sabato, dicembre 09, 2006

Arabia Saudita e Iran/Capitalismo folle, di Stan Goff

Arabia Saudita e Iran/Capitalismo folle
di Stan Goff

traduzione di Andrej Andreevič

Linko qui due articoli da Asia Times, uno di M. K. Bhadrakumar, e uno di Gabriel Kolko. Kolko è il secondo, e amplia il contesto della microanalisi di Bhadrakumar della risistemazione del Medio Oriente.
M. K. Bhadrakumar è stato diplomatico di carriera nel servizio estero indiano per più di 29 anni, con ruoli come ambasciatore in Uzbekistan (1995-98) e Turchia (1998-2001). Bhadrakumar scrive frequentemente per Asia Times Online, e sono spesso stato colpito dalla comprensione dell'ex ambasciatore della realpolitik dell'Asia Meridionale e del Sudest.
Il pezzo linkato da Asia Times Online è interessante perché – come Bhadrakumar spesso fa – va oltre il discorso convenzionale, con tutti i suoi slogan e le sue premesse propagandistiche, e ci permette di gettare uno sguardo agli atteggiamenti dei vari servizi segreti. Avendo avuto due volte l’opportunità di lavorare direttamente all’esterno di ambasciate e di osservare il mondo peculiare della "diplomazia", trovo che i suoi resoconti franchi e pieni di sfumature siano molto validi.
Il cinismo della realpolitik suscita contrarietà in molte persone, ed è per questo che molti consumatori preferiscono le notizie con una simpatica morale su buoni e cattivi. Ma il sistema mondiale nel quale viviamo rimane – per ora – un terreno di scontri e di maneggi; e questi maneggi hanno conseguenze reali. Capire questo sfondo è l'unica maniera per dare un senso alle iniziative politiche dei nostri cosiddetti leader, e l'unico modo con cui decostruire le storie che ci forniscono per ottenere la nostra acquiescenza.
Ci viene detto che l'influenza - almeno in questo momento – di Ahmadinejad, Nasrallah e Sadr rappresenta la crescita del blocco sciita, con l'Iran al comando. Anche se possono esserci degli elementi di verità in questo, è come descrivere solo la vernice di una casa. Abiamo bisogno di sapere molto di più riguardo la casa – i materiali con i quali è costruita, il numero di piani, le fondamenta, lo scarico delle acque, come il tetto resiste alle tempeste eccetera eccetera.
La demonizzazione di questi tre leader è una campagna in pieno svolgimento, ed è una ragione per cui dobbiamo prendere i resoconti sulle loro attività con molto scetticismo. E il fatto che i dettagli di tali attività possano o no sembrare deplorevoli non è un problema che preoccupi la leadership statunitense, o la leadership della portaerei statunitense, Israele. La questione che preoccupa la leadership statunitense è che questi tre hanno scelto un corso politico, con l'Islam politico come risposta popolare alle depredazioni del neoliberalismo, esplicitamente antiamericano. Questo fa di loro, nel bene o nel male, oggettivamente degli antiimperialisti. Anche se molti di noi potrebbero preferire che l'opposizione all'imperialismo arrivasse in modi più familiari e accettabili, il mondo reale è enormemente più complesso di così.
Lasciatemi ripetere che la ragione per cui l'establishment statunitense si oppone a questi leader non ha nulla a che vedere con, per esempio, la maniera in cui trattano le donne. Gli Stati Uniti hanno usato questo come scusa per attaccare l'Afghanistan, e la condizione delle donne dopo l'invasione, a parte una piccola enclave a Kabul, è diventata peggiore di quello che era sotto il dominio dei talebani… e questa è una vera impresa. La mobilitazione dei sentimenti dell'Occidente contro l'Islam politico è manipolatoria, e non rappresenta in nessuna maniera le vere ragioni che l'hanno generata. La ragione dell'opposizione statunitense ad Ahmadinejad, Nasrallah e Sadr è il loro intento dichiarato di portare la regione verso l'indipendenza dal controllo statunitense.

Dopo questa introduzione, ecco le analisi di M. K. Bhadrakumar e di Gabriel Kolko.

Originale: Feral Scholar

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