perduto alcuni dei suoi uomini ma è ancora il Segretario del Dipartimento della Difesa. Per lui, la distruzione totale dell'Hamas e di Hezbollah - a qualunque costo e senza la perdita di vite americane - "vendicherà" la ragion d'essere della Teoria del Terzo Mondo propagandata dal 2001. La crisi attuale è per lui una giusta battaglia contro un piccolo asse del male, lontana dal ginepraio iracheno e preliminare agli obiettivi per ora mancati della "guerra al terrore" - Siria e Iran. Se in una certa misura l'Impero ha fatto un favore al suo socio in Iraq, l'appoggio incondizionato che il Presidente Bush ha dato alla recente aggressione israeliana di Gaza e del Libano ci dice che i risultati stanno per arrivare: adesso il socio dovrebbe venire in aiuto all'Impero in difficoltà.

Hezbollah rivuole il pezzo del Libano meridionale che Israele ancora conserva. Vuole anche avere un ruolo primario nella politica libanese e mostra solidarietà ideologica nei confronti sia dell'Iran sia della lotta palestinese in generale, e di quella islamista in particolare. I tre obiettivi non sono sempre complementari e hanno portato a uno sforzo bellico contro Israele molto limitato negli ultimi sei anni. La completa resurrezione del turismo sul lato israeliano del confine con il Libano dimostra che, a differenza dei generali israeliani, per ragioni loro gli Hezbollah erano soddisfatti di un conflitto a intensità molto bassa.

Se e quando venisse raggiunta una soluzione articolata della questione palestinese, anche quell'impulso si spegnerebbe.

Sconfinare in Israele per centro metri è un'azione di quel tipo. Reagire a un'operazione di così basso profilo con una guerra totale indica chiaramente che quello che conta qui è il disegno complessivo e non il pretesto.

Non c'è nulla di nuovo in questo. Nel 1948 i palestinesi scelsero un conflitto a bassissima intensità quando le Nazioni Unite imposero un trattato che strappò loro metà del territorio e lo diedero a una comunità di nuovi arrivati e di coloni, molti dei quali giunti dopo il 1945. I leader sionisti avevano aspettato a lungo quel pretesto e lanciarono un'operazione di pulizia etnica che espulse metà della popolazione nativa, distrusse metà dei villaggi e trascinò il mondo arabo in un conflitto inutile con l'occidente, le cui potenze stavano ormai uscendo dal colonialismo. I due piani sono collegati: più si espande la potenza militare di Israele, più diventa facile completare il lavoro cominciato nel 1948, la totale dearabizzazione della Palestina.

Non è troppo tardi per fermare i piani israeliani che mirano a creare una nuova terribile realtà sul territorio. Ma la finestra d'opportunità è molto ristretta, e il mondo deve agire finché è in tempo.

Ilan Pappe, studioso israeliano, insegna al Dipartimento di Scienze Politiche dell'Università di Haifa. È l'autore di Storia della Palestina moderna. Una terra, due popoli, Einaudi 2005.

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