lunedì, febbraio 27, 2006

Per coloro che non se ne fossero accorti

Stiamo assistendo alla dissoluzione della Palestina
di Jennifer Loewenstein, CounterPunch, 24 febbraio 2006
Originale: http://www.counterpunch.org/

Tradotto dall'inglese in italiano da Mirumir, membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica (www.tlaxcala.es). Questa traduzione è in Copyleft.

L'autrice è Visiting Research Fellow al Refugee Studies Centre (Centro Studi sui Rifugiati) dell'Università di Oxford. Ha vissuto e lavorato a Gaza City, Beirut e Gerusalemme e ha viaggiato in tutto il Medio Oriente come giornalista indipendente e attivista per i diritti umani. Può essere contattata a questo indirizzo: amadea311@earthlink.net

Oxford, Inghilterra, 24 febbraio 2006
Per coloro che non se ne fossero accorti, Israele si oppone alla soluzione dei due stati. Ha fatto tutto quello che era in suo potere per impedire a uno stato Palestinese di sorgere e continuerà a farlo finché potrà contare sulla complicità dei suoi potenti amici e sull'estesa indifferenza dell'opinione pubblica.

In tali circostanze spetta a noi chiederci perché ad Hamas sia stato ordinato ­ da Israele e da quegli stessi potenti amici ­ di accettare la "soluzione dei due stati", soprattutto tenendo conto del fatto che, diversamente da Israele, ha dichiarato chiaramente e ripetutamente che avrebbe accettato uno stato palestinese sui territori occupati da Israele nella guerra del 1967, la Cisgiordania, la Striscia di Gaza e Gerusalemme Est. E questo è stato ribadito esplicitamente da tutti i suoi principali rappresentanti: Zahar, Haniye, Meshal, e Yassin e Rantisi prima di essere assassinati.

La Giudea e la Samaria, che costituiscono (o costituivano) la Cisgiordania settentrionale e meridionale, sono state suddivise e spartite nei vari decenni tra centinaia di migliaia di coloni ebrei perché vi insediassero le loro case, i loro frutteti e i loro giardini. Sono attraversate e circondate da strade riservate esclusivamente agli ebrei che collegano la terra, le case, i frutteti e i giardini a Israele. Vi sono stati schierati guardie, soldati, carri armati e bandiere israeliane che difendono e proteggono i coloni ­ le loro case, i loro frutteti e i loro giardini ­ dando loro la certezza di essere israeliani appartenenti ad un unico stato ebraico.

Le terre abitate dai coloni, con le loro famiglie, le case, i giardini, i negozi, le scuole, i circoli, i bar e le piscine, sono state registrate sulle mappe e assegnate, prese e messe al sicuro dagli arabi vestiti di stracci che vivono in villaggi fatiscenti al di fuori delle zone coloniali protette che sono stati costretti ad abbandonare. Le nuove frontiere e i futuri confini dipendono dalla scomparsa di questi arabi, che è ansiosamente anticipata e attivamente incoraggiata. La maggior parte del perimetro orientale dello stato attuale è un muro di cemento che cancella alla vista l'Altra Parte, innominabile tra persone educate. Il muro di perimetro orientale sarà presto il muro di perimetro occidentale perché il Primo Ministro israeliano ad interim, Ehud Olmert, ha appena annunciato che il resto della Cisgiordania non ancora incorporato sarà presto annesso a Israele: la Valle del Giordano, il confine della Cisgiordania con lo stato della Giordania, e che costituirà il confine orientale di Israele con lo stato della Giordania, sarà anch'essa resa sicura dal muro e inaccessibile ai "non-Israeliani", cioè i palestinesi, i quali saranno completamente isolati nelle loro riserve e impossibilitati ad accedere al mondo esterno.

E mentre annuncia quest'ultima decisione unilaterale di confiscare altra terra per lo Stato ebraico, Olmert anticipa anche un regime di sanzioni contro i palestinesi dei territori occupati, colpevoli di rifiutarsi di credere che questa trasformazione in cui una società si rinforza e si espande mentre l'altra si dissolve in migliaia di frammenti sia la vera soluzione basata sui due stati.

Lo Stato di Israele si assegna l'uso prioritario delle risorse naturali, soprattutto l'acqua, del territorio di cui si è appropriato o che ha circondato. Un esercito di ladri e di saccheggiatori ha trasformato il resto ­ le strade piene di buche, le piantagioni trascurate, le case, le scuole, le moschee, le chiese, gli ospedali, le università, i negozi e le altre istituzioni civili ­ in una serie di labirinti impercorribili, una terra di nessuno legalizzata nella quale le restrizioni agli spostamenti, i permessi, le carte d'identità contrassegnate per colore, i lasciapassare, le perquisizioni casuali, le incursioni e le accuse arbitrarie riducono gli abitanti a esseri sospetti privi di nomi, di volti, di indirizzi e di diritti, a una canaglia collettiva da diseducare e da snazionalizzare e forse, un giorno, da deportare per il bene stesso dell'esistenza di Israele. Per gli stranieri visitare i territori occupati è diventato difficile come lo è per i loro legittimi abitanti spostarsi liberamente all'interno di essi. È dunque più difficoltoso per gli stranieri confermare che i pericoli contro i quali vengono messi in guardia derivano direttamente da Israele e non dalla povera popolazione assediata. La minaccia quotidiana che incombe sulla vita e sulla proprietà è in crescita, non in diminuzione.

Per coloro che non se ne fossero accorti, questo processo non accenna a concludersi. Al contrario, alla bizzarra richiesta ad Hamas di accettare la soluzione dei due stati categoricamente rifiutata da Israele che la rende ogni giorno sempre più impraticabile geograficamente, si sono aggiunte altre due condizioni: Hamas deve riconoscere Israele e rinunciare alla violenza. In altre parole, deve riconoscere uno stato i cui governanti e le cui scelte politiche hanno operato instancabilmente per negare, distruggere, impedire e rifiutare l'esistenza dei palestinesi e della Palestina ­ non solo nel presente e nel futuro, ma anche cancellandone il passato. E intanto i nostri mezzi di informazione si sono assunti il compito di mostrare al mondo una realtà deformata, grottesca nelle sue distorsioni, in cui sembra che un governo democraticamente eletto ma privo di uno stato e il suo popolo calpestato e per lo più indigente tengano in ostaggio i banditi impegnati a massacrarli.

Mentre vengono calpestati, colpiti, percossi, distrutti, assassinati, minacciati, derubati, depredati, affamati, sradicati, espropriati, vessati, insultati, uccisi e tormentati con proiettili, missili, ruspe, carri armati, elicotteri, bombe a grappolo, freccette [ordigni contenenti fino a cento dardi di acciaio lunghi 5 centimetri, NdT], cacciabombardieri, mitra semiautomatici, boom sonici, gas lacrimogeno, recinti elettrificati, blocchi, recinzioni e muri, devono rinunciare alla violenza, così che ai banditi non venga fatto del male. Se si difendono, sono sconfitti. Se si lamentano, sono falsi. Se domandano qualcosa in cambio, sono inaffidabili. Se chiedono un confronto leale, hanno dei secondi fini. Se reagiscono a caso, sono uno strumento del terrore. E così quando le furie delle migliaia di morti, delle decine di migliaia di feriti e di prigionieri, e dei milioni di legati e imbavagliati si solleveranno insieme nella protesta, si dirà che sono la prova di quel male innato che va legittimamente contenuto, legittimamente occupato, con l'appoggio di una giustificata indignazione e di finanziamenti economici senza fine.

La ricompensa di Hamas per aver conquistato il potere giusto in tempo per porgere su un piatto d'argento a tutti gli aspiranti Sharon un buon pretesto per perseverare nella vecchia politica di vendetta è stata la decisione annunciata da Kadima ­ il partito del futuro ­ di mettere i palestinesi a una dieta da fame perché hanno osato esercitare i propri diritti.

La ricompensa di Hamas per aver verificato lo strepitoso successo di Israele nella distruzione di Fatah è stata l'insistenza israeliana affinché sottoscriva tutti gli accordi, i patti e i trattati che Fatah (essenzialmente l'Autorità Palestinese) aveva firmato ma che Israele aveva regolarmente stracciato. Con ogni nuovo mattone aggiunto agli insediamenti, con ogni pezzo di strada asfaltata che conduce ad Ariel, a Maale Adumim, a Illit, a Gush Etzion e oltre, con ogni rifiuto di un permesso di lavoro, d'istruzione, di cure mediche e di viaggio, con ogni camion fermato a Sufa e Karni lasciando marcire il suo carico, con ogni tassa e spesa doganale imposta a un popolo internato nella propria terra, Israele esibisce il proprio disprezzo per la dignità umana e si conquista gli applausi a scena aperta del Congresso statunitense, e non solo di esso.

Quando Osama Bin Laden giudica che sia legittimo uccidere gli americani perché come cittadini di un paese democratico sono responsabili del proprio governo, la società "civile" reagisce con un appropriato scoppio di indignazione. Quando Dov Weisglass e i suoi sadici e compiaciuti colleghi invocano tremende variazioni di castighi collettivi contro i palestinesi per aver osato rimpiazzare democraticamente Fatah con Hamas, la società "civile" annuisce in segno di ipocrita approvazione.

Per coloro che non se ne fossero accorti, Israele si oppone alla soluzione dei due stati. Si oppone anche a un unico stato, a uno stato binazionale, a uno stato secolare confederato e alle mille variazioni di uno stato ad interim su cui si è discusso per anni. Vi si oppone perché si oppone alla presenza di un altro popolo su una terra che ha reclamato come patrimonio esclusivo degli ebrei. Questo deve essere il punto di partenza per un attivismo efficace contro la visione razzista ed egemonica che Israele sta mettendo in atto e che gli Stati Uniti stanno garantendo: questo, e non discussioni astratte sulla soluzione ideale. Un'opposizione efficace non deve ritirarsi in un'indifferenza distratta e assopita che può essere letale.

sabato, febbraio 25, 2006

Gli USA e il "Consiglio per i Diritti Umani"

NAZIONI UNITE: GLI USA VOGLIONO IMPORRE LA CREAZIONE D’UN SERVILE «Consiglio per i Diritti Umani» CHE COPRA LE SUE VIOLAZIONI DEI DIRITTI UMANI IN ALTRI PAESI E NEL SUO STESSO TERRITORIO

Questo lunedì (20 febbraio, N.d.R.) la Missione Permanente di Cuba all’ONU ha emesso un comunicato stampa nel quale si denuncia che gli USA ed i loro alleati vogliono creare un cosiddetto «Consiglio per i Diritti Umani», proprio mentre è in atto una campagna mondiale di denuncia delle gravissime violazioni nelle carceri che controlla sul suo territorio, nella base statunitense a Guantánamo, in Europa e nell’Iraq occupato. Le prove diffuse dalla stampa mondiale non permettono all’Amministrazione Bush-Cheney di continuare a nascondere le pratiche bestiali del proprio esercito, i modi selvaggi dei loro alleati come quelle commesse dalle truppe di Blair nei territori occupati illegalmente o quelle dei loro apprendisti nella guerra di Colombia.

Cuba segnala che è significativa la manipolazione alla quale gli USA sottomettono la Commissione per i Diritti Umani, che nei giorni scorsi ha impedito l’adozione di una risoluzione per far cessare l’impunità con la quale agiscono le truppe nordamericane con il pretesto della loro guerra al terrorismo. Cuba riafferma la sua decisione di impedire l’imbroglio e di far sì che vengano ascoltati « i richiami all’uguaglianza dei grandi settori e dei popoli sottomessi alla discriminazione ed all’oblio, tra i quali i popoli indigeni, quelli d’origine africana, i migranti e le persone che professano la religione islamica.» (Altercom)

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TESTO COMPLETO DEL COMUNICATO DELLA MISSIONE PERMANENTE DI CUBA

Cuba non sarà complice né farà da spettatore silenzioso davanti all’evidente pretesa d’imporre la creazione del Consiglio per i Diritti Umani alle condizioni che esigono gli USA ed i loro alleati principali, veri responsabili del discredito e della manipolazione dei lavori della Commissione per i Diritti Umani.

Poche delle istanze del Sistema delle Nazioni Unite sono state sottomesse ad una tale manipolazione politica da parte degli USA e dei loro principali alleati occidentali come la Commissione per i Diritti Umani.

L'anno scorso, questi stessi paesi hanno dato la stoccata finale alla credibilità dell'organo, opponendosi all'adozione di un progetto di risoluzione che mirava a colpire l'impunità ed il complice silenzio che hanno profuso i governi europei e gli altri alleati occidentali davanti alla pratica della tortura e alle altre gravi violazioni dei diritti umani, che si sono verificati nella Base Navale di Guantánamo ed in altri luoghi all'ombra della cosiddetta guerra contro il terrorismo che proclamano di stare portando avanti le autorità di Washington.

I responsabili di questo deplorevole stato di cose hanno un piano per sacrificare nuovamente gli interessi delle grandi maggioranze e forzare, nei prossimi giorni, la creazione del Consiglio per i Diritti Umani, rispondendo alle esigenze della política imperiale degli Stati Uniti, con la compiacenza e la complicità delle antiche metropoli coloniali europee.

Il compromesso contro le aspettative e le rivendicazioni dei popoli del Sud e delle grandi maggioranze del Nord, ha avuto inizio a tappe forzate.

Richiama fortemente l'attenzione il fatto che la creazione del nuovo Consiglio per i Diritti Umani fosse l'unico elemento sostantivo della Relazione del Gruppo di Alto Livello sulle Minacce, le Sfide ed il Cambiamento, effettuata dal Segretario Generale con rinomati esperti di ogni regione del mondo, che non venne presa in considerazione al momento di formulare le proposte di riforma dell'Organizzazione che si trovava davanti al Vertice realizzato nel settembre dell'anno 2005.
Tale Gruppo di Alto Livello propose l’universalizzazione dell'appartenenza alla Commissione per i Diritti Umani, rifiutò l’eventuale imposizione di condizionali o requisiti per l’appartenenza all’organo, s’interrogò riguardo ai paletti imposti ai suoi lavori.
I testi posteriori che sono stati presentati per instaurare il Consiglio per i Diritti Umani hanno ovviato a tali raccomandazioni per accomodare le esigenze della superpotenza.
Come mai se dal principio dei dibattiti la netta maggioranza degli Stati membri esige un organo con una rappresentanza non inferiore a 53 paesi si continua a suggerire di ridurre i seggi del Consiglio?
Perché si insiste nell’imporre alle rappresentanze del Consiglio i condizionamenti che esige l’attuale amministrazione statunitense, se la schiacciante maggioranza degli Stati membri si è pronunciata contro di essi ?
Cuba denuncia le forti pressioni esercitate nelle ultime settimane per forzare, in maniera intempestiva ed estemporanea, una decisione che permetta di creare il Consiglio per i Diritti Umani secondo gli interessi imperiali proclamati nel cosiddetto “Progetto per un Nuovo Secolo Americano” che è il piano dei falchi Washington per dominare il mondo.

Nuovamente, l’Amministrazione del Presidente Bush, che reclama il diritto a praticare la tortura come strumento nella battaglia al terrorismo, ad arrestare arbitrariamente e negare i diritti più elementari a numerosi esseri umani a partire dal semplice sospetto di vincoli con il terrorismo, a spiare i suoi stessi cittadini ed inoltre a bombardare città nel nome della libertà e della democrazia, sta ricevendo l’appoggio complice dei suoi alleati.

Poche ore fa, inoltre, analizzando le violazioni commesse nel centro di detenzione che il governo nordamericano ha stabilito in maniera illegittima nel territorio cubano che occupa illegalmente a Guantánamo, cinque meccanismi speciali della Commissione per i Diritti Umani (il Relatore sulla Tortura, il Relatore sull’Indipendenza dei Giudici e degli Avvocati, il Relatore sulla Libertà di Religione, il Relatore sul Diritto alla Salute Fisica e Mentale, e la Presidentessa del Gruppo di Lavoro sulle Detenzioni Arbitrari) hanno condannato i tentativi del governo degli Stati Uniti di legalizzare la tortura, di elevarsi a giudice, fiscale e difensore, e di violare gli strumenti internazionali per i diritti umani dei quali Washington fa parte.

Questo è il governo che adesso esige un Consiglio per i Diritti Umani a sua immagine e somiglianza, per continuare a manipolare, continuare a violare, continuare a commettere azioni arbitrarie.
A quanto pare, vari tra i principali attori del processo hanno ottenuto luce verde da Washington, dopo avergli assicurato l’accomodamento alle sue esigenze, per forzare una decisione nei prossimi giorni.

Che nessuno si aspetti che Cuba rimanga spettatrice silenziosa davanti al consumarsi di quest’abominevole menzogna.
Cuba difenderà fino alle conseguenze ultime la verità e la ragione e lavorerà per rivendicare il diritto dei popoli di questo pianeta a poter contare su di un Consiglio per i Diritti Umani che risponda ai loro interessi ed aspettativi di un futuro migliore, un futuro d’equità e giustizia sociale, dove tutte le persone e tutti i popoli siano rispettati allo stesso modo.
Cuba si opporrà ai tentativi di imporre condizioni, requisiti o procedimenti speciali per l’ingresso e la permanenza nel Consiglio. Se c’è un governo che non merita di essere membro del Consiglio, è quello che rappresenta uno Stato che ha tratto beneficio dalla schiavitù e dalla tratta transatlantica degli schiavi, che ha mantenuto un “compromesso costruttivo” per prolungare l’esistenza del regime di apartheid, che protegge ed estende l’impunità per le violazioni dei diritti umani perpetrate dall’occupante israeliano della Palestina e di altri territori arabi, che ha appoggiato le sanguinose dittature militari in America Latina, che oggi tortura ed assassina in nome di una libertà della quale non beneficia la maggioranza dei suoi stessi cittadini, che non adempie i suoi impegni ed obblighi di assistenza ufficiale allo sviluppo del Terzo Mondo e che minaccia e colpisce i paesi del Sud.
Molti paesi lo sanno. Basti ricordare che pochi anni fa, in un evidente voto di castigo davanti alla prepotenza ed alle manipolazioni di Washington, il Consiglio Economico e Sociale impedì, con il suo voto, la rielezione degli Stati Uniti nella Commissione per i Diritti Umani, condizione che non recuperò fino a quando due governi complici con mansuetudine gli offrirono i propri posti.

Cuba si opporrà al tentativo di burlare il requisito della più stretta ed equa distribuzione geografica dei seggi del Consiglio.

Cuba lavorerà per impedire che si eluda la questione dello stabilire criteri chiari per arrestare la manipolazione politica delle cosiddette risoluzioni di paesi. Furono la selettività ed i paletti che impongono gli Stati Uniti, l’Unione Europea ed altri paesi del Nord al trattamento di questa faccenda nei lavori della Commissione, la causa reale della sua crisi. Cuba non può permettere che il Consiglio continui ad essere un tribunale inquisitore contro i popoli del Sud, ancora di più quando oggi si pretende di manipolare la causa della libertà e la promozione della democrazia come pretesto per scatenare «guerre preventive».

Cuba continuerà ad insistere affinché la realizzazione del diritto allo sviluppo, principale richiesta dall’immensa maggioranza degli esseri umani di tutto il pianeta, riesca ad occupare il posto centrale che merita nel mandato del Consiglio.
Cuba esigerà inoltre che vengano ascoltate debitamente le richieste d’eguaglianza dei grandi settori e dei popoli sottomessi alla discriminazione ed all’oblio, fra i quali i popoli indigeni, quelli d’origine africana, i migranti e le persone che professano la religione islamica.
Cuba saprà adempiere il proprio dovere ed alla propria responsabilità in quest’ora storica per i popoli del Sud e per le grandi maggioranze di tutto il pianeta.
20 febbraio 2006

Tradotto dallo spagnolo all'italiano da Davide Bocchi, membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in copyleft.

giovedì, febbraio 23, 2006

Il marchio perenne del XXI secolo

IL MARCHIO PERENNE DEL XXI SECOLO
EDUARDO JUÁREZ*
ECUATIMES/Altercom

Il presidente Bush ha firmato come legge il nuovo ATTO CONTRO LA VIOLENZA DOMESTICA, conosciuto come VAWA 2005, che include l' «Atto delle Impronte Digitali DNA», destinato a raccogliere i DNA di tutti gli immigrati che siano stati semplicemente denetuti, con l'obiettivo di includerli in un registro nazionale, noto come CODIS.

Questa legge identifica direttamente gli immigrati come criminali, giacchè si comincerà a prelevare il DNA a coloro che violano le leggi sull'immigrazione o che sono detenuti per accertamenti alla frontiera, anche se questa è una violazione civile.

Il prelievo del DNA coinvolgerà gli immigrati implicati in processi giudiziari, senza che abbia importanza la gravità del loro caso o la colpevolezza; i giovani che hanno commesso un delitto minore (misdemeanor) perchè le banche dati degli stati verranno incluse in quelle federali; e gli immigrati detenuti nel caso di retate sui posti di lavoro, o in situazioni dove hanno luogo detenzioni ingiuste e momentanee.

Si stima che questa legge creerà un sistema di identificazione che promuove arresti basati su profilo razziale. Cittadini che sembrano od hanno accento straniero saranno vittime del prelievo del DNA, se non dimostrano la loro nazionalità.

Il timore esistente nel popolo nordamericano porta i suoi rappresentanti eletti a stabilire leggi che utilizzino l'immigrato come capro espiatorio, ma che danneggiano tutta la popolazione.

La promulgazione di questa legge, come di altre che limitano le protezioni legali degli immigrati, deve essere presa in considerazione molto seriamente dai residenti permanenti e soprattutto dagli immigrati senza documenti.

Se non ha ancora cominciato la sua procedura per ottenere la residenza non aspetti oltre.

Se è un residente permanente, cominci la procedura per la cittadinanza immediatamente.

In entrambi i casi, esistono molti programmi per assisterla.

*EDUARDO JUÁREZ. Ha studiato sociologia, diritto internacionale e si è specializzato in Immigrazione. Nel 1973 diede vita alla la Fondazione Internazionale del Migrante, un'istituzione senza fini di lucro creata per educare, aiutare e difendere gli immigrati. Nel 1984 fondò la Coalizione Multiculturale Americana e la Celebrazione Internazionale delle Culture, conferenze alle Nazioni Unite, la Sfilata ed il Festival per promuovere relazioni interculturali. Con l' obiettivo di dare risalto all'apporto degli immigrati, Juárez fonda nel 2003 "L'Edificio del Migrante", situato in 7 West della 44° Street a Manhattan, NYC, dove la fondazione continua a sviluppare programmi che migliorino la qualità della via degli immigrati. Attualmente si adopera anche come scrittore, conferenziere, esperto d' immigrazione nel giornale La Prensa, ed ospite de La Voz del Inmigrante programma radiofonico e televisivo.

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ECUATIMES
ecuatimesny@yahoo.com
Rosa Blanca Ponce
Directora General
Tel. 593.9.780-9483

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ALTERCOM
http://www.altercom.org
Originale su Rebelion

Tradotto dallo spagnolo all'italiano da Davide Bocchi, membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica . Questa traduzione è in copyleft.

lunedì, febbraio 20, 2006

Si diffonde lo sdegno per le nuove immagini

di Dahr Jamail e Arkan Hamed, Inter Press Service, 16 febbraio 2006.

Originale inglese: http://www.dahrjamailiraq.com/

Tradotto dall'inglese in italiano da Mirumir, membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica (tlaxcala@tlaxcala.es). Questa traduzione è in Copyleft.

BASSORA, 16 febbraio (IPS) ­ La messa in onda del video in cui i soldati britannici picchiano alcuni ragazzi iracheni ad Amarah nel 2003 e l'uscita di altre fotografie che documentano le atrocità commesse dai soldati statunitensi sui detenuti iracheni nella prigione di Abu Ghraib hanno provocato indignazione in tutto l'Iraq.

La diffusione di queste immagini è avvenuta in un momento critico, nella scia delle violenze esplose in Iraq e in gran parte del mondo musulmano a seguito alle vignette del Profeta Maometto pubblicate da un quotidiano danese e poi da altre testate europee.

"Noi di Bassora abbiamo deciso di non collaborare più in alcun modo con le truppe britanniche," ha detto all'IPS il commerciante di generi alimentari Ali Shehab Najim, 43 anni. "Gli occupanti di Bassora sono invasori e non venderemo loro niente di quello che ci chiedono." Najim ha aggiunto, "Nessuno di noi lavorerà più con loro. Mio cugino era solito lavorare nella loro base, ma ora non lo farà più. Si rifiuta di andare al lavoro, abbiamo deciso di mostrare loro il nostro disprezzo in ogni modo possibile."
Najim ha detto che la popolazione è particolarmente infuriata nei confronti del contingente militare danese in Iraq.
Ha spiegato che all'inizio aveva accettato la presenza delle forze di occupazione, ma adesso "penso che sia ora di dire loro che non li rispettiamo, visto che si comportano così male."
Quando è stato diffuso il video che mostra le truppe britanniche mentre picchiano ragazzi iracheni con pugni e manganelli, il Governatorato di Bassora ha annunciato la sospensione dei rapporti con i militari britannici. Ciò ha comportato anche la cancellazione dell'attività di pattuglia congiunta.

"Condanniamo tutte le azioni delle truppe britanniche e americane nel torturare i nostri giovani," ha detto all'IPS l'ex-consigliere del Governatorato di Bassora Qasim Atta Al-Joubori.
"Gli iracheni hanno sofferto molto negli ultimi 35 anni, ma ora vengono torturati da stranieri che hanno invaso il nostro paese," ha detto Al-Joubori, che è stato consigliere di Bassora per 40 anni. "Non possiamo più accettare la loro presenza."

Lungi dal collaborare, gli abitanti della città sono ora pronti a combattere le forze d'occupazione, ha detto. "Queste percosse e queste torture mostrano che gli occupanti aggrediscono e insultano tutti gli iracheni."

Questo sentimento è condiviso nei dintorni di Bassora, una zona a sud relativamente più tranquilla che si trova sotto il controllo delle truppe britanniche.
"Non vediamo l'ora che quei bastardi se ne vadano dal nostro paese," ha detto all'IPS Abdullah Ibrahim, 55 anni, proprietario di una fabbrica. "Si sono messi a torturare i cittadini di Bassora, Baghdad e Amarah, perdendo così l'appoggio non solo dei sunniti iracheni, ma anche degli sciiti di questo paese."
Ha detto che la maggior parte degli iracheni conosce qualcuno che è stato rinchiuso in un centro di detenzione militare, ma ha aggiunto che il filmato e le fotografie delle torture hanno "demolito la credibilità residua che gli occupanti potevano ancora avere."

La rete televisiva australiana Special Broadcasting Service (SBS) ha mandato in onda mercoledì filmati e fotografie inediti che mostrano gli abusi commessi sui prigionieri iracheni da soldati statunitensi all'interno del famigerato carcere di Abu Ghraib nel 2003.
Le immagini sono simili a quelle che nel 2004 fecero infuriare il Medio Oriente. Molte di queste immagini, tuttavia, mostrano una brutalità e un livello tale di umiliazione sessuale che molti organi di informazione hanno trovato troppo sconvolgente riprenderle.

L'American Civil Liberties Union, l'Associazione statunitense per le Libertà Civili, aveva ottenuto le immagini dal governo degli Stati Uniti in base alla legge sulla libertà di informazione, ma i suoi membri hanno affermato di non sapere come la SBS fosse giunta a mandare in onda i nuovi filmati e le fotografie.
Potrebbero esserci altre immagini in arrivo. "Credo che importanti giornali statunitensi come il Washington Post abbiamo molte altre fotografie che provano le torture inflitte ad Abu Ghraib, ma non le pubblicheranno a causa delle pressioni del governo degli Stati Uniti," ha detto all'IPS un legale del Centro per i diritti costituzionali di New York.

A Washington il portavoce del Pentagono Bryan Whitman ha dichiarato alla stampa: "Sugli abusi di Abu Ghraib si è indagato in modo esauriente." Ha aggiunto: "Quando ci sono stati abusi questo dipartimento è intervenuto con tempestività, li ha esaminati approfonditamente, e, quando è stato il caso, ha perseguito i responsabili."
Ha detto inoltre che secondo il Pentagono la diffusione delle nuove immagini può innescare ulteriori violenze e mettere in pericolo le forze statunitensi in Iraq.


(c) 2004, 2005 Dahr Jamail

http://www.dahrjamailiraq.com/

martedì, febbraio 14, 2006

Il contributo degli ingegneri africani alla tecnologia

Larba Nadiéba, amministratore TIC [1] in Germania:
«Dobbiamo credere nel contributo degli ingegneri africani alla tecnologia»


Alex Moussa Sawadogo

13 febbraio 2006.
Larba Nadiéba: Quando le nuove tecnologie dell'informazione cominciarono a diventare popolari, alcuni paesi occidentali aprirono la porta a molti tecnici ed ingegneri dei paesi dell'Est e dell'Asia. Il continente nero e la sua popolazione, come d’abitudine, furono considerati ancora una volta incapaci di apportare il proprio granello di sabbia allo sviluppo di queste preziose risorse.

Tuttavia, "decifrare i misteri delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione non è esclusiva degli Occidentali" ricorda Larba Nadiéba, un ingegnere delle telecomunicazioni e d’informatica, molto conosciuto oggi in Germania, dove arrivò circa dieci anni fa, riuscendo a farsi spazio ed un nome in un campo nel quale essere "nero" può limitare le possibilità di trovare un impiego qualificato.

Questo giovane burkinabé venne contrattato, uscendo dall'Università Politecnica di Norimberga, come Direttore tecnico e Capo del dipartimento d’informatica e telecomunicazioni della multinazionale franco-tedesca Funkwerk Communications.

Questo gigante europeo è la seconda impresa leader nel suo mercato in quanto a tecnologia per sistemi professionali di telecomunicazioni utilizzati per i fabbricanti di automobili, le società di trasporti e le istituzioni ed è uno dei principali fornitori europei di soluzioni comunicative basate su Internet e di soluzioni professionali per reti senza fili.

"Una delle mie attività principali consiste nel collaborare con la Direzione Generale nell'avviamento delle strategie globali della società, apportando il contributo tecnico. Il mio lavoro consiste, inoltre, nel facilitare l'integrazione tecnica delle imprese simili che acquistiamo e nel progettare o adattare l'infrastruttura nelle NTIC [2]. Come cliente principale, traccio le diverse linee per lo sfruttamento dei nostri prodotti. Un calcolo errato da parte mia potrebbe danneggiare l'immagine ed il marchio dell'impresa e provocarne la caduta. Pertanto, il mio lavoro è sempre una sfida."

Quando Bill Gates, la Microsoft e la sua fondazione ebbero l'idea di offrire ai paesi poveri computer a meno di 100 dollari, quello che pretendevano era permettere alle regioni arretrate di questi paesi di prendere il treno della tecnologia e lottare contro la povertà e, fondamentalmente, entrare in contatto col resto del mondo, seguendo il desiderio del britannico Tim Berners-Lee, l'inventore del World Wide Web.

Il nostro ingegnere in telecomunicazioni, cosciente di questa situazione, pensa che le NTIC siano una risorsa efficace per la lotta contro la povertà in Africa e che il suo uso intelligente permetterebbe a questo continente di fare un grande salto in avanti, come è successo in altri paesi dell'Europa dell’Est e dell'Asia come la Lettonia e l'India. Questa convinzione di Larba Nadiéba, che la stampa specializzata tedesca ha eletto amministratore TIC del primo trimestre 2005, è giusta solo se Internet in Africa non rimane relegato all'invio di posta elettronica, alle chat e, soprattutto, alla frode.

Larba Nadiéba, che già ha lavorato come ingegnere designer di reti sicure in una società tedesca ed è stato coautore di un programma di sicurezza basato sulle reti private virtuali sviluppato per il Parlamento tedesco, segnala che la velocità e l'affidabilità delle reti hanno cambiato la maniera di comunicare, studiare, comprare, informarsi, distrarsi, organizzarsi, formarsi e lavorare. Ma questa formidabile rivoluzione, constata con tristezza, fa bene ai paesi più avanzati che già furono beneficiari delle precedenti rivoluzioni industriali, ed aggrava quella che viene denominata "la frattura digitale."

Per aiutare ad eliminare quest’abisso che si apre tra i paesi equipaggiati con le tecnologie dell'informazione e tutti quelli, la maggioranza, che ne sono sprovvisti, il direttore tecnico di Funkwerk, molto legato al suo paese, il Burkina Faso, ha sviluppato, in forma gratuita, dei siti Internet per l'ambasciata del Burkina a Berlino e per molte associazioni che lavorano in favore del suo paese. È riuscito anche a costruire, con altri esperti ed ingegneri del Burkina e del Mali, una società di consulting e di ingegneria nell'ambito dell'informatica e delle telecomunicazioni in Burkina Faso. Una delle qualità di quest’ingegnere è la sua perizia nella progettazione e l'assistenza nella creazione e nella gestione d’infrastrutture NTIC affidabili, adattate alle società ed alle istituzioni, senza dimenticare, inoltre, l'aspetto della sicurezza.

Mentre Tony Blair e Bob Geldof si pronunciano forse un giorno a favore di un piano Marshall tecnologico per l'Africa, è arrivato il momento per le imprese africane di contare sui giovani africani con un’eccellente formazione digitale che sono l'orgoglio delle imprese occidentali. Questa risorsa umana rinforzata da una doppia cultura africana ed occidentale sarebbe salutare per il continente se avvenisse uno scambio di competenze. A questo rispetto, Nadiéba ricorda la mancanza di libertà della quale dispongono gli ingegneri nelle loro attività, l'incapacità nel formare le proprie squadre di lavoro e soprattutto per applicare il loro metodo di lavoro. "Come direttore tecnico ed amministratore del mio dipartimento nella Funkwerk, ho, da una parte, la libertà di scegliere la mia squadra di lavoro e per proporre un preventivo di spesa per la ricerca che permetta alla mia squadra, sia in Germania, che in Francia o negli altri paesi dove agiamo, di essere competitiva."

Larba Nadiéba, che porta avanti di forma parallela un MBA [3] in strategia e sviluppo d’imprese, segnala che la direzione imprenditoriale in stile africana deve cambiare e lasciare posto alla ciberdirezione dove la rivendicazione di appartenenza ad un paese povero non ha nessuna ragione d’essere. Devono contare solo il rendimento e l'efficacia.

Di Alex Moussa Sawadogo, Corrispondente da Berlino, Lefaso.net, 13 febbraio 2006.
Originale: http://www.lefaso.net/article.php3?id_article=12352

Tradotto dal francese allo spagnolo da Rocío Anguiano per Rebelión e Tlaxcala, dallo spagnolo all’italiano da Davide Bocchi per Tlaxcala. Entrambi sono membri di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in copyleft.

lunedì, febbraio 13, 2006

Il nuovo alleato di Bush: la Francia?

di David Ignatius
Washington Post, 1° febbraio 2006

Fonte originale: Washington Post

Tradotto dall'inglese in italiano da Mirumir, membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica (transtlaxcala@yahoo.com). Questa traduzione è in Copyleft.

Ogni cinque o sei settimane un consigliere diplomatico del presidente francese chiamato Maurice Gourdault-Montagne vola a Washington per incontrare la sua controparte, il consigliere per la sicurezza nazionale Stephen Hadley. Trascorrono alcune ore a coordinare le strategie sull'Iran, la Siria, il Libano e altre zone calde, e poi il francese ritorna in patria. Tra un incontro e l'altro, i due parlano spesso al telefono, di solito il martedì e il giovedì.

Benvenuti alla French Connection. Benché il legame tra i massimi consiglieri di politica estera dei presidenti Bush e Chirac sia quasi sconosciuto al mondo esterno, è emerso come un elemento importante nella pianificazione statunitense. A livello pubblico, la Francia può ancora essere oggetto delle beffe dei politici americani, ma in questi contatti diplomatici privati l'Eliseo è diventato uno degli alleati più importanti ed efficaci della Casa Bianca.

Nel corso di questa settimana ho avuto l'occasione di parlare con fonti francesi che conoscono alcuni dei dettagli riservati. È un'intrigante storia di lavori di corridoio e di missioni segrete, ma illustra un più ampio cambiamento dell'approccio americano: resa malconcia dalla guerra in Iraq, l'amministrazione sta ora lavorando duramente per condurre la propria politica estera in tandem con i suoi alleati internazionali e, ove possibile, attraverso le Nazioni Unite.

L'intermediario cruciale dell'America nella sua ricerca del consenso internazionale è stata la Francia. Forse la senatrice Hillary Clinton ha usato un'iperbole politica, lo scorso mese, accusando l'amministrazione di "esternalizzare" la sua politica con l'Iran affidandola alla Francia e ad altri paesi europei, ma non aveva completamente torto. Un'amministrazione che durante il primo mandato è stata condannata per il suo eccessivo unilateralismo ha di fatto deciso di collaborare più strettamente con i propri alleati. Contrariamente a Hillary Clinton, ritengo che si tratti di uno sviluppo positivo e capace di rendere più efficace la politica statunitense.

L'impatto della French Connection è reso chiaro da alcuni esempi. Cominciamo con un viaggio segreto di Gourdault-Montagne a Damasco nel novembre del 2003 per incontrare il presidente siriano Bashar Assad. All'epoca, le relazioni franco-americane erano ancora congelate per il rifiuto di Chirac di appoggiare l'invasione statunitense dell'Iraq, ma i francesi stavano già cercando di controllarne i danni. Gourdault-Montagne portò al presidente siriano un messaggio di Chirac e di altri due leader contrari all'intervento in Iraq, il cancelliere tedesco Gerhard Schroeder e il presidente russo Vladimir Putin.

Il messaggio consisteva in questo: la guerra ha cambiato le cose in Medio Oriente, e anche lei deve dimostrare di essere cambiato ­ visitando Gerusalemme o facendo qualche coraggioso gesto di pace verso Israele. I francesi probabilmente speravano di esercitare un potere diplomatico su Washington agendo come intermediario di pace, ma Assad non la intese così: "È il portavoce degli americani?" chiese a Gourdault-Montagne. Preoccupato che Francia, Germania e Russia si stessero unendo ad una campagna di pressioni statunitensi, un nervoso Assad cominciò presto a cercare di consolidare il proprio controllo sul Libano. Impose la rielezione dell'arrendevole presidente filosiriano Emile Lahoud e cominciò a mettere con le spalle al muro la nemesi della Siria, il primo ministro Rafik Hariri. Il processo culminò nell'assassinio di Hariri nel febbraio del 2005.

Gourdault-Montagne intraprese i suoi discreti viaggi a Washington nell'agosto del 2004 per coordinare gli sforzi congiunti di Francia e Stati Uniti intorno alla risoluzione 1559 del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, che chiedeva il ritiro della Siria dal Libano. Tutto questo avveniva nel mezzo di una campagna presidenziale, ed i francesi cercavano chiaramente di tenere il piede in due staffe. Dopo l'omicidio di Hariri, Washington e Parigi collaborarono nell'imporre alla Siria il ritiro in base alla Risoluzione 1559. Per scongiurare un intervento della milizia sciita Hezbollah, nel corso di una visita segreta a Teheran, nel febbraio del 2005, Gourdault-Montagne disse agli iraniani di consigliare a Hezbollah di far finta di nulla.

Con Siria e Iran, i francesi e gli americani hanno giocato consapevolmente a poliziotto buono-poliziotto cattivo. Gli americani esigono dall'ONU un linguaggio deciso; i francesi tirano dentro i russi e i cinesi per una versione leggermente annacquata. È un classico minuetto diplomatico, ma probabilmente ha prodotto risoluzioni più aspre ed efficaci di quelle che sarebbero emerse se ciascuna parte avesse agito per conto proprio. Un esempio di ciò è il compromesso di questa settimana ­ la decisione di deferire l'Iran al Consiglio di Sicurezza per le sue violazioni degli accordi nucleari, ma di dargli un altro mese per adeguarsi prima che venga emessa una raccomandazione ufficiale. Secondo i francesi è ora fondamentale mantenere la solidarietà nazionale sulla questione dell'Iran, anche a costo di un breve ritardo. Quello che è interessante è che l'amministrazione Bush sembra essere d'accordo.

Hadley e Gourdault-Montagne si assomigliano perfino un po'. Entrambi sono magri, scattanti, occhialuti ­ il genere di uomini per i quali è stata coniata l'espressione "buttoned down" (nel senso di "convenzionale"). Parigi e Washington sono ancora aspramente in disaccordo sulla sostanza di molte questioni, ma sembrano aver concluso che otterranno di più se collaboreranno invece di bisticciare. Questa tranquilla cooperazione ha probabilmente tratto beneficio dal fatto che il mondo pensa ancora che Francia e America siano nemiche.

lunedì, febbraio 06, 2006

La prospettiva palestinese

La prospettiva palestinese
Insha Allah

Ignacio M. Delgado Culebras
Rebelión

La città di Nablus è uno dei bastioni dell’Intifada di Al-Aqsa. Mentre gli sguardi della comunità internazionale si concentrano su Gaza, la Cisgiordania continua a vivere sotto occupazione israeliana. La situazione palestinese viene normalmente analizzata da una prospettiva politica o conflittuale, tralasciando la società palestinese. Questo reportage vuole riflettere prospettive diverse, degli uomini e delle donne che convivono ogni giorno con l’occupazione.

Abbiamo passato gli ultimi quattro anni percorrendo le strade della Città Vecchia in ambulanza, raccogliendo cadaveri, ed ora siamo stanchi. Non voglio vedere più un solo morto, dice Abed, volontario di Medical Relief nella città cisgiordana di Nablus. Con i suoi venticinque anni mostra il viso stanco di un uomo di quaranta. È palestinese ed ha passato gli ultimi cinque anni della sua vita rinchiuso nella sua stessa città, sotto degli strani arresti domiciliari. L’uscire da Nablus esige la messa in moto di uno schiacciasassi burocratico di permessi sollecitati all’IDF – Israel Defense Forces – od al DCO – District Coordination Office – che si risolve con un no categorico, salvo nel caso di emergenza medica estrema. Bisogna morire o agonizzare o partorire per ottenere un permesso d’uscita e, anche così, si dipenderà in ultima istanza dall’arbitrio o dalla volontà del comandante della postazione di checkpoint che si vuole attraversare (Procedure for the Handling of Residents of Judea and Samaria who Arrive at a Checkpoint in an Emergency Medical Situation. Legislazione militare israeliana. IDF). Issam Sameer sollecitò un permesso al DCO per ottenere un’ambulanza con la quale trasportare suo zio, malato di cancro, da Huwara fino ad Allenby Bridge, la frontiera con la Giordania. Il permesso fu negato ed il trasporto si fece in taxi.
Abed sorride con franchezza e stringe le spalle mentre sogna un viaggio in Germania. Insha Allah, conclude, con un’espressione alla quale i palestinesi affidano tutto perché la loro volontà non è loro, ma altrui ed il desiderio più insignificante non dipende solo dal dio invocato, ma dal fatto che non succeda nulla nell’atmosfera di calma apparente che opprime la città di Nablus dove, oltre a quello che succede, vola alta la paura davanti a quello che, in ogni momento, potrebbe succedere.
Basta posizionarsi a Ad Dawar, il centro di Nablus, e gettare uno sguardo intorno per capire perché. La valle dove sorge la città è circondata dalle montagne di Ebal e Jerzem sulle cui cime ci sono basi israeliane dalle quali viene controllata l’attività palestinese. I confini della città sono segnati dai checkpoint di Huwara e Beit Eiba, controllati dai soldati dell’IDF e, tutto attorno alla città, anche dalle sue sentinelle, un anello di insediamenti – settlement – creati dai soldati israeliani che fungono da postazioni militari avanzate di vigilanza e difesa (Elon Moreh, Yizahr e Itamar i più vicini. Non molto lontano gli insediamenti di Shavey Somron e Quedumin). Di tanto in tanto i caccia F16 del Tsahal sorvolano la città per i controlli di routine. Nonostante ciò, non si può avere la certezza che la routine di controllo non si trasformi nel veleno di un attacco. Seppure non vivano in uno stato di guerra esplicito, i cittadini di Nablus rispettano un implicito coprifuoco alla mezzanotte. Ogni movimento dopo questa ora avviene sotto la propria responsabilità. In questo modo tanto il tempo che lo spazio sono misurati come una coreografia dove niente è lasciato al caso.
Secondo B´Tselem – Centro di informazione israeliano per i diritti umani nei Territori Occupati – le restrizioni alla libertà di movimento sono la causa principale del deteriorarsi dell’economia palestinese e dell’aumento della disoccupazione e della povertà nei Territori Occupati. Queste restrizioni si traducono in checkpoint permanenti – 27 in Cisgiordania – dove tutti quelli che passano vengono registrati, causando gravi ritardi nella circolazione delle persone; checkpoint temporanei – 16 registrati. Dati di B´Tselem – che i palestinesi possono attraversare senza essere registrati; strade proibite – 41 in Cisgiordania – nelle quali non è permesso il traffico ai palestinesi, ma sulle quali gli israeliani possono transitare liberamente, ed ostacoli fisici, come blocchi di cemento o montagne di spazzatura, che impediscono l’accesso a determinate città e villaggi. Qualsiasi persona che attraversi un checkpoint o che circoli per le strade cisgiordane con la patente palestinese si vede costretta ad un esercizio di pazienza; non solo per le code che si formano nei checkpoint permanenti, dove ogni persona viene registrata ed interrogata, né per le code di automobili, camion e sheruts (taxi che portano più persone) con targa verde palestinese che aspettano il loro turno nei checkpoint improvvisati mentre le vetture con targa gialla israeliana circolano sulla carreggiata adiacente in piena libertà, ma perché tutti gli ostacoli fisici, le strade proibite ed i controlli temporanei o permanenti frammentano le geografia e, quindi, le comunicazioni palestinesi. A causa di tale frammentazione si è prodotto un aumento del numero di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà – stabilita a 650 dollari all’anno secondo l’Ufficio Centrale di Statistica Palestinese – e un incremento della disoccupazione – 26,8% all’inizio del 2005 secondo l’OIT.
La difficoltà per le statistiche è attribuire volti e storie umane a un freddo numero.
La disoccupazione a Nablus diventa carne negli uomini, sempre gli stessi, oziosi che, in
Faisal Road, prendono un shay – the – che dura ore ai bordi della strada ogni giorno della
settimana. Fanno passare il tempo, trascorrere il giorno poco a poco. Non c’è lavoro, dicono,
e non possiamo cercarlo fuori da Nablus. Siamo legati.

Campi di rifugiati
Questa situazione si acutizza nei campi di rifugiati. A Nablus ce ne sono tre: Balata è il maggiore e conta diciassettemila e cinquecento rifugiati. Askar, diviso in due campi, Askar al Qadim e Askar Jadid, che accoglie ottomila e cinquecento rifugiati ed il più piccolo campo Al Ayn. Ad Askar Jadid gli uomini si riparano all’ombra dei portici mentre le donne rimangono in casa e bambini e giovani camminano per le strade, cercando qualcosa da fare. I rifugiati sono i paria tra i paria. Vivono una doppia esclusione: da un lato espulsi dalle loro case dagli israeliani, e dall’altro disprezzati dalla gente di Nablus, che li considera delinquenti della peggior risma e fa una netta distinzione. Una cosa è Nablus. Un’altra sono i campi.
Amjed A., come la maggioranza degli abitanti di Askar Yadid, è stato espulso da Jaffa dall’
Esercito israeliano. È farmacista e lavora nella Palestinian Child Care Society Safeer, integrata nel comitato che dirige il campo. Segnala che il problema principale ad Askar Jadid sia la
disoccupazione. Agli adulti in età lavorativa mancano non solo gli impieghi, ma anche la
possibilità di trovarli. I giovani si scontrano con la stessa situazione. L’occupazione ha posto fine alla nostra economia ed il numero di persone disoccupate non smette di aumentare. Di volta in volta bisogna cercare più mezzi per mantenerli ed ogni volta è più difficile trovarli. Molti di loro vivono di carità. Safeer si occupa dei bambini sotto i dodici anni. Cerca, per quanto è possibile, di farli crescere normalmente. Per questo offre servizi medici ed educativi, così come aiuti economici per le famiglie più bisognose, specialmente agli orfani. Ottiene i fondi da organizzazioni più grandi (UNRWA) o collabora con altre associazioni palestinesi della città come Project HOPE (Humanitarian Opportunities for Peace and Education) che manda i suoi volontari a tenere lezioni d’inglese o ad organizzare laboratori di giochi, arte o recitazione. Queste collaborazioni servono a dare consistenza alla società civile palestinese, per creare il tessuto sociale che l’occupazione va disgregando. I bambini sono esasperati, molto nervosi, nota Ibrahim, professore di arabo in una delle scuole aperte dall’UNRWA. La colpa è dell’occupazione, dice mentre indica l’insediamento dei coloni di Elon Moreh, visibile dall’altura dove sorge Askar Jadid. Quando avviene un attacco dall’altra parte la risposta immediata è un’incursione nei campi di rifugiati… Ci sono sempre morti, feriti... i bambini vedono. Sentono e crescono con ciò. Come si possono sviluppare normalmente? Le incursioni di cui parla Ibrahim sono più frequenti a Balata. Carlos, volontario dell’ISM – International Solidarity Movement – segnala quanto sia difficile la vita all’interno dei campi: dopo le dieci di sera è meglio non uscire. Ha vissuto varie incursioni a Balata dove la sua missione è uscire a proteggere i bambini che si trovano per strada, armato di una macchina fotografica per documentare ogni abuso. Se vedono macchine fotografiche, i soldati si trattengono dal fare certe cose. Non sparano ai bambini che tirano pietre. Abdelnasser, collaboratore di Safeer e residente ad Askar Jadid, formula una petizione al suo interlocutore: quando torni al tuo paese racconta come sono i palestinesi e come viviamo. Racconta ciò che hai vissuto, se siamo o non siamo terroristi come dicono le notizie.

Prospettiva palestinese: diverse forme di resistenza
Fighters
La Città Vecchia di Nablus è coperta da innumerevoli cartelloni che ricordano i martiri morti durante la Seconda Intifada. Normalmente sono giovani che posano con le loro armi per la foto, però il kalashnikov che sostengono con determinazione non nasconde la loro adolescenza
appena raggiunta od appena abbandonata. Ai lati si vedono i simboli di Hamas, della Jihad Islamica o dei Martiri di Al Aqsa. La Città Vecchia gli appartiene. Said è uno di loro. Suo fratello è detenuto in un carcere dell’IDF. Suo zio è una gloria locale immolatasi in un attacco suicida.
Porta orgoglioso al collo il suo ritratto e lo bacia con fervore. Perché gli israeliani devono
invadere la mia città, il mio quartiere ed ammazzare la mia gente? Perché occupano la mia terra? Se la tua città venisse occupata, il tuo quartiere assediato, la tua gente assassinata, non
prenderesti un’arma per difenderla? Said non dorme di notte, da anni. A partire da mezzanotte
impugna la sua arma e vigila sulla Città Vecchia. Sta di guardia davanti a una possibile incursione israeliana. Difendo la mia casa, dice. Dorme al mattino e di pomeriggio va all’istituto.
Mostra la sua arma come mostra la sua fede, con orgoglio, però l’una non ha niente a che vedere con l’altra: l’arma fa fronte ad un’occupazione che non capisce e non accetta –
Perché si dovrebbe farlo? Risponde – la fede è la sua consolazione, il suo rifugio. Una cosa sono i fatti, un’altra la loro giustificazione, sempre a posteriori. Cammina per la Città Vecchia con scioltezza, soddisfatto. Saluta tutti e tutti gli mostrano rispetto. È un fighter di Aqsa che, assieme a quelli di Hamas e della Jihad Islamica, costituiscono la reale autorità a Nablus. La legge è quella che loro impongono perché loro sono i combattenti che rischiano la vita in difesa della città e, come resistenti attivi, gli si mostra rispetto. Lo accompagna una corte di adolescenti che lo ammirano e desiderano emulare le sue azioni in futuro. “Tuta, tuta, tuta, Sharon aju sharmuta,” cantano e si infiammano sparando con armi immaginarie a nemici immaginari. Per il resto ridono, cantano e vogliono conoscere donne come qualsiasi adolescente in qualsiasi luogo del mondo. Said arriva ad un banco che espone la sua frutta. Un uomo adulto, quasi anziano, parla assieme ad un altro. È suo padre. Said gli chiede due shekel per comprare il the. Rimane un ragazzo di vent’anni che chiede soldi a suo papà. Questi lo guarda con orgoglio e parla di suo figlio maggiore, incarcerato per avere lanciato pietre ad un blindato israeliano. Condanna di otto anni, dei quali ne sono trascorsi appena due. Non può visitarlo. Sua madre potrebbe, ma è morta. Anche il suo amico, quello con cui parla, ha perso il figlio. Indica il cielo e dice Insha Allah. Tutti ripetono: Insha Allah. Fu abbattuto da una pallottola mentre lanciava pietre alle jeep dell’IDF. Said mostra le targhe che, in tutta la Città Vecchia, ricordano i caduti della Seconda Intifada, i nomi di tutti i combattenti – Naif Abu Sharekh, Ahmed Tavuk – Chiede di fare delle fotografie, però rifiuta di posare. Non sarebbe la prima volta che qualcuno si fa passare per terrorista per abbattere un combattente. Al confine della Città Vecchia ci dobbiamo lasciare. Comincia a sentirsi nervoso, guarda da tutte le parti, non gli sfugge nulla. Offre dei soldi che non ha in caso di bisogno – “Non ti deve mancare nulla. Se hai problemi, cercami,” offre generoso – Said è povero. Non molto lontano da dove si trova, un cartellone annuncia una grandissima cerimonia di nozze organizzata da Hamas che partecipa a tutte le spese, inclusi i regali per i novelli sposi che non potrebbero averli in altro modo –frigoriferi, forni – o che non potrebbero fare fronte al costo delle nozze. Ha solo una cosa da perdere, la vita, ma non gli importa troppo: “un giorno seguirò mio zio. Morirò, ma difendendo ciò che è mio.”

Murad
Murad è un tenente della polizia palestinese. La sua vita potrebbe riassumere la Seconda Intifada. A 19 anni, quando tutto è cominciato, studiava psicologia nell’Università di An Najah.
Aveva programmato di sposarsi con una ragazza. Ma tutto cambiò improvvisamente e si sentì obbligato a fare qualcosa davanti a tutta la morte che vedeva. Si arruolò volontario nel Medical Relief. Mostra un tesserino sciupato che lo qualifica come membro. La foto non corrisponde più alla persona che la mostra: prima un viso infantile, timido, delicato. Adesso fattezze dure, occhi intristiti, un sorriso franco. Più tardi si dedicò a prestare aiuto psicologico ai bambini che avevano e stavano soffrendo gli effetti della violenza e dell’occupazione. Infine si arruolò nella polizia palestinese e visse da dentro la distruzione della Mukata – allora caserma della polizia e prigione – di Nablus nel bombardamento da parte degli F16 ed elicotteri da combattimento Apache (7/02/02). Lui scappò in tempo, ma undici dei suoi compagni ed amici vi morirono. Nel frattempo, la donna con la quale desiderava sposarsi lo abbandonò e lui si unì al gruppo di circo creato da Project HOPE. La polizia palestinese ha una scarsa presenza a Nablus. Può contare su poche armi e pochi mezzi – Murad impara qualche parola in spagnolo perché assisterà a un addestramento diretto dalla Guardia Civil, che, inoltre, consegnerà nuove uniformi – per mantenere l’ordine. La sua autorità rimane incerta e limitata ad evitare scontri tra combattenti locali dei diversi gruppi e preservare l’esiguo ordine nella città, però non nella Città Vecchia o nei campi di rifugiati che vivono sotto la legge di autodifesa imposta dai combattenti. Quando si esige che l’ANP – Autorità Nazionale Palestinese – eviti gli attacchi agli israeliani non gli si dà niente con cui farlo. Si proibisce che la Palestina abbia un esercito o che la polizia abbia armi. Con cosa lo faremo allora? dice Murad. La Mukata è ancora la caserma della polizia palestinese. È ridotta a delle rovine che minacciano di crollare ancora di più. Una minima parte è abitabile. Lì sventola una bandiera logora. Resta la dignità sopra alle rovine. Ognuno resiste come può, con quello che ha, conclude Murad. Lui era in servizio con Medical Relief il 26 di giugno del 2004. Raccolse le membra fatte a pezzi di Nayef Abu Sharkh, leader dei Martiri di Al Aqsa in Cisgiordania, Fady Bahti, leader della Jihad Islamica e Jaffar Masri, leader di Hamas: mani, torsi, gambe, teste raccolte nel nascondiglio sotterraneo nella Città Vecchia scoperto dai soldati dell’IDF quando Bahti tentava di scappare e venne fatto saltare in aria dalle granate. C’erano sangue e fumo da tutte le parti. I soldati ci chiesero di portare una barella... Ma non c’erano corpi. Solo parti di corpi diversi. Nessuno riconoscibile. Pezzi di carne. Gli occhi di Murad sono umidi quando ricorda, però contenuti, nemmeno una lacrima ne sgorga. Le trattiene con un sorriso che non si cancella mai. Dentro posso essere triste o adirato, ma fuori sono sempre felice.

Baker Sarawi
La resistenza di Baker è quella di un corridore podista, che consiste nella perseveranza e nella volontà. È un uomo d’affari e da questa prospettiva osserva l’occupazione: non c’è guerra né conflitto perché i contendenti non partono con condizioni uguali. C’è occupazione, nella quale, come negli affari, il pesce più grande mangia il pesce più piccolo. Solo il persistere – la resistenza – di chi si mantiene vivo e prova a seguire il corso della sua vita, all’interno delle regole che impone l’occupante, fa breccia perché non si perde d’animo né si dispera, ma continua con la sua attività. Persone come Baker mantengono una certa normalità, un
certo ordine, certi servizi – commercio, educazione, etc. – che, seppur minimi se presi singolarmente, impediscono che il caos si impadronisca della città. Su ogni persona che, ogni mattina, attende al suo lavoro si regge la vita di Nablus. Sono il cemento della resistenza e coloro che soffrono sulla propria pelle le conseguenze dell’occupazione. Baker Sarawi sfiora i cinquant’anni. Dirige un piccolo laboratorio dove si riparano macchine da cucito. Prima dell’
Intifada di Al-Aqsa riceveva numerosi incarichi, anche da parte israeliana. Adesso il volume di lavoro è diminuito e gli incarichi mancano sempre di più, dice, mentre guarda le poche macchine da cucito che ha da riparare. Non è stato sempre così. Prima io e mio fratello avevamo un laboratorio enorme, con molti impiegati, ma fu distrutto dagli Apaches – elicotteri da combattimento – israeliani. Perdemmo dei macchinari molto costosi e non potevamo più pagare gli impiegati. Perdemmo tutti gli incarichi ed il lavoro di anni, però ricominciai di nuovo. Da allora – il 28 settembre del 2000 – ho perso altri due laboratori. L’ultima volta un anno e mezzo fa. Arrivai al mattino in laboratorio, come tutti i giorni, però quando alzai la serranda vidi che si era trasformato in una piscina. Gli Apache avevano distrutto i tubi ed il laboratorio si era allagato. Era estate e dei ragazzini si schizzavano nell’acqua, giocavano e ridevano. Alla fine anch’io mi misi a ridere. Cosa avrei dovuto fare? A volte puoi solo raccomandarti a Dio e ricominciare di nuovo. Quante volte? Tante quante lui ne considera necessarie. Le parole di Baker sono quelle di chi, dopo aver convissuto per anni quotidianamente con la morte – non con la sua possibilità remota ed astratta, ma con la realtà dei cadaveri, di viscere che fuoriescono da addomi aperti e fumanti a causa delle mitraglie – scopre che l’importante è sopravvivere, anche quando morire è questione di essere nel posto e nel momento sbagliato. Si dà importanza al fatto di morire perché riguarda tutti, ma anche perché questo valorizza di più il fatto di rimanere vivo. È il sollievo del sopravvissuto – la morte di altri, ma non la mia – senza il sentimento d’invulnerabilità perché la minaccia di morte è costante – Oggi non sono stato io, ma domani? – e forse una strana colpa sulle spalle – Perché loro sono morti ed io no? Perché la loro vita non è più e la mia continua ad essere? – che, o si può ignorare perché la morte degli altri non fu causata da loro, dai sopravvissuti, che pure erano e sono potenziali obiettivi, perché la vita in Palestina è questione di opportunità od inopportunità; o può essere assorbita ed arrivare a tormentare tanto la morte di questi altri, specialmente di qualcuno vicino, da volerla redimere con la propria morte ed unirsi alla vittima o da vendicarsi perché questa morte lo tormenta. La disperazione è questa: non poter sopportare nella propria coscienza la morte di un caro, non vedere altra via d’uscita che la morte per vendicare la morte. Il primo giorno della Seconda Intifada Zakeria Kilani fu abbattuto. Era giovane e fu uno dei primi tremila e trecento morti palestinesi – più di cinquecento nella città di Nablus secondo le cifre di Palestine Red Crescent. I nomi significano storie particolari. Servono a personalizzare un mero numero di una lista mostruosa, ridargli un aspetto, ed una vita sostitutiva che gia non è più nei ricordi di coloro che sono sopravvissuti e, quindi, a comprendere che ogni numero restante della lista nasconde un nome ed una storia simile. Esistono innumerevoli immagini di madri palestinesi che piangono le morti dei loro figli e familiari, riflettendo il dolore inestinguibile di chi rimane a vivere con una morte in più sulle spalle, di chi deve restare a guardare come gli altri partono per il luogo da cui non torneranno mai, di chi deve ricordare la sua perdita ogni giorno che gli rimane da vivere. Un’immagine vale più di mille parole, ma solo nel momento in cui questa immagine si vede, perché poi si cancella o viene sostituita da un’altra uguale e quella prima si dimentica e passa alle statistiche, all’anonimato del numero: un morto in più.
Comunque, poco o niente si sa dopo dei pianti, del dolore dei sopravvissuti. Zakeria Kilani fu abbattuto il primo giorno dell'Intifada di Al-Aqsa. Gli sono sopravvissuti due amici. Hamed Abu Hiljeh non capì la morte di Zakeria, non comprese perché dovette morire. Il dolore lo portò alla disperazione e questa alla vendetta. Hamed Abu Hiljeh si immolò per vendicare Zakeria: Un morto in più. Un altro nome da personalizzare nella mostruosa lista delle vittime di Nablus.
L'altra amica è Samah A. È ancora molto giovane. Ha solo ventidue anni. Ha fondato Project HOPE insieme ad un volontario canadese. Si è unita alla resistenza civile pacifica ed ha collaborato con organizzazioni internazionali – MSF, UNRWA, Internacional Red Cross – ed ONG – ISM, Medici del Mondo, Medical Relief – che lavoravano sul campo. È maturata sotto l’occupazione ed adesso dimostra una ferrea determinazione nella difesa dei diritti umani in Palestina. Spiega chiaramente la sua posizione riguardo al processo di pace ed alla situazione a Gaza ed in Cisgiordania: Con la ritirata dalla striscia di Gaza si applaude un gesto che non è altro che restituire un territorio occupato. Non c’è niente da applaudire. Inoltre quando si parla di Gaza si passa sotto silenzio la Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est, dove si continua a costruire il muro sopra le rovine di villaggi palestinesi che vengono spazzati via dal suo stesso tracciato, che non rispetta la Linea Verde, la Frontiera tra Israele e Cisgiordania stabilita dall’armistizio del 1949. Altri villaggi sono separati o isolati – Ar-Ram, a nord-ovest di Gerusalemme conta duecentomila abitanti che ufficialmente sono residenti a Gerusalemme stessa. Sheik Sa´ad, ad est di Gerusalemme, ha duemila abitanti che dipendono per qualsiasi servizio da Gerusalemme Est. Esempi raccolti da B´Tselem, espropriati ed annessi come parte del territorio israeliano. Inoltre i coloni di Gaza, con gli aiuti promessi dal loro governo, dove credi che si stabiliranno? Abdel Hakim, amico e collaboratore di Samah in Project HOPE, interviene nella conversazione: La pressione si mette sempre sui palestinesi quando si parla di pace. Ci si chiede di smetterla con la violenza, ma cosa si chiede ad Israele? Quando hanno indetto le elezioni dopo la morte di Arafat ed Abbas ne è uscito vincitore mi trovavo in Francia. Lí tutti mi chiedevano se Abu Mazen avrebbe cambiato qualcosa, se avrebbe preso il controllo della situazione. Ma la pace non dipende da lui. È Israele che tiene il coltello dalla parte del manico, che può fare o non fare, dare o non dare. Abu Mazen non ha niente da offrire. Dopo anni di Intifada, la pace è la massima aspirazione. Però la domanda è che tipo di pace ed a quale prezzo. La soluzione di due stati non convince Samah: Non è un'opzione percorribile. Gaza e la Cisgiordania diventerebbero due enormi campi di rifugiati all'aria aperta, recintati dal muro di separazione e messi in comunicazione solo da una piccola strada, poiché non esiste continuità territoriale tra loro. Ed il controllo sul commercio, l'economia, le comunicazioni e le frontiere, chi lo eserciterebbe? La migliore soluzione è uno stato unico con due nazionalità.
Però ci vuole tempo per questo. Nonostante l'occupazione, Nablus si impegna a vivere, a seguire la sua strada. Quando la città si sveglia, le mercanzie sono già esposte nel mercato di
Ad Dawar, i clacson dei taxi già riprendono i pedoni che attraversano con disattenzione e gli studenti intraprendono il cammino verso l'Università di An Najah. Tutti coloro che vedono nascere il giorno hanno la sensazione di vivere un giorno "in più", in cui ancora possono aspettare il domani... E lo celebrano. È venerdì ed il gruppo del circo ha comprato un'enorme
Kunafa, Dolce di Nablus. Issam distribuisce i cucchiai regalando smorfie, occhiolini e parole ad ogni invitato. Islam spiega le regole dell'Otrob-Orob mentre Abed e Murad danno l'ordine di cominciare. Bahá si arrampica sulle spalle del gigante Ahmed per mangiare dal punto più alto e Said ripete ancora una volta lo scherzo della porta. Tutti loro sono stati membri di Medical Relief. Non hanno visto le statistiche, ma i cadaveri. Sanno qual'è la differenza tra la vita e la morte. I vivi celebrano la vita, i morti non celebrano più nulla.
Condividono la Kunafa ed invitano tutti i presenti. I palestinesi sono famosi per la loro ospitalità. Basta che un passante chieda una sigaretta al primo estraneo che passa per dar vita ad una lunga conversazione e ricevere un invito a bere un the o a condividere il pasto con la sua famiglia. Se aprono la porta della loro casa, l'invitato diventa amico e l'amico, festeggiato senza pause, diventa parte della famiglia. Amjed A. di Askar Jadid ha visitato vari paesi. Ha lavorato in Francia e Olanda, ma lì non ha mai sentito ciò che sente qui. Qui gli amici si preoccupano l'uno dell'altro. I legami tra la gente sono molto forti. Baker Sarawi aggiunge: Forse l'occidente ha più testa, ma non ha cuore. Introduce così una prospettiva, condivisa da altri paesi arabi, sulla possibilità di dirigere il proprio destino, la propria evoluzione e lo sviluppo, senza ingerenze esterne, conclude Samah A. ricordando la conversazione avuta con un volontario spagnolo: Mi disse che, a livello economico e tecnologico, l'occidente è più sviluppato, ma a livello di relazioni umane i palestinesi sono più sviluppati dell'occidente. Chissà che questi non siano segni d'identità.
Questo è qualcosa che non dobbiamo dimenticare, anche quando la situazione migliorerà… Insha Allah.

Originale:
http://www.nodo50.org/palestinalliure/article.php3?id_article=124

Tradotto dallo spagnolo all’italiano da Davide Bocchi e rivisto da Miru, membri di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in copyleft.

mercoledì, febbraio 01, 2006

La decostruzione dell'Iraq, di William Blum

Vietnam, Guatemala, Grenada, Yugoslavia - distruzione sistematica ed obblighi violati
La decostruzione dell'Iraq
William Blum

L’insegna sulla facciata dice: “L’Iraq è aperto per il commercio”. Leggiamo quello che fa e dice il presidente iracheno, od il ministro di questo o di quello, ed è facile rimanere con l'impressione che l'Iraq si trasformi in uno Stato sovrano, benché non sia particolarmente laico e malgrado usi la tortura; ma dopotutto, è uno Stato indipendente, che funziona, non è vero? Quindi leggiamo che il FMI ed il resto della mafia finanziaria internazionale - con gli Usa nel suo ruolo sine qua non, come d’abitudine - concedono immensi prestiti al paese e condonano debiti, con le solite condizioni; nella situazione attuale, che si smetta con i sussidi governativi per il combustibile ed altri prodotti del petrolio. E così il governo comincia a ridurre i sussidi per questi prodotti che riguardano quasi ciascun aspetto importante della vita, ed i prezzi si quintuplicano rapidamente, provocando ampio scontento e proteste. [1]

Chi nella nostra nazione sovrana vorrebbe vedere altre sofferenze in un paese come quello iracheno che già è a terra? Ma la mafia finanziaria internazionale si preoccupa solo che i paesi adempiano certi criteri consacrati in Economics 101 [corso di economia basilare, N.d.T.], come avere presupposti equilibrati, privatizzazione, deregolamentazione, diventando così più attraente per gli investitori internazionali.

Nel caso che la presenza di 130.000 soldati usamericani, una quantità sempre maggiore di basi Usa in crescita incontrollata, e tutte queste leggi restrittive dell'Autorità Provvisoria della Coalizione, progettate a Washington, che continuano ad essere vigenti, non bastino per tenere in riga il governo iracheno, questo ce la farà: l'Iraq dovrà accettare che la sua economia sia diretta dal FMI durante la prossima decade. Lo stesso FMI che Joseph Stiglitz, l'economista premiato col premio Nobel e dissidente ex capo economista della Banca Mondiale, descrive come abbia portato la Russia e l’Argentina al disastro e lasciato una scia di economie in fase di sviluppo devastate lungo la sua strada". [2]

A questo si unisce la rivelazione dello sperpero da parte dell'occupazione usamericana della risorsa più preziosa della nazione: il petrolio. Bisogna leggere la nuova relazione: "Crude Designs: The Rip-Off of Iraq's Oil Wealth" dell'organizzazione non governativa Platform. [Si veda http://www.rebelion.org/noticia.php?id=23876]

Tra le sue conclusioni:
La relazione rivela come una politica petrolifera originaria del Dipartimento di Stato Usa sarebbe stata adottata in Iraq, poco dopo le elezioni di dicembre, senza dibattito pubblico ed ad un costo potenziale immenso. Quella politica aggiudica la maggioranza dei campi petroliferi dell'Iraq - che rappresentano per lo meno un 64 percento delle riserve di petrolio del paese - a compagnie petrolifere multinazionali.

Il costo stimato per l'Iraq durante la durata dei nuovi contratti petroliferi oscilla tra 74.000 e 194.000 milioni di dollari, rispetto alla permanenza del petrolio nelle mani pubbliche.
I contratti garantirebbero massicci benefici per le compagnie straniere, con tassi di rendimento tra 42 e 162 percento. Il tipo di contratti che assicura questi rendimenti è conosciuto come accordi di condivisione della produzione [PSA la sigla inglese]. I PSA sono stati spinti energicamente dal governo Usa e dai grandi del petrolio ed hanno l’appoggio di alte personalità all’interno del Ministero Iracheno del Petrolio. Tuttavia, i PSA durano tra i 25 e i 40 anni, sono solitamente segreti ed impediscono che i governi alterino posteriormente i termini del contratto. [3]

L'autore e principale investigatore di "Crude Designs", Greg Muttitt, dice: "Il tipo di contratti che viene spalleggiato costituisce l'opzione più cara ed antidemocratica disponibile. Il petrolio dell'Iraq dovrebbe portare benefici al popolo iracheno, non alle compagnie petrolifere straniere". [4]

Noam Chomsky ha segnalato recentemente: "Sperano che noi crediamo che gli Usa avrebbe invaso l'Iraq anche se fosse stata un'isola nell'Oceano Indiano e le sue principali esportazioni fossero state cetriolini e lattuga. È quello che sperano che noi crediamo". [5]

Ricostruzione, il tuo nome non è America
L'amministrazione Bush ha annunciato che non chiederà fondi addizionali per la ricostruzione dell'Iraq nel sollecito di preventivo che sarà presentato al Congresso in febbraio. Quando si sarà consumato il resto del preventivo per la ricostruzione, i funzionari usamericani a Baghdad hanno messo in chiaro che altri donatori stranieri ed il neonato governo iracheno dovranno affrontare quei costi che le autorità dicono essere di decine di migliaia di milioni di dollari, per lavori che rimangono ancora da realizzare giusto per assicurare servizi affidabili di elettricità, acqua ed altro, per i 26 milioni di iracheni. [6]

Bisogna segnalare che questi servizi, inclusi i servizi sanitari, sono stati per la maggiore parte distrutti dai bombardamenti usamericani - la maggior parte in modo abbastanza deliberato - a cominciare dalla prima Guerra del Golfo: i bombardamenti durarono 40 giorni e notti, demolendo tutto quello che forma una società moderna, seguiti da 12 anni di implacabili sanzioni economiche, accompagnate da 12 anni di bombardamenti, spesso quotidiani, che presumibilmente servivano per proteggere le così dette ‘no-fly zones’; infine il bombardamento, l'invasione e la devastazione generalizzata che cominciò nel marzo del 2003 e che continua mentre stai leggendo queste righe.

"Gli Usa non hanno mai avuto l'intenzione di ricostruire completamente l'Iraq”, ha dichiarato ai giornalisti il generale di brigata William McCoy, comandante del Corpo di Ingegneri dell'Esercito che soprintende il lavoro, in una recente conferenza stampa. In un’intervista della settimana scorsa, McCoy ha detto: “Questo non sarà altro che un avviamento a ponte”. [7]

È un modello notevole per la sua coerenza attraverso gli anni: l’Usamerica possiede un lungo curriculum di bombardamenti di nazioni, di riduzione a rottami di vicinati interi e di gran parte delle città, distruggendo l'infrastruttura, rovinando la vita di coloro che non muoiono sotto le bombe. E dopo, fa spaventosamente poco o letteralmente niente per riparare il danno.

Il 27 gennaio del 1973, a Parigi, l’Usamerica firmò l’"Accordo sul Termine della Guerra e la Restaurazione della Pace in Vietnam". Tra i principi che accettò l’ Usamerica si trovava quello dichiarato nell'Articolo 21: "Nel compimento della sua tradizionale [sic] politica, l’Usamerica contribuirà a risanare le ferite della guerra, ed alla ricostruzione della Repubblica Democratica del Vietnam [Vietnam del Nord] e di tutta l'Indocina."

Cinque giorni più tardi, il presidente Nixon inviò un messaggio al primo ministro del Vietnam del Nord nel quale stipulò ciò che segue: (1) il Governo degli Stati Uniti d’ America contribuirà alla ricostruzione del dopoguerra in Vietnam del Nord senza nessuna condizione politica. (2) Studi preliminari usamericani indicano che i programmi appropriati per il contributo dell’Usamerica alla ricostruzione nel dopoguerra saranno nell'ordine di 3.250 milioni di dollari di sovvenzione di aiuto per 5 anni. Non pagarono neanche un centesimo dell'aiuto promesso per la ricostruzione. Né lo pagheranno mai.

Durante lo stesso periodo, Laos e Cambogia furono spianati da implacabili bombardamenti usamericani così come il Vietnam. Dopo la fine delle guerre d'Indocina, anche quelle nazioni vissero la "politica tradizionale" di zero ricostruzione dell’Usamerica. Quindi vennero i bombardamenti usamericani di Grenada e Panama negli anni ottanta.

Il nostro quartiere va a rotoli
Centinaia di panamensi rivolsero una petizione all'Organizzazione degli Stati Americani, controllata da Washington, così ai tribunali usamericani, fino ad arrivare alla Corte Suprema degli Usa, sollecitando una "giusta compensazione" per il danno causato dall'Operazione Giusta Causa (non-era-uno-scherzo: è il nome col quale battezzarono l'invasione ed il bombardamento usamericani). Quello che ricevettero fu peggio che niente, la stessa cosa che ricevette la gente di Grenada.

Nel 1998, Washington, nella sua infinita saggezza, sparò più di una dozzina di missili da crociera contro un edificio in Sudan, del quale si affermò che produceva armi chimiche e biologiche. L'edificio, completamente polverizzato, era in realtà un'importante laboratorio farmaceutico, vitale per il paese sudanese. L’Usamerica ammise effettivamente il suo errore, liberando i conti del proprietario della fabbrica, che erano stati congelati. Sicuramente era arrivato il momento della compensazione. Il fatto è che al padrone, che presentò una domanda, non è stato pagato un centesimo; neanche ai feriti nel bombardamento. [8]

Un anno dopo sopraggiunse il caso della Jugoslavia: 78 giorni di bombardamenti permanenti che virtualmente trasformarono quello Stato avanzato in pre-industriale; le necessità di ricostruzione erano impressionanti. Sono passati sei anni e mezzo da quando i ponti jugoslavi caddero nel Danubio, le fabbriche e le case dal paese furono spianate, le sue strade rese inutilizzabili, il trasporto distrutto. Ma il paese non ha ricevuto nessun mezzo per la ricostruzione da parte dell'architetto e principale perpetrante della campagna di bombardamenti: l’Usamérica.

Il giorno dopo l'annuncio menzionato sulla fine degli sforzi di ricostruzione Usa in Iraq, siinformò che l’Usamerica annullava anche il suo impegno di ricostruire l'Afghanistan. [9] Questo, dopo vari anni dell'usuale lancio di bombe e missili contro città e villaggi, con l’usuale distruzione e la rovina.

Queste strane abitudini tribali
Il 7 dicembre, il programma "All things considered" di National Public Radio ha presentato una relazione sull'assassinio "per onore" di una giovane in Iraq, che era stata sequestrata. Hadovuto essere uccisa dalla sua famiglia per la semplice possibilità che fosse stata violentata dai suoi rapitori; la famiglia doveva proteggere il suo onore; era una figlia molto amata ed ammirata, ma nonostante ciò, suo cugino l'ha ammazzata a colpi di pistola. Ciò non aveva niente a che vedere con l'Islam, recitava l'informazione, era una "abitudine tribale."

Questa relazione fu seguita immediatamente dalle dichiarazioni di Gary Anderson, colonnello in ritiro dei Marines, che argomentò che l'Usamerica deve proseguire il suo corso in Iraq. È preoccupato che Bin Laden et al, pensino che l'Usamerica "se la dia a gambe." Dice che ora andare via "disonorerebbe" gli iracheni e che apparentemente egli è disposto a continuare ad assassinare qualsiasi numero di persone di quello stesso paese iracheno per preservare il loro onore. Gli antropologi dicono che sembra essere una specie di "abitudine tribale" nel paese di Anderson. Presumibilmente il buon colonnello non è preoccupato dal fatto che la grande maggioranza della gente informata del mondo pensi che l'Usamerica sia un potere imperialista assassino - probabilmente si inorgoglisce di ciò - bensì dalla possibilità che pensi che "se la dia a gambe." Dovranno passare sul suo cadavere. O sul cadavere di qualche altra persona.

Karma yankee
I problemi riguardo all'immigrazione verso l'Usamerica dalla frontiera sud continuano di anno in anno, ed ogni volta si discutono gli stessi temi: come bloccare il flusso verso il paese? Un'amnistia, un programma di lavoratori visitanti, se gli immigrati contribuiscono all'economia, se gli immigrati debbano ottenere l'assistenza sociale, il controllo dei datori di lavoro che assumono immigrati, etc. etc., e così va avanti la giostra, attraverso le decadi. Ogni tanto, qualcuno contro l'immigrazione trova da discutere sul fatto che l'Usamerica abbia alcun obbligo morale di accettare quegli immigrati latini. Una risposta a quella domanda sarebbe: sì, mister, l'Usamerica ha un obbligo morale perché tanti degli immigrati scappano da situazioni nelle loro patrie che sono diventate disperate a causa degli interventi usamericani. In Guatemala, Washington ha abbattuto il governo progressista che era sinceramente compromesso nella lotta contro la povertà. In Nicaragua, intervenne attraverso terroristi assassini da paesi vicini. In El Salvador, gli Usa ebbero un ruolo importante nella repressione di un movimento che tentava di arrivare ad un governo simile, ed in minore misura, ebbe quello stesso ruolo in Honduras.

Il risultato finale di quelle politiche è stato un esercito di gente disperata che va verso il nord alla ricerca di una vita migliore, e facendolo si somma alla zavorra di povertà del Messico, inducendo numerosi messicani ad intraprendere la marcia verso Yankeelandia.

Benché Washington non sia intervenuta militarmente in Messico dopo il 1919, durante gli anni gli Usa hanno procacciato allenamento, armi e tecnologia di vigilanza alla polizia ed alle forze armate del Messico per migliorare la loro capacità di reprimere le aspirazioni del proprio popolo, come in Chiapas, e questo ha aumentato l'affluenza di persone impoverite verso l'Usamerica. Inoltre, l'Accordo di Libero Commercio del Nordamerica (Nafta), ha provocato un'inondazione di derrate di grano sottoprezzo sovvenzionato dagli Usa verso il Messico e portato numerosi agricoltori messicani ad abbandonare i loro campi ed ad unirsi alla corrente migratoria verso il nord.

Um! Forse corriamo realmente il pericolo di un attacco biologico… ma non di Al Qaeda
Una settimana dopo la massiccia manifestazione contro la guerra a Washington del 24 di settembre, fu rivelato che dei batteri letali erano stati scoperti in vari posti della città, incluso il Lincoln Memorial, situato molto vicino al luogo della manifestazione. Controlli di biopericoli installati in vari posti diedero risultati positivi il 24 ed il 25 riguardo al batterio francisella tularensis, che causa la malattia infettiva tularemia, un'infermità simile alla polmonite che può essere acquisita attraverso l'inalazione di batteri trasportati per via aerea e che può essere fatale. Quest’agente biologico è nella "lista" A dei biopericoli del Dipartimento di Sicurezza Interna, insieme all'antrace, la peste ed il vaiolo. [10]

La mia prima reazione leggendo ciò fu: quei figli di puttana … gli piacerebbe castigare la gente che protesta contro la guerra. Li considero capaci di qualunque cosa.

La seconda fu: smettila d'essere tanto paranoico! Le notizie citavano funzionari federali della salute che dicevano che il batterio della tularemia può trovarsi naturalmente nel suolo ed in piccoli animali.

La terza idea mi venne dopo più di un mese, quando lessi per caso che negli anni Sessanta ci fu un programma dell'Esercito Usa che realizzò numerose esercitazioni di fumigazione aerea di barche da guerra usamericane con migliaia di soldati a bordo. Utilizzarono un'ampia varietà d’agenti chimici e biologici per saperne di più sulla vulnerabilità di quelle barche e del personale a bordo davanti a tali attacchi, e per sviluppare procedimenti per reagire all'occorrenza. Tra gli agenti chimici e biologici utilizzati c'era la pasteurella tularensis (un altro nome per francisella tularensis) che, disse in seguito il Dipartimento di Difesa, causa tularemia, che può portare sintomi molto seri, e che ha un tasso di mortalità approssimativamente del sei percento. [11]

Queste esercitazioni si servirono, in effetti, di membri delle forze armate come porcellini d'india, senza il loro consenso informato e senza un'attenzione medica posteriore adeguata. Fu un copione implementato in numerose occasioni durante la Guerra Fredda, e dopo includendo letteralmente milioni di militari, con frequenti effetti dannosi, per lo meno varie morti, militari e civili. Non smette quindi d’essere possibile che in qualche data futura sentiamo che prove simili continuano ad essere effettuate come parte della guerra contro il terrorismo. Di tutto ciò concludo che se ai nostri gloriosi dirigenti non preoccupa la questione della salute e del benessere dei loro propri soldati, gli sfortunati soldati che reclutano per combattere le guerre dell'impero, come può sorprenderci che non importi loro la salute ed il benessere di quelli di noi che si oppongono all'impero?

Le libertà civiche hanno un posto importante nel centro della retorica dell'amministrazione Bush: "Questo è un programma limitato progettato per prevenire attacchi contro gli Stati Uniti d'America e, ripeto, limitato", disse il presidente Bush parlando dello spionaggio interno dell'Agenzia Nazionale di Sicurezza contro gli usamericani, senza ordinanze giuridiche. [12]

Per cattivo che sia, l'uomo sa quello che dice. È facile criticare il programma di spionaggio interno, ma la realtà è che il presidente ha ragione, evidentemente è un programma limitato. Limitato a coloro che sono spiati. Nessuno - ripeto, nessuno - che non viene spiato, è spiato. D'altra parte, ci sono stati eruditi legali, come l'ex giudice della Corte Suprema Lewis Brandeis, che pensano seriamente che tutte le intercettazioni governative dovrebbero essere considerate come investigazioni incostituzionali sotto il Quarto Emendamento che, bisogna ricordare, indica: "Il diritto degli abitanti a che le loro persone, domicili, documenti ed effetti personali siano in salvo da perquisizioni ed appropriazioni arbitrarie, sarà inviolabile e non avranno effetto ordinanze che non si appoggino su un motivo verosimile, che siano corroborate mediante giuramento o protesta e descrivano con precisione il posto che deve essere registrato e le persone o cose che devono essere fermate o sequestrate."

Thomas Jefferson disse che il prezzo della libertà è la vigilanza eterna. Ma, come qualcuno ha segnalato, diceva che i cittadini vigilino il governo, non il contrario.

NOTE[1] Los Angeles Times, 28 dicembre 2005, p.1; Agence France Presse, 23 dicembre 2005
[2] Johann Hari, "Why Are We Inflicting This Discredited Market Fundamentalism on Iraq?" The Independent (Gran Bretagna), 22 dicembre 2004; Sí, 2004, questo lavoro è stato attentamente portato avanti fin da molto tempo fa.
[3] http://www.informationclearinghouse.info/article11330.htm
[6] Washington Post, 2 gennaio 2006, p.1
[7] Ibid.
[8] William Blum, "Freeing the World to Death: Essays on the American Empire", p.134-8
[9] Washington Post, 3 gennaio 2006, p.1
[10] Washington Post, 2 ottobre 2005, p.C13
[11] Parte di “Project Shipboard Hazard and Defense (SHAD)”, Department of Defense “Fact Sheets” pubblicati nel 2001-2, "Shady Grove" test; http://www.deploymentlink.osd.mil/current_issues/shad/shad_intro.shtml
Si veda anche Associated Press, ottobre 2002, The New York Times del 24 maggio 2002, p.1
[12] Associated Press, 2 gennaio 2006

William Blum è autore di “Killing Hope: US Military and CIA Interventions Since World War 2”, “Rogue State: A Guide to the World's Only Superpower”, “West-Bloc Dissident: A Cold War Memoir”, “Freeing the World to Death: Essays on the American Empire”. www.killinghope.org

Originale da Peacepalestine.

(N.d.t. in tutto il testo: Usamerica - usamericano, vedi il saggio di Manuel Talens sulla questione, agli indirizzi : http://mirumir.altervista.org/2006/01/il-dio-americano-delle-parole-di.html o http://www.axisoflogic.com/artman/publish/article_20631.shtml).

Tradotto in italiano da Davide Bocchi, revisionato da Mary Rizzo, entrambi membri di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in copyleft.