domenica, luglio 23, 2006

Noam Chomsky su Gaza e il Libano

Dall'intervista a Noam Chomsky apparsa su Democracy Now il 14 luglio scorso (l'originale, qui):

AMY GOODMAN: Può parlarci di quello che sta accadendo ora, in Libano e a Gaza?

NOAM CHOMSKY: Naturalmente non ho informazioni da fonti interne, oltre a quelle di cui disponete anche voi e i vostri ascoltatori. Per cominciare con quello che sta succedendo a Gaza... beh, fondamentalmente lo stadio attuale (ma c'è molto di più) comincia con l'elezione di Hamas, alla fine di gennaio. Israele e gli Stati Uniti annunciarono che avrebbero punito il popolo palestinese per aver votato in modo sbagliato nel corso di libere elezioni. E la punizione è stata dura.

Questa ha avuto luogo parzialmente a Gaza e in modo più velato ma perfino più estremo in Cisgiordania, dove Olmert ha annunciato il suo programma di annessione, quello che è stato eufemisticamente chiamato "convergenza" e descritto spesso come "ritiro", ma di fatto è la formalizzazione del programma di annessione delle terre fertili, della maggior parte delle risorse (acqua inclusa) della Cisgiordania, cantonizzando e imprigionando il rimanente territorio, visto che Olmert ha anche annunciato che Israele si sarebbe preso la Valle del Giordano. Ecco, quel progetto va avanti senza episodi estremi di violenza e senza che se ne parli molto.

Per quanto riguarda Gaza, l'ultima fase è cominciata il 24 giugno, quando Israele ha rapito due civili di Gaza, un dottore e suo fratello. Non conosciamo i loro nomi. Non si conoscono, i nomi delle vittime. Sono stati portati in Israele, presumibilmente, e nessuno sa che fine abbiano fatto. Il giorno dopo invece è accaduto un episodio di cui al contrario sappiamo moltissimo. A Gaza dei militanti, probabilmente appartenenti alla Jihad islamica, hanno rapito un soldato israeliano oltre il confine, il caporale Gilad Shalit. E questo fatto è risaputo da tutti, mentre il primo rapimento non lo è. Poi è seguita l'escalation degli attacchi israeliani a Gaza, sui quali non occorre che mi soffermi, perché è stato già detto molto.

La fase successiva è stata il rapimento di due soldati israeliani da parte dell'Hezbollah, avvenuto a quanto si dice sul confine. Il motivo ufficiale è che mirano al rilascio di prigionieri. Ce ne sono alcuni, nessuno sa precisamente quanti. Ufficialmente, ci sono tre prigionieri libanesi in Israele. Si dice che le persone scomparse siano circa duecento. Dove si troveranno?

Ma la vera ragione, e credo che gli analisti concordino su questo, è che... leggo dal Financial Times che ho proprio sotto gli occhi, "La tempistica e le proporzioni dell'attacco suggeriscono che è parzialmente inteso a ridurre la pressione sui palestinesi costringendo Israele a combattere su due fronti simultaneamente". David Hearst, che conosce bene quest'area, descrive l'azione come una dimostrazione di solidarietà nei confronti di un popolo che soffre, un'impulso a compattarsi.

Badate, è un atto davvero irresponsabile. Sottopone i libanesi alla possibilità, anzi alla certezza, di conseguenze violente e forse estreme. Io spero che possa ottenere qualche risultato, nella questione secondaria del rilascio di prigionieri o in quella primaria di qualche forma di solidarietà con il popolo di Gaza, ma non considero altamente probabile questo secondo caso.

JUAN GONZALEZ: Noam Chomsky, sulla stampa è stato dato risalto all'Iran e alla Siria come architetti di ciò che sta succedendo ora in Libano. Che ne pensa di queste analisi che sembrano in un certo senso minimizzare il movimento di resistenza attribuendo le responsabilità all'Iran?

NOAM CHOMSKY: Beh, il fatto è che non abbiamo informazioni in questo senso, e dubito molto che coloro che ne scrivono le abbiano. E francamente dubito che i servizi segreti degli Stati Uniti abbiano anch'essi delle informazioni. È certamente plausibile. Voglio dire, non c'è dubbio che ci siano dei collegamenti, probabilmente dei legami anche forti, tra Hezbollah, Siria e Iran, ma penso che non ci sia la più pallida idea se e come questi collegamenti abbiano motivato le azioni recenti. Si può immaginare quello che si vuole. È una possibilità, anzi, addirittura una probabilità. Ma d'altro canto ci sono tutte le ragioni per credere che Hezbollah abbia le sue motivazioni, forse proprio quelle indicate da Hearst, dal Financial Times e da altri. Anche questo sembra plausibile. Molto più plausibile, anzi.

AMY GOODMAN: Si è detto perfino che Hezbollah potrebbe mandare in Iran i soldati israeliani catturati.

JUAN GONZALEZ: Beh, Israele dice di avere le prove che stava per succedere. Ecco perché sta tentando il blocco navale e ha bombardato l'aeroporto.

NOAM CHOMSKY: Lo dicono. È vero. Ma lo ripeto, non abbiamo le prove. Quello che dice uno stato che sta mettendo in atto attacchi militari non vale molto, in termini di credibilità. Se hanno le prove, sarebbe interessante vederle. E potrebbe succedere. Ma anche se succedesse, non proverebbe molto. Ovunque tengano i prigionieri, nel momento in cui gli Hezbollah decidessero che non possono tenere i soldati in Libano per le proporzioni degli attacchi israeliani, potrebbero mandarli da un'altra parte. Sono scettico sul fatto che Siria e Iran possano volerli, o anche sul fatto che possano farli arrivare lì, ma potrebbero volerlo fare.

AMY GOODMAN: Volevo anche chiederle che ne pensa del commento dell'ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite. Ha difeso le azioni di Israele come una reazione giustificata. Dan Gillerman.

DAN GILLERMAN: In questi giorni difficili invito voi e i miei colleghi a farvi questa domanda: cosa fareste se i vostri paesi si trovassero ad essere attaccati così, se i vostri vicini si infiltrassero attraverso i confini per rapire la vostra gente, se venissero lanciate centinaia di razzi contro le vostre città e i vostri villaggi? Ve ne stareste con le mani in mano o fareste esattamente quello che sta facendo Israele in questo momento?

AMY GOODMAN: Queste erano le parole di Dan Gillerman, l'ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite. Noam Chomsky, la sua risposta?

NOAM CHOMSKY: Si riferiva al Libano più che a Gaza.

AMY GOODMAN: Sì.

NOAM CHOMSKY: Già. Beh, ha ragione sul fatto che sono state sparate centinaia di razzi, e ovviamente questo va fermato. Ma non ha detto, o almeno non in questo intervento, che i razzi sono stati sparati dopo i pesanti attacchi di Israele contro il Libano, che hanno ucciso... beh, secondo le ultime notizie [l'intervista risale al 14 luglio, n.d.t.] almeno una sessantina di persone e hanno distrutto molte infrastrutture. Come sempre, le cose avvengono secondo un certo ordine, e bisogna decidere qual è stato l'evento scatenante. Secondo me, l'evento scatenante nel caso attuale, o meglio gli eventi, sono quelli che ho nominato: la costante intensa repressione; i molti rapimenti; le molte atrocità inflitte a Gaza; l'annessione della Cisgiordania, che se continuerà corrisponderà all'assassinio di una nazione, alla fine della Palestina; il rapimento il 24 giugno dei due civili a Gaza; e poi la reazione e il rapimento del caporale Shalit. E c'è differenza, tra l'altro, tra il sequestro di civili e il sequestro di soldati. Anche la legislazione internazionale in materia umanitaria fa quella distinzione.

AMY GOODMAN: Può dirci in cosa consiste quella distinzione?

NOAM CHOMSKY: Se è in corso un conflitto, a parte la guerra vera e propria, non in un conflitto militare, il rapimento... se vengono rapiti dei soldati devono essere trattati umanamente. Ma non è un crimine al livello della cattura di civili che vengono poi portati attraverso il confine nel proprio paese. Questo è un crimine molto grave. E di quel crimine non si è parlato. E ricordatevi che... insomma, non devo essere io a dirvi che ci sono continui attacchi a Gaza, che è fondamentalmente una prigione, un'enorme prigione, sotto costante attacco: strangolamento dell'economia, attacco militare, omicidi, e così via. Se paragonata a questo, la cattura di un soldato, comunque si veda la cosa, non si colloca in alto sulla scala delle atrocità.

[...]

AMY GOODMAN: Quanto pesano gli Stati Uniti sulla situazione in Libano e Gaza?

NOAM CHOMSKY: [...] Gli Stati Uniti considerano Israele una loro propaggine militarizzata, lo proteggono da critiche e reazioni e appoggiano passivamente o apertamente la sua espansione, i suoi attacchi contro i palestinesi, la sua progressiva acquisizione di ciò che rimane del territorio palestinese, e le sue gesta tese a realizzare di fatto un commento che Moshe Dayan fece all'inizio degli anni Settanta quando era responsabile dei Territori Occupati. Disse ai suoi colleghi ministri che avrebbero dovuto dire ai palestinesi che per loro non c'era una soluzione, che avrebbero vissuto come cani, e che chi voleva andarsene era libero di farlo. La loro politica è fondamentalmente quella. E presumo che gli Stati Uniti continueranno ad assecondarla in un modo o nell'altro.

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