sabato, dicembre 09, 2006

I sauditi colpiscono ancora, di M. K. Bhadrakumar

I sauditi colpiscono ancora, in Iran
di M. K. Bhadrakumar

traduzione di Andrej Andreevič

Se mai è sorto il bisogno di distinguere tra fratelli e amici, questo è quello che è successo la scorsa settimana quando il re saudita Abdullah bin-Abd al-Aziz al-Saud ha parlato dell'Iran come di un paese "amico" dello stato saudita.
Lo ha fatto mentre riceveva l'ambasciatore iraniano Hossein Sadeqi durante il congedo di quest'ultimo dopo un tour di due anni pieno di eventi, che ha visto un forte aumento della cordialità e dell'intimità delle relazioni saudite-iraniane.
Il re si è complimentato per la piega presa dai rapporti tra i due paesi negli ultimi anni, e si è concentrato sull'importanza di sostenere le relazioni saudite-iraniane "in tutti i campi", aggiungendo che l'Arabia Saudita ha "fiducia" nell'Iran. Ma è risaltata soprattutto la dichiarazione dell'Arabia Saudita che i legami tra i due più importanti paesi del mondo musulmano sono come quelli tra due "amici".
Non di meno, l'inquietudine iraniana per le ombre nei rapporti con i sauditi e il deficit di fiducia potenzialmente deleterio che si sta sviluppando tra le due parti su questioni di stabilità e pace nella regione, sono emersi nella decisione della scorsa settimana di escludere l'Arabia Saudita dal vertice trilaterale che Teheran ha proposto, coinvolgendo i capi di stato di Siria e Iraq. Ciò che ha portato a un raffreddamento nei rapporti tra i due paesi è stata l'esplosione di scontri settari in Iraq, oltre alla crisi libanese.
L'Arabia Saudita vede con preoccupazione la rapida ascesa dell'influenza iraniana in Iraq, dall'epoca dell'invasione statunitense. Le ragioni sono molte, ma è soprattutto la pretesa sciita di aumentare il proprio potere politico nella regione a spaventare Riyadh, assieme alla prospettiva di un Iran inarrestabile avviato a diventare la prima potenza regionale nella zona del Golfo Persico e nel Medio Oriente. La preoccupazione si è trasformata in sgomento quando le voci riguardo un possibile cambio nella strategia statunitense in Iraq sono diventate di recente chiaramente udibili, dal momento che il cambio di strategia richiederà probabilmente un coinvolgimento costruttivo dei regimi di Teheran e Damasco da parte di Washington.
Nonostante gli intensi sforzi dei sauditi (e degli egiziani) per scavarsi una nicchia di influenza nel frammentato panorama politico iracheno, i risultati desiderati non sono arrivati. L'ultimo tentativo saudita è stato il documento della Mecca del 20 ottobre, approvato da 29 importanti capi religiosi sunniti e sciiti iracheni che si sono riuniti nella città santa musulmana della Mecca e si sono impegnati di fonte a Dio, davanti alla santa Ka'aba "di non violare la sacralità del sangue musulmano e di incriminare coloro che lo hanno sparso".
Non solo il documento non ha fatto cessare le ostilità tra sunniti e sciiti all'interno dell'Iraq, ma la divisione settaria si è drammaticamente ampliata. L'Iran sostiene l'esistenza di un complotto attualmente in azione per mettere i sunniti contro gli sciiti. Il potente presidente del Majlis (parlamento) iraniano, Gholam-Ali Haddad Adel, in visita nella provincia del Sistan-Belucistan (al confine con la riottosa provincia pakistana del Belucistan), sabato ha detto "Oggi i nemici vorrebbero piantare il seme della discordia tra sunniti e sciiti perché si insultino gli uni con gli altri… i nemici dell'islam stanno tentando di fare abbassare la guardia ai musulmani, di mettere le mani sulle risorse dei paesi musulmani e di depredare le loro riserve petrolifere. Per raggiungere questo obiettivo, stanno tentando di piantare il seme della discordia tra i musulmani".
Infatti, I media occidentali avevano riportato che nei mesi recenti i servizi statunitensi e israeliani avevano lavorato insieme nell'equipaggiare e addestrare uomini delle tribù curde, azere e beluci per dare luogo a operazioni segrete nelle provincie iraniane del nord e del sud-est. Teheran si è resa conto che come in Libano durante i recenti scontri, la battaglia assumerà presto una dimensione sunnita-sciita.
La latente rivalità saudita-iraniana rischia di avere un proprio ruolo in Libano. A differenza del problema iracheno, in Libano c'è una convergenza di interessi sauditi e statunitensi. I commentatori sauditi hanno consigliato a Washington di non considerare Iraq e Libano come due questioni separate.
Dalla prospettiva saudita, ogni impegno congiunto statunitense-iraniano nella regione non dovrebbe limitarsi ad una "strategia d'uscita" in Iraq. La paura di un Iran risorgente è palpabile. Al-Hayat, giornale arabo con base a Londra, ha recentemente paragonato il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad a Osama bin Laden, in quanto si tratterebbe di due ribelli ugualmente inclini a destabilizzare la regione.
È per questo che la diplomazia saudita ha lavorato assieme agli Stati Uniti per ottenere un "consenso globale" riguardo la costituzione di un tribunale internazionale per indagare sull'omicidio dell'ex primo ministro libanese Rafik Hariri. I commentatori sauditi hanno lanciato segnali di distensione quando Mosca ha deciso di dissociarsi dalla caparbia opposizione siriana (e iraniana) al tribunale. Ma quello che è straordinario è che i sauditi abbiano pubblicamente elogiato la "significativa e notevole collaborazione" della Cina nel mettere in chiaro con i russi che la Cina era "dalla parte degli Stati Uniti, della Francia e della Gran Bretagna" nelle negoziazioni del Concilio di Sicurezza delle Nazioni Unite riguardo la decisione di costituire il tribunale.
Un commentatore saudita si è vantato che "nel fare ciò, la Cina ha lasciato la Russia con l'unica opzione di cooperare e non ostruire". Infatti, il People's Daily recentemente ha preso nota che Washington si è resa conto della necessità di un "nuova direzione" nella sua politica per il Medio Oriente – "un nuovo piano per il Medio Oriente, con lo scopo di unire i paesi arabi moderati preoccupati della crescita dell'Iran e delle rampanti forze estremiste, per formare un'alleanza anti-iraniana e anti-estremista" – pur dubitando che una semplice correzione della rotta possa riuscire a "districare gli Stati Uniti dal pantano che loro stessi hanno creato nel Medio Oriente".
L'aspettativa saudita è che la decisione dell'ONU di costituire il tribunale (che è stata prontamente approvata venerdì dal governo libanese del primo ministro - sostenuto dai sauditi - Fouad Siniora, nonostante gli avvertimenti di Hezbollah) comporti uno sviluppo di dimensioni storiche nel ridisegno degli allineamenti politici del Medio Oriente.
Dal punto di vista saudita, il tribunale condurrà inesorabilmente alla disfatta del regime ba'athista di Damasco; al collasso del legame iraniano-siriano nella regione; al ritorno della Siria nell'alveo arabo; al quasi totale isolamento di Hezbollah all'interno del Libano, che a sua volta potrebbe finalmente aprire la via alla sua cooptazione (una volta epurata la sua militanza ed eliminata l'influenza iraniana); e soprattutto l'indebolimento della posizione dell'Iran come predominante forza sciita nella regione, specialmente in iraq.
Inoltre i sauditi stanno esibendo in Libano il loro volto di saldi alleati degli Stati Uniti nella regione. Stanno dimostrando che per far fronte all'influenza iraniana sono pronti a tutto, non importa quanto ci vorrà. Riyadh ha messo da parte la sua propensione a rimanere sullo sfondo mentre maturava la crisi irachena, nel periodo critico 2003-2005, propensione che ha portato al suo disastroso isolamento (e a quello dell'Egitto).
Riyadh conta sul fatto che Washigton si renda conto che la crescente influenza regionale dell'iran può essere ancora arrestata. Significativamente, il vicepresidente statunitense Dick Cheney non ha perso tempo, arrivando a Riyadh sabato per un affrettato incontro di due ore col re Abdullah. Durante l'incontro, per citare la Saudi Press Agency, le due parti hanno discusso "l'intera serie di eventi e sviluppi sulla scena regionale e internazionale ... il problema palestinese e la situazione irachena in particolare".
La scelta di Cheney di intraprendere una missione tanto sensibile a questo punto la dice lunga sui ragionamenti del presidente Bush riguardo l'Iraq. Dice qualcosa anche riguardo l'importanza di Cheney negli ultimi due anni di presidenza Bush. Bisogna dire tre cose riguardo le convinzioni di Cheney. Primo, è incrollabilmente convinto che la guerra in Iraq sia ancora un lavoro "fattibile". Secondo, continua a sostenere che la stabilizzazione dell'Iraq sia inconcepibile senza un cambio di regime in Iran.

Soprattutto, Cheney crede che quando si parla della sicurezza israeliana i politici statunitensi la pensino tutti allo stesso modo. Dite un nome a caso, sono tutti "amici di Israele" – le speranzose candidate democratiche alla Casa Bianca, le senatrici Hillary Clinton e Evah Bayh, il presidente del Comitato Nazionale Democratico Howard Dean, e il presidente entrante dell'House Committee on International Affairs [Comitato della Camera per gli Affari Internazionali], il deputato democratico Tom Lantos.
Quindi è molto importante che Bush abbia deciso di dare a Cheney (piuttosto che al segretario di stato Condoleeza Rice) un'occasione per esibirsi sul palco centrale della geopolitica medio orientale su questo punto cruciale. La strategia degli Stati Uniti nella guerra irachena è sotto intenso esame, e la Casa Bianca dovrebbe presto ricevere il rapporto dell'Iraq Study Group, copresieduto dall'ex segretario di stato James Baker e dall'ex deputato Lee Hamilton.
Le consultazioni di Cheney a Riyadh sono compatibili con quello che Seymour Hersh ha scritto nel ultimo numero del New Yorker: "Fonti con conoscenza diretta delle procedure [dell'ISG] mi hanno detto che il gruppo, circa alla metà di novembre, ha escluso un immediato e completo ritiro americano ma avrebbe raccomandato di focalizzarsi su un migliore addestramento delle forze irachene e un ridispiegamento delle truppe americane."
Cosa preannuncerebbe questo per Teheran? Certo, sta diventando chiaro che per l'Iran sarebbe poca cosa, anche se l'ISG raccomandasse il coinvolgimento di Siria e Iran in una conferenza regionale per aiutare a stabilizzare l'Iraq, e che Bush accettasse una simile raccomandazione.

Il fatto è che l'Iran è in svantaggio rispetto alla strategia saudita. Lo spettro della mezzaluna sciita è un utile grido di battaglia per i regimi assediati di Riyadh (e de Il Cairo e Amman), laddove per Teheran è un grande imbarazzo e il maggiore ostacolo. Per l'Iran, l'aumento del potere sciita è un mezzo per realizzare un fine. L'Iran ritiene che il proprio destino sia di essere leader del mondo islamico.
Per come la vede Teheran, è stata una lunga attesa, ma l'Iraq e la Siria stanno finalmente emergendo come nuovo centro di gravità del mondo arabo. E l'Iran è loro alleato. Inoltre, l'Iran vede un'opportunità storica nel fatto che, a 100 anni circa dagli accordi Sykes-Picot che hanno smembrato il Medio Oriente, le potenze regionali possano finalmente riempire il vuoto di potere per assicurare il ritiro statunitense dall'Iraq. Il processo è senza dubbio di enormi proporzioni e dunque imperfetto, frammentario e difficile. Non di meno l'Iran deve perseguirlo col proprio massimo potenziale.
Ma i modi bruschi con cui Wasington si è mossa la scorsa settimana per fermare l'iniziativa iraniana del summit trilaterale con Iraq e Siria evidenzia anche che genere di avversario si trovi davanti l'Iran. Il presidente iracheno Jalal Talabani non poteva essere sull'aereo per Teheran quel sabato. Gli americani hanno imposto il coprifuoco a Baghdad e chiuso l'aeroporto.

Anche il presidente siriano Bashar al-Assad quel sabato è rimasto a Damasco invece di recarsi a Teheran. L'iniziativa iraniana sembra fallita in partenza. l'Iran ha quindi chiarito che il summit tripartito sarebbe stato "una cosa positiva" ma che non era stato programmato nessun incontro "del tipo riportato da certi media".
Nel frattempo, il Comitato per l'Iraq della Lega Araba sabato ha annunciato che il 5 dicembre avrebbe tenuto al Cairo un incontro tra i ministri degli esteri per trovare un modo per fermare i "fiumi di sangue che scorrono in Iraq".
Non c'è dubbio, né l'Iran né la Siria sembrano voler prendere sottogamba i tentativi statunitensi di isolarli all'interno della regione. Come ha notato il noto commentatore medio orientale Rami Khouri, è "implausibile che si comportino come la Libia, cedendo alle pressioni e dando unilateralmente agli Stati Uniti quello che vogliono... domanderanno un prezzo alto per cooperare con gli Stati Uniti e aiutarli a lasciare l'Iraq"
Inoltre, rimane da vedere se un processo internazionale nella forma del tribunale per il Libano sia stata una mossa intelligente, dopo tutto. In una regione dove gli assassinii fanno parte della cultura politica (e spesso, come nel caso di Israele, costituiscono uno strumento della politica dello stato), la creazione di un tribunale per il Libano puzza di cinismo. Al di là di questo, simili processi spesso prendano direzioni proprie, e potrebbe accadere che il tribunale per il Libano possa sfuggire al controllo statunitense. In sostanza, il tribunale internazionale sarebbe una "nuova forma di comportamento neocoloniale" (per citare Khouri), perché gli Stati Uniti stanno agendo assieme a Gran Bretagna e Francia, due ex potenze coloniali della regione, e nonostante la Cina e la Russia lo abbiano accettato per ragioni proprie.
È sicuro che l'Iran e la Siria resisteranno con tutte le loro forze. Per il presente, però, gli iraniani si trovano in qualche maniera nella stessa situazione di Banquo nella tragedia di Shakespeare "Macbeth", quando "per la nebbia e l'aer corrotto" il nobile guerriero udì la profezia delle streghe, "tu genererai dei re, senza esser re tu stesso".

M. K. Bhadrakumar è stato diplomatico di carriera nel servizio estero indiano per più di 29 anni, con ruoli come ambasciatore in Uzbekistan (1995-98) e Turchia (1998-2001)

Originale:
http://www.atimes.com/atimes/Middle_East/HK28Ak04.html
http://www.atimes.com/atimes/Middle_East/HK28Ak05.html
http://www.atimes.com/atimes/Middle_East/HK28Ak06.html

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