mercoledì, novembre 29, 2006

Riflessioni sull'ultranazionalismo arabo e iraniano

Riflessioni sull'ultranazionalismo arabo e iraniano
di Arshin Adib-Moghaddam

Traduzione dall'inglese di Andrej Andreevič

Gli studiosi critici del nazionalismo etnicamente codificato sarebbero d'accordo: propagare la gloria della "nostra" razza o cultura quasi sempre richiede la soppressione dello status di razza o cultura che è rappresentato dall'altro. L'Asia occidentale non fa eccezione. Le politiche dell'identità araba e iraniana hanno ostacolato, pervertito e smembrato il pensiero comunitario per lunghi periodi del ventesimo secolo. Oggi, alcune delle pericolose eredità del pensiero ultranazionalista stanno risorgendo il Iran, Iraq e nel resto dell'Asia occidentale, a scapito delle relazioni simbiotiche tra i popoli della regione.

È vero, il nazionalismo iraniano ha raggiunto il suo nadir durante gli anni dell'esaltazione rivoluzionaria, dal momento che era legato agli eccessi della dinastia Pahlavi. Ma la mummia del nazionalismo è tornata indossando una nuova veste. Per alcuni accoliti dell'utopia dell'Iran Persiano, funziona come un'arma contro il messaggio e il simbolismo del comunitarismo islamico contenuto nella costituzione iraniana. Per altri, incluso il presidente Ahmadinejad, è una scorciatoia per ottenere il supporto della risorgente borghesia iraniana. Lo sciovinismo contro gli arabi continua a guidare il pensiero di alcuni commentatori iraniani, specialmente della diaspora. I poteri latenti di queste costruzioni ideologiche profondamente internalizzate, sembrano non scomparire alla caduta degli stati che su queste si basano. Il "persianismo" allevato dai Pahlavi è sopravvissuto all'internazionalismo innescato dalla Rivoluzione islamica nel 1979.

Gli antecedenti dell'ultranazionalismo iraniano possono essere rintracciati negli scritti del tardo diciannovesimo secolo di figure come Mirza Fath Ali Akhunzadeh e Mirza Aqa Khan Kermani. Dimostrando affinità con la visione orientalista della supremazia dei "popoli indoeuropei" e della mediocrità della "razza semita", il discorso nazionalista idealizzò l'Impero Persiano pre-islamico, mentre negava l'islamizzazione della Persia da parte delle forze musulmane. L'ultranazionalismo iraniano ebbe il suo apice durante la dinastia Pahlavi. La decadente celebrazione, voluta dallo Scià, dei 2500 anni dell'Impero Iraniano a Persepoli nel 1971 e l'abbandono del calendario solare basato sull'anno dell'Egira in favore di uno su base imperiale esemplifica la sua aderenza all'idea di persianismo e le sue connotazioni antiislamiche.

In virtù di questa sua ideologia ultranazionalista, l'Iran di Pahlavi aveva bisogno dell'"altro arabo" per essenzializzare il sé iraniano. Distinguendo il gruppo "iraniano-ariano" da quello "arabo-semitico", farebbe notare uno psicologo politico, si riuscì a enfatizzare la superiorità dell'eredità iraniana pre-islamica e a sottovalutare l'identità islamica della popolazione iraniana. Questo fallimento nel forgiare un'identità esclusiva era un anatema per le relazioni comunitarie con i paesi vicini. Non sorprende che alcuni governi arabi percepissero l'aggressivo potenziamento dello scià sotto l'ala protettiva degli Stati Uniti, le pretese territoriali nei confronti del Bahrein abbandonate solo dopo un voto plebiscitario tenuto nello sceiccato contro l'unificazione con l'Iran, e l'annessione nel 1971 di metà dell'isola Abu Musa (controllata dallo sceiccato di Sharijah) e di Tonb-e Bozorg e Tonb-e Kuchak (sottraendole al controllo del rais al-Khaimah) come parte di una grande strategia per "iranizzare" l'area. Questo potrebbe non essere stato parte delle ambizioni dello Scià, ma la sua adesione alla retorica sciovinista diede a tutti il segnale sbagliato. Infine, tutto questo ha allargato la distanza tra i popoli della regione e inibito l'istituzionalizzazione di un'architettura regionale di sicurezza – un tentativo necessario che fino ad oggi non è stato messo in atto.

L'adozione della Weltanschauung nazionalista di tipo europeo nel contesto iraniano era comparabile, benché non identica, all'evoluzione ideologica dell'ultranazionalismo arabo. Mentre la variante iraniana mostrava forti affinità con la nozione francese di supremazia indoeuropea elaborata da Ernest Renan, il ramo del nazionalismo arabo sviluppato da Sati Khaldun al-Husri e istituzionalizzato nel partito Ba'ath (rinascita) di Michel Aflaq era più vicino alla tradizione del romanticismo tedesco. Seguendo l'idea di Johann G. von Herder di una Kulturnation, cioè una comunità culturale che trascende il confine dello stato (idea successivamente sviluppata da Johann Gottlieb Fichte), al-Husri sviluppò l'idea che l'"ummah araba" era una nazione culturale tenuta assieme da un linguaggio nazionale comune e che condivideva un folklore comune.

Come il nazionalismo dei Pahlavi, che nei periodi di crisi elaborava resoconti insidiosamente razzisti, anche l'"arabismo" ebbe le sue aberrazioni. In nessun luogo il processo di radicalizzazione dell'arabismo era più accentuato che nell'Iraq di Saddam Hussein dove l'antiiranismo (a fianco dell'antiimperialismo e all'antisemitismo) diventò un pilastro ideologico dello stato ba'athista. Pamphlet come "Tre che Dio non avrebbe dovuto creare: persiani, ebrei e mosche", libri quali Judhur al-'ada al-Farsi li-l-umma al-'Arabiyya [Storia dell'odio persiano verso gli arabi], serie intitolate Judhur al-'ada al-Farsi li-l-umma al-'Arabiyya [Le radici dell'ostilità persiana verso la nazione araba] e proverbi come Ma hann a'jami 'ala 'Arabi [Un ajam, persiano, non avrà pietà di un arabo] ritraevano ripetutamente gli iraniani come crudeli e senza pietà, i massimi portatori della shu'ubyya, posseduti da un "mentalità persiana distruttiva" (aqliyya takhribiyya). Nacque il mito che l'odio verso gli arabi fosse parte integrante del carattere persiano e che il suo attributo razziale non fosse cambiato dai giorni dell'islamizzazione dell'Impero Sassanide nel settimo secolo prima di Cristo. Non c'è da meravigliarsi che Saddam Hussein avesse ordinato nel 1977 la creazione dell'"Ufficio del Golfo Arabo". Diffondendo mappe che designavano il Golfo come Khaliji Basra (Golfo di Bassora) o Khalij al-'arabi (Golfo Arabo), Saddam Hussein reclamava un ruolo preminente nella regione richiamandosi ad un sentimento nazionalista arabo (iraq-centrico) con sentimenti antiiraniani.

Il fenomeno del discorso ultranazionalista in Iran e Iraq qui segnalato a grandi tratti è un esempio di invenzione delle nazioni e degli stati nazione, esaminato tra gli altri da Ernest Gellner e Eric Hobsbawm. Il nazionalismo era un mezzo per mobilitare il supporto della popolazione e simbolo della legittimità dei regimi autoritari al potere. Per creare le identità statali nascenti, le differenze furono accentuate e i punti in comune ignorati, rafforzando l'inventata dicotomia "sé"-"altro" tra iraniani e arabi. In entrambi i contesti, il nazionalismo aveva fini politici. Per gli ultranazionalisti iraniani, la rappresentazione dell'"altro arabo" serviva ad accentuare la distinzione e la "naturale" affinità del paese con l'occidente. L'ultranazionalismo arabo, d'altro canto, era invocato come strategia politica per escludere l'Iran dall'arena delle politiche interarabe.

L'attuale progetto di costruzione dello stato iracheno e la battaglia sulla direzione della rivoluzione islamica in Iran hanno portato a riaprire la vasta fossa comune delle ideologie fallite nell'Asia occidentale. In Iran, l'eredità comunitarista islamica lasciata dall'Ayatollah Khomeini fino ad ora è utilizzata per esperimenti ultranazionalisti, ma non vi è certezza che lo stato iraniano non possa essere costretto a invocare nuovamente il nazionalismo radicale in periodi critici (come è successo durante la guerra con l'Iraq). Non si sa neppure se la reinvenzione dello stato-nazione iracheno possa richiedere la rievocazione di simboli e immaginari dell'"arabismo" e dei suoi precetti antiiraniani a un certo stadio del processo di costruzione dello stato. Però c'è stato un forte incoraggiamento in questo senso.

Considerate il punto di vista del re Abdullah, che sostiene di avere un "reale problema a causa dell'influenza di certe fazioni politiche iraniane all'interno dell'Iraq" e la sua dichiarazione per cui "l'Iraq è il campo di battaglia dell'occidente contro l'Iran". Considerate anche la dichiarazione del principe Saud al-Faisal per cui "l'Iraq è stato effettivamente consegnato nelle mani dell'Iran" (frase che ha fatto sì che il ministro degli interni iracheno lo abbia definito "un beduino seduto su un cammello", descrivendo la famiglia al-Saud come "tiranni che credono di essere re e Dio"). Simili punti di vista sulla presenza iraniana nell'Asia occidentale sono espresse anche da Ehud Olmert, l'amministrazione Bush, Hosni Mubarak, Ayman al-Zawahiri, Osama bin Laden, e altri che hanno o cercano affermazioni politiche nella regione e oltre. Anzi, il sospetto riguardo i progetti iraniani nell'Asia Occidentale non potrebbe aver motivato Arabia Saudita, Egitto e Giordania a sostenere gli sforzi statunitensi e israeliani per prolungare i negoziati per il cessate il fuoco dopo l'invasione israeliana del Libano, quest'estate? La risposta è si, credo.

Per fortuna, non tutti i segnali sono cupi. La scelta del film acclamato dalla critica Half Moon – diretto dall'iraniano Bahman Qobadi e coprodotto da Iraq, Iran, Austria e Francia – come proposta irachena per gli Oscar di quest'anno è l'ultimo segnale che sta succedendo qualcosa di notevole nelle sfere culturali. Senza dubbio, ci sono indissolubili legami transnazionali tra iracheni e iraniani, radicati nelle somiglianze (per esempio l'antica minoranza iraniana in Iraq, gli esiliati iracheni e i rifugiati in Iran) e nella religione (la rete di istituzioni, fondazioni e seminari che collegano Qom e Mashhah a Kerbala e Najaf). Ma le incertezze rimangono. L'ultranazionalismo in Asia occidentale è ancora un luogo comune, che avrebbe dovuto diventare obsoleto ma non è ancora successo? O possiamo entrare finalmente in una nuova era di impegno intellettuale libero dalle ideologie esclusiviste del passato? Penso che a questo punto abbiamo forse più speranza che sicurezza sul fatto che le élite regionali abbiano imparato le lezione dei brutti giorni dell'esaltazione nazionalista. Ricordate la lezione storica di Ibn Khaldun: lo sviluppo dello stato-nazione (dawla) contiene gli elementi della propria distruzione. Solo una più alta forma di comunità trascendentalmente definita ('asabiyya) può assicurare una coesione della sua struttura a lungo termine.

Arshin Adib-Moghaddam è l'autore di The International Politics of the Persian Gulf: A Cultural Genealogy [Le politiche internazionali del Golfo Persiano: una genealogia culturale] (London: Routledge, 2006). Insegna relazioni internazionali all'università di Oxford.

Originale: http://mrzine.monthlyreview.org/aam201106.html

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