mercoledì, dicembre 13, 2006

Entrare in Iraq

Il punto di vista dell'autore è chiaramente di parte ed evidentemente non è un articolo equilibrato (vedi il punto in cui parla di decine di migliaia di uomini delle milizie sciite infiltrati nelle forze armate irachene: quanto è grande l'apparato statale iracheno, per avere addirittura decine di migliaia di infiltrati? Roba da fare impallidire le storie sul fatto che nell'ex Germania dell'Est un abitante su dieci fosse un informatore della Stasi), ma appunto per questo sembra una buona descrizione delle politiche che l'Arabia Saudita (anche se il disclaimer finale dice il contrario) o la sua lobby potrebbero prendere per tentare di riconquistare il posto di paese musulmano di spicco in Medio Oriente, o quantomeno di ridurre i danni fronteggiando loro personalmente o per interposto esercito l'Iran su campo iracheno (come secondo alcuni sarebbe già avvenuto durante la guerra statunitense contro l’Iraq del 1991, partita per procura della lobby saudita).
Inoltre, proprio ieri Turki al-Faisal, che ha dichiarato il progetto di sostituirsi agli statunitensi se dovessero ritirarsi,
si è dimesso , e secondo indiscrezioni potrebbe diventare capo della diplomazia saudita in patria, il che potrebbe rafforzerebbe questa teoria, sempre che sia esatta. AA

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Entrare in Iraq
L'Arabia Saudita proteggerà i sunniti iracheni se gli Stati Uniti dovessero ritirarsi

Di Nawaf Obaid
Mercoledì 29 novembre 2006

Traduzione di Andrej Andreevič

Nel febbraio 2003, un mese prima dell'invasione dell'Iraq guidata dagli Stati Uniti, il ministro degli esteri saudita, il principe Saud al-Faisal, ha avvertito il presidente Bush che rimuovendo Saddam Hussein con la forza avrebbe "risolto un problema creandone altri cinque". Se Bush avesse dato ascolto a questo consiglio, l'Iraq ora non sarebbe sull'orlo di una guerra civile e della disintegrazione.
Si spera che non voglia fare lo stesso errore ignorando un'altra volta il consiglio dell'ambasciatore dell'Arabia Saudita negli Stati Uniti, il principe Turki al-Faisal, che in un discorso del mese scorso ha detto "dal momento che l'America è entrata in Iraq senza che le fosse stato richiesto, non dovrebbe lasciare l'Iraq senza che le sia stato richiesto." Se lo facesse, una delle prime conseguenze sarebbe un massiccio intervento saudita per fermare le milizie sostenute dagli sciiti per fermare il massacro di sunniti iracheni.Durante l'anno passato, un coro di voci ha chiesto all'Arabia Saudita di proteggere la comunità sunnita in Iraq e contrastare l'influenza iraniana. Anziani capi tribali iracheni e figure religiose, assieme ai leader di Egitto, Giordania e altri paesi arabi e musulmani, hanno lanciato e sottoscritto petizioni alla leadership saudita perché fornisse ai sunniti iracheni armi e supporto finanziario. Inoltre, la pressione interna a favore dell'intervento è intensa. Le principali confederazioni tribali saudite, che hanno legami storici e di comunità estremamente stretti con le loro controparti in Iraq, stanno premendo per un'azione. Sono supportate da una nuova generazione di reali sauditi che occupano posizioni di governo strategiche e sono desiderosi di vedere il regno giocare un ruolo più forte nella regione.Dal momento che il re Abdullah ha lavorato per minimizzare le tensioni settarie in Iraq e riconciliare le comunità sunnite e sciite, e dal momento che ha dato al presidente Bush la sua parola che non avrebbe interferito in Iraq (visto che sarebbe impossibile assicurare che le milizie finanziate dai sauditi non attacchino le truppe statunitensi), queste richieste sono tutte state declinate. Saranno, comunque, ascoltate se le truppe americane dovessero cominciare un ritiro graduale dall'Iraq. In quanto potenza economica del Medio Oriente, il luogo di nascita dell'islam e il leader de facto della comunità sunnita mondiale (che comprende l'85% di tutti i musulmani), l'Arabia Saudita ha sia i mezzi che la responsabilità religiosa per intervenire.
Pochi mesi fa era impensabile che il presidente Bush potesse ritirare anticipatamente un significativo numero di truppe americane dall'Iraq. Ma oggi sembra possibile, e per questo la leadership saudita si sta preparando a rivedere sostanzialmente la propria politica irachena. Le opzioni ora includono l'offerta ai leader militari sunniti (principalmente ex-baathisti, già ufficiali dell’esercito iracheno, che costituiscono la spina dorsale degli insorti) lo stesso genere di assistenza – finanziamenti, armi e supporto logistico – che l'Iran ha dato ai gruppi armati sciiti per anni.
Un'altra possibilità include la creazione di nuove brigate sunnite per combattere le milizie sostenute dall'Iran. Infine, Abdullah potrebbe decidere di strangolare il finanziamento iraniano delle milizie attraverso politiche di controllo petrolifero. Se l'Arabia Saudita aumentasse la produzione di greggio dimezzando il prezzo del petrolio, il regno potrebbe comunque ancora coprire la sua spesa pubblica. Ma l'effetto sarebbe devastante per l'Iran, che si trova davanti a difficoltà economiche anche coi i prezzi al livello attuale. Il risultato sarebbe di limitare la capacità di Teheran di continuare a fornire centinaia di milioni ogni anno alle milizie sciite in Iraq e altrove.
Sia gli insorti sunniti che gli squadroni della morte sciiti sono responsabili dell'attuale spargimento di sangue. Tuttavia, gli sciiti iracheni non corrono il rischio di essere sterminati in una guerra civile, mentre i sunniti sì. Dal momento che il 65% circa della popolazione irachena è sciita, gli arabi sunniti, che sono un mero 15-20%, avrebbero problemi a sopravvivere alla campagna di pulizia etnica in pieno svolgimento.
È chiaro che il governo iracheno non sarà in grado di proteggere i sunniti dalle milizie sostenute dall'Iran se le truppe americane dovessero andarsene. L'esercito e la polizia non sono affidabili per questo, visto che decine di migliaia di miliziani sciiti sono infiltrati nelle loro file. Peggio, il primo ministro iracheno, Nouri al-Maliki, non può fare nulla per questo, dal momento che dipende dal sostegno dei leader delle forze sciite. Ci sono ragioni per credere che l'amministrazione Bush, nonostante le pressioni interne, terrà conto dei consigli dell'Arabia Saudita. La visita del vice presidente Cheney a Riyadh la scorsa settimana per discutere della situazione (non ci sono stati altri incontri durante il suo viaggio) sottolinea la preminenza dell'Arabia Saudita nella regione e la sua importanza nella strategia statunitense in Iraq. Ma se un ritiro graduale delle truppe dovesse iniziare, la violenza aumenterà drammaticamente.
In questo caso, restare a guardare sarebbe inaccettabile per l'Arabia Saudita. Ignorare il massacro dei sunniti iracheni sarebbe un abbandono dei principi sui quali il regno è fondato. Questo minerebbe la credibilità dell'Arabia Saudita nel mondo sunnita e sarebbe una capitolazione alle azioni militariste iraniane nella regione.
È certo, l'impegno saudita in Iraq comporta grossi rischi – potrebbe essere la scintilla di una guerra regionale. Ma è meglio che sia così: le conseguenze dell'inazione sarebbero ancora peggiori.

Lo scrittore, un consigliere del governo saudita, è direttore generale del Saudi National Security Assessment Project a Riyadh e un consigliere aggiunto del Centro per gli Studi Strategici Internazionali a Washington. Le opinioni espresse sono le sue e non riflettono politiche ufficiali saudite.

Fonte: Washington Post

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