giovedì, novembre 23, 2006

La guerra di propaganda di Israele

Israele alza la posta nella guerra di propaganda
In seguito all'invasione del Libano, quest'estate, Israele pare aver perso gran parte della battaglia di pubbliche relazioni contro Hezbollah, ma forte di una massiccia offensiva sul web sta contrattaccando.

Stewart Purvis
Lunedì 20 Novembre 2006
The Guardian
Traduzione di Andrej Andreevič

Amir Gissin guida quello che chiama il "Dipartimento Israeliano delle Spiegazioni". Per questo è sorprendente sentirlo ammettere che molti israeliani pensano che "il problema è che non ci spieghiamo correttamente".

La scorsa settimana, quando al-Jazeera ha lanciato un punto di vista arabo nelle case degli anglofoni di tutto il mondo, Gissin era sotto pressione. Alla conferenza David Bar Ilan sui media e il Medio Oriente si è trovato davanti ad una platea di israeliani scontenti della maniera in cui la battaglia della propaganda con Hezbollah era stata combattuta e persa durante la guerra in Libano. Volevano sapere come avrebbero potuto fare di meglio in futuro, dato che molte persone in Israele sembrano pensare che ci sarà presto una prossima volta contro Hezbollah.
Gissin ha detto che le parole del suo portavoce di lingua inglese non potevano competere con la forza delle immagini dei civili uccisi negli attacchi israeliani su città libanesi come Qana. E il parlamento israeliano non ha intenzione di spendere soldi per una versione israeliana di al-Jazeera.

Ma Gissin non era abbattuto. Ha dichiarato che sarebbe nata una "guerra sul web" nella quale Israele aveva una nuova arma, un software chiamato "internet megaphone".
"Durante la guerra abbiamo avuto l'opportunità di fare alcune cose molto buone con la comunità del megaphone", ha rivelato alla conferenza. Tra queste, ha sostenuto, aver contribuito ad ottenere l'ammissione da parte della Reuters che un fotografia di Beirut era stata ritoccata da un fotografo libanese che aveva aggiunto del fumo all'immagine. Il primo ad averlo notato era stato il blogger americano Charles Johnson, che ha vinto un premio per "la promozione di Israele e del Sionismo".

Per provare il potere del megafono, lo scorso mercoledì pomeriggio mi sono loggato in un sito chiamato GIYUS (Give Israel Your United Support) (Date ad Israele il vostro sostegno unito). Più di 25000 utenti registrati di www.giyus.org hanno scaricato il software del megafono, che permette loro di ricevere avvisi per l'attivismo online.
Non c'è voluto molto perché mi arrivasse un avviso. Il sottosegretario agli esteri britannico, Kim Howells, aveva diffuso una dichiarazione di condanna dell'attacco palestinese che quel giorno aveva causato la morte di un anziano israeliano e il ferimento di altri civili. Il GIYUS voleva che gli utenti del sito mostrassero il proprio apprezzamento per la risposta britannica.
Un click mi ha portato ad un'e-mail preparata e indirizzata a Howells, con uno spazio nel quale potevo scrivere un mio commento. Un test mi confermava che l'email sarebbe arrivata al suo ufficio, come se gliel'avessi scritta dopo aver letto la sua dichiarazione su un sito, in questo caso Yahoo, e avessi deciso di mandargli il mio messaggio di approvazione. Nelle email non c'erano indicazioni del coinvolgimento del GIYUS, anche se Howells avrebbe potuto insospettirsi del fatto che così tante persone nel mondo avessero letto lo stessa notizia di Yahoo su di lui e deciso di mandargli un'email. Il ministero degli esteri ha confermato di aver ricevuto le email lo scorso mercoledì, ma non ha fornito altri dettagli.

Il bersaglio più popolare degli attivisti online sono i media stranieri, specialmente la BBC, l'organo di informazione che più amano odiare. Quest'anno ho fatto parte di un consiglio indipendente costituito dai dirigenti della BBC per controllare la copertura del conflitto israelo-palestinese da parte dell'emittente. Abbiamo riportato l'alto numero di e-mail che avevamo ricevuto dall'estero, principalmente dal nordamerica, e la prova del coinvolgimento di gruppi di pressione. La maggioranza delle email sostenevano che la BBC fosse anti-Israele, ma escludendo le email che potevano essere identificate come provenienti dall'estero, si confermava la tendenza opposta – la maggioranza delle persone pensava che la BBC fosse antipalestinese e proisraeliana.

La BBC ha già avuto un incontro con il GIYUS – un tentativo di influenzare il risultato di un sondaggio online. BBC History aveva notato un'impennata dei voti alla domanda se la negazione dell'Olocausto fosse da considerare reato nel Regno Unito. Ma la data finale era scaduta e i risultati erano già stati pubblicati, quindi i voti erano comunque non validi. I sostenitori del GIYUS affermano anche di essere riusciti a "bilanciare" un sondaggio su un sito arabo trasformando un voto di condanna dell'attacco di Israele contro il Libano in un voto di sostegno.
Per alcuni sostenitori di Israele un obiettivo primario della loro guerra del web consiste nel tentativo di screditare i servizi giornalisitici stranieri che considerano ostili, specialmente quelli che contengono immagini iconiche.

Un bersaglio specifico è stato lo stimato inviato televisivo francese, Charles Enderlin, il cui cameraman palestinese aveva ripreso il dodicenne Mohamed al Dura che veniva colpito e ucciso mentre suo padre tentava di proteggerlo, all'inizio della seconda intifada. Enderlin accusò le truppe israeliane di aver sparato e ucciso il ragazzo. I sostenitori francesi di Israele si sono fatti sentire in rete affermando che il racconto era una distorsione basata su una finta ripresa. Il suo network, France 2, ha risposto con un'azione legale e, il mese scorso, nel primo di quattro casi, un tribunale francese ha dichiarato colpevole di diffamazione l'organizzatore di un piccolo sito internet che si occupa del monitoraggio dei media.

Un altro obiettivo in rete è stato la ripresa televisiva di una strage sulla spiaggia di Gaza avventa quest'anno. Una bambina palestinese era stata filmata mentre piangeva accanto ai cadaveri dei suoi familiari, uccisi da quello che secondo i palestinesi era fuoco d'artiglieria israeliano. Quando ho menzionato l'impatto di queste immagini alla conferenza della scorsa settimana, i membri del pubblico hanno gridato alla messinscena.
Dopo la conferenza una persona mi ha raggiunto per suggerire che la famiglia poteva essere morta altrove e che i loro corpi potevano essere stati spostati sulla spiaggia appositamente per la ripresa. Per esempio, dov'era il sangue? Ho risposto che avevo visto il filmato completo girato dal cameraman e che alcune immagini erano troppo forti per essere mostrate.

È chiaro che il governo di Israele vuole contrastare l'impatto di immagini come queste fornite dai media stranieri. Amir Gissin ha parlato di progetti per far arrivare video israeliani su siti come YouTube, che vede come "formatori" di opinioni. E suo cugino, il Dottor Ra'anan Gissin, ex consigliere di Ariel Sharon per i media, ha fatto circolare il concetto che bisogna mettere a disposizione del paese il potere delle immagini per essere pronti ai conflitti futuri. Riferendosi agli avversari di Israele, ha formulato l'idea nella sua tipica maniera esplicita: "Devi fagli una foto prima di sparargli". ("You need to shoot a picture before you shoot them").

Stewart Purvis è professore di giornalismo televisivo alla City University di Londra. È ex capo esecutivo e redattore capo della ITN.

Originale: The Guardian

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