sabato, gennaio 28, 2006

I detenuti di Guantanamo in sciopero della fame sono prossimi alla morte

Sarah Baxter, The Times, 22 gennaio 2006

Washington – Nonostante l'alimentazione forzata alla quale sono sottoposti dai militari americani, diversi detenuti che stanno facendo lo sciopero della fame a Guantanamo potrebbero essere prossimi alla morte, secondo i loro avvocati.
Risultano particolarmente preoccupanti le condizioni di due scioperanti yemeniti che rifiutano il cibo da agosto. Si teme anche per la vita di un prigioniero saudita, che è stato ricoverato in ospedale.

La moglie di un cittadino britannico che sta facendo lo sciopero della fame, Shaker Aamer, la scorsa settimana è andata alla Camera dei Comuni per chiedere l'aiuto dei deputati. La moglie di Aamer, 31 anni, che vive a Londra con i suoi quattro figli e ha chiesto che non fosse fatto il suo nome, ha dichiarato: "E' il momento di fare qualcosa. Mio marito non resisterà a lungo."
Aamer sciopera dal 2 novembre scorso. Anche se ha perso peso, è più forte di altri prigionieri che protestano per la propria detenzione senza processo.
Secondo un rapporto che l'associazione per la difesa dei diritti dei detenuti Reprieve renderà pubblico domani, gli yemeniti, identificati come Abu Bakah al-Shamrani e Abu Anas, secondo quanto affermano gli altri prigionieri sono estremamente deboli. Shamrani pesa ormai solo 32 chili.

Secondo Reprieve, Camp Echo, che è composto da celle d'isolamento, si è trasformato in un'istituzione d'alimentazione forzata, dove gli scioperanti sono tenuti separati dagli altri detenuti e dove il sentiero di ghiaia è stato ricoperto di cemento per poterli portare in giro in sedia a rotelle.

La scorsa settimana l'esercito americano ha comunicato che il numero degli scioperanti era sceso a 22 dopo il picco raggiunto a Natale, e che 17 venivano nutriti con il tubo.
Il Tenente Colonnello Jeremy Martin, portavoce della Joint Task Force (Unità Operativa Congiunta) Guantanamo, si è rifiutato di fornire il numero dei detenuti ricoverati in ospedale e ha detto che gli scioperanti erano "denutriti" ma "clinicamente stabili". Ha negato che fossero in immediato pericolo di vita.

Lo studio legale statunitense Paul Weiss, che rappresenta tre detenuti sauditi, ha ricevuto rapporti medici settimanali sempre più allarmanti sulle condizioni di uno di essi, che si trova nell'ospedale da campo.

Lo scorso mese, durante una visita a Guantanamo, agli avvocati di Paul Weiss è stato impedito di recarsi all'ospedale, e si sono sentiti dire che i loro clienti non volevano vederli. "Siamo preoccupati che possano trovarsi in pericolo di vita," ha detto uno degli avvocati, Jana Ramsay. "Di solito sono contenti di vederci."

I prigionieri nutriti a forza hanno permanentemente inserito nel naso un tubo che scende nello stomaco ed è attaccato a un altro tubo per l'alimentazione. Se non lo strappano, secondo i militari americani acconsentono a essere nutriti anche se il tubo è stato inserito con la coercizione.
Aamer questo mese ha ricevuto la visita del suo avvocato, responsabile legale di Reprieve, e "con evidente sofferenza" si è tolto il tubo dal naso per lasciarsi esaminare. Secondo Stafford-Smith il tubo era lungo un metro e dieci ed era macchiato di sangue dopo essere stato nello stomaco di Aamer.

Aamer ha giurato di continuare lo sciopero della fame finché non otterrà un giusto processo o la scarcerazione. Ha dichiarato: "Il governo britannico si rifiuta di aiutarmi. A cosa serve che mia moglie sia una cittadina britannica?" Ha detto che considera il governo britannico responsabile della sua morte quanto quello americano.
Stafford-Smith ha detto che l'"inevitabile spettro di un prigioniero musulmano morto a Guantanamo creerà un'indignazione ancora maggiore di quella provocata dalla profanazione del Corano".

Tradotto dall'inglese in italiano da Mirumir, membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica (transtlaxcala@yahoo.com). Questa traduzione è in Copyleft.

giovedì, gennaio 26, 2006

Glossario dell’espropriazione, di Paul De Rooij

Nel 2005 gli israeliani e la maggior parte dei principali mezzi di informazione hanno annunciato con grande enfasi la notizia del “disimpegno” da Gaza, sostenendo che per risolvere il conflitto si stavano prendendo misure molto coraggiose. Nonostante queste affermazioni, la realtà è che ai palestinesi sono state rubate altre terre, che molti hanno subito espropriazioni e che la pulizia etnica si è aggravata, in particolare a Gerusalemme. Nel frattempo gli israeliani stanno orchestrando una campagna propagandistica per nascondere l’ultimo sordido capitolo delle espropriazioni. La caratteristica principale di questa campagna è la sua invisibilità: Israele e i suoi surrogati mediatici stanno efficacemente distogliendo l’attenzione da ciò che accade sul campo. Non vi è praticamente nessun articolo che parli dell’avanzamento della costruzione del muro e delle conseguenze che ha su coloro che si trovano sul suo tracciato. È inoltre evidente che alcuni eventi sono stati messi in scena e gonfiati per dirottare altrove l’attenzione dei mezzi di informazione, come nel caso del clamore che ha circondato lo sgombero dei coloni da Gaza. [1] La terza caratteristica è l’adozione di parole contaminate dalla propaganda; si tratta di uno scaltro mezzo per alterare la percezione della situazione palestinese e della natura delle azioni israeliane – e di tale aspetto tratterà questo articolo.
Le parole sono molto importanti. Le parole danno forma ai problemi, attenuano, mitigano, assolvono e perfino celano azioni sordide. Parole come “disimpegno”, “stato fattibile”, “barriera o recinzione”, ecc., alterano la nostra comprensione della situazione dei palestinesi, sottoposti all’incessante e implacabile pulizia etnica che è stata la norma negli ultimi decenni. Invariabilmente, i media occidentali e la loro congrega di “analisti” usano le parole contaminate dalla propaganda per riferirsi alle azioni israeliane e alla situazione palestinese. L’elenco che segue analizza alcune delle principali espressioni che nascondono o assolvono l’espropriazione condotta a danno di milioni di palestinesi [2].

Arbitrato americano : "Onesto mediatore" – tutto daccapo
Gli israeliani si rifiutano di impegnarsi in negoziati con i palestinesi; tutte le misure del “disimpegno” sono state imposte unilateralmente. Tuttavia è necessario che vi sia almeno un’apparenza di negoziati, e gli Stati Uniti hanno assunto il ruolo di arbitro. Gli Stati Uniti mirano a creare l’impressione che vi siano dei negoziati anche se gli israeliani si rifiutano di dialogare direttamente con i palestinesi. Gli Stati Uniti si sono attribuiti questo ruolo nonostante finanzino Israele a suon di miliardi di dollari, lo proteggano diplomaticamente dal biasimo internazionale, e via dicendo. Un mediatore dovrebbe essere neutrale e privo di conflitti di interesse. Ma non ha importanza: ai fini della propaganda gli Stati Uniti possono comunque essere definiti un “onesto mediatore” o un “arbitro”.

Attentatore suicida! : La bomba di precisione del povero

Avamposto : Demarcazione per una nuova colonia
"Una struttura israeliana (civile o militare) oltre la linea dell’Armistizio del 1949 che non ha ottenuto il riconoscimento ufficiale da parte del Governo israeliano. Molto spesso, questi avamposti godono della tacita approvazione del governo Israeliano e sono i precursori delle nuove colonie. I governi israeliani sono soliti rimandare il riconoscimento di quegli avamposti per motivazioni di natura politica.” [11]

Barriera o recinzione di sicurezza : Il Muro
Per dare l’impressione che un giornalista o un giornale sono “equilibrati” quando parlano del muro, viene usato il termine “barriera”. Solitamente i mezzi d’informazione filoisraeliani lo chiamano “recinzione”.
Inoltre, “sicurezza” è l’aggettivo che spesso accompagna il termine “barriera”. Per esempio, Donald MacIntyre, giornalista dell’Independent, usa i termini congiunti “barriera di sicurezza” e “barriera di separazione”. Tuttavia, la parola “sicurezza” in questo contesto anticipa il giudizio sugli scopi del muro, e offre un’interpretazione di questi scopi dal punto di vista di Israele. In realtà il muro è un mezzo per annettere più territori, ridurre i palestinesi in condizioni miserabili e imporre un confine. Chomsky ha descritto il muro come un’arma, e questo definisce molto meglio i suoi veri scopi [19].
Un altro aggettivo comunemente usato è “separazione” (anche se soppiantato da “sicurezza” perché “separazione" è strettamente associato ad “apartheid”). Ecco quello che Oren Medicks, pacifista israeliano, ha da dire al riguardo:
“il recinto di separazione viene presentato al pubblico israeliano come una ragionevole misura di sicurezza pensata per separare i palestinesi e gli israeliani; in realtà, la sola separazione che produce è quella tra i palestinesi e la loro terra” [20].

Concessioni : Desiderio di ottenere gesti di buona volontà in cambio delle misure unilateralmente imposte da Israele
Alla metà del 2005, quando gli israeliani imposero le proprie misure unilaterali in quello che sarebbe diventato noto come “disimpegno” da Gaza, gli israeliani e i loro apologeti espressero il desiderio di ricevere dai palestinesi delle “concessioni” in cambio della “buona volontà” israeliana, dando per scontato che le azioni israeliane fossero permeate di benevolenza nei confronti dei palestinesi – e questo è certamente il primo caso in cui dei responsabili di pulizia etnica dimostrano buona volontà verso le proprie vittime.
Molti argomenti dimostrano, al contrario, la meschinità di Israele nei confronti dei palestinesi. È istruttivo leggere i resoconti dei recenti negoziati sul confine tra Gaza ed Egitto, o sul collegamento tra Gaza e la Cisgiordania. Come ha scritto Gideon Levy: “Chiunque legga questi resoconti è in grado di rilevare le principali componenti che caratterizzano l’atteggiamento di Israele nei confronti dei palestinesi – l’ambiguità, l’assenza di un briciolo di buona volontà e il mancato rispetto degli accordi.” [4].

Contiguità dei trasporti : Ponti e gallerie tra le riserve smembrate
Israele ha intrapreso la costruzione di strade esclusive tra gli insediamenti coloniali e i principali centri israeliani. Queste strade tagliano deliberatamente la Cisgiordania in enclave isolate per impedire la formazione di un mini-stato palestinese in Cisgiordania. E adesso, per realizzare la visione di Bush di uno stato “fattibile”, deve esserci la “contiguità dei trasporti”, che si riferisce ai ponti e alle gallerie che devono essere costruiti per collegare le enclave palestinesi smembrate.
È impossibile costruire strade dirette tra gli insediamenti coloniali e le principali città israeliane e al contempo creare una coerente rete di trasporti che unisca i centri palestinesi. L’infrastruttura realizzata per demolire il potenziale di uno stato palestinese non può coesistere con un’infrastruttura coerente di trasporti che lo unisca. Naturalmente i palestinesi non avranno il permesso di usare le strade costruite per gli insediamenti coloniali – si tratta per lo più di strade riservate esclusivamente agli ebrei.

Controverso : Illegale
I giornalisti dei mezzi di informazione tradizionali sono incapaci di suggerire il fatto che costruire insediamenti coloniali è illegale. L’eufemismo scelto è dunque “controverso”. Naturalmente, in seguito diranno che “non è ragionevole” sgomberare l’insediamento coloniale – era semplicemente controverso, non illegale o immorale [5]. (vedere alla voce: Non è ragionevole)

Passaggio umanitario : Moderato sadismo
Amira Hass, giornalista di Ha'aretz, descrive così alcune caratteristiche di un posto di blocco:
Di secondaria importanza è anche la decisione di aprire il “passaggio umanitario” (riservato alle persone in sedia a rotelle, ai genitori con passeggini e i lavoratori palestinesi di una ditta di pulizie a contratto), al mattino, a donne e uomini con più di 60 anni. Un altro dettaglio che in sé distoglie l’attenzione da ciò che è importante. Ciò che è importante è che l’esercito e i cittadini israeliani che concepiscono tutti i particolari dell’espropriazione – e i posti di blocco sono una parte inseparabile di questa espropriazione – hanno trasformato il termine “umanitario” in un’odiosa bugia.
E così offriamo una piccolo tornello in una gabbia, un ufficiale con l’ordine di controllare un vecchio, un bagno e un raffreddatore d’acqua potabile – e questo viene chiamato “umanitario”. In altre parole, prima cacciamo un intero popolo in situazioni impossibili e vistosamente disumane per rubargli la terra, il tempo, il futuro e la libertà di scelta, e poi arriva il proprietario della piantagione, che allenta un po’ la morsa e si inorgoglisce della propria capacità di compassione [7].

Disimpegno : Occupazione con altri mezzi e intensificazione della pulizia etnica
Il cosiddetto disimpegno è stato l’imposizione di una serie di misure unilaterali che hanno portato al riposizionamento delle forze israeliane a Gaza, a un limitato sgombero delle colonie di insediamento e a un’intensificazione degli espropri e della pulizia etnica in Cisgiordania e a Gerusalemme. Se da un lato la propaganda ha enfatizzato con ogni mezzo il ritiro da Gaza, è chiaro che dall’altro lato l’intento era quello nascondere i sordidi sviluppi in Cisgiordania, o le implicazioni per la popolazione di Gaza del controllo israeliano dal perimetro dell’enclave.

Gestione del conflitto : Sopprimere la resistenza; alternativa alla pace
Israele sta imponendo ai palestinesi una “soluzione” chiamata “disimpegno”. Poiché non ci sono dei negoziati, non c’è alcun motivo per cui i palestinesi debbano accettare questo esito, e alcuni possono decidere di proseguire la lotta armata. I colloqui sulla “gestione del conflitto” consistono in discussioni con collaboratori palestinesi per sopprimere la resistenza armata. (vedere alla voce: Pace)

Gestire le risorse : Rubare le risorse
Alcuni anni fa gli esperti israeliani in gestione delle risorse idriche incontrarono la loro controparte palestinese per giungere a un accordo. Qualche accordo vi fu, ma in seguito i palestinesi scoprirono che gli israeliani avrebbero pompato una quantità d’acqua maggiore di quella prevista (gli israeliani installarono infatti una conduttura larga circa un metro, e quindi molto più di quella stipulata nei cosiddetti “accordi”). I palestinesi scoprirono anche che avrebbero dovuto comprare la maggior parte della loro acqua dalle compagnie idriche israeliane invece di pomparla da soli. [9] Inoltre, i palestinesi compresero che per rispondere al futuro aumento della domanda avrebbero dovuto ricorrere a “nuove fonti”, e cioè acquistarla dagli impianti di dissalazione israeliani – mentre gli israeliani avrebbero continuato a pompare una maggiore quantità d’acqua dalla falda idrica della Cisgiordania.
I giacimenti di gas naturale al largo della costa di Gaza sono “gestiti” da una compagnia israeliana, e ai proprietari di diritto di questa risorsa non giunge nessun provento per il suo sfruttamento. Secondo le convenzioni di Ginevra una potenza occupante non ha il permesso di sfruttare le risorse naturali che appartengono ai territori occupati a meno che non vi sia il consenso della popolazione sottoposta all’occupazione.

Guardate avanti e trovate soluzioni innovative : Ignorate la storia ed evitate i riferimenti alla giustizia
In una recente conferenza all’Università di Harvard, Shimon Peres ha affermato: “dovremmo guardare avanti e trovare soluzioni innovative.” Questa considerazione fu giudicata così saggia che fu usata come premessa al dibattito Dershowitz-Chomsky, svoltosi all’Università di Harvard il 29 novembre 2005.
Secondo Peres la storia del conflitto dovrebbe essere ignorata, e le soluzioni proposte non dovrebbero fare riferimento all’ingiustizia perpetrata in passato, e cioè l’eliminazione delle restituzioni e delle compensazioni.
I recenti progetti della Rand Corporation sono “soluzioni innovative”: ferrovie, gallerie, ponti, posti di blocco ad alta tecnologia, pagati preferibilmente dagli Stati Uniti o dall’Unione Europea. Nessuno di questi progetti risponde alla necessità di riparare all’ingiustizia della pulizia etnica del 1948 e del 1967 e alle incessanti demolizioni delle abitazioni. La restituzione è necessaria, ma Peres non la considera una “soluzione innovativa.”
Naturalmente tutte le fasi storiche sono uguali, ma alcune sono più uguali delle altre. Quando si parla di seconda guerra mondiale il passato non deve essere dimenticato, e bisogna perseguire la restituzione dei beni degli ebrei. Quando si parla dell’epurazione etnica dei palestinesi nel 1948, invece, questo capitolo va ignorato – meglio “guardare avanti” – e non bisogna fare alcuna allusione alla restituzione. Comunque, spetta alle vittime di un conflitto dichiarare che “il passato è passato” o rinunciare al proprio diritto alle restituzioni; non spetta certamente a Shimon Peres, che rappresenta coloro che furono responsabili della pulizia etnica.

Israele propriamente detto : Furto concesso (furto propriamente detto)
“Israele propriamente detto” è un termine propagandistico per definire la terra israeliana sulla quale non si può negoziare – questa terra è stata rubata, ma ora dovrebbe essere considerata “israeliana” senza alludere alle sue dubbie origini. Tutto Israele fu fondato su una terra rubata alla popolazione palestinese autoctona, e l’implicazione di quel “propriamente detto” è che la terra è ora accordata a Israele da chiunque usi questo termine. Un’altra implicazione è che non bisogna parlare della pulizia etnica del 1948 e delle espropriazioni di massa della popolazione autoctona. Il fatto che questo termine conceda la maggior parte della terra rubata nel 1948 è parte del problema: considera il conflitto solo in rapporto alla conquista del 1967 a esclusione della terra e dei diritti dei profughi palestinesi e di coloro che sono riusciti a restare in quello che ora è Israele.
Inoltre, poiché Israele non ha dei confini definiti, ne consegue che non li ha neanche “Israele propriamente detto”. La delimitazione della risoluzione 181 delle Nazioni Unite avrebbe dovuto costituire un confine per Israele, ma fino a poco tempo fa la Linea Verde delimitava “Israele propriamente detto”, e gradualmente il muro sarà considerato come il confine di Israele “propriamente detto”; vale a dire, fino a quando Israele non deciderà di annettersi altri territori per incorporare una delle sue colonie in Cisgiordania o di appropriarsi di un’altra zona di Gerusalemme. E naturalmente non bisogna dimenticare che “Israele propriamente detto” comprende anche territori rubati alla Siria nel 1967. Il significato di “propriamente detto” è in continua espansione.
Questa designazione sembra applicarsi solo a Israele, e non c’è un altro paese con dispute sui confini o sui territori che venga definito allo stesso modo. Per esempio, non c’è un’espressione “Gran Bretagna propriamente detta”, anche se la Gran Bretagna vanta diritti illegittimi su alcune isole come Gibilterra. La stessa cosa vale per gli Stati Uniti con i suoi dubbi diritti su Guantanamo, Diego Garcia (anche se furono i britannici a fare pulizia etnica per gli statunitensi in quelle isole), Portorico, ecc.

Moderato - Estremista di destra
Adesso che Ariel Sharon ha deciso lasciare il partito Likud, i commentatori affermano spesso che il suo nuovo partito sarà “centrista” e che Sharon dovrebbe essere considerato un “moderato”. L’interpretazione di Gideon Levy è rivelatrice:
“Sharon e Mofaz, i moderati, sono responsabili della politica più brutale che Israele abbia mai condotto nei territori. Di fatto, sono oggi i politici più estremisti di destra. Shimon Peres, che viene definito ancora più moderato di loro, ha appoggiato completamente la loro politica. Dunque, anche Peres è un estremista. Avi Dichter e Moshe Ya'alon, le future speranze della destra e dei ‘moderati’ sono al timone di due organizzazioni che compiono azioni violente e brutali, senza alcun ritegno, contro una popolazione civile inerme. Non possono essere considerati moderati secondo alcun criterio di giudizio. Sono responsabili di un maggior numero di ingiustizie, omicidi e distruzioni di tutta l’‘estrema destra’ al completo.

La distinzione tra estremisti e moderati nella società israeliana deve dunque essere sottoposta urgentemente a una revisione. L’uso di questi termini nella loro formulazione attuale è fuorviante. In questo modo, Sharon e, di fatto, Peres sono riusciti a ingannare gli israeliani e il mondo intero presentandosi come moderati. Ma un moderato è chi riconosce l’esistenza dei palestinesi come un popolo con pari diritti e chi è pronto a trarre da questo le ovvie conclusioni politiche. Chiunque non riconosca i diritti dell’altro e ignori la sua esistenza è un estremista di destra, indipendentemente dal fatto che si chiami Feiglin, Mofaz, Netanyahu o Sharon.” [10]

Negoziati : Se è vostro, negoziamo
In caso di dispute su questioni di terra o di risorse, gli israeliani tendono a voler negoziare solo finché esse sono sotto il controllo dell’altra parte. Tuttavia, quando la terra o le risorse fanno parte di “Israele propriamente detto” non deve essere consentito alcun negoziato. (leggere alle voci: Gestione delle risorse e Israele propriamente detto)
Qualsiasi diritto a cui i palestinesi aspirino è un elemento su cui far leva nel negoziato. Il diritto a viaggiare, i documenti di viaggio, i collegamenti tra la Cisgiordania e Gaza, l’assegnazione delle quote e delle zone di pesca, ecc., sono tutti elementi usati da Israele per ottenere concessioni, specie per quanto riguarda la “sicurezza.” I negoziati non trattano aspetti concreti, ma diritti basilari che gli “occidentali” darebbero per scontati.

Non è ragionevole aspettarsi un ritiro dei coloni… : Non è possibile espellere i ladri
Se lo sgombero di 8000 coloni da Gaza ha creato un tale finimondo, “non è ragionevole” aspettarsi un ritiro dei coloni dalla Cisgiordania o da Gerusalemme Est. Anche se gli insediamenti coloniali sono illegali secondo la legge internazionale, e la loro costruzione fu giustamente vista come un modo per impedire un pacifico accordo negoziale, gli israeliani e i loro apologeti mirano a rappresentare le colonie della Cisgiordania come permanenti e al di là di ogni disputa – presto saranno considerate parte di “Israele propriamente detto.”

Nuovo antisemitismo : Critica di Israele
Si consideri che Israele sta attualmente conducendo una pulizia etnica di ampie aree della Cisgiordania e di Gerusalemme Est. Sta mettendo in atto misure draconiane contro la popolazione palestinese che è rimasta, con l’intento di costringerla ad emigrare. Tuttavia, quando si criticano queste azioni, o peggio ancora quando le si condanna, si viene accusati d’“antisemitismo”! Le denuncie di un “nuovo antisemitismo” sono una cortina fumogena che serve a distogliere l’attenzione dalle sordide azioni israeliane.
Si consideri anche che coloro che sono propensi a etichettare la critica nei confronti di Israele come antisemitismo sono essi stessi razzisti anti-arabi, inclini a negare l’umanità e perfino l’esistenza dei palestinesi.

Omicidio di minore gravità : Omicidio sanzionato
“Molto prima dell’attuale intifada, a Hebron nel 1996 un colono israeliano colpì con una pistola l’undicenne Hilmi Shusha, uccidendolo. Un giudice israeliano prosciolse l’omicida, dicendo che il bambino era morto per conto suo “a causa della pressione emotiva.” Dopo numerosi appelli e dopo le pressioni della Corte Suprema, che definì l’atto “omicidio di minore gravità,” il giudice rivide la sentenza e, mentre infuriava l’Intifada di al Aqsa, condannò l’omicida a sei mesi di servizio in una comunità e a una multa di poche centinaia di dollari. Il padre del bambino accusò la corte di aver rilasciato una “licenza d’uccidere”. Gideon Levy di Ha’aretz descrisse eloquentemente quella multa come il “prezzo di saldo di fine stagione della vita di un bambino,” riferendosi ai dati raccolti da B'tselem, la principale organizzazione di difesa dei diritti umani in Israele, che documentava decine di casi simili in cui i colpevoli erano stati prosciolti o se l’erano cavata con una tirata d’orecchi" [8]

Pace (NB: nella pronuncia di Ariel Sharon “peace” è più simile a "piss") : Sì, una parola sconcia
Arnon Soffer è uno dei dottor Stranamore di Israele e il “padre del muro”. Vediamo cosa pensa della “pace”:
Domanda: Quale sarà il risultato finale di tutte queste uccisioni?
Arnon Soffer: I palestinesi saranno costretti a rendersi conto che la demografia non è più significativa, perché noi siamo qui e loro sono là. E allora cominceranno a chiedere di discutere la “gestione del conflitto” – non quella brutta parola che è “pace”. Pace è una parola per credenti, e io non ho alcuna tolleranza per i credenti – né per coloro che portano gli “yarmulke”, né per coloro che pregano il Dio della pace [12].
La pace è davvero una brutta parola quando viene pronunciata senza alcun rapporto con la giustizia. La giustizia è un concetto più potente di quello di pace, e forse uno slogan migliore per coloro che hanno a cuore la situazione dei palestinesi.

Preservare la sicurezza dei coloni : Sicurezza per i responsabili della pulizia etnica...
“Sul territorio, la creazione e il mantenimento dell’[insediamento coloniale di] Ariel ha comportato e continua a comportare indescrivibili difficoltà per i palestinesi che si trovano a vivere nella vicina città di Salfit e nei molti villaggi situati sull’ampio territorio circostante. Gli abitanti palestinesi sono esposti a continue confische della loro terra al fine di alimentare la fame di territori della colonia in continua espansione di Ariel, e la loro vita quotidiana è soggetta a limitazioni negli spostamenti sempre più severe con la scusa di ‘preservare la sicurezza dei coloni’.” [14]

Reazione : Punizione collettiva
Dopo un attentato suicida o un’azione violenta contro gli israeliani si ripetono appelli incessanti affinché vi sia una “reazione”. Il gabinetto israeliano si riunisce per determinare quale tipo di punizione collettiva andrà messa in atto. Il governo israeliano usa gli abitanti palestinesi dei territori occupati come ostaggi e infligge punizioni collettive che fungano da “deterrente”. Gli israeliani hanno sempre il diritto di reagire, è la prerogativa dell’occupante. I palestinesi non hanno mai il diritto di reagire, si tratterebbe di “terrorismo”.
Ecco quello che il Dr. Majeed Nassar, un dottore di Beit Sahour, ha da dire al proposito:
“La nozione di assoluta sicurezza esprime la gretta ideologia di Israele che si rivela attraverso […] la sua politica e la sua struttura psicologica: […] La trasformazione del principio di sicurezza per il cittadino israeliano in un razzismo ripugnante che consente a Israele di imprigionare un’intera popolazione mettendola sotto assedio per costringere il movimento di resistenza palestinese ad arrendersi.” [17]

Registro della popolazione : Il registro della guardia carceraria
Prima del “disimpegno” Israele controllava il registro della popolazione: tutte le nascite, le morti, i matrimoni e i cambiamenti di residenza tra i palestinesi dovevano essere dichiarati alle autorità israeliane. Dopo il cosiddetto disimpegno l’Autorità palestinese a Gaza deve ancora dichiarare questi dati nonostante si supponga che abbia ottenuto una maggiore indipendenza [13].

Road map : La strada verso il nulla
L’affermazione di Dov Weisglass (braccio destro di Ariel Sharon) secondo cui i negoziati erano stati messi sotto formaldeide e la successiva approvazione statunitense del cosiddetto processo di “disimpegno” hanno dato il colpo di grazia alla “road map” e hanno reso inutile l’arbitrato del Quartetto. Benché la “road map” sia chiaramente morta, il Dipartimento di Stato, il presidente degli Stati Uniti e gli opinionisti continuano a suggerire che i palestinesi dovrebbero seguirla. Vale a dire che Israele impone misure unilaterali, ma alcuni continuano a suggerire che i palestinesi dovrebbero seguire una “road map” defunta.
Il 26 dicembre del 2005, quando la BBC fece un servizio sulla costruzione di altre abitazioni nei territori occupati, affermò che “questa mossa sembra infrangere l’impegno di Israele a congelare l’attività di insediamento nel territorio occupato, nell’ambito del processo di pace appoggiato dagli Stati Uniti, la ‘road map’.” [18]. I frequenti riferimenti alla “violazione della ‘road map’” hanno tutti a che vedere con la propaganda. Vale dire che la BBC o la CNN preferiscono dichiarare che un certo tipo di condotta israeliana “viola la ‘road map’” invece di dire che “viola la legge internazionale”. La “road map” resta un sotterfugio per evitare di affermare che le azioni israeliane infrangono la legge internazionale.

Semafori dell’apartheid : I semafori che privilegiano gli ebrei
“... uno studioso di B'Tselem originario del campo profughi di Shuafat cita l’esistenza di un termine relativamente nuovo nel lessico della discriminazione attuata nel settore orientale della capitale, "I semafori dell’apartheid”. Nei quartieri arabi di Gerusalemme i semafori sono praticamente assenti. Ve sono alcuni solo nelle rare zone in cui circolano gli ebrei. In questi casi, come accade per i semafori a nord dell’incrocio di French Hill, il tempo concesso agli arabi che provengono da Shuafat è di gran lunga minore di quello concesso alle automobili che provengono dalla zona ebraica. Di conseguenza, per molte ore al giorno sulle strade arabe si formano lunghe code di veicoli fermi all’incrocio [3].

Sfoltimento etnico : Pulizia etnica al dettaglio
Le autorità di Gerusalemme hanno recentemente rivelato un nuovo piano per la città:
"Il piano comporta uno sfoltimento della popolazione in tutti i quartieri della Città vecchia, eccetto l’unico finora rimodernato – il Quartiere ebraico – per rallentare la rapida crescita demografica" [6].

Sgombero degli insediamenti : Misure parziali
Israele è disposto a rinunciare ad alcuni dei suoi insediamenti coloniali, ma non ai “blocchi di insediamenti.” Questa distinzione è stata fatta dal Prof. Jeff Halper, fondatore e direttore dell’ICAHD. Israele cerca di mantenere il controllo sui blocchi di insediamenti, e cioè su un’area più estesa [15].
È importante notare che una delle raccomandazioni fatte dagli strateghi militari per spezzare l’intifada consisteva nel “mettere in atto un ritiro ‘temporaneo’ dei coloni israeliani da insediamenti isolati esposti e di scarso valore strategico...” [16].

Sicurezza interna : Repressione delle riserve palestinesi
Il solo ruolo che gli israeliani accordano all’Autorità palestinese è ai fini della “sicurezza interna”, cioè affinché reprima il suo popolo. Israele vorrebbe che l’Autorità palestinese reprimesse tutti i gruppi armati e “smantellasse l’infrastruttura terroristica.”

Sovranità : La gestione palestinese delle riserve
Danny Rubinstein, corrispondente di Ha’aretz, recentemente ha dichiarato in un programma radiofonico negli Stati Uniti che i palestinesi dovrebbero cercare di trarre il massimo dalla “sovranità” recentemente garantita loro dal piano disimpegno. Si consideri che l’Autorità palestinese non ha alcun controllo sui suoi confini e le sue risorse, è ancora tenuta a fornire a Israele il registro della popolazione e non ha nemmeno la facoltà di rilasciare documenti di viaggio... [22]
Quando al generale Amos Yaron, l’architetto del muro, fu chiesto se la costruzione del muro teneva conto dell’impatto ambientale sul versante orientale del muro (l’enclave palestinese), la sua risposta fu: “In realtà, consideriamo nostri entrambi i versanti, noi siamo i padroni. Per noi non c’è differenza tra i due lati del muro” [23]. E per la “sovranità” è tutto.

Stato fattibile : Riserve palestinesi
Così come la fattibilità di un’erezione non garantisce di per sé prestazioni sessuali ad alto impatto, uno “stato fattibile” non indica la formazione di uno stato sovrano o di un’economia che scoppia di salute. A gettare ulteriori dubbi su cosa si intenda per “stato palestinese fattibile” è il fatto che il pubblico dell’AIPAC applaudisse ogni volta che il presidente Bush lo nominava [24]. “Stato fattibile” è un’espressione in codice per uno stato privato della sovranità, con un’economia dipendente, soggetto ai futuri capricci di Israele, come il veto sulle decisioni politiche e sui candidati, il controllo delle risorse, l’acquisizione di armamenti, ecc. La funzione principale di un tale stato è diventare un parcheggio per la popolazione palestinese proveniente dalle aree che Israele vuole colonizzare.
I palestinesi dovrebbero chiedere una consulenza agli indiani d’America per determinare quanto “fattibili” siano le loro riserve.

Vicino Oriente : Più vicino a voi
L’AIPAC, il principale comitato di azione politica filoisraeliana negli Stati Uniti, ha creato un gruppo di ricerca filoisraeliano con questa strana denominazione: Istituto di Washington per la politica nel Vicino Oriente. Ci si chiede perché non sia stato chiamato “Istituto di Washington per gli affari in Medio oriente” ("per gli affari israeliani"). Motivo: Israele non vuole esser visto come parte del Medio Oriente, e preferisce essere considerato parte del “vicino” Oriente. E cioè, più vicino all’Europa.

Visione : La faccenda della visione
Il presidente Bush fa raramente riferimento alla sua “visione” e, proprio come suo padre, la definisce ironicamente “la faccenda della visione”. Nel 2002, però, Bush dichiarò che aveva la “visione di uno stato palestinese” e predisse che sarebbe stato creato nel 2005. Quello che la trascrizione del discorso non coglie è la compostezza di Bush mentre lo pronunciò – con una risatina che precedette e seguì la dichiarazione. La creazione dello stato fu rimandata a causa della violenza dei palestinesi (naturalmente!): un’altra visione rinviata [25].

Zona di sicurezza : Zona di morte
Alla fine di dicembre 2005 Israele ha dichiaro una zona di sicurezza, cioè un’area arbitraria vicino al confine con Gaza (dalla parte dei palestinesi) in cui tutti coloro che vi si fossero trovati sarebbero stati uccisi. Inoltre, Israele sta anche ideando delle mitragliatrici automatiche fissate al muro che spareranno su qualsiasi cosa da una certa distanza. Anche quando la vera natura di queste zone di morte è nota, alcuni giornalisti continuano a chiamarle “zone di sicurezza” [21]. E poi, visto che Israele si riserva il diritto di intervenire ovunque, questo significa che tutti i territori occupati sono zone di tiro libero.
Durante la guerra del Vietnam l’esercito degli Stati Uniti istituì delle “zone di tiro libero”, con licenza d’uccidere chiunque vi fosse stato visto (similmente al piano israeliano), con l’impiego di mine antiuomo o di artiglieria che sparava a caso. NB: Si trattava di un crimine di guerra. La “zona di sicurezza” è un eufemismo per “zona di tiro libero”, a sua volta un eufemismo per “zona di morte.”

Paul de Rooij fa lo scrittore e vive a Londra. Può essere contattato all’indirizzo proox@hotmail.com (NB: le mail con allegati saranno automaticamente distrutte.)
Paul de Rooij © 2006

Note:
[1] La costruzione del muro compare a malapena nei servizi giornalistici, che sembrano ignorare le conseguenze per coloro che sono stati isolati dal muro. Alcuni villaggi sul versante occidentale (area di giunzione) del muro sono stati devastati dalla costruzione, ma una ricerca su internet rivela che la loro situazione non è stata nemmeno menzionata dai principali mezzi di informazione! È molto probabile che anche i servizi sull’influenza aviaria siano stati esagerati per ragioni simili. La prova che i servizi sul virus dei polli sono stati usati a scopo propagandistico è il fatto che questo argomento è destinato ad esaurirsi e poi a scomparire. Tra qualche settimana inventeranno una nuova “mega-minaccia”, come le armi nucleari iraniane, un asteroide in rotta di collisione con la terra…
[2] Per un precedente glossario di termini abusati si veda il mio Glossario dell’occupazione, 12 settembre 2002. Contiene una descrizione più dettagliata del perché sia importante capire i significati nascosti delle parole, e del perché bisognerebbe stare attenti a quelle che si usano.
[3] Danny Rubinstein, "La battaglia per la capitale", Ha'aretz, 31 marzo 2005. Ci sono diversi altri articoli sullo stesso argomento, ma questo lo riassume piuttosto bene.
[4] Gideon Levy, "Il passaggio sicuro: storia di una farsa", Ha'aretz, 11 dicembre 2005.
[5] Si veda per esempio: Jonathan Marcus, “‘La Grande Gerusalemme’ prende forma”, BBC Online, 25 marzo 2005.
[6] Nadav Shragai, “Il piano per la Nuova Gerusalemme tenta di tenere a freno il sovraffollamento della Città Vecchia”, Ha'aretz, 14 settembre 2004.
[7] Amira Hass, Non tutto sta nei dettagli, Haaretz, 28 dicembre 2005. Un articolo importante.
[8] Omar Barghouti, “Un altro bambino giustiziato a Rafah”, CounterPunch, 25 ottobre 2004.
[9] Conferenza di un esperto palestinese in gestione delle risorse idriche alla SOAS, ottobre 2004.
[10] Gideon Levy, “È preferibile Feiglin”, Haaretz, 25 dicembre 2005.
[11] Glossario compilato dall’Istituto di ricerca applicata di Gerusalemme (ARIJ):
[12] Arnon Soffer, intervista con Ruthie Blum, “UNO su UNO: È la demografia, stupido”, The Jerusalem Post, May. 20, 2004.
[13] È istruttivo leggere gli articoli di Amira Hass su questo tema. Si veda il suo “Andare a studiare in Australia?”, Ha'aretz, 14 dicembre 2005.
[14] Uri Avnery, “Vi siete attirati il boicottaggio: lettera di Gush Shalom all’Università di Bar Ilan”, 26 aprile 2005
[15] Discorso del Prof. Halper alla SOAS, 2004.
[16] Anthony Cordesman, “Israele contro i palestinesi: la seconda intifada e la guerra asimmetrica”, ottobre 2000.
[17] Dr. Majeed Nassar, “La strategia israeliana della sicurezza assoluta", 25 febbraio 2002 (in seguito pubblicata in arabo).
[18] BBC, Israele costruirà altre case per i coloni, BBC Online, 26 dicembre 2005.
[19] Noam Chomsky, “Un muro come un’arma”, New York Times, 23 febbraio 2004.
[20] Oren Medicks, La storia di Nazeeh, Yellow Times, 30 maggio 2003.
[21] Si veda per esempio Donald MacIntyre, Israele lancia attacchi aerei su Gaza mentre si parla di una “zona di sicurezza”, The Independent, 28 dicembre 2005.
[22] Intervistato su YourCallRadio per commentare il piano di “disimpegno”. Sfortunatamente, l’intervista con Laura Flanders non è più disponibile in rete – quando il programma cambiò nome smise anche di archiviare gran parte dei vecchi programmi (un vero peccato).
[23] Il generale fu intervistato nel film di Simone Bitton “Il Muro.”
[24] Questa è la trascrizione del discorso di fronte alla platea dell’AIPAC – sfortunatamente non serba traccia delle risate e degli applausi del pubblico. C-SPAN forse conserva ancora questo discorso nei suoi archivi: merita un ascolto.
[25] Ecco il primo riferimento alla sua “visione”: http://www.whitehouse.gov

Tradotto dall’inglese in italiano da Mirumir, membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica (transtlaxcala@yahoo.com). Questa traduzione è in copyleft.

Fonte: IMEMC http://www.imemc.org/

mercoledì, gennaio 25, 2006

Intervista a Marwan Barghouti

Questa è la traduzione della trascrizione completa dell'intervista esclusiva di Lindsey Hilsum a Barghouti per Channel 4 News del 22 gennaio 2006.

Marwan Barghouti: Gli israeliani sono riusciti ad arrestare il mio corpo, ma non la mia testa, non la mia anima. Non ci riusciranno. Non spezzeranno la nostra volontà di indipendenza e di libertà.
Sono stato in isolamento per la maggior parte del tempo. Non ho visto nessuno, non ho ricevuto le visite dei miei figli, di mia moglie, né di nessun altro.
Le è la prima giornalista, lei e gli altri che sto vedendo ora. Oggi è il primo giorno della mia vita in prigione in cui incontro qualcuno dopo quattro anni.

Penso che Hamas faccia parte del popolo palestinese e che abbia il diritto di partecipare, e io personalmente in questi anni e anche l'anno scorso ho cercato di convincerli e di fare pressioni perché partecipassero alle elezioni.

Dunque io do il benvenuto a questa decisione storica di Hamas, perché qual è il significato della loro decisione di partecipare alle elezioni? Significa che credono nella democrazia, che sono pronti a lavorare secondo le regole della legge e della democrazia, e questo è molto importante.

Lindsey Hilsum: Quindi è la fine della lotta armata, è chiusa l'epoca delle bombe e dei fucili?

MB: Il popolo palestinese, questo dovrebbe essere chiaro, ha comunque il pieno diritto di resistere alle operazioni militari israeliane nei territori occupati.
Pensa forse che avrebbero lasciato Gaza se non ci fosse stata l'intifada, la resistenza? No. Sono rimasti 38 anni. Perché se ne vanno da Gaza? Io penso che sia un grande risultato per l'intifada.
Ma i palestinesi dovrebbero dare una possibilità a ogni genere di sforzo, internazionale e locale, e così faremo.
Mi creda, gli israeliani considerano un terrorista chiunque si opponga all'occupazione. Non è così.

Non credo che gli israeliani siano nella posizione e nella condizione di descrivere le persone, e credo che siano gli ultimi al mondo a poter parlare di terrorismo.

LH: Ma hanno prove specifiche. L'hanno portata davanti a un tribunale, avevano delle persone che secondo loro erano state assassinate. Hanno dimostrato il suo coinvolgimento, i documenti che dimostravano che lei pagava delle persone perché mettessero in atto degli attentati suicidi.

MB: Assolutamente no. E io non tratto con il tribunale israeliano. Non riconosco il diritto di Israele di condannare un capo palestinese, un membro palestinese del parlamento.

Gli israeliani non hanno rispettato la democrazia. Sanno benissimo che io non ho diretto attacchi militari qua e là. È la verità. Sono molto esplicito sul fatto che sostengo l'intifada palestinese e la resistenza palestinese.

Io le parlo mentre mi trovo in carcere, non mentre sono fuori. E, anche così, continuo a dirlo.

LH: Dunque cosa pensa adesso degli attentati suicidi che continuano a verificarsi? Ce n'è stato uno giorni fa a Tel Aviv…

MB: Siamo contrari.

LH: Sì, ma cosa pensa dei palestinesi che lo fanno?

MB: Penso che gli israeliani non aiutino i palestinesi a raggiungere una soluzione nelle loro discussioni interne. Più di una volta i palestinesi sono stati vicini a una decisione al proposito. Ma durante l'intifada gli israeliani hanno ucciso 800 bambini palestinesi.

LH: E questo giustifica il fatto che i palestinesi uccidano i bambini israeliani?

MB: No. In ogni caso nessuno può giustificare l'uccisione di civili – bambini, donne, in qualunque luogo del mondo. Dovrebbero essere tenuti fuori. Questo dev'essere chiaro. In Palestina e in Israele.

Abbiamo bisogno di due capi che siano pronti a prendere decisioni, decisioni critiche, e a correre rischi, dal lato palestinese e da quello israeliano.
E io credo che il mio popolo sia pronto alla pace con il popolo di Israele. Dovremmo agire secondo le categorie democratiche ben note in tutto il mondo. Dovemmo costruire uno stato democratico, e io penso che il popolo palestinese sia perfettamente qualificato a farlo.

LH: Ma a Gaza stanno combinando un disastro. Guardi Gaza, persone che si sparano tra loro, che rapiscono gli stranieri, è il caos.

MB: Penso che sia un grosso crimine rapire un giornalista o uno straniero. Ho mandato un messaggio attraverso i mezzi di informazione alle persone che conosco là e spero che non lo rifaranno.

MB: [A proposito della partecipazione delle donne alla lotta] Hanno assunto un ruolo importante nella lotta contro l'occupazione e spero dunque che nel futuro vedremo un primo ministro palestinese donna.

LH: Pensa che trascorrerà il resto della sua vita in prigione? Cinque ergastoli...

MB: No. Assolutamente no. Sarò libero insieme a tutti questi altri detenuti. Gli israeliani non possono tenerci tutti e diecimila in carcere. E alla fine scopriranno… sa quello che è successo in Sudafrica? Alla fine sono andati da Mandela e hanno negoziato. E cos'è successo, anche in Irlanda?

LH: In Irlanda? Hanno parlato.

MB: Hanno parlato, alla fine. E hanno rilasciato tutti i prigionieri. Il governo britannico li considerava dei terroristi. E così io penso che noi siamo combattenti per la libertà. Nel futuro, mi vedo come un cittadino palestinese che eserciterà il proprio diritto in uno stato democratico palestinese. Questo è il mio sogno.

Originale in inglese: http://www.channel4.com

Tradotto dall'inglese in italiano da Mirumir e rivisto da Davide Bocchi, membri di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica (transtlaxcala@yahoo.com). Questa traduzione è in Copyleft.

lunedì, gennaio 23, 2006

A tutti i blog - il ritorno del fantasma

C'è una presenza che è il simbolo di tutto l'orrore di questi anni.

Senza volto, come le migliaia di afghani annullate dai Daisy Cutter o "tagliamargherite", l'arma che per potenza viene subito dopo la bomba atomica, usata per spianare in un solo colpo boschi, colline e uomini senza lasciare traccia.

Senza volto, come i prigionieri di Guantánamo, come gli iracheni che i contractor usano per esercitarsi al tiro al bersaglio.

Una presenza ricoperta, soffocata, che freme per la vita. Come quella di tutti noi, fortunati, detentori di cittadinanze elette, a piede libero, ma che nell'immenso flusso del denaro e dei luoghi comuni, abbiamo solo i nostri minuscoli blog per testimoniare.



Quella presenza senza volto è Haj Ali, il fantasma di Abu Ghraib, l'uomo che fu torturato e fotografato in una grottesca parodia della Statua della libertà. Sindaco di un villaggio iracheno, contadino e imam di una moschea, senza legami con la resistenza, fu catturato dagli invasori il 30 ottobre del 2003 e torturato per mesi prima di venire rilasciato nei primi mesi del 2004. Oggi dirige la Associazione delle vittime delle carceri di occupazione americane, ad Amman in Giordania.

Alcuni mesi fa, abbiamo cercato di ottenergli un visto, perché potesse venire in Europa e raccontare quello che aveva vissuto.

Haj Ali al-Qaysi (Ali Shalal Abbas) vive attualmente in Giordania, e si è rivolto quindi al consolato italiano di Amman. Dopo alcuni giorni di esitazione, il consolato gli ha negato il visto, con il pretesto che - essendo cittadino iracheno - avrebbe dovuto chiedere il visto invece a Baghdad.

A questo punto, si è provato con un altro paese europeo, che non poteva accampare la stessa scusa: uno dei più importanti canali televisivi di lingua tedesca lo ha invitato in Austria; e l'Austria ha un consolato solo ad Amman e non a Baghdad.

Anche l'Austria, che si vanta di essere neutrale, gli ha negato il visto.

È evidente che esiste un divieto internazionale contro la sua ammissione in Europa. Un divieto motivato esclusivamente dall'intenzione di nascondere a tutti una presenza inquietante. Si tratta di una chiara rinuncia alla propria sovranità da parte di tutti i paesi d'Europa davanti alla pressione degli USA: già alcuni mesi fa, 44 membri del Congresso degli Stati Uniti si sono rivolti per iscritto all'ambasciata italiana a Washington, facendo una "proposta che non si può rifiutare": chiedevano al governo italiano di non concedere i visti d'ingresso in Europa ai membri dell'opposizione irachena.

Per questo, invitiamo tutti i siti web e i blog a esporre il banner della campagna che abbiamo lanciato per permettere a Haj Ali di entrare in Europa e di parlarci direttamente e senza mediazioni.
Noi siamo tutti coinvolti in questa guerra, e per questo abbiamo tutti il diritto di saperne di più.

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Versione in lingua inglese di questo articolo

Versione in lingua spagnola di questo articolo
Versione in lingua tedesca di questo articolo
Versione in lingua portoghese di questo articolo
Versione in lingua euskara (basca) di questo articolo

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Per ulteriori informazioni sulla campagna per Haj Ali

Per ulteriore documentazione su Haj Ali:

in italiano

Il racconto drammatico di Haj Ali al-qaysi, l'incappucciato di Abu Ghraib

Io, il prigioniero con il cappuccio mai più orrori come a Abu Ghraib (intervista con Repubblica)

in inglese

Haj Ali's Story (con video)

"The man with the hood from Abu Ghraib speaks out",
Lars Akerhaug interviews Haj Ali-al-qaysi on the denial of visa

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Il banner



Codice html per il banner (opera di Mauro Biani) da inserire sul vostro sito o blog (italiano). Ogni banner contiene un link a una pagina o una serie di pagine che contengono non solo questo articolo, ma anche notizie aggiornate della campagna per ottenere il visto:

<a href="http://www.kelebek.splinder.com/tag/hajali" target="_blank"><img src="http://www.kelebekler.com/blogfig/hajalib_it.gif"
alt="Haj ali" width="138" height="75"></a>


Si invitano tutti coloro che vorranno mettere il banner a segnalare l'URL con una mail indirizzata a:

kelebek@imolanet.com

Sui vari siti che ospitano questo articolo, aggiorneremo periodicamente la lista dei banner che lo linkano.

sabato, gennaio 21, 2006

Non sono gli ulivi, di Amira Hass

11 gennaio 2006

C’è qualcosa di molto umano in queste centinaia e centinaia di ulivi spezzati, i rami amputati tesi verso il cielo come se stessero implorando aiuto. Lo scorso venerdì, a Tawana, nelle colline a sud di Hebron, 120 alberi; a Burin, a sud di Nablus, agli inizi di questa settimana, circa 50 alberi; più o meno altri 100 a Burin il 24 dicembre; e 140 alberi, nuovamente a Burin, il 14 dicembre.

La polizia ha contato 733 alberi sradicati nel 2005. Secondo la lista (incompleta) di 29 casi di sabotaggio agricolo documentati dai gruppi per la difesa dei diritti umani Yesh Din e B'Tselem da marzo a dicembre, sono stati messi fuori uso 2616 alberi: sradicati, rubati, bruciati, spaccati, segati. Solo a Salem in quattro volte ne sono stati sradicati 900. Anche ammettendo che chi ha calcolato i danni abbia esagerato, entrambe le parti concordano sul fatto che gli israeliani stanno compromettendo i vigneti e le piantagioni.

Il moltiplicarsi negli ultimi mesi di immagini di alberi distrutti “da ignoti” è stato abbastanza traumatizzante da indurre il procuratore generale ad attaccare l’immobilismo delle autorità, e il ministro Gideon Ezra a convocare un incontro durante il quale si è deciso di mettere in atto misure di controllo “sugli insediamenti riconosciuti come problematici.”

Il trauma, tuttavia, è selettivo. L’Esercito di Difesa Israeliano ha sradicato migliaia di ulivi e di alberi da frutto, terre coltivate e serre, e continua a farlo – per rendere sicure le proprie strade e per aumentare la visibilità dei soldati; per costruire torri di guardia, posti di blocco e la barriera di separazione; e inoltre per realizzare altre strade e recintare gli insediamenti.

Nel solo villaggio di Qafeen, per esempio, per realizzare la barriera di separazione sono stati sradicati 12.600 ulivi. Migliaia di altri alberi – forse decine di migliaia – e migliaia di acri della Cisgiordania sono rimasti intrappolati dietro i muri, le recinzioni e le zone cuscinetto che circondano gli insediamenti. Solo a Qafeen 100.000 alberi sono imprigionati dietro la recinzione e per la maggior parte dell’anno ai loro proprietari è vietato accedervi. Non possono fare altro che guardarli da lontano e lasciarli in uno stato di completo abbandono. Naturalmente come spiegazione viene citata la “sicurezza”, ma per qualche motivo la sicurezza finisce sempre per causare un’ulteriore efficace sottrazione di territorio palestinese a beneficio dell’insediamento confinante, oppure per ampliare o rendere più confusa la Linea Verde e l’annessione del territorio a Israele.

Le persone che restano impressionate da questi episodi ignorano che le piantagioni di Salem e Tawana sono prossime a strade che sono chiuse al traffico palestinese perché collegano degli insediamenti. È l’Esercito di Difesa Israeliano a chiudere e a bloccare le strade e le centinaia di chilometri di ottimo asfalto della Cisgiordania precluse al traffico palestinese.

Lo sradicamento di 100 alberi sabota la capacità di un’intera famiglia di provvedere al proprio mantenimento. La chiusura delle strade sabota la vitalità economica dell’intero popolo palestinese. L’Esercito di Difesa Israeliano naturalmente dirà che è necessario proteggere i cittadini israeliani. Ma allora perché tutti si sorprendono e si indignano quando quegli stessi cittadini continuano ad estendere la logica del controllo israeliano sui territori occupati?
Secondo quella logica, Israele ha il diritto di istituire un doppio principio legale nei territori occupati: uno per gli ebrei, e un altro per i palestinesi. Se da un lato gli ebrei godono di diritti illimitati per quanto riguarda le abitazioni, la libertà di movimento, i mezzi di sostentamento, le infrastrutture, l’utilizzo dell’acqua e della terra, dall’altro i palestinesi vengono sistematicamente privati dei diritti umani e civili. Secondo quella logica i palestinesi sono costretti a cavarsela con porzioni di terra sempre più piccole di cui devono dimostrare di essere i legittimi proprietari. Le porzioni di terra più ampie, la cui proprietà non è registrata presso l’Amministrazione del Territorio di Israele, appartiene automaticamente a “Israele” e ai consigli dei coloni.

I coloni non dettano le politiche, ne sono il risultato. Vivono tutti in pace e senza scrupoli di coscienza alla faccia di centinaia di comunità impoverite ed efficacemente trasformate in prigioni per permettere all’Esercito di Difesa Israeliano di continuare a proteggere ciò che lo stato d’Israele ha intrapreso: il controllo della maggior parte possibile di territorio, l’espulsione del maggior numero possibile di palestinesi. Una minoranza di israeliani non aspetta che a distruggere siano l’Esercito di Difesa e lo stato; distrugge già da sé. È facile lasciarsi impressionare da una minoranza e dimenticare la responsabilità di tutti.

Fonte in inglese: http://www.haaretz.com/hasen/spages/668697.html

Tradotto dall'inglese all’italiano da Mirumir e rivisto da Davide Bocchi, membri di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica (transtlaxcala@yahoo.com). Questa traduzione è in Copyleft.

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martedì, gennaio 17, 2006

Sami al-Hajj: la malattia come metodo d’interrogatorio a Guantanamo

Nella lettera al suo avvocato Clive Stafford-Smith, Sami al Hajj, cine-operatore dell’emittente al Jazeera, detenuto a Guantanamo da circa quattro anni senza che gli sia stata rivolta alcuna accusa formale e senza processo, ha rivelato le condizioni sanitarie dei prigionieri nel centro di detenzione, evidenziando la debolezza dei servizi medici e il ricorso al metodo “la malattia c’è, ma la medicina manca” da parte degli Americani per interrogare i detenuti.

15 Luglio 2005

Caro Clive,

che i tuoi giorni siano lieti.

Permettimi di farti sapere che sono preoccupato dal mio stato di salute, che è iniziato a peggiorare di giorno in giorno. Sai bene che i prigionieri nella baia di Guantanamo, famigerato nuovo gulag, continuano a soffrire per la fragilità dei servizi medici: in tutte le celle del carcere risuonano i gemiti e i lamenti dei malati; così, Najib, marocchino, sopporta il dolore alla mano, fratturata durante i famosi fatti della fortezza di Janghi, nel 2001.

Ma la sconvolgente scoperta a cui sono giunti gli esperti medici e farmacisti del nuovo gulag, è che l’acqua è un rimedio per tutti i mali. L’acqua è certamente una cura per tutte le malattie, per cui quando un prigioniero si lamenta per una malattia, che si tratti di un raffreddore, di dolori alla schiena o di una forma allergica, la ricetta è pronta sulla lingua del farmacista: “bevi dell’acqua!”. A chi soffre di tonsillite: “bevi dell’acqua!”.
“Bevi dell’acqua!”, perfino il secondino è giunto al punto di dirlo, quando gli viene chiesto di trasferire un prigioniero malato per un’emergenza, si sbriga pronunciando la ricetta medica: “Bevi dell’acqua!”.

Tutti i prigionieri soffrono di mal di denti, perché durante i lunghi periodi punizione sono privati dello spazzolino. Il prigioniero per una-due settimane continua inutilmente a chiedere la visita medica, fa lo sciopero della fame, ma chi reclama non esiste.

Alla fine, il prigioniero chiede di essere interrogato, il responsabile dell’interrogatorio accetta, così il detenuto gli promette e gli giura di collaborare completamente all’interrogatorio, e di rispondere a tutte le domande, sia a quelle che lo riguardano che a quelle che non lo riguardano.
In seguito, il medico lo chiama per la visita, eseguendo il compito con fare amichevole, e con la massima sincerità gli estrae il dente sano, lasciandogli quello malato, affinché il prigioniero continui a parlare nell’interrogatorio.

Comunque, Habib al Ta‘dhiya ha battuto il record di collaborazione all’interrogatorio, in quanto gli hanno levato quattro denti sani, lasciandogli i quattro guasti.

Per quanto concerne coloro che soffrono di disturbi agli occhi, la loro situazione non è migliore dei precedenti; un aumento della collaborazione nell’interrogatorio migliora la tua vista e ti fa avere un paio di occhiali di plastica con lenti di riserva per precauzione, anche se essi non bastano, a meno che la fortuna non sia tua alleata, per cui tra i tuoi vicini ce n’è uno nella tua stessa situazione e che abbia sicuramente collaborato all’interrogatorio, con degli occhiali simili ai tuoi, che ti permettano di usarli assieme, per poter leggere il Corano. Comunque, Shaykh ‘Ala’, egiziano, ha la vista molto debole ed ha bisogno di più di un paio d’occhiali perfino per vedere davanti a sé.

Il libico Abu Ahmad ha l’epatite, e dopo uno sforzo faticoso gli sono stati concessi alcuni tipi di farmaci, ma il suo stato peggiorava di giorno in giorno; così, quando Abu Ahmad chiese loro la sua vecchia terapia, che faceva prima di essere imprigionato, il medico gli ha risposto senza vergogna: “la cura che richiedi è cara, poiché tu sei detenuto non ne hai diritto.”

Il siriano ‘Abd al-Hadi è cardiopatico e non può fare alcuna operazione chirurgica nella Baia di Guantanamo, specialmente dopo aver ricevuto il prezioso consiglio dello “zio” Salih Muhammad, yemenita, che si è sottoposto a un’operazione chirurgica due anni e mezzo fa, per allargare le arterie cardiache, ma ha continuato a soffrire degli stessi dolori, finché non gli hanno detto che l’operazione non aveva avuto successo.

L’egiziano ‘Abd al ‘Aziz è stato attaccato dentro la sua cella da una squadra antisommossa, che lo ha picchiato fino a fratturargli due vertebre; in conseguenza di ciò non si può muovere. Ha rifiutato di sottoporsi a qualunque operazione, soprattutto allorché ha visto lo stato di Mash‘al al Harbi, di Medina, che dopo gli interventi a cui era stato sottoposto non poteva muoversi tranquillamente; quanto a ‘Umran al Tayfi, il suo caso era un monito per gli increduli: infatti, è già stato operato più di sedici volte al piede, ma non ha messo fine alle sue sofferenze.

Il mio vicino di cella Muhammad, afgano, ha scoperto dopo tre anni di sofferenza di essere stato affetto dal cancro, e che la malattia è nella fase terminale; non gli hanno nascosto i risultati delle diagnosi, indicanti che è stato colpito dalla malattia nel corso della prigionia. Comunque, i medici sono stati più sinceri dei loro predecessori, quando gli comunicarono che il Governo americano rifiutava di curarlo e di farlo tornare nel suo paese per trascorrere i suoi ultimi giorni con sua moglie ed i suoi figli, e morire ed essere sepolto nella sua terra natia.

La condizione del suo compatriota Muhammad ‘Alam non è stata migliore della sua, poiché lo hanno informato di essere affetto da un cancro alla gola, sebbene egli possa ritornare in Afghanistan.

Recentemente sono circolate voci che dicono che la vaccinazione a cui sono stati obbligati i detenuti nei tre anni scorsi era un modo per iniettare malattie, apparse dopo un certo periodo, come l’AIDS, la sterilità e altre.

Comunque, a dire il vero ai chirurghi sono riconosciute sincerità e dedizione, e non temporeggiano nell’amputazione di mani e piedi sia sani che malati dei prigionieri; i farmacisti condividono con loro questo zelo, concedendo con generosità costosi narcotici a chi ne è consapevole e a chi non lo è!

Il tuo sincero amico

Sami Muhyi al Din al Hajj

Tradotto dall'arabo in italiano da Valerio Buemi, un membro di Tlaxcala,
la rete di traduttori per la diversità linguistica
(transtlaxcala@yahoo.com). Questa traduzione è in Copyleft.

lunedì, gennaio 16, 2006

Washington sta perdendo l’America Latina?

Washington sta perdendo l’America Latina a causa dei nuovi processi democratici?
Ed Nelson

"Washington sta perdendo l’America Latina?" È il titolo di un articolo dell'edizione di gennaio/febbraio 2006 di Foreign Affairs, un'importante rivista per 'esperti' di politica mondiale. Ma il titolo sarebbe dovuto essere: Washington sta perdendo l'America Latina a causa dei nuovi processi democratici?

La contraddizione basilare che affrontano gli Usa in America Latina e nei Caraibi è l'antagonismo tra l'estensione della democrazia e l'adesione alle politiche neoliberali pro-usamericane. Man mano che la democrazia si estende nella regione i regimi democratici, d’accordo coi desideri degli elettori, tendono ad abbandonare la politica neoliberale, perché soffrono quella stessa politica. Gli imperialisti usamericani che sono preoccupati per questo processo devono scegliere tra la vera democrazia nella regione, o le loro politiche neoliberali. Fino ad ora, l'imperialismo usamericano ha tentato di utilizzare tanto la democrazia come la politica neoliberale, ma il fatto primordiale per l'imperialismo Usa è che la politica neoliberale ha sempre distrutto la democrazia in America Latina e nei Caraibi.

Allarmata davanti alla possibilità che la democrazia, come riflettono i recenti avvenimenti in America Latina, stia debilitando le politiche neoliberali nella regione, gli 'esperti' neoliberali borghesi puntano George W. Bush e si domandano come la classe capitalista usamericana possa introdurre nuovamente il genio dentro la bottiglia "egemonica degli Usa"; le prospettive non li entusiasmano.

Affinché l’America Latina ed i Caraibi siano zone sicure per lo sfruttamento capitalista usamericano, l'imperialismo degli Usa deve affrontare il fatto che la democrazia in America Latina va contro l'interesse corporativo degli USA in Nordamerica. Le tessere del domino democratico latinoamericano vengono gettate rapidamente, e non esiste più un fantasma sovietico per spaventare la gente in casa, cosicché gli apologeti dell'imperialismo devono affrontare frontalmente la situazione. È quello che Peter Hakim, autore dell'articolo menzionato in Foreign Affairs, ha tentato di fare. Hakim è presidente del Dialogo Inter-Americano [sic], un'organizzazione e gabinetto strategico neoliberale che promuove il libero commercio [sic] nella regione latinoamericana.

Hakim comincia dichiarando che "per un certo periodo sembrò che le Americhe si stessero orientando nella giusta direzione: tra il 1989 ed il 1995, le brutali guerre dell'America Centrale erano state risolte [Ed io potrei aggiungere, a beneficio della classe capitalista Usa che le patrocinò]; la proposta Bradley di riduzione del debito aiutò a porre termine alla recessione latinoamericana che era durata decenni [provocata da banche usamericane], Usa, Canada e Messico firmarono l'Accordo di Libero Commercio Nordamericano, Nafta, e l’Usamerica fu la sede della prima riunione dell'emisfero in più di una generazione [ma solo dopo che l'imperialismo Usa sconfisse la democrazia di sinistra in Nicaragua ed El Salvador]; e nel 1995 un audace pacchetto di riscatto diretto da Washington aiutò ad ostacolare il collasso dell'economia del Messico."

Includo questo lunga citazione perché penso che Peter Hakim riassuma chiaramente la grandezza degli investimenti imperialisti degli Usa per assicurare la sua egemonia in America Latina, ed il perché i borghesi degli Usa siano tanto allarmati per i progressi democratici della sinistra emergente in America Latina e nei Caraibi.

Hakim incolpa tanto Bush come Clinton di aver permesso questi progressi democratici, di aver permesso "che la politica degli USA nei confronti dell’America Latina vada alla deriva senza alcuna forza né direzione." Bush, senza dubbio, è oggetto della maggior parte della colpa assegnata da Hakim per essersi lasciato distrarre dall’America Latina dai fatti dell’11 Settembre e dalla guerra in Iraq.

Per l'imperialismo Usa "perdere l'America Latina" mediante elezioni realmente democratiche è una pillola difficile da mandare giù. I borghesi usamericani hanno perfezionato l'arte di garantire l'installazione di burattini Usa e di utili idioti in paesi di tutto il mondo. Ma in America Latina la borghesia Usa si trova di fronte ad un fantasma non visto, dall'elezione genuinamente democratica del presidente cileno Salvatore Allende Gossens nel 1970. Questo problema, e lo spiacevole problemino in Nicaragua durante gli anni di Reagan, furono affrontati mediante il vecchio modo della guerra fredda: i regimi furono dichiarati vittime comuniste dell'Unione Sovietica ed attaccati col grande bastone, in forma occulta e meno occulta.

Attualmente, quasi chiunque meriti l'odio imperialista Usa in America Latina e nei Caraibi è stato eletto democraticamente, o presto lo sarà, e questo crea veri problemi di relazioni pubbliche per i neoliberali: come vendere l'intervento statunitense contro la democrazia in America Latina per "proteggere" la democrazia negli Usa? L'uomo potrà essere duro di cervello, ma non è stupido. Tuttavia, se gli imperialisti Usa non riescono a fermare le tessere del domino latinoamericano, la borghesia usamericana potrebbe vedersi emarginata, obbligata ad affrontare l'America Latina da uguale ad uguale - una prospettiva ripugnante.

La lista delle preoccupazioni di Mr. Hakim riguardo all'America Latina comincia naturalmente col presidente venezuelano Hugo Chávez, il quale dequalifica e disprezza come un usurpatore populista dell'interesse usamericano nella regione. Hakim cita una serie di crimini contro l'interesse della politica neoliberale commessi dal presidente Chávez. Li elenco in ordine numerico, con commenti:

1) Hakim spiega le responsabilità del presidente Hugo Chávez riguardo alla "possibilità" che la Bolivia [è già troppo tardi], l’Ecuador ed il Nicaragua, possano essere presto vittime del domino democratico, e così convertirsi all'ostilità contro la politica neoliberale.
È qualcosa di buono o di cattivo? Personalmente penso che sia buono, ed apparentemente la stessa cosa pensa la gran parte, se non la maggioranza, della gente di Bolivia, Ecuador e Nicaragua.

2) Secondo Hakim, i crimini di Chávez "non si limitano a causare problemi in qualche paese vicino perché Chávez vende petrolio a paesi poveri nei Caraibi attraverso Petrocaribe, creata [da Hugo Chávez] per consegnare petrolio, sovvenzionato dal Venezuela, ai piccoli stati dei Caraibi."
La cosa interessante è che per anni la compagnia petrolifera venezuelana, PDVSA, ha perso denaro con le sue raffinerie Citgo in Usamerica. Il governo venezuelano dovette sovvenzionare spesso quelle raffinerie per mantenerle in funzionamento. In realtà, le raffinerie Citgo cominciarono a produrre benefici solo due anni fa, ma non si sentì mai nessun richiamo da parte degli 'esperti' in politica neoliberale per i 'sussidi' ai consumatori usamericani.
È probabile che il vero motivo del lamento di Hakim contro i 'sussidi' del Venezuela nella regione dei Caraibi abbia più a che vedere coi limiti che quei 'sussidi' impongono alle compagnie petrolifere usamericane nel suo sfruttamento del consumatore dei Caraibi con prezzi scandalosi per il combustibile.

3) Hakim si allarma anche perché Chávez sta "finanziando TeleSUR, una catena informativa che entra in competizione con i programmi in spagnolo della BBC e della CNN."
Competere con la BBC e la CNN? Andiamo! È ragione sufficiente per sparargli a prima vista, ma da quando è qualcosa di brutto che ci siano più notizie ed informazione? La BBC neanche trasmette dalle 'Americhe'. Perché BBC e CNN devono avere il monopolio sulle notizie e l'informazione in America Latina? Vorrà dire propaganda? Mr. Neanche Hakim non lo dice in pubblico.

4) Naturalmente, Hakim non poteva tralasciare di menzionare la "minaccia" per l'industria petrolifera degli Usa portata da un’America Latina davvero democratica. "Le somministrazioni di petrolio e gas naturale di un Venezuela con problemi politici [si legga democratica] e di altre nazioni andine ricche di energia [potrebbe dire Evo Morales] sono meno sicure che mai."
Naturalmente, bisogna formulare la domanda: meno sicure per chi? Il petrolio ed il gas appartengono al popolo del Venezuela e delle altre "nazioni andine ricche di energia". Pertanto, perché costituisce un problema il fatto che i dirigenti eletti di questi paesi decidano come utilizzare le risorse ed a chi venderle e come spendere le entrate del loro petrolio? La risposta dovrebbe essere ovvia, ma di nuovo Mr. Hakim non potrebbe mai essere tanto esplicito.

5) Un altro tema che causa brividi ad Hakim riguarda le relazioni economiche con altri paesi latinoamericani. Hakim si lamenta perché il Venezuela sarà tra poco socio a pieno titolo del "Mercosur, la zona più importante di libero commercio del Sudamerica che include Argentina, Brasile, Paraguay, ed Uruguay (Bolivia, Cile, e Perù sono membri associati)."
La preoccupazione in questo caso sembra essere che il Venezuela, e non gli imperialisti degli Usa, presto sarà membro di Mercosur. La regola numero uno della politica liberale è: costituisce una violazione della politica neoliberale formare un'alleanza commerciale senza l'approvazione, il consenso ed il controllo del padrone.

6) Finalmente, Hakim gioca la carta Cina. Secondo Hakim, "alcuni membri del Congresso degli Usa vedono nella Cina la sfida più seria all'interesse usamericano nella regione, vedono le immense risorse finanziarie che la Cina promette di apportare all'America Latina, le crescenti relazioni tra militari di questi e di quelli nella regione, e le sue chiare ambizioni politiche su di essa: tutte queste sono potenziali minacce per l'antico pilastro della politica Usa nell'emisfero, la Dottrina Monroe."
In un'autentica democrazia, il tema della politica estera è competenza del corpo di persone eletto dalla gente con diritto al voto. Nessuno in America Latina ha scelto "alcuni membri" del Congresso degli Usa affinché determinino la loro politica estera. La Dottrina Monroe è uno strumento antidemocratico, imperialista usamericano, per mantenere il controllo sull’America Latina ed i Caraibi. Né l’America Latina né i Caraibi democratici tollereranno questa dottrina in futuro. Cosicché è meglio che Washington accetti i fatti.
Inoltre, la Dottrina Monroe viola l'essenza della retorica del libero commercio propugnata dagli 'esperti' della politica neoliberale. Devono decidersi tra una delle due cose. Un nuovo ordine mondiale basato sul libero commercio, o la restrizione in quanto ai paesi con i quali può commerciare l'America Latina.

In sintesi, il movimento democratico in America Latina e nei Caraibi può essere fermato solo da un intervento militare degli Usa, occulto o meno. Gli 'esperti' della politica neoliberale sono in difficoltà nel tentare di risolvere questo dilemma e preservare l'egemonia degli Usa nelle vicende latinoamericane. L'antica politica del bastone è tentatrice, ma porta con sé severe ripercussioni in termini di prestigio internazionale. Nel frattempo, tutto quello che possono fare gli imperialisti usamericani è degradare e vilipendere in pubblico la genuina democrazia latinoamericana, debilitarla in gran segreto. Gli esperti della politica neoliberale, cioè la classe capitalista degli Usa, guardano a George W. Bush e si domandano: non sarà ora di afferrare il gran bastone ed utilizzarlo?

Originale da Axis of Logic.

N.d.t. in tutto il testo: Usamerica usamericano, vedi il saggio di Manuel Talens sulla questione, agli indirizzi :
http://mirumir.altervista.org/2006/01/il-dio-americano-delle-parole-di.html o http://www.axisoflogic.com/artman/publish/article_20631.shtml

Tradotto in italiano da Davide Bocchi, membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in copyleft.

domenica, gennaio 15, 2006

Cominciamo il boicottaggio mondiale contro Israele

Cominciamo il boicottaggio mondiale contro Israele!
Lars Klottrup Berge

Dopo 39 anni di occupazione della Palestina [errore dell'autore, la Palestina è occupata da 58 anni, NDT], la continuata costruzione del Muro di Segregazione ed il rifiuto da parte di Israele di accettare qualsiasi responsabilità per i suoi crimini contro i palestinesi, è compito della comunità internazionale fare pressione sullo Stato d¹Israele affinché rispetti il diritto internazionale.
Appoggiate la proposta di boicottare Israele approvata dalla contea di Sor-Trondelag e leggete l¹articolo di Norman Finkelstein: "Perché è giustificabile il boicottaggio economico di Israele?", che si trova sul suo sito Internet ed è stato pubblicato nel periodico norvegese Aftenposten il 14 gennaio. (in norvegese > www.aftenposten.no, in inglese > www.normanfinkelstein.com, in spagnolo > http://www.rebelion.org, in francese > http://quibla.net)

Cari amici:
La provincia norvegese di Sør-Trøndelag [1] ha approvato una mozione favorevole al boicottaggio dei prodotti israeliani come mezzo per fare pressione su Israele affinché metta fine alla sua oppressione dei palestinesi. Potete leggere la mozione in inglese all¹indirizzo > http://www.stopthewall.org/worldwideactivism/1061.shtml
I rappresentanti di Sør-Trøndelag, dopo la votazione della proposta di mozione, sono stati sottoposti ad una massiccia pressione da parte dei sionisti e temiamo che si produca una nuova votazione e quindi ritornino sui loro passi. Per esempio, il Centro Simon Wiesenthal ed altre organizzazioni sioniste hanno qualificato i rappresentanti eletti di Sor-Trondelag come "nazisti" e "razzisti".
Speriamo che inviate una lettera di appoggio alla proposta all¹indirizzo che segue:
Tore Sandvik, sindaco
Municipio della contea di Sør-Trøndelag > tore.sandvik@stfk.no ( per favore, inviate una copia riservata a fup@palestina.no)
Inoltrare una copia anche a:
Arne Braut (Leader del Partito del Centro) > arne.braut@stfk.no
Ola Huke (Leader della Sinistra Socialista) > ola.huke@stfk.no
Partito dei Lavoratori (Social-democratico) > sor-trondelag@dna.no
Yngve Brox (Leader del Partito Conservatore) > yngve.brox@stfk.no
Heidi Klokkervold (Alleanza Rossa Elettorale) > heidi@klokkervold@stfk.no
Con solidarietà,

Lars Klottrup Berge
Gioventù per la Libertà della Palestina
Norvegia
> fup@palestina.no
Nota : la provincia (fylke) di Sør-Trøndelag conta 270 000 abitanti e 25 comuni. La sua capitale è Trondheim

Originale
http://www.palsolidarity.org

Tradotto dall'inglese al francese da Ism.france.org, dal francese allo spagnolo per Rebelión da Felisa Sastre e dallo spagnolo all'italiano da Davide Bocchi, membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in copyleft.

venerdì, gennaio 13, 2006

Il dio americano delle parole, di Manuel Talens

Il periodico elettronico Axis of Logic ha pubblicato ieri questo saggio insieme al seguente commento editoriale:
Lo scorso ottobre ebbi il privilegio di rivolgermi ai cittadini della bella città venezuelana di La Victoria (che ha una popolazione di 130.000 abitanti, un’ora di distanza, a ovest, da Caracas). Il títolo della mia conferenza in due parti era El imperio corporativo global y el sueño americano (L’impero corporativo globale ed il sogno americano). Durante il dibattito, corressi coloro che si riferivano agli Stati Uniti col nome “America” ed a coloro che mi chiamavano “americano”. E ricordai loro che gli Stati Uniti non sono per niente un paese “americano”! Al contrario, spiegai, gli Stati Uniti non sono né più né meno che una grande e potente colonia europea localizzata “nelle Americhe”. Quindi segnalai col dito la terra sotto la pedana dalla quale parlavo e dichiarai “Questa è l’America! Proprio adesso siamo in America!” In questo saggio, Manuel Talens spiega e chiarisce l’utilizzo ed il cattivo utilizzo che facciamo dei nomi e la loro importanza. E’ degno di un’attenta lettura. Il suo saggio mi ricorda un verso nella strofa iniziale del Tao te ' Ching : “Il nome che si può pronunciare non è l’eterno nome”.
Les Blough, Editor

« In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio ». Così, in una maniera tanto semiotica, comincia il vangelo di San Giovanni. Gli altri tre, quelli di Matteo, Marco e Luca, sono meno immaginativi e, per questo, l’esegesi è solita attribuire loro un valore letterario inferiore quando li compara con l’opera maestra dell’autore dell’Apocalisse. Giovanni, che era un uomo colto ed un magnifico novellista avant la lettre, non ebbe dubbi nell’affermare che l’essere comincia con la Parola. Per dirla diversamente, niente esiste senza parola, perché tutto, che sia reale o fittizio, qualsiasi oggetto e qualsiasi idea, ha bisogno di essere nominato per potere attraversare questo spazio che chiamiamo vita.

Però i nomi non si devono al caso, bensì appartengono alla categoria dei codici incoscienti, come bene segnalarono gli psicoanalisti di stirpe lacaniana, tanto devoti al significato occulto del linguaggio. Uno di loro, Aldo Naouri, racconta nel suo libro divulgativo Le figlie e le loro madri il caso di un giovane parigino che se ne andò sbattendo la porta dalla fabbrica che avrebbe ereditato, perché non sopportava il modo in cui suo padre -un convinto razzista- trattava il personale maghrebino. Più tardi, il giovane ebbe una figlia, il cui nome, Houria, plasmava perfettamente questa rottura con il passato: Houria, in lingua araba, significa “indipendenza”. Un altro caso, molto più simpatico, era quello della donna che sofferse tutta la vita di raffreddore. Casualmente, chiamò suo figlio Geffroy, che in francese significa foneticamente «ho freddo».

E adesso, gettate le premesse della mia esposizione, mi concentrerò sul nome di un paese che recentemente è stato oggetto di infiammati dibattiti negli scambi telematici del foro internazionale di traduzione al quale appartengo. Il nome non è altro che Stati Uniti d’America, alias America. Sì, i cittadini degli Stati Uniti chiamano America il proprio paese e, di conseguenza, si autodefiniscono "americani". Tuttavia, l'America è un unico continente, con più di trenta paesi, grandi e piccoli, che potrebbero reclamare con lo stesso diritto di chiamarsi così. Ci troviamo, pertanto, davanti ad un caso flagrante di appropriazione indebita ed unilaterale di un nome comune, qualcosa che in chiave retorica potremmo qualificare sineddoche o metonimia, cioè, la translazione di significato da un termine che designa un tutto ad un altro che indica una parte di questo tutto.

Cosciente dello sproposito, un argentino chiamato Emilio Stevanovich - l'interprete più giovane che ha avuto l'ONU -, coniò durante la guerra fredda la denominazione Nordamerica per gli Stati Uniti, ma ebbe poco successo, perché conduce ad una nuova metonimia ugualmente illecita: quella del gentilizio "nordamericano". Basta dare un'occhiata a qualunque atlante per vedere che in America del Nord, oltre agli Stati Uniti, "esistono" anche Canada e Messico, ugualmente nordamericani.

Recentemente ho visto l'ultimo film di Jean-Luc Godard, Éloge de l'amour, un lucido e spietato esercizio di memoria, in cui il regista mette bene in chiaro come gli Stati Uniti abbiano rubato il nome che utilizzano. Nella scena che più mi ha impressionato vediamo un avvocato hollywoodiano che acquisisce i diritti cinematografici delle vicende, durante la Resistenza francese, di una coppia di anziani ebrei. Legge il contratto in inglese ed un interprete traduce per la famiglia. Ad un certo momento, quando dice che i compratori sono americani, la nipote della coppia - militante contro la globalizzazione neoliberale – lo interrompe: « Che americani? », domanda. « Degli Stati Uniti », risponde sorpreso l'altro. « Ma anche quelli brasiliani sono Stati Uniti », replica la giovane. « Degli Stati Uniti del Nord », continua l'avvocato. « Anche quelli messicani stanno nel nord e sono Stati Uniti. Il fatto è che voi non avete nome, né memoria. » Poco dopo, in un contrappunto straordinario, apprendiamo che la coppia, il cui cognome originario era Samuel, ha conservato fino ad allora quello che utilizzavano nei tempi della Resistenza, Baillard, perché loro si che hanno un nome, e non lo vogliono dimenticare.

Ovviamente, i colpevoli della metonimia America non considerano neanche la confusione che causa la loro impostura, ma nei dintorni dell'impero si è cercato di superare questo scoglio semantico. I termini "yankee" o "gringo" sarebbero serviti allo scopo, ma sono dispregiativi, così come lo è il malevolo "usano" (degli Usa, ma pericolosamente simile a gusano -verme in lingua spagnola, n.d.t.-), suggerito dal giornalista spagnolo Julio Camba.

Finalmente, apparve la definizione "statunitense" (i messicani lo scrivono "estadunidense" -in lingua spagnola esattamente si dice “estadounidense”, n.d.t.- ed i francesi hanno cominciato timidamente ad utilizzare étasunien), che sembra più neutrale, ma la soluzione è lontana dall’essere perfetta, poiché il nome ufficiale dell'antica Nuova Spagna è Stati Uniti Messicani e, almeno in teoria, i nipoti di Cuauhtemoc sono anche - e con tutta la ragione - statunitensi.

Le complicazioni non finiscono qui, perché non solamente i cittadini degli Stati Uniti non hanno nome – il che già è grave -, ma neanche il binomio "Stati Uniti" è un nome in senso stretto. In generale, i paesi normalmente hanno un appellativo chiaramente identificabile - Australia, Gabon o Venezuela, per citarne tre a caso - e nessuno utilizza circonlocuzioni strane al momento di nominarli, perché una cosa è che esistano la Repubblica Francese o il Regno del Marocco ed un'altra molto distinta è che ci riferiamo così ad essi, salvo che nei documenti legali. Invece, un nome tanto assurdo come Stati Uniti d'America ha portato la necessità di creare abbreviazioni. In inglese la sigla è Usa. E nella nostra lingua (qui si discute della lingua spagnola, dove Stati Uniti d’America è Estados Unidos de America, n.d.t.) ? La discussione nel foro al quale mi riferivo prima cominciò quando si stava cercando di unificare la grafia spagnola dell'abbreviazione, in vista di stabilire i criteri editoriali di una rivista elettronica che già abbiamo cominciato a pubblicare. Fu allora che ci rendemmo conto di quanto fosse ingarbugliata la questione, poiché in Spagna nel Libro de estilo de El País si raccomanda l’uso di EE UU - separato e senza punti -, El Mundo opta per EEUU - attaccato e senza punti -, Abc e La Vanguardia si adattano all'accademico EE.UU. - attaccato e con i punti - ed il Diccionario de dudas y dificultades de la lengua española di Manuel Asciugo scrive EE. UU. -separato e con i punti -, mentre il Manual de español urgente dell'Agenzia EFE preferisce EUA (Estados Unidos de América) ed una rapida visita in rete permette di vedere che, per esempio, il giornale messicano La Reforma utilizza EU ed il cileno El Mercurio indistintamente EEUU o EE.UU. Scegliere, in tali condizioni, equivale ad una lotteria.

Un'ultima possibilità che recentemente mi ha suggerito un compagno, sarebbe quella di rinunciare completamente a tradurre la sigla inglese del paese e derivare da questa il nome dei suoi abitanti che passerebbero ad essere "usamericani", cioè americani degli Usa. Ciò annullerebbe una volta per tutte la metonimia originale e le discordanze citate qui sopra.

È chiaro che a questo punto della storia, e dato il peso politico planetario degli Stati Uniti, ci troviamo davanti ad un problema insolubile, suscettibile di analisi ma carente di rimedio. È inconfutabile il fatto che così tante discrepanze suggeriscono, a dir poco, una relazione conflittuale tra tutti noi, delle periferie, e quella nazione che dai principi del secolo XX si è arrogata il ruolo di gendarme dell'universo.

Ma torniamo a Lacan, per il quale niente nelle parole è casuale: se fosse certo che siamo quello che ci detta il nome od il cognome che portiamo, alcuni patronimici molto carichi di senso imprimerebbero carattere al suo portatore. Vediamo un esempio: Fidel Castro rimane "fedele" ad alcuni postulati che gli bloccano in larga misura la possibilità di deviazionismo; il suo cognome, dal latino castrum ("accampamento", origine del termine spagnolo "castrense"), mi ricorda i tempi del liceo, quando traducevamo in classe lunghi frammenti del De Bello Gallico di Giulio Cesare. Suppongo che qualcuno avrà già segnalato questi dettagli del leader cubano, che mi sembrano di un'evidenza cristallina: è mia opinione che fosse predestinato ad essere un inflessibile soldato e che i suoi studi iniziali di avvocatura fossero solamente una deviazione fugace.

Vediamo un secondo esempio, questo spiritoso: Jacques Chirac, l'attuale Presidente francese, ha creato un circuito di ritirate per il sollievo dei passanti nelle strade di Parigi quando era sindaco di questa città. Erano abbastanza lussuose e vi si accedeva in cambio di alcune monete. Chissà se, a suo malgrado, compì inconsciamente il destino del suo cognome – o almeno così lo compresero i francesi -, perché in linguaggio volgare le due sillabe di Chirac rappresentano la parte escatologica (dal verbo chier, cagare), e parte cosa economica (dal verbo raquer), pagare, di modo che pochi giorni dopo l’inaugurazione delle ritirate ricorreva per tutta la Francia il seguente slogan umoristico, nato per strada: avec Chirac, tu chies et tu raques, cioè, "con Chirac, caghi e paghi."

Non c’è niente di strano nell’imbattersi in ingegneri civili che si chiamano Ponte, in poliziotti Sceriffo od in dermatologi Pellettiero, e così fino all'infinito. Tutti essi - sempre secondo Lacan - scelsero la professione che gli dettò il cognome. Allo stesso modo, il paese America (cioè, il suo macchinario politico, non i suoi abitanti, anche se c’è contaminazione), include nel DNA dei suoi cromosomi statali l'essenza del predatore che sarebbe stato, perché già nel 1787 iniziò la sua andatura depredando un nome collettivo e dopo ha imposto il linguaggio mercantilista della sua industria dello spettacolo e delle sue multinazionali, tanto per le buone come per le cattive.

Chi avrebbe detto a San Giovanni che il dio di finzione del suo vangelo, quello la cui metafora era la Parola, avrebbe preso vita dopo molti secoli, avrebbe adottato il nome del continente in cui è situato e, dall'ufficio "ovale" di una casa dipinta di bianco - similitudine embrionale dell'uovo fondatore -, avrebbe creato un nuovo ordine mondiale - imitando così il primo versetto della Genesi: "In principio Dio creò il cielo e la terra" - e lo avrebbe messo al suo servizio attraverso il controllo delle telecomunicazioni e la propaganda, cioè, delle parole.


Manuel Talens è uno scrittore spagnolo.

Questo articolo è apparso nella traduzione inglese dell'autore, revisionata da Nancy Almendras, nell'edizione del 12 gennaio 2006 del giornale elettronico Axis of Logic.

Traduzione italiana di Davide Bocchi. Manuel Talens, Nancy Almendras e Davide Bocchi sono membri di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica (transtlaxcala@yahoo.com).

giovedì, gennaio 12, 2006

Altre due lettere di Sami al-Hajj da Guantanamo

L'emittente Al-Jazeera ha ricevuto una lettera dal suo cineoperatore Sami al-Hajj, detenuto da circa quattro anni a Guantanamo senza che gli sia stata rivolta alcuna accusa formale e senza processo.

Nella lettera Sami ha comunicato al suo avvocato le ragioni e le circostanze dello sciopero della fame nel centro di detenzione.

Ricordiamo che l'avvocato britannico Clive Stafford-Smith è l'unico tramite di comunicazione con Sami al-Hajj, e che, malgrado il suo status legale, l'avvocato
ha potuto incontrarlo solo tre volte.

Ecco di seguito il testo della lettera:

Lettera n.11
9 agosto 2005

All'avvocato Clive Stafford-Smith

Caro Clive,

queste sono alcune delle mie note sullo sciopero della fame:

lo sciopero è iniziato il 12 luglio scorso nel "campo n. 4", limitatamente al blocco "whisky", dove tutti si sono uniti allo sciopero, fino ad arrivare a 190 partecipanti all'iniziativa.

Le richieste consistevano: nell'interruzione del metodo del "pugno di ferro" applicato ai detenuti, in particolare nel "campo n. 5"; nell'aumento dell'assistenza sanitaria; nell'arresto delle pratiche su larga scala della narcotizzazione dei detenuti e della derisione del loro stato mentale.

Il 15 luglio un importante gruppo di visitatori è giunto al "campo Delta" - supponiamo che fossero membri del Congresso americano; per ragioni note solo alle autorità non è stato concesso ai delegati di fare un normale giro nel "campo n. 4", forse perché sarebbe stato turbato dalla tensione. Tuttavia, il
giro ha compreso l'ospedale vicino al blocco "whisky". Disperati e frustrati, i detenuti hanno deciso di urlare e comunicare a voce alta, nella speranza che i visitatori li udissero e gli fossero spiegate le loro istanze, mentre alcuni gridavano "libertà" e altri urlavano "Bush è come Hitler!" e altre invettive quali "Questo è un gulag!", ossia un luogo di lavoro forzato e schiavitù.

In questo frangente alcuni delegati hanno provato ad avvicinarsi al blocco "whisky", per poter udire le urla, nonostante l'intimazione del corpo di guardia a non avvicinarsi . Alcuni visitatori non mostravano un grande interesse ad ascoltare ciò che avveniva, mentre altri ci guardavano provando indignazione per quanto stava accadendo.

Alle 17:00 del 17 luglio, le autorità del "campo Delta" hanno iniziato a buttare fuori i detenuti dal blocco "whisky" loro malgrado (crediamo che la visita di quella delegazione due giorni fa sia la ragione dietro questo modo d'agire), cosicché 18 detenuti sono stati rispediti ai "campi n. 2 e n. 3", dove le condizioni sono peggiori. Tra i trasferiti c'è uno dei tuoi clienti, Jamil al-Banna.

Nonostante non vi sia stato accenno di resistenza da parte dei detenuti, sono state impiegate le forze di sostegno all'ordine, conosciute come ERF.

Alla fine dell'operazione, le autorità avevano trasferito diciotto detenuti da due celle, mentre gli altri prigionieri nel blocco "whisky" chiedevano di andare con i loro compagni nei "blocchi n. 2 e n. 3".

Frattanto, nel "campo 4" le cose sono iniziate a peggiorare e altri detenuti reclusi nelle vicinanze chiedevano di essere trasferiti nei "campi 2 e 3".
Alla fine circa 40 detenuti domandavano di andare là, tutti loro seguendo le procedure richieste per abbandonare il "campo 4", lasciando tutti i loro
averi e sostando fuori dal campo finché le autorità non li avrebbero presi sul serio.

Così, alle 15 del 18 luglio è iniziata l'operazione di trasferimento dei prigionieri ai "campi 2 e 3".

Con la prosecuzione dello sciopero, i detenuti hanno cominciato a chiedere polemicamente: "Perché siamo nemici?", quesito al quale il Generale rispondeva che egli non aveva l'autorità per modificare il loro status
giuridico. Ci era già stato detto che Donald Rumsfeld, Ministro della Difesa americano,aveva inviato un messaggio da Washington nel quale richiedeva al
Generale l'applicazione della Convenzione di Ginevra a Guantanamo.

La più importante questione che ci riguardava era la chiusura del "campo 5", poiché le sue condizioni erano le peggiori in assoluto.

Sono venuti da noi gli ufficiali militari e ci hanno promesso la garanzia di uno spaccio per acquistare dei generi di prima necessità, così come ci hanno
comunicato la possibilità per le nostre famiglie d'inviarci del denaro e la concessione ai nullatenenti di tre dollari alla settimana.

Avevamo un'assemblea dei prigionieri, creata per concedere ai detenuti di comunicare le loro istanze e discuterle con le autorità, per giungere a posizioni certe per tutti.

Nonostante sia stato concesso lo svolgimento delle riunioni, è stato proibito di comunicare in forma segreta, per cui si è giunti a passarci le osservazioni tra noi con messaggi cartacei, che poi vengono inghiottiti; ciò ha suscitato l'ira delle autorità.

Il 5 agosto la questione di Hisham al-Sulayti ha provocato una serie di pericolosi problemi: egli aveva opposto resistenza al pestaggio durante l'interrogatorio; allora avevano nuovamente profanato il Corano, ulteriore episodio dei continui problemi inerenti al Libro Sacro: per esempio, un membro della
polizia militare aveva posto una domanda allo yemenita al-Shamrani, mentre questi compiva la preghiera; egli reagì dicendo che avrebbe risposto dopo aver finito di pregare, e la polizia ha reagito picchiandolo sul viso finché non è diventato una maschera di sangue, e hanno iniziato a profanare il Corano calpestandolo.

Questa non è l'unica controversia: a Hakim, anch'egli yemenita, è stato detto che lui rappresenta un pericolo per gli Americani perché conosce a
memoria tutto il Corano - un insulto per la fede islamica nella sua interezza.

Il kuwaitiano Sa'ad è stato portato con la forza in isolamento per l'interrogatorio, durante cui era stato costretto a trascorrere cinque ore con una donna che lo molestava sessualmente, per non parlare del bambino canadese, Omar Khidr, tratto anch'egli in isolamento per essere interrogato.

Inoltre, nel "campo 3" i prigionieri sono stati condotti in un posto chiamato "Romeo", dove la loro dignità è stata umiliata, in quanto le autorità li hanno costretti ad indossare dei pantaloncini e hanno deciso di lasciarli senz'acqua né cibo per ventiquattro ore.

L'8 agosto il Generale ha annullato l'assemblea dei detenuti, poiché il 7 agosto i "campi 2 e 3" avevano iniziato il loro sciopero della fame, mentre il "campo 1" ha deciso di unirsi allo sciopero due giorni dopo.

Appena è iniziato il secondo sciopero è giunto il Colonnello, portando un megafono, con l'intenzione di comunicare con i capi dei blocchi, ma noi abbiamo rifiutato.

Così, dovevamo sostenere un altro sciopero della fame: non voglio, ma è necessario farlo, e dobbiamo stare vicini l'uno all'altro, in particolare ai detenuti nel "campo 5".

Spero di rimanere vivo. Ti prego di dire a mia moglie e a mio figlio che li amo.

Il tuo amico e cliente,

Sami Muhyi al-Din al-Hajj

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L’operatore dell’emittente Al-Jazeera Sami al-Hajj, detenuto da circa quattro anni a Guantanamo senza che gli sia stata rivolta alcuna accusa formale e senza processo, ha espresso il desiderio di ritornare nel suo paese, il Sudan, allorché avesse luogo il suo rilascio, per prendersi cura dei suoi fratelli minori, a seguito della morte dei suoi genitori.

Ecco il testo della lettera indirizzata al suo avvocato inglese Clive Stafford-Smith, il quale in tre anni è riuscito a vederlo solo tre volte.

20 ottobre 2005

Caro Clive,

desidero ribadirti che ho già deciso, nel caso in cui mi liberassero, di tornare alla mia cara terra natale, il Sudan, e che non intendo recarmi in alcuna altra nazione.

Intendo tornare in Sudan per proseguire la mia esistenza con la mia cara famiglia e per continuare ad espletare i miei doveri nei confronti dei miei fratelli e delle mie sorelle minori, che dopo l’inevitabile morte dei miei genitori – su di loro la misericordia di Dio – sono passati sotto la mia responsabilità.

Allo stesso modo desidero che il mio amato figlio Muhammad si iscriva alle scuole sudanesi, che non dubito potranno rendergli possibile un luminoso avvenire, a Dio piacendo.

Ti sono grato e riconoscente per tutto ciò che hai fatto per me.

Tuo sincero amico per sempre,

Sami Muhyi al-Din Muhammad al-Hajj

Tradotto dall'arabo in italiano da Valerio Buemi, un membro di Tlaxcala,
la rete di traduttori per la diversità linguistica
(transtlaxcala@yahoo.com). Questa traduzione è in Copyleft.

Una terza lettera di Sami al-Hajj è qui.