sabato, dicembre 09, 2006

Dare un senso a un mondo impazzito, di Gabriel Kolko

Dare un senso a un mondo impazzito
Gabriel Kolko

Sono giorni difficili per coloro che tentano di gestire la situazione mondiale. Ma noi come dovremmo comprenderla?
Sarebbe fondamentalmente un errore considerarla razionalmente concepibile. Il limite delle spiegazioni razionali consiste nel fatto che si presuppone che gli uomini e le donne che si comportano razionalmente prendano delle decisioni realistiche e rispettino i propri limiti. Storicamente, nel secolo scorso questo si è realizzato molto di rado, e la politica e le illusioni basate sull'ideologia o sui pii desideri sono state spesso decisive. Una simile situazione si è verificata in particolare con l'attuale banda di Washington.

Abbiamo ragione a temere qualsiasi cosa - soprattutto una guerra con l'Iran - che possa sfuggire immediatamente al controllo e avere conseguenze catastrofiche non solo regionali ma globali. Abbiamo anche ragione a vedere i limiti del potere delle persone irrazionali, perché gli Stati Uniti sono strategicamente deboli. Perdono le grandi guerre, com'è accaduto in Corea, in Vietnam e ora in Afghanistan e in Iraq, e anche se le loro vittorie tattiche si dimostrano vincenti sono in ultima analisi destabilizzanti ed effimere. Se nel 1954 gli Stati Uniti non avessero rovesciato il regime di Mohammed Mossadegh in Iran, è molto probabile che i mullah non sarebbero mai andati al potere e ora non staremmo prendendo in considerazione una guerra rischiosa contro quel paese.

Anche se il tutto è molto più importante delle parti, i dettagli di ogni parte meritano attenzione. Molti di questi aspetti sono noti e perfino prevedibili, ma ci sono - per parafrasare Donald Rumsfeld - i "noti ignoti e gli ignoti ignoti", il "fattore-x" che interviene a sorprendere tutti. Tutti questi problemi sono correlati, interagiscono e potenzialmente si aggravano o si inibiscono reciprocamente, in modo forse decisivo, rendendo il nostro mondo molto difficile da capire e da gestire.

Metterli tutti assieme è una formidabile sfida per gli individui pensanti che si trovano al di fuori dei sistemi del potere. È sempre stato così; il fascismo è stato in gran parte la conseguenza di una crisi economica e ne è risultata la seconda guerra mondiale. Il modo in cui si combinano i fattori è un grande mistero e non può essere previsto - né da noi né da quelle anime ambigue che hanno l'importante compito di assicurarci che non ci sia il caos. Vorremmo capirlo, ma non è decisivo se non ci riusciamo; per coloro che hanno la responsabilità di gestirlo, questa miopia produrrà la fine del loro mondo e dei loro privilegi.

Possiamo subito escludere la sinistra, questo artificio storico. Il socialismo ha cessato di essere un'opzione molto tempo fa, forse già dal 1914. Dato che ho appena pubblicato un intero libro, After Socialism [Dopo il socialismo], dove descrivo dettagliatamente le sue innumerevoli miopie e i suoi tanti difetti, basta che io dica qui che non rappresenta più una minaccia per nessuno.

I fachiri che guidano i partiti che ancora usano il "socialismo" come giustificazione per la loro esistenza hanno solo abolito le sconfitte per mano del popolo dal prezzo che il capitalismo paga per le sue crescenti follie [as a justification for their existence have only abolished defeats in the hands of the people from the price capitalism pays for its growing follies]. Quella fiducia - la libertà di essere sfidati dalle masse riottose - è molto importante ma basta sempre meno a risolvere i suoi innumerevoli restanti dilemmi. Il sistema è diventato sempre più vulnerabile, nonostante la stabilità sociale, dal 1990 e dalla fine del comunismo.

Ipotizzare l'anarchia
Al fallimento della teoria socialista si accompagna il fallimento del capitalismo perché quest'ultimo è totalmente responsabile del funzionamento dello status quo e non ha le basi intellettuali per metterlo in atto. La crisi attuale è costituita dal fatto che il capitalismo ha raggiunto la condizione di maggiore distruttività e non incontra più alcuna forma di opposizione.

Questo malessere coinvolge gli affari esteri e quelli interni - l'avidità nazionale e l'avventurismo oltreconfine. Se gli aspetti riguardanti la politica estera hanno origini ampiamente americane, è altrettanto vero che il resto del mondo li tollera e talvolta vi collabora. La caduta è inevitabile, forse imminente. Il caos attuale sussisterà in un vuoto. Non c'è alcuna forza a contrastarlo, tanto meno a sostituirlo, e quindi continuerà a esistere ma a un costo umano enorme e crescente. Le visioni in grado di elaborare alternative sono, almeno al momento, per lo più zoppicanti.

Gli intrighi ingegnosi e precari dell'attuale economia mondiale ricevono legittimità e traggono vantaggio dal fatto che l'economia classica sta rapidamente diventando irrilevante. È l'era degli imbroglioni e dei filibustieri in giacca e cravatta. Niente di ciò che appartiene alla tradizione ha più credibilità. Joseph Schumpeter e altri economisti si sono preoccupati di questi avventurieri, ma essi oggi sono ancora più importanti che in passato e anche di quanto lo fossero alla fine dell'Ottocento, quando furono immortalati nel libro di Charles Francis Adams Jr Chapters of Erie.

Il tema dominante è l'"innovazione", e molte persone competenti sono estremamente preoccupate. Tempo fa su Counterpunch (il 15 giugno e il 26 luglio) ho affermato che tra gli esperti responsabili dell'analisi degli affari nazionalli e della finanza globale - in particolar modo la Banca dei Regolamenti Internazionali - domina il pessimismo. Tuttavia avevo ampiamente sottovalutato l'entità della preoccupazione tra coloro che si intendono di tali questioni.

Cosa ancora più importante, negli ultimi mesi ci sono stati funzionari di livello molto più alto che si sono dimostrati più espliciti e preoccupati riguardo alle tendenze dominanti della finanza globale e al fatto che i rischi stanno aumentando rapidamente e sono ora enormi. Generalmente le persone che si considerano di sinistra sanno molto poco di questi problemi vitali al mantenimento dello status quo. Ma coloro che sono al corrente delle tendenze della finanza globale hanno dato l'allarme facendosi sentire sempre di più.

Il problema è che il capitalismo è diventato più aberrante, improvvisato e autodistruttivo che mai. È l'epoca dei predatori e dei giocatori d'azzardo, gente che vuole arricchirsi molto rapidamente e che si disinteressa completamente delle conseguenze più grandi.
Il potere sussiste, ma la teoria per descrivere l'economia ereditata dal XIX secolo non ha più nessun rapporto con il modo in cui agisce praticamente, e questo viene sempre più spesso riconosciuto da coloro che sono favorevoli a un sistema di privilegio e ineguaglianze.

Anche alcuni alti funzionari del Fondo Monetario Internazionale ammettono ora che la teoria privilegiata dalle organizzazioni più potenti si basa su superate illusioni ottocentesche. "Ricostruire la teoria economica virtualmente da zero" e ripulire l'economia delle "idiozie neoclassiche", o il fatto che "il suo nucleo concettuale dimostrabilmente falso si sostiene puramente per inerzia", sono ora i temi di articoli molto brillanti nientemeno che sul Financial Times, il quotidiano più influente e maggiormente letto del mondo capitalista.

Il capitalismo come sistema economico sta impazzendo. Alla fine di novembre c'è stato il record di 75 miliardi di dollari nell'arco di 24 ore in acquisizioni e merger globali. Il capitalismo globale è inondato di liquidità - denaro virtualmente a disposizione - e chiunque prenda in prestito del denaro può diventare molto ricco, ipotizzando che vinca. Il bello dei fondi di copertura è che i rischi individuali diventano molto più limitati, e ci si può unire ad altri per alzare la posta in gioco in modo molto più precario.

Così adesso si punta in modo spettacolare: sul valore del dollaro, sul prezzo del petrolio, sugli immobili e su molti altri azzardi. Amaranth Advisors ha perso circa 6,5 miliardi di dollari alla fine di settembre per una previsione meteorologica sbagliata ed è crollata. Dall'inizio del 2005 a ottobre 2006 sono stati costituiti 2600 fondi di copertura, ma 1100 sono falliti. I nuovi strumenti finanziari - derivati, fondi di copertura, incomprensibili invenzioni finanziarie di tutti i tipi - stanno crescendo a un ritmo fenomenale, ma la loro caratteristica comune, come l'ha riassunta un giornalista del Financial Times, è che "tutti sono diventati meno alieni al rischio".

E il pericolo sta lì.

I fondi di copertura scommettono su qualsiasi cosa, e i membri dei fondi-pensione sono solo l'ultimo esempio di questa dipendenza dal rischio. Londra si sta sostituendo rapidamente a New York come centro di questa attività e del mercato del capitale in genere, perché il regime regolatorio del Partito Laburista britannico è molto più favorevole a questo genere di attività di quanto lo permettano i tirapiedi repubblicani di George W. Bush, anche se le cose potrebbero cambiare, visto che a Wall Street non piace perdere degli affari.

Il 12 settembre il Fondo Monetario Internazionale ha diffuso il rapporto sulla "Sicurezza Finanziaria Globale" e ha espresso la sua preoccupazione senza precedenti che "nuovi e complessi strumenti finanziari, come i prodotti di credito strutturati" possano causare una catastrofe imprevista. La "liberalizzazione", che "il consenso di Washington" e il Fondo Monetario hanno predicato e contribuito a realizzare, ora minaccia il dollaro americano e anche molto altro. "La rapida crescita negli ultimi anni dei fondi di copertura e dei meccanismi dei derivati di credito aumenta l'incertezza," e potrebbe aggravare la "turbolenza del mercato e l'impatto sistemico" di eventi un tempo benigni. I fondi di copertura, ammoniva, hanno già "sofferto ingenti perdite".

Alla fine di ottobre Jean-Claude Trichet, presidente della Banca Centrale Europea, ha deplorato questi nuovi prodotti finanziari che sono aumentati e cresciuti esponenzialmente. Non riusciva a comprenderli, e venivano scarsamente sorvegliati. Molti di essi erano imbrogli, e niente poteva impedir loro di causare immensi effetti-domino sull'intero sistema finanziario se fossero crollati, trascinando con sé anche i prodotti ben regolamentati. Poi, agli inizi di novembre, la semi-ufficiale Financial Services Authority (FSA, Authority per i Servizi Finanziari) britannica ha diffuso un rapporto che descriveva in dettaglio i rischi per l'intera struttura finanziaria mondiale. Malgrado il suo tono, è pura dinamite.

Il rapporto della FSA documenta i molti rischi per il settore private equity: leverage eccessivo, assunzione di rischio poco chiara, abusi e insider trading. C'erano conflitti di interesse di ogni sorta, il sistema era opaco, i fondi di copertura rendevano i potenziali danni ancora più rischiosi. "Dati gli attuali livelli di leverage e i recenti sviluppi nel ciclo economico e di credito, sembra inevitabile che prima o poi una grande società di private equity o un gruppo di società di private equity si rivelino inadempienti".

Dato questo crescente consenso sui rischi, il 13 novembre John Gieve, vice governatore della Banca d'Inghilterra, ha concluso che non è più fattibile che ogni singolo stato nazionele regoli da sé le crisi finanziarie: il sistema finanziario ha una dimensione così internazionale che un meccanismo nazionale non sarebbe in grado di gestirlo. Dalla fine degli anni Settanta ci sono state almeno 13 crisi finanziare conclamate o borderline, e alcuni dei metodi impiegati per affrontarle sarebbero "meno facili da adottare" nella situazione attuale, un modo educato per dire che sono irrilevanti.

La sua conclusione: i regolamentatori "dovrebbero abituarsi ad avere a che fare con crisi globali", "collaborare" su esempi pratici per elaborare dei meccanismi, in particolare per evitare i "rischi morali" insiti nel salvataggio di compagnie nei guai, compreso il "chiudere una grande società nel pieno rispetto della legge".

Le possibilità di sviluppare regole o approcci transnazionali comuni è prossima allo zero, non fosse altro perché i vari paesi rivaleggiano per attirare le compagnie finanziarie, e la regolamentazione, o piuttosto la sua mancanza, è un fattore importante quando si deve scegliere dove stabilire la sede di una società. Quando si verificherà la prossima crisi finanziaria, e la probabilità che accada si sta avvicinando a grandi passi, molto probabilmente porterà con sé tutta l'economia mondiale. O almeno così pensano gli "esperti". Prima di ora non lo pensavano.

Dunque l'economia può mettere nei guai la politica. Magari anche no, però può diventare un fattore molto importante della situazione generale.

Il potere a Washington
Bush ha trasformato le elezioni di novembre in un referendum sulla guerra in Iraq ed è stato malamente sconfessato; per il suo partito è stato un disastro. Il disorientamento, la depressione e la sconfitta hanno lasciato andare alla deriva il presidente degli Stati Uniti e i neo-conservatori. Hanno ancora due anni davanti, quindi siamo in balia di persone irresponsabili e pericolose.

La loro retorica si è dimostrata un disastro in in Afghanistan, mentre l'Iraq si è trasformato in un incubo surrealista. L'opinione pubblica statunitense è ampiamente contraria alla guerra (il 55% di coloro che hanno votato il 7 novembre disapprovava la guerra in Iraq, la maggior parte intensamente); ha votato contro la guerra e solo tangenzialmente per i democratici, la maggioranza dei quali aveva fatto vagamente capire che avrebbe fatto qualcosa per la guerra, ma subito dopo le elezioni ha riconfermato il proprio appoggio ad essa.

Ma la gente, e in particolare gli elettori, sono ovunque una bella seccatura; reagiscono più rapidamente che in passato alla realtà, il che significa che i politici tradizionali devono tradirli molto velocemente. Creano certi parametri decisivi che i politici ambiziosi devono stare ben attenti a schernire, dato che gli elettori hanno dimostrato di esser disposti a mandare a casa le canaglie - che siano i democratici nel 1952 e nel 1968 o i repubblicani lo scorso novembre.

L'opinione pubblica americana è più contraria che mai alla guerra, e nessuno può prevedere cos'abbia in serbo il futuro, compresa la possibilità che alcuni repubblicani aggirino i democratici assecondando una sorta di sinistra pacifista così da poter rimanere in carica. È un fatto anche che il volere del popolo sia cinicamente ignorato - com'è successo subito dopo le elezioni americane, ma il suo ruolo non può essere né sopravvalutato né negato.

L'esperienza dimostra che dei politici, indipendentemente da come si definiscono e da quanto sono nazionalisti, non ci si può mai fidare. Mai. Ma la situazione sul campo è oggi molto seria per coloro che sostengono le guerre.

Israele: il sogno spezzato
I falchi israeliani, in ascesa dai tempi della fondazione dallo stato ebraico, stanno ancora discutendo sulla guerra dei 33 giorni in Libano e sui limiti decisivi della loro potenza militare ultrasofisticata e un tempo imbattibile, emersi durante l'avventura libanese. La stampa israeliana è piena di servizi sulla corruzione e sui crimini sessuali dei ministri; il governo di Ehud Olmert è diviso dalla discordia e dalle calunnie e potrebbe presto cadere.

L'esercito è spaccato in due e Olmert vorrebbe deporre il capo di stato maggiore, Dan Halutz, e il ministro della difesa. Il progetto sionista appare sempre più surreale, in uno stato di rovina e depressione senza precedenti, e sta prendendo piede un profondo senso di scoraggiamento. Olmert è un mediocre, un politico minore del Likud che ha puntato a diventare il numero due e ha avuto fortuna. Quando è andato in visita negli Stati Uniti a metà novembre ha fatto infuriare o imbarazzato tutti commentando che la guerra dell'America contro l'Iraq aveva portato stabilità nella regione. È fondamentalmente un astuto politico ma un uomo molto stupido.

Le analisi più devastanti della guerra di Israele in Libano sono apparse proprio all'interno di Israele, e "il fatto che l'esercito israeliano sia a uno dei suoi minimi storici", come è stato scritto su Haaretz, è servito più da incitamento che da deterrente per l'Iran. "Quasi ogni tipo di arma ha perso significato ed efficacia non appena è stata usata", ha scritto Ofer Shelah nel Rapporto Strategico del Jaffee Center.

L'esercito israeliano si è affidato alla potenza di fuoco enorme e travolgente garantita dai mezzi più moderni e non è riuscito a fermare i razzi di Hezbollah e un nemico così mobile, e tanto meno a vincere la guerra. Hezbollah non ha solo mostrato alla Siria come sconfiggere l'esercito israeliano ma ha reso l'Iran più fiducioso nella propria possibilità di continuare quello che sta facendo. Il governo e i capi dell'esercito di Israele sono stati assolutamente incompetenti.

Nell'ideologia sionista era presente fin dall'inizio un'etica guerriera, condivisa con vari reazionari europei. È stata coltivata sia dalla sinistra sia dalla destra, e Joseph Trumpeldor, l'eroe di questa mentalità militante, è stato uno dei fondatori del socialismo sionista - capo di Hashomer Hatzair, l'estrema sinistra di questa tendenza. Ma il culto dell'eroismo in Israele ha aperto la strada ai tecnocrati militari che leggono le stampe digitali.

In Israele il morale, specie tra le ex truppe d'élite, è a terra. L'industria bellica è molto sviluppata, e come il suo equivalente statunitense ha bisogno di investimenti - la guerra con tecnologie informatiche è molto costosa e contribuisce ampiamente all'occupazione. Ma il Libano ha solo mostrato a Israele quello che gli americani hanno imparato altrove. E cioè che può perdere.

I pericoli sono tanti, dai politici fascisti come Avigdor Lieberman che potrebbero diventare ancora più potenti a un'emigrazione ancora maggiore degli ebrei altamente qualificati. Quest'ultima sta accadendo. La capacità di Israele di sbattere in faccia agli europei la propria impunità o di trascinare Washington in avventure militari a proprio vantaggio è sempre più limitata.

La Francia ha ammonito Israele che se dovesse cominciare una guerra con l'Iran creerebbe "un completo disastro per tutto il mondo". Il prezzo del petrolio salirebbe, tutto il mondo arabo si compatterebbe nel sostegno all'Iran e Israele diventerebbe un bersaglio, ma lo diventerebbero anche altre nazioni. Fatto ancora più importante, gli stateghi israeliani ammettono che le armi nucleari iraniane creerebbero solo uno stabile rapporto di deterrenza tra i due paesi, e che non sono dunque una "minaccia all'esistenza".

Pentimento o chimera?
Soprattutto, in Iraq il governo degli Stati Uniti si trova a fare i conti con il fallimento di tutto il suo progetto per il Medio Oriente, illusione alla quale gli israeliani sono profondamente interessati. Bush e la sua banda sono in stato di negazione, ma gli Stati Uniti stanno ripetendo le sconfitte in Corea e in Vietnam, il loro esercito si trova in condizioni di sempre maggiore sovraestensione e di demoralizzazione. Hanno basato la loro politica estera su fantasie e pericoli inesistenti, su sogni e desideri neo-conservatori che corrispondono parzialmente al progetto ugualmente illusorio di Israele di una trasformazione del Medio Oriente affinché accetti Israele in qualsiasi forma lo presenti il volubile elettorato israeliano.

La politica estera statunitense è irta di pericoli fin dal 1945, e io li ho estesamente documentati, ma questa è la peggiore banda di incompetenti che sia mai stata in carica a Washington. Ha "colpito e terrorizzato", per usare l'espressione dell'ex segretario della difesa Donald Rumsfeld, se stessa. Per i guerrieri conservatori le cose stanno andando disastrosamente.

Però è molto difficile prevedere le decisioni future di questa amministrazione, anche se i disastri degli ultimi sei anni hanno reso varie alternative molto meno probabili. In un certo senso questo è un bene, anche se il costo in termini di vite umane perse e di ricchezze dilapidate è stato immenso. La commissione bipartisan Baker/Hamilton è spaccata in due e se - e sottolineo "se" - proporrà mai una chiara alternativa, il presidente sarà libero di ignorarla.

Il Pentagono ha formulato delle alternative, sintetizzate con "fare le cose in grande" e "andare per le lunghe" - entrambe delle quali richiederebbero da cinque a dieci anni per "irachizzare" la guerra - o "tornare a casa", ma è anch'esso diviso. Una cosa certa, comunque, è che non dispone né delle risorse umane, né del materiale bellico, né della libertà politica per ripetere gli errori del Vietnam, come farebbero supporre le prime due alternative.

In Iraq non ci sono opzioni perché gli Stati Uniti hanno traumatizzato l'intero paese e hanno creato problemi immensi per i quali non hanno soluzioni. Nessuno può prevedere cosa faranno in Iraq perché l'amministrazione vuole mantenere l'illusione del successo e non sa davvero come andare avanti. Ha prodotto solo caos. Molto probabilmente l'Iraq resterà una tragedia, in preda alla violenza per anni e anni. L'amministrazione Bush ha creato un disastro gigantesco che ha coinvolto le vite di molti milioni di persone.

Molto dipende dal presidente, la cui politica è stata un profondo fallimento in Iraq e lo sta diventando in Libano, e una delle opzioni è l'escalation, cioè la guerra con l'Iran. Israele potrebbe attaccare l'Iran per trascinare gli Stati Uniti nel conflitto, ma può fare solo da catalizzatore. Lo sa, almeno a certi livelli, e Olmert e Bush hanno un approccio molto simile a queste questioni. In ogni caso, Bush non ha escluso la guerra con l'Iran nonostante molti esperti militari l'abbiano avvertito che un tale conflitto avrebbe vaste ripercussioni, probabilmente andrebbe avanti per anni, e gli Stati Uniti verosimilmente perderebbero la guerra anche se usassero le armi nucleari.

Un certo numero di teorici neo-conservatori si sono pentiti dell'avventura in Iraq e hanno perfino criticato alcune delle premesse fondamentali che l'hanno motivata, ma sarebbe un errore presumere che questa amministrazione abbia un qualche contatto con la realtà e possa imparare - dall'elettorato o da intellettuali neo-con rinsaviti.

A Washington sono ancora in tanti a voler rischiare il tutto per tutto e a coltivare ancora illusioni fantasiose. Resta il fattore imponderabile della chimera - fantasia e illusioni misti a desideri. La vittoria è dietro l'angolo se intensifichiamo il conflitto aumentando le truppe? I soldati iracheni addestrati dagli americani riusciranno a sconfiggere nemici che hanno eluso le forze statunitensi? Molti presidenti molto più saggi hanno seguito questa illusione. Perché non anche Bush? I fatti sul terreno, che pesano molto di più nel contenere la potenza degli Stati Uniti rispetto a sei anni fa, sono un fattore critico. Possono non bastare a impedire un comportamento irrazionale. Non lo sappiamo.

Tutti questi fattori, e forse altri non menzionati qui, si influenzeranno reciprocamente. Spesso il tutto non è più forte delle parti. Ora bisogna accogliere favorevolmente tutte le sorprese che possono contrastare la libertà d'azione dell'amministrazione Bush. Il sistema finanziario mondiale è il principale candidato a sconvolgere i calcoli degli Stati Uniti, ma non è l'unico. I fatti sul terreno, realtà più che decisioni, sono spesso cruciali, e qui abbiamo gli Stati Uniti che vengono sconfitti nella loro ambizione megalomane di plasmare il mondo. È andata così per molti paesi guidati da uomini intellettualmente molto superiori a Bush.

I desideri non sono realtà, e gli Stati Uniti hanno una capacità endemica di restare aggrappati il più a lungo possibile a desideri e fantasie. Il desiderio fa sì che si tenda a metterlo in atto malgrado se stessi. Ma le risorse ora solo molto più limitate rispetto a sei anni fa, e sono di molto inferiori a quelle della Guerra del Vietnam, che pure è stata persa. L'opinione pubblica è ora profondamente estraniata, il sistema finanziario globale vacilla, le risorse militari degli Stati Uniti sono virtualmente esaurite.

Staremo a vedere.

Gabriel Kolko è uno dei maggiori storici delle guerre moderne. Il suo ultimo libro è The Age of War.

Originale: Asia Times Online

1 commento:

trading on line ha detto...

Ciò che fa girare il mondo è purtroppo, sì purtroppo "il denaro." Tutto è interesse e non di posto per i sentimenti nobili. Si dice in francese: "Il denaro non ha odore!" Tutto è detto!