lunedì, luglio 31, 2006

Il nuovo volto di Hezbollah/1

Il nuovo volto di Hezbollah
Alla ricerca di una democrazia musulmana

di Helena Cobban
fonte: Boston Review, aprile/maggio 2005

In un paese mediorientale lacerato dalla guerra c'è un partito politico che per 15 anni ha guidato un movimento sempre più efficace per la democratizzazione della vita politica nazionale. Questo partito ha corso in tre tornate elettorali parlamentari dal 1992, vincendo e mantenendo circa il dieci per cento dei seggi. Alla metà degli anni Novanta ha guidato con successo una campagna per reintrodurre la democrazia nelle municipalità del paese, dove non si svolgevano elezioni dal 1963. Quando nel 1998 si sono svolte le elezioni amministrative questo partito ha conquistato il controllo di circa il 15 per cento delle amministrazioni locali contestate. Nella primavera del 2004 è arrivato guadagnare il 21 per cento.

Anche se formalmente democratico dagli anni Quaranta, questo paese ha sempre dovuto affrontare scismi settari e l'infuenza debilitante dei capi-clan locali. In questo contesto, le organizzazioni politiche i cui rappresentanti non si limitano a parlare di democrazia ma la praticano sono molto rare. Anzi, visto che l'obiettivo dell'amministrazione Bush è quello di diffondere la democrazia nel Medio Oriente, in teoria gli Stati Uniti dovrebbero cercare di imparare dai capi di questo partito.

E invece no. Il paese è il Libano e il partito è Hezbollah, un'organizzazione a maggioranza sciita bandita dal governo americano come "organizzazione terroristica straniera" e nota alla maggior parte degli statunitensi solo per le sue ostilità contro obiettivi americani e israeliani. Ma Hezbollah è anche un partito politico esplicitamente islamista che partecipa efficacemente e sapientemente ai processi democratici libanesi. Come tale, è un caso interessante. Inoltre, se da un lato è una formazione politica autenticamente libanese, Hezbollah ha legami duraturi con la politica sciita sia in Iran che in Iraq, e più recentemente con il movimento islamista palestinese a maggioranza sunnita di Hamas. [...] Dunque l'andamento di Hezbollah in Libano può offrire solidi indizi sulle tendenze di queste altre forze emergenti.

Negli ultimi tempi Hezbollah subisce nuovamente le pressioni degli Stati Uniti e della comunità internazionale, principalmente affinché sciolga la consistente milizia che ha mantenuto nel sud del Libano. Hezbollah e il suo alleato, la Siria, sono sembrati sotto pressione soprattutto alla fine di febbraio, quando un moto antisiriano provocato dalla recente uccisione dell'ex premier libanese Rafiq Hariri ha costretto alle dimissioni il nuovo premier filosiriano, Omar Karami. (Ritornato al potere alla metà di marzo 2005).

Ma nonostante quell'apparente battuta d'arresto, Hezbollah ha continuato a essere una presenza significativa sulla scena politica libanese. (Da notare anche che nessuno di coloro che fecero propri gli slogan anti-siriani nelle manifestazioni di piazza di fine febbraio e degli inizi di marzo usò anche slogan anti-Hezbollah. Anzi, diversi leader del movimento anti-siriano sottolinearono la necessità di trovare un modo per continuare a collaborare con Hezbollah).

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Nei mesi di ottobre e novembre scorsi (nel 2004, n.d.T.) ho visitato il quartier generale di Hezbollah in quello che gli abitanti di Beirut chiamano "il Dahiyeh". È il termine arabo che significa "periferia", anche se il Dahiyeh di Beirut è l'insieme di tre grandi municipalità che si trovano a ridosso del confine meridionale della città. Il Dahiyeh è un punto focale per i musulmani sciiti del Libano. Alcune delle istituzioni più potenti della comunità, compreso Hezbollah e la rete dei gruppi socio-assistenziali guidati dal leader religioso riconosciuto, il sessantanovenne Ayatollah Muhammad Hussein Fadlullah, formatosi a Najaf, hanno qui il loro quartier generale. Ed è qui che alla metà e alla fine degli anni Ottanta furono tenuti in stato di degradante prigionia gli ostaggi americani e occidentali catturati dai militanti sciiti, alcuni dei quali erano legati in un modo o nell'altro a Hezbollah. La via del Dahiyeh in cui si trovano molti degli uffici di Hezbollah prende ora il nome dal primo capo del partito, lo sceicco Ragheb Harb, assassinato da Israele nel 1984.

Quando lavoravo in Libano alla fine degli anni Settanta, quasi tutto il Dahiyeh era una vasta baraccopoli, che scoppiava sotto la pressione di centinaia di migliaia di sciiti appena giunti. Alcuni erano in fuga dalla povertà di aree tradizionalmente sciite attorno a Baalbek, nella zona orientale del Libano. Altri erano scappati dagli intensi combattimenti tra israeliani e palestinesi
a Jebel Amel, un'area tradizionalmente sciita del Libano meridionale. Altri ancora erano doppiamente sfollati, essendo fuggiti prima dal Libano orientale o meridionale e poi ancora da uno dei grandi sobborghi di Beirut est in cui i musulmani erano stati oggetto dell'epurazione da parte delle milizie cristiane falangiste nel 1975 e nel 1976.

Oggi sulle vie congestionate del Dahiyeh si stipano affollati condomini di sette-otto piani. Poche delle donne che camminano per le strade indossano l'hijab integrale, anche se molte portano sulla testa delle sciarpe acconciate secondo lo stile islamico. Altre non portano alcun copricapo. A mezzodì, anche durante il Ramadan, le vie brulicano di gente che fa acquisti e di bambini che si riversano sulle strade dagli scuolabus. Lungo i marciapiedi affollati sono stati piantati alcuni alberi smilzi.

Negli anni Settanta passavo molto tempo nelle sedi dei partiti libanesi e delle fazioni palestinesi. Era così che si facevano le interviste, a quel tempo. Il funzionario in questione di solito sedeva dietro a una scrivania; nella stanza erano allineate file di sedie, e la gente andava e veniva. Era possibile (o anche no) avvicinarsi gradualmente per fare delle domande al funzionario.

Quando lasciai il Libano, nel 1981, Hezbollah non esisteva nemmeno.

I tempi sono cambiati. Durante la mia prima visita a Hezbollah, lo scorso autunno, fui accolta da Mohamad Afif, che dirigeva l'ufficio per i rapporti con i media ed era membro di un politburo composto da 11 uomini, e che mi organizzò una serie di interviste. I funzionari che incontrai erano tutti uomini, anche se in altri uffici del partito lavorano delle donne. I funzionari che incontrai erano tutti laici e tutti indossavano una versione semplificata di completi occidentali, ma senza cravatta (come in Iran). Non mi stringevano la mano; erano solleciti ma cauti. Era comprensibile, giacché decine di leader e ufficiali di Hezbollah erano stati assassinati da Israele negli ultimi 20 anni e questi uomini non mi avevano mai vista prima.

“Z.H.”, che mi chiese di essere descritto semplicemente come "una fonte vicina a Hezbollah", mi parlò della strategia del partito nel muoversi nel problematico sistema politico democratico libanese. A livello parlamentare, il blocco guidato da Hezbollah ha ora 12 deputati su 128, compresi, come tenne a sottolineare Z.H., "due sunniti e un cristiano". Anche se Hezbollah ha mantenuto un blocco parlamentare di circa queste dimensioni sin dal 1992, finora non ha ambito a posti ministeriali. Z.H. mi spiegò perché:

Crediamo che un partito di governo dovrebbe influenzare il suo intero programma... ma in Libano non è possibile perseguire il programma del proprio partito nel governo perché i governi sono sempre formati da coalizioni. Altrove, è possibile avere un solo partito nel governo, con un unico programma. E allora è più facile ritenere responsabile il partito.
E poi ci sono le aspettative della gente. Noi rappresentiamo una grossa fetta del popolo. Ma facendo parte di un governo così impotente si indebolisce la propria reputazione. In Libano c'è corruzione ovunque. Le istituzioni devono essere completamente rinnovate. Ciò è molto difficile e richiederà tempo.
Inoltre la struttura politica qui è ancora settaria. In questo sistema le persone non sono guidate dalla ragione ma dalle passioni e dal tribalismo. Crediamo che la maggior parte degli altri politici agiscano come capi-tribù, richiamandosi ai loro interessi settoriali, più che come cittadini.
E così ci appare difficile entrare nel governo, attualmente, e limitarci a ereditare gli svantaggi che derivano da questo stato di cose.

Z.H. ha ragione quando si riferisce agli ostacoli alla formazione di un governo responsabile in Libano. Un rigido sistema di quote settarie ha continuato a persistere anche dopo l'Accordo di Taef del 1989, che (più o meno) pose fine a 14 anni di guerra civile. Taef in effetti aupicò lo smantellamento del sistema "confessionale" del paese, ma nel contempo decretò la sua perpetuazione fissando il requisito che il presidente fosse cristiano maronita, il primo ministro sunnita e il presidente del parlamento uno sciita. (Quest'ultimo ruolo è occupato da Nabih Berri, stretto alleato della Siria e capo dell'altro principale partito sciita libanese, Amal). Ministeri e seggi parlamentari sono assegnati secondo una distribuzione ancora più attenta tra i 15 sottogruppi religiosi ed etnici del paese.

Le elezioni amministrative del 1998, svoltesi secondo il sistema "un uomo, un voto", crearono maggiori opportunità per il governo democratico a livello locale. Z.H. mi disse che, dove Hezbollah aveva vinto le elezioni amministrative,

Abbiamo cercato di riformare le istituzioni, e in alcuni casi ci siamo riusciti. Abbiamo cercato di imparare come governare in coalizioni con altri partiti, per rendere un servizio migliore alla gente... È importante che i governi locali possano lavorare a beneficio di tutti, indipendentemente dalla religione o dall'etnia. Sa, abbiamo un detto che dice "la persona migliore è quella che si mette al servizio degli altri". La gente conta sulla capacità dei nostri membri e dei nostri alleati di fornire dei buoni servizi perché non lo fanno in modo corrotto. Noi facciamo molta attenzione a questo.

Questo richiamo alla tradizione islamica fu l'unico riferimento religioso che sentii citare da Z.H. o da altre persone legate a Hezbollah in oltre tre ore di intense discussioni politiche. Anzi, i discorsi di questi uomini sembravano eccezionalmente incentrati sul buon governo, sull'equità civile e sulla legge più che sulla teologia.

Ghaleb Abu Zeinab è il leader del politburo responsabile dei rapporti di Hezbollah con le comunità non sciite di Hezbollah. Giacché gli sciiti costituiscono probabilmente solo meno della metà della popolazione libanese, questo compito è sempre stato molto importante. Abu e il suo leader, il quarantaquattrenne segretario generale di Hezbollah, Sayyed Hassan Nasrallah, lo hanno svolto con grande abilità. Come Like Z.H., Abu Zeinab sottolineò l'importanza del costruire un senso di cittadinanza comune, e anche legami di comprensione reciproca tra le diverse comunità religiose del paese. "Abbiamo sempre vissuto insieme qui in Libano", disse. Attribuì la responsabilità di molte delle crisi che avevano danneggiato il paese nei decenni passati principalmente a "circostanze esterne", anche se riservò delle critiche ai maroniti:

La fine della Guerra Fredda ci ha consentito di cominciare a tornare alla normalità. Però questo non risolse tutti i nostri problemi... I maroniti videro l'Accordo di Taef come una grande sconfitta. Ma non lo fu, perché rappresentava il vero equilibrio, più o meno. Tuttavia, tra la loro delusione e la crisi economica che attraversammo negli anni Novanta, ci fu una grande emigrazione di maroniti e di cristiani. Inoltre boicottarono le elezioni parlamentari del 1992 e del 1996.

Quell'emigrazione ha influenzato in modo complesso il progetto politico di Hezbollah. "Se si andasse a vedere chi è registrato come cittadino libanese", disse Abu Zeinab, “si vedrebbe che i musulmani sono lievemente più numerosi dei cristiani. Tuttavia il 30 % dei cristiani si trova fuori del paese... Sì, i cristiani hanno paura del sistema un uomo-un voto. Ecco perché non lo abbiamo ancora, anche se Taef auspicava esplicitamente la fine del sistema di governo 'confessionale'".

Disse però che Hezbollah non intendeva imporre ai cristiani il sistema un uomo-un voto:

Se vogliamo arrivare alla democrazia completa bisogna che tutti siano convinti dei suoi benefici, e che non abbiano paura di essere battuti. Inoltre consideriamo un buon esempio la coesistenza tra diverse confessioni che abbiamo qui, e non vogliamo eliminarla. Un sistema di "maggioranza-minoranza" qui sarebbe esplosivo. Quindi manterremo questo equilibrio confessionale che abbiamo, per il momento. Ma non so cosa accadrà nei prossimi 20 anni.
Il nostro principio religioso è servire la gente. Quindi abbiamo cercato di presentare un esempio positivo in tutte le municipalità in cui abbiamo vinto... E na abbiamo anche di grandi: Nabatieh, Baalbek, Hermel.
Abbiamo rappresentato un esempio nuovo, e questo ha aumentato la nostra popolarità... Noi diciamo che i nostri sindaci devono servire tutti i loro cittadini piuttosto che limitarsi a servire il partito.
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(continua)

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