giovedì, marzo 30, 2006

Minacce di morte provocano il panico tra i rifugiati palestinesi a Baghdad

Minacce di morte provocano il panico
nella comunità di rifugiati palestinesi
a Baghdad

UNHCR News Stories
24 marzo 2006

GINEVRA, 24 marzo 2006 (UNHCR ­ Alto Commissariato Onu per i rifugiati) - La comunità di rifugiati palestinesi di Baghdad è stata colta dal panico quando più di cento famiglie hanno ricevuto minacce di morte da gruppi che le hanno accusate di tradimento.
Molti palestinesi, che da anni vivono a Baghdad, sono traumatizzati e spaventati e prendono molto sul serio queste intimidazioni, ha comunicato l'Alto Commissariato Onu per i rifugiati (UNHCR) ai giornalisti venerdì a Ginevra.

Ci sono circa 34.000 palestinesi in Iraq, dei quali 23.000 sono stati registrati dall'UNHCR a Baghdad. I rifugiati palestinesi sono giunti in Iraq in tre grandi ondate, nel 1948, nel 1967 e nel 1991. Hanno ricevuto protezione e aiuto dal precedente regime, nonché una qualità di trattamento che segmenti della popolazione irachena avevano considerato ingiusta. Di conseguenza, i palestinesi negli ultimi anni hanno dovuto far fronte a espulsioni, minacce e ripetuti attacchi.

L'Alto Commissariato è sempre più preoccupato per le condizioni di queste famiglie.

"Si sentono sempre più in trappola, e per ragioni di sicurezza molti hanno smesso di recarsi al lavoro e hanno ritirato i loro figli dalla scuola. Sappiamo benissimo che anche per gli altri iracheni in questo momento la vita è molto dura. I palestinesi si sentono però particolarmente vulnerabili e presi di mira perché ai tempi del passato regime si pensava che godessero di un trattamento di favore," ha detto Emmanuel Gignac dell'Unità di Supporto in Iraq dell'Alto Commissariato a Ginevra.

Quando le condizioni di sicurezza sono peggiorate, domenica scorsa [il 19 marzo, N.d.T.] un gruppo di 88 palestinesi è rimasto intrappolato nella terra di nessuno tra l'Iraq e la Giordania, dopo essere fuggito dalla capitale. Queste persone sono state nuovamente portate in territorio iracheno dalle autorità dell'Iraq.

"Quando i nostri colleghi hanno parlato con alcune persone che fanno parte di quel gruppo si sono sentiti dire che non avevano alcuna intenzione di ritornare in Iraq," ha detto Anne-Marie Deutschlander, funzionaria dell'UNHCR in Giordania. "Diverse persone avevano subito gravi traumi nelle settimane precedenti, e alcuni loro familiari erano stati rapiti e perfino uccisi."

"Stiamo cercando di assicurarci che vengano soddisfatte le necessità di base di questo gruppo, come il cibo e l'acqua," ha aggiunto la Deutschlander. "Il gruppo, tuttavia, è attualmente all'interno del territorio iracheno, e questo ci rende estremamente difficoltosi l'accesso e la possibilità di intervenire."

Giovedì sera una squadra dell'UNHCR in Giordania è riuscita a rifornire il gruppo di provviste per 5-7 giorni, nonché di materassi, coperte, utensili da cucina, stufe, taniche di benzina e lanterne. "E' stata un'impresa difficile, ma almeno gli aiuti sono arrivati, e questo è quello che conta."

Recentemente l'Alto Commissario, in una lettera al Presidente iracheno Jalal Talibani, ha chiesto che a questo gruppo di rifugiati sia offerta una maggiore protezione, nonché una rapida regolarizzazione della loro permanenza per mezzo di permessi di soggiorno o documenti identificativi. In circostanze normali, ciò garantirebbe a questa popolazione che per la maggior parte è vissuta sempre in Iraq ­ uno status legale sicuro e affidabile. Le condizioni di sicurezza però sono tali che i palestinesi sentono di dover scappare.

"Con altre agenzie che operano sul territorio stiamo controllando attentamente la situazione, sperando che il panico non si diffonda al punto da costringere altri palestinesi a lasciare la capitale," ha affermato Gignac.


Tradotto dall'inglese all'italiano da Mirumir, membro di Tlaxcala, la rete
di traduttori per la diversità linguistica .
Questa traduzione è in copyleft.

Londra, 10 giugno: quinta conferenza di Stop the War

QUINTA CONFERENZA DI STOP THE WAR (FERMATE LA GUERRA) IL 10 GIUGNO A LONDRA

L'ultimo anno è stato pieno d'attività per la Coalizione Stop the War. Abbiamo organizzato due manifestazioni nazionali - 14 in tutto - l'ultima il 18 marzo è stata la più grande dal 2003, l'anno dell'invasione dell'Iraq. La nostra conferenza internazionale per la pace in dicembre 2005 era un grande successo, chiamando più di 1500 delegati, compresi per la prima volta delegati dall'Iraq. Abbiamo sviluppato nuovi legami con il movimento globale contro ogni guerra, particolarmente negli Stati Uniti, ed abbiamo stabilito legami significativi con figure autorevoli in Iraq, come Sheik Zagani del movimento Al-Sadr.

Uno sviluppo importante è stato il numero crescente di famiglie di militari che ci hanno contattati, dopo la perdita dei loro cari in Iraq, perché vorrebbero essere attive nell'opposizione ad una guerra che ci ha portato sofferenze. Siamo stati capaci di metterle in contatto con Military Families Against the War (Famiglie dei Militari Contro la Guerra), un'organizzazione la cui dignità è determinazione ad ottenere la giustizia per i loro parenti serve come ispirazione a noi tutti nel movimento contro la guerra. Inoltre, abbiamo un numero crescente di famiglie di soldati stazionati in Iraq che ci contattano, perché anche loro vogliono partecipare attivamente nella campagna per mettere fine all'occupazione e riportare le truppe a casa prima che altri soldati siano uccisi o mutilati in una guerra basata sulle bugie.

I maestri della guerra sono sempre di più sottoposti ad una pressione crescente, con quasi due terzi degli americani ora ammettendo che sono contrari alla guerra, sondaggi in Gran Bretagna mostrando livelli consistenti per il ritiro delle truppe britanniche, e più del 70% degli soldati americani in Iraq dicendo che devono andare via dal paese.

La serie senza fine di rivelazioni sulla tortura, l'abuso dei prigionieri, i sequestri illegali e l'uccisione a caso di civili iracheni ha portato fuori binario ogni tentativo di Bush e Blair a presentarsi come i paladini della "libertà" e della "democrazia".

Più Bush e Blair sono in difficoltà politicamente per i loro crimini di guerra e per le catastrofe che hanno prodotto in Iraq ed in Afghanistan, e maggiore è la possibilità che loro tentino di distogliere l'attenzione con un attacco contro l'Iran, rendendo più importante che mai la necessità per il movimento contro la guerra non solo di continuare a mobilitarsi per una fine immediata dell'occupazione dell'Iraq, ma anche di construire l'opposizione la più larga possibile a tutti i piani di future guerre.

Questo è il contesto in cui la Coalizione Stop the War chiama la quinta conferenza annuale sabato 10 giugno al Friends House, Euston Road, Londra. La conferenza è aperta a delegati dai gruppi nostri locali e gruppi affiliati ed a membri individuali di Stop the War (vedi sotto). Come prima, la conferenza ospiterà dibattiti sulle risoluzioni ed eleggerà il consiglio nazionale di Stop the War, ma inoltre, ospiteremo alcuni workshops, guidati da figure di spicco e su un grande numero di argomenti, compresi:

Iraq Oggi: Verso la Democrazia o la Guerra Civile?
Perché l'Iran è Minacciato?
Dove Ora per la Palestina?
America Latina, il Prossimo Bersaglio?
Libertà Civili e Guantanamo
Islamofobia ed il Movimento Contro la Guerra
Famiglie dei Militari Contro la Guerra

BASE DELLE DELEGAZIONI
Tutti i gruppi di Stop the War e gruppi affiliati riceveranno tra breve dettagli sul rinnovo delle loro adesioni e le basi per delegazioni alla conferenza.
Solo gruppi che hannorinnovato la lor adesione possono mandare delegati.
I nomi di tutti i delegati devono essere registrati all'ufficio nazionale entro il 2 giugno.
Il costo per i delegati è di £10.

OSSERVATORI ALLA CONFERENZA
Membri individuali di Stop the War che desiderano partecipare alla conferenza come osservatori devono registrarsi all'ufficio entro il 2 giugno, ma sono consigliati di iscriversi appena possibile poiché lo spazio è limitato.
Il costo per gli osservatori è di £10.

RISOLUZIONI ED ELEZIONI
Ogni gruppo locale od affiliato ha il diritto di proporre risoluzioni per discussione e votazione. Il Consiglio potrebbe anche proporre risoluzioni. Nomine per l'elezione del Consiglio possono essere fatte da gruppi locali ed affiliati ed i nomi devono essere presentati all'ufficio nazionale entro venerdì 26 maggio.

STOP THE WAR COALITION NEWSLETTER No 2006/7: 30 marzo 2006
Email office@stopwar.org.uk
Telefono 00 44 20 7278 6694

Tradotto dall'inglese in italiano da Mary Rizzo e revisionato da Fausto Giudice, membri di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft.

venerdì, marzo 24, 2006

Sollevamento in Ecuador/comunicati

Sollevamento in Ecuador

Notizie dell'agenzia Altercom (21-23 marzo 2006)
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Ecuador MANIFIESTO DE LA COORDINADORA NACIONAL CAMPESINA 210306 - ES

ECUADOR:
COORDINAMENTO NAZIONALE CONTADINO
CNC
MANIFESTO AL PAESE

Il Governo di Alfredo Palacios si appresta a chiudere il negoziato del TLC con gli USA, in un contesto di frattura nella società ecuadoriana, tra coloro che sono a favore e chi manifesta la sua opposizione allo stesso negoziato. A questa frattura sociale si aggiunge la debolezza del Governo e la sua mancanza di autorità e di capacità di avere dei ponti con la cittadinanza ed i movimenti sociali. Il gruppo di negoziatori in questo contesto mancano di legittimità perché a nome del Paese vogliono arrivare a degli “accordi” con i negoziatori gringos.

È evidente e lo hanno riconosciuto gli stessi negoziatori che con la firma del TLC senza dubbio si avranno effetti negativi nel breve e medio periodo, tra i piccoli e medio-piccoli agricoltori che lavorano per il consumo nazionale come i produttori di riso, mais, soia, latte, carne, cipolle, fagioli, patate, grano, orzo, etc., che sia per il via dell’autorizzazione all’ ingresso di prodotti agricoli in quantità (mais, riso, soia, etc.) senza dazi, o per l’eliminazione progressiva di tasse sui prodotti agricoli negoziati nel TLC, e/o per l’incremento del 27% dei costi degli investimenti agricoli che vengono utilizzati nel 65% della produzione agricola.

È chiaro che un tale paradigma della competenza e dei vantaggi comparativi che si suppongono esser propri dell’agricoltura ecuadoriana (clima, organizzazione), finisce nella spazzatura quando si viene a sapere che gli agro-affaristi (imprenditori agricoli) degli USA ricevono sussidi statali pari fino al 52% del prezzo. Ciò permette di vendere nel mercato ad un prezzo molto minore rispetto al costo di produzione (dumping), in questo scenario la libera concorrenza significa concorrenza sleale.

I negoziatori del TLC concederanno una considerevole quantità di importazioni dagli USA, di prodotti strategici come riso, mais, latte in polvere, carne di pollo (a tranci), che senza ombra di dubbio non sarà minore di quella concessa dalla Colombia o dal Perù, per ottenere in cambio risultati migliori in relazione a tonno, fiori, asparagi, ed altri prodotti «esotici».

Per accontentare gli impresari avicoltori il governo fornirà una gigantesca agevolazione per l’importazione di materia prima (mais, torta di soia), di forma immediata e senza imposte, di modo che i più danneggiati saranno gli agricoltori del mais e della soia, che dovranno affrontare la concorrenza sleale dei gringos, che sovvenzionano produzione ed esportazioni.

I gruppi di potere legati al capitale finanziario, commerciale e gli agro-esportatori legati agli interessi delle multinazionali, in alleanza con il Governo di Palacios, vogliono arrivare ad un accordo nei prossimi giorni. Conosciamo già i termini dell’accordo; saranno similari a quelli fatti dai governi di Perú e Colombia.

PER TUTTO CIÒ, IL COORDINAMENTO NAZIONALE CONTADINO, MANIFESTA:

1.- LA NOSTRA PROFONDA SOLIDARIETA’ CON IL MOVIMENTO INDIGENO ED I MOVIMENTI SOCIALI, CHE SOSTENGONO QUESTA EROICA GIORNATA DI MOBILITAZIONE CONTRO IL TLC.

2.- CONDANNIAMO LA VIOLENTA REPRESSIONE DI CUI E’ OGGETTO IL MOVIMENTO INDIGENO E CONTADINO, PER AVER ESERCITATO IL DIRITTO A FAR SENTIRE LA SUA VOCE DI RIFIUTO DI FRONTE ALLE INTENZIONI DI IPOTECARE LA SOVRANITA’ NAZIONALE ED ALIMENTARE CON LA FIRMA DEL TLC.

3.- UNA CHIAMATA AFFINCHÈ INSIEME ALLA CONAIE, AI MOVIMENTI SOCIALI ED ALLE ALTRE ORGANIZZAZIONI INDIGENE E CONTADINE, FORMIAMO UN FRONTE UNITO DEL POPOLO ECUADORIANO CONTRO IL TLC.

4.- ULTIMATUM AL GOVERNO, PERCHÈ SOSPENDA I NEGOZIATI DEL TLC CON IL GOVERNO USA, PER PASSARE ALL’INSTAURAZIONE DI UN PROCESSO DI ELABORAZIONE DELL’AGENDA NAZIONALE, PER LA RIPRESA PRODUTTIVA DELLA CAMPAGNA E DELLA CITTA’.

5.- IL COORDINAMENTO NAZIONALE CONTADINO, ATTRAVERSO LE ORGANIZZAZIONI DI BASE, DICHIARA LA SUA PARTECIPAZIONE ATTIVA ALLE STORICHE GIORNATE CONTRO IL TLC, E PREPARA QUINDI AZIONI CHE INCLUDONO IL BLOCCO DELLE STRADE NELLE PROVINCE DOVE SI TROVANO LE NOSTRE ORGANIZZAZIONI DI BASE ED AZIONI DI CARATTERE SIMBOLICO ACCOMPAGNANDO LA LOTTA DELL’INSIEME DEI MOVIMENTI SOCIALI.

José Encalada
COORDINAMENTO OPERATIVO CNC
21 marzo 2006

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[Altercom] Urgente: Pronunciamiento de la Asamblea de los Pueblos y Org. Sociales de Sucumbíos sobre destitución de Prefecto y situación nacional.- 230306 ES


ASSEMBLEA DEI POPOLI ED ORGANIZZAZIONI SOCIALI DI SUCUMBÍOS

DIFENDIAMO LA PATRIA!

LE MAFIE PETROLIFERE VOGLIONO DESTITUIRE
IL PREFETTO GUILLERMO MUÑOZ

Le province ECUADORIANE di Sucumbíos ed Orellana, già dall’anno scorso, hanno tenuto ben in alto la bandiera della Sovranità della Patria, specialmente della sovranità petrolifera, esigendo:

1. Lo scioglimento dei contratti con OXY e ENCANA,
2. Una nuova negoziazione di TUTTI i contratti petroliferi,
3. Il rifiuto del nostro coinvolgimento nel Plan Colombia,
4. Informazione totale e trasparente riguardo a ciò che è stato negoziato e sarà negoziato nel TLC,
5. Sospensione immediata dei negoziati del TLC, e
6. Fondazione di una Patria nuova e giusta, mediante un’Assemblea Costituente Democratica.

Questi punti sono stati sollevati dal popolo dell’Ecuador ed ora vediamo le province, le organizzazioni indigene, sindacali, contadine, che difendono la giustezza di queste cause nazionali.

Nella nostra provincia il Prefetto GUILLERMO MUÑOZ, insieme alle organizzazioni sociali, ha innalzato la bandiera della difesa della Patria. In questo loro ancor breve tempo, le imprese petrolifere continuano gli attacchi contro l'Autorità del Governo Provinciale, perché la sua azione, assieme al suo popolo, ha danneggiato i meschini interessi che pretendono di portare a termine il saccheggio delle risorse naturali della Nazione.

Così, lo scorso 22 febbraio 2006, nella sessione straordinaria del Consiglio, decidono all'unanimità di rivolgersi agli organismi di controllo competenti perché notifichino le supposte denunce contro il Prefetto. In questa occasione, il 17 di marzo, si autoconvocano in assenza del Prefetto e decidono di destituirlo commettendo un grave reato giuridico, violando l'articolo 53 della Legge Organica del Regime Provinciale. In questa maniera si sono guadagnati il rifiuto del popolo di Sucumbíos e delle sue organizzazioni maggioritarie; fatti simili sono successi nel Municipio di Lago Agrio quando dei consiglieri della maggioranza manipolati e pagati dalla OCP hanno cercato di dequalificare il Sindaco.

Di fronte ad una simile volontà di creare caos, ESPRIMIAMO IL NOSTRO APPOGGIO AL PREFETTO MUÑOZ e convochiamo la mobilitazione delle nostre organizzazioni fino al conseguimento dei seguenti obiettivi:

1.- DEQUALIFICAZIONE E REVOCAZIONE DEL MANDATO AI CONSIGLIERI DI MAGGIORANZA, INVESTIGAZIONE PUBBLICA SUI LORO CONTI PRIVATI E FAMILIARI. 2.- SCIOGLIMENTO DEL CONTRATTO CON LA OXY E LA ENCANA E NUOVA NEGOZIAZIONE DEI CONTRATTI PETROLIFERI. ELIMINAZIONE DELLE IMPRESE DI OUTSOURCING (SOVRAPPALTO) PETROLIFERE ,
3.- RITIRO DAI NEGOZIATI DEL TLC ALLE SPALLE DEL POPOLO, TRASPARENZA DELL'INFORMAZIONE E COSTITUZIONE DELLA CONSULTA POPOLARE PRIMA CHE SI FIRMI. SOLIDARIETA' CON LA LOTTA DEI POPOLI DELL'ECUADOR E RIMOZIONE DELLO STATO D'EMERGENZA.


Avv. Ernesto García,
COORDINATORE DELL'ASSEMBLEA

Licenciado Hernán Ortiz
PRO SEGRETARIO
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NE' IL TLC, NE' LA OXY, NE' IL PLAN COLOMBIA, SONO ECUADORIANI!
COSTITUENTE SUBITO !

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INFORMATIVA URGENTE SULLO STATO D'EMERGENZA: CONTINUA IL SOLLEVAMENTO INDIGENO IN ECUADOR

ALTERCOM

Nonostante lo Stato d'Emergenza, dichiarato dal Governo nella giornata di ieri, il sollevamento indigeno va avanti in questo mercoledì 23 marzo. Quito ha ricevuto più di tremila indigeni provenienti da tutto il paese, che, nonostante la pioggia insistente, hanno marciato pacificamente in due occasioni oggi per le strade della capitale, appoggiati da vari settori sociali urbani. Nella mattinata la meta è stata il Congresso Nazionale, per esigere la deroga del cosiddetto STATO D'EMERGENZA, decretato dal governo in un tentativo di intimorire le forze sociali mobilitate, e nel pomeriggio è toccato al Palazzo di Governo. Anche se è stata espressa la volontà pacifica delle proteste, il governo ha ordinato di reprimere, in maniera estremamente violenta, le mobilitazioni. Luis Macas, presidente della CONAIE (Confederación de Nacionalidades Indígenas del Ecuador) ha chiamato la comunità internazionale e le organizzazioni per i Diritti Umani a pronunciarsi. "Stiamo vivendo uno stato dittatoriale" ha dichiarato a Radio La Luna.

Per iniziativa delle organizzazioni per i Diritti Umani, la dirigenza della Confederación de Nacionalidades Indígenas del Ecuador, ha tenuto una riunione con il Congresso Nazionale intorno al tema della Consulta Popolare, ma non c'è stata alcuna risposta pertinente del corpo legislativo.

I legislatori né si sono decisi per la rimozione dello Stato d'Emergenza, né per un pronunciamento riguardo al TLC. Nel primo caso perché, secondo il Presidente del Congresso, non c’è ragione di porvi fine, e ciò contraddice le informazioni ufficiali che dicono che la fine dello stesso è imminente, e riguardo alla seconda questione perché il Congresso non è ancora a conoscenza degli sviluppi dei negoziati.


Nelle ore pomeridiane anche la riunione proposta dal fronte sociale del governo nazionale con la CONAIE è fallita per l’assenza dei dirigenti indigeni. I ministri del Lavoro, del Benessere Sociale e dell’Educazione volevano discutere con la dirigenza.


Nella notte è cresciuto il numero degli indigeni. L’agora della ŒCasa de la Cultura Ecuatoriana’ è adesso il punto di ritrovo. Lì i dirigenti indigeni si sono congratulati con i propri militanti per la lotta esemplare che ha permesso che tutto l’Ecuador stia ora discutendo la validità o meno di un preteso trattato, negoziato fino ad adesso con la “complicità di un’astuta Squadra unilaterale”.

NEL RESTO DEL PAESE

Continua il blocco delle strade in varie province del paese. Lo Stato d’emergenza non ha impedito la chiusura delle strade nella Provincia di Imbabura. Più di 500 camion ed automobili sono fermi in questa zona, nonostante l’insistente lavoro di sgombero degli ostacoli che hanno realizzato i militari e la polizia. “Una strada sgomberata, in mezzora, è nuovamente una strada chiusa”, riporta un giornalista della provincia.

Il coprifuoco a partire dalle 18.00 è stato decretato nella Provincia, rimedio con il quale i militari credono di potere sgomberare definitivamente le strade. Nella mattinata sono state tagliate la corrente e la linea telefonica in varie comunità di Imbabura.

Allo stesso modo si trovano bloccate le strade a Carchi, al confine con la Colombia, al nord della Provincia di Pichincha, la cui capitale è Quito.

Nel centro del paese, anche le province di Chimborazo e Bolívar portano avanti il blocco delle strade e le mobilitazioni.


A Cañar, apparentemente, le strade sono libere, ma senza dubbio gli indigeni tengono alti i vessilli della lotta: “No al TLC, scioglimento del contratto con la petrolifera Occidental, partenza degli USA da Manta e convocazione di un’Assemblea Costituente”.

Più al sud, la Provincia di Azuay si trova totalmente bloccata e paralizzata. Militanti del ŒSeguro Social Campesino’ hanno interrotto il traffico nelle strade principali che uniscono l’Azuay con il resto del paese.

Nell’Amazzonia ecuadoriana è Zamora il punto di conflitto. Però esistono pronunciamenti di appoggio di varie organizzazioni sociali come l’ ŒAsamblea de los Pueblos de las Organizaciones Sociales de Sucumbíos’, la ŒRed Amazónica’, tra le altre.

Nella costa ecuadoriana, la Provincia de los Ríos, per la prima volta si unisce a queste giornate di protesta. I contadini hanno chiuso varie vie di comunicazione seguendo la consegna degli indigeni aggiungendo nella loro lotta il rifiuto alla costruzione della Diga Baba e l’esigenza di un aiuto per le popolazioni che hanno sofferto le più gravi inondazioni degli ultimi anni.


L’opposizione alla costruzione della Diga Baba è stato motivo di gravi scioperi provinciali negli ultimi mesi dell’anno scorso. Ciò nonostante, il governo insiste nella costruzione senza pensare alle gravi conseguenze a livello umano ed ecologico che causerebbe questa opera.

CATENE RADIOFONICHE

Due catene radiofoniche hanno coperto il territorio nazionale durante tutto il giorno, con informazioni sul TLC. Radio La Luna ha diretto una di queste trasmissioni, fondamentalmente mettendo a disposizione i microfoni per un grande dibattito sul tema. Voci a favore e contro questo trattato si continuano ad ascoltare da radio La Luna. La trasmissione è stata arricchita da interventi di esperti e studiosi. Richiama l’attenzione l’alto livello di conoscenza della popolazione riguardo al tema ed il rifiuto quasi generale della forma in cui si sta negoziando a nome del paese.

Da parte sua la Corporazione delle Radio Popolari, CORAPE, e l’ALER hanno avuto durante tutto il giorno degli invitati per portare avanti le varie discussioni. L’apertura tanto a detrattori come a difensori del trattato è stata la parola d’ordine. Si sono realizzati collegamenti internazionali con vari paesi latinoamericani.

Nell’altro campo, i canali televisivi commerciali ed il governo hanno intrapreso un’ aggressiva campagna a favore del Trattato di Libero Commercio. Attraverso gli spot, piccoli programmi, commenti ed interviste si cerca di dimostrare, senza grandi argomentazioni, i vantaggi che porterà al paese il TLC con gli USA. Non manca in nessun notiziario il ricorso alla domanda faziosa ad un indigeno mobilitato con la pretesa di dimostrare la sua “ignoranza” e mancanza di argomenti.



È preoccupante l’interesse dimostrato da tali mass-media nello scatenare un sentimento razzista nei telespettatori urbani, dando la colpa di perdite milionarie, destabilizzazione, angoscia, tra gli altri mali, a questo “minoritario” gruppo di compatrioti, secondo i presentatori.

NEGOZIATI IN VISTA?

Di fronte al rifiuto del governo di dialogare “con lo sciopero” di mezzo, la CONAIE ha deciso di ricorrere alla Conferenza Episcopale e lì presentare il suo mandato perché questa lo faccia giungere alle autorità statali. L’annuncio è stato dato dall' indigeno Luis Macas davanti all’Assemblea nell’agora della ŒCasa de la Cultura’.

Sembra che tra le richieste della CONAIE ci siano, tra le altre,

1. La resa pubblica di tutto ciò che è stato negoziato fino ad oggi, nell’ambito del TLC, dato che c’è una clausola chiesta dagli USA, per il mantenimento top secret del patto fino alla firma.

2. La sospensione dei negoziati e della firma del TLC.

3. La rimozione dello Stato d’Emergenza e la liberazione dei detenuti.
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NE' IL TLC, NE' LA OXY, NE' IL PLAN COLOMBIA, SONO ECUADORIANI!
COSTITUENTE SUBITO !

Tradotto dallo spagnolo all'italiano da Davide Bocchi, membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in copyleft.

mercoledì, marzo 08, 2006

L'occupazione deve finire. Dall'intervista a due donne irachene

Questa è la traduzione di lunghi estratti dall'intervista di Amy Goodman di Democracy Now alle irachene Faiza Al-Araji, ingegnere civile e blogger (A Family in Baghdad), ed Eman Ahmad Khamas, giornalista, traduttrice, attivista e membro dell’organizzazione Women's Will.
La fonte originale in inglese è qui:
http://www.democracynow.org/article.pl?sid=06/03/06/1424239

Amy Goodman: Ha appena sentito il Generale Pace dire che le cose stanno andando abbastanza bene in Iraq... qual è il suo commento?

Faiza Al-Araji
: Ho visto il filmato alla TV. Sono irachena. Ho lasciato l'Iraq a causa del rapimento di mio figlio, la scorsa estate, e sono profuga in Giordania. Sa, vivere là è diverso. È completamente diverso dalla versione che i media vi stanno dando o dal messaggio che vogliono trasmettervi. Quando qualcuno vi dice che in Iraq la situazione è buona e le cose vanno bene, chiedetegli: "Come può dimostrarcelo? Quali sono le prove? Me le fornisca. Mi dia qualcosa di verificabile sul campo."
Posso partecipare a un dibattito. Sono pronta ad affrontare le autorità americane, e a sedermi con loro di fronte al popolo americano. Voglio sentire quello che hanno da dire, e darò loro le risposte per tutto quello che diranno, perché noi conosciamo la vera storia, quello che succede veramente. Dopo tre anni credo che siano gli iracheni ad avere il diritto di parlare dell'evoluzione della guerra, non gli americani, perché siamo noi a soffrire e siamo... abbiamo perso il denaro del nostro paese, le anime degli iracheni, le anime dei nostri cari. I nostri figli sono stati rapiti. I nostri vicini sono stati uccisi. Abbiamo perso tutto. E i leader americani? Loro stanno seduti sulle loro sedie e hanno il potere. Non hanno fatto niente per il popolo iracheno, per aiutare il popolo iracheno. E questa non è una mia idea. È un fatto verificabile.

AG: Cosa è successo a suo figlio?

FAA: Mio figlio andava all'università. La sua storia non è l'unica di questo tipo. È una storia frequente tra le famiglie irachene al giorno d'oggi. Mio figlio andava all'università tutte le mattine. Aveva finito un esame ed era andato nella segreteria dell'istituto per le pratiche successive all'esame. Si è trovato davanti un uomo della sicurezza, uno nuovo, che gli ha chiesto: "Dove stai andando?" Mio figlio ha reagito bruscamente e gli ha risposto: "Non sono fatti tuoi. Sto andando a finire il mio lavoro là dentro. Conosco questo posto, è la mia facoltà." Quando ha finito con l'impiegato dell'università ed è uscito, l'uomo della sicurezza lo ha fermato e gli ha detto: "Voglio aprire il tuo portafoglio e controllare la tua identità." Mio figlio gli ha risposto: "Voglio parlare con il tuo capo." E l'altro ha detto: "Ok, aspetta qui." Si è seduto ad aspettare, e sono arrivati con un sacco.
Gli hanno messo il sacco in testa e lo hanno arrestato e fatto salire su un furgone, poi l'hanno portato al Ministero degli Interni, al settimo piano, che è la zona dei terroristi. Ha visto le persone che si trovavano lì. C'erano circa 50 o 60 persone sedute sul pavimento. Erano lì da tre o quattro mesi. Le loro famiglie non sapevano niente di loro, se fossero vivi o morti. Non hanno il diritto di contattare i familiari, né di avere un avvocato. Sono semplici sospetti. E così hanno detto a mio figlio: "Sei innocente. Non abbiamo niente contro di te, ma i tuoi genitori ci devono dare dei soldi." Bisognava pagare per riavere il proprio figlio innocente. Ho pagato mille dollari e ho portato via mio figlio dall'Iraq, tutta la famiglia ha lasciato il paese. Abbiamo chiuso casa e ce ne siamo andati. E questo è quello che succede in Iraq, oggigiorno.
Ogni giorno si sentono storie orribili... la vita per gli iracheni è tremenda. L'Iraq adesso è un inferno. Non c'è nulla. Niente elettricità, niente sicurezza. Non si può mandare il proprio figlio a scuola, tanta è la paura. Bisogna cambiare le proprie priorità. Qual è la priorità, qui? L'istruzione di mio figlio o la sua vita? Certo, la sua vita. E così i figli restano chiusi in casa, non vanno a scuola o all'università. E si può immaginare il genere di vita, se devi andare al lavoro o a scuola e c'è il coprifuoco o ci sono barriere di cemento e un posto di blocco dopo l'altro, ovunque. È una specie di inferno. Non puoi andare a fare la spesa. Non puoi andare all'ospedale.

Tutto è... tutto è distrutto, in Iraq. E questo per quanto riguarda i servizi e la situazione sul territorio.

E a proposito della guerra civile? Qualcuno sta spingendo il paese verso la guerra civile. Perché? Qual è il vantaggio? Gli iracheni sono contrari alla guerra civile. Se si ha l'occasione di andare in giro per le strade e si chiede alla persone "Sei per la guerra civile?" risponderanno "No." E se ci sono incontri ufficiali con i capi religiosi e politici, diranno "No."
Dunque la domanda è: chi sta premendo perché il paese scelga la guerra civile? È solo per guastare la società e distruggere l'Iraq? È una cosa strana, ma le persone la pensano così. L'unica a beneficiare di questa guerra civile è la forza d'occupazione, perché avrà la giustificazione per restare per sempre in Iraq. Stanno costruendo delle basi militari permanenti. Non abbiamo altre spiegazioni.

[...]

AG: Faiza, lei è sunnita o sciita?

FAA: Non mi piace questa domanda. Sono irachena. Insisto nel dire che sono irachena. Non voglio usare queste nuove definizioni, che sono entrate nel linguaggio comune dopo Bremer. Quando è arrivato in Iraq ha introdotto questa divisione tra gli iracheni. Noi la rifiutiamo.

AG: Cosa significa che è stata introdotta? Insomma, i media di questo paese ci parlano di un antico odio settario, quasi tribale.

FAA: Oh, mio Dio. Sì, cercano di raccontarvi un'altra storia. La realtà è questa. Siamo fratelli e sorelle. Siamo musulmani, mia cara. Questa è l'identità della nazione. Ma stanno cercando di dividere le persone, creando subidentità, per causare conflitti o per mettere gli uni contro gli altri. Noi lo rifiutiamo.

AG: che ne dice, Eman?

Eman Ahmad Khamas: Be' la realtà è che non è mai successo nella storia dell'Iraq per migliaia di anni, per seimila anni. Non c'è mai stata una guerra civile, non si è mai verificato questo tipo di distinzioni. È vero che in Iraq ci sono i curdi, ci sono gli arabi, i sunniti e gli sciiti e i cristiani a molti gruppi religiosi minori. Ma non è mai accaduto che abbiamo combattuto gli uni contro gli altri. No. Assolutamente no.

FAA: E un'altra cosa, che ho già detto ieri: nella storia c'è stato un conflitto tra il regime e i curdi e tra il regime e gli sciiti. Ma questo non significa che fosse una guerra civile. C'erano delle motivazioni politiche. Ma ora i media stanno riconsiderando quei fatti per raccontarvi una storia ben diversa.

AG: Vi ho ascoltate ieri mentre parlavate della situazione in Iraq alla Community Church di New York, in compagnia di Medea Benjamin e Cindy Sheehan. Eman, lei ha documentato violazioni dei diritti umani.

EAK: Sì.

AG: Lei vive a Baghdad?

EAK: Vivo a Baghdad.

AG: Cosa ha documentato?

EAK: Be', ho lavorato principalmente sulle città bombardate, sui campi profughi. Anche sulle persone scomparse, che attualmente rappresentano un problema drammatico per l'Iraq. Ho lavorato sui detenuti.

AG: Le persone scomparse?

EAK: Sì.

AG: Cosa intende dire?

EAK: Be', in Iraq la gente scompare. Ci sono persone, soprattutto uomini, che vengono arrestate, e poi di loro non si sa più nulla. Per esempio nella prima fase della guerra, tra il 20 marzo e il 9 aprile, quando cadde il regime iracheno, molte persone scomparvero. Testimoni oculari dicono di aver visto queste persone mentre venivano portate via dai soldati americani. Alcune potrebbero essere state uccise, altre potrebbero trovarsi in carcere. Per ora, è come se non esistessero.

AG: E come si fa a saperlo? Se volete scoprire se qualcuno si trova in carcere, cosa fate?

EAK: Ci sono testimoni oculari che hanno assistito alla scomparsa e dicono "Lo abbiamo visto, era ferito e lo hanno portato via su un veicolo americano," oppure, semplicemente "L'hanno portato via." Ci sono prigionieri feriti che vengono liberati, e che vengono da noi e ci descrivono le persone, fornendo dettagli che nessuno potrebbe conoscere, se non le persone che erano con loro.

AG: Le autorità americane delle prigioni statunitensi non ve lo dicono?

EAK: Andiamo nelle basi militari americane, nelle prigioni, e chiediamo di queste persone. Loro negano.

AG: Negano che siano lì?

EAK: Negano che siano lì. Per esempio, abbiamo la storia di un uomo. Si pensava che si trovasse in prigione a Umm Qasr, sa, Camp Bucca, a sud, nel profondo sud del paese.

AG: Camp Bucca prende il nome da un pompiere morto l'11 settembre a New York.

EAK: Sì, ma per gli iracheni è una grande prigione. È un campo in cui da tre anni sono incarcerate decine di migliaia di iracheni. Così, arrivano delle persone che dicono: "Conosciamo quest'uomo," eccetera. E noi andiamo là. A volte perfino gli americani, le autorità, gli ufficiali americani lo confermano. Hanno delle liste di nomi. E quando ci andiamo e domandiamo di queste persone dicono di no. Allora mostriamo loro i documenti: "Abbiamo delle carte, dei documenti su quest'uomo." E loro invece negano.
Non conosco il numero di queste persone. La cifra va dai 5000 ai 15.000. Però ho avuto un incontro con un generale chiamato Brandenburg al Ministero della Giustizia. Dice che ha i verbali di quel periodo. Mi ha chiesto di dirgli i nomi delle persone che cerco, e io l'ho fatto. Ma poi quando si è trattato di andare all'appuntamento per parlare di queste persone purtroppo non si è presentato. Aspetto ancora una risposta. Al Ministero dicono che non c'è più lui, ma un altro chiamato Garner. Lui non l'ho ancora incontrato. E non vedo l'ora di incontrarlo e dargli l'elenco dei nomi e raccontargli le storie di queste persone scomparse. Insomma, in Iraq questa è una tragedia immensa perché ci sono famiglie, madri, mogli, bambini che aspettano di ricevere notizie dei propri cari, di sapere se sono vivi, se sono morti, se esistono. Loro semplicemente non rispondono. Ecco, la risposta è tutta qui.

AG: Mi chiedo come facciate anche solo a spostarvi, in Iraq.

EAK: Possiamo viaggiare, ma è molto rischioso. È molto pericoloso, soprattutto se si va in posti poco sicuri. Io per esempio vado in posti che sono stati bombardati. Molte volte ho rischiato di morire. Molte volte per poco non mi hanno sparato. È pericoloso, ma devo andarci. Dobbiamo vedere queste persone, dobbiamo ascoltare quello che hanno da dirci.

AG: Anche solo per venire qui siete dovute passare per Amman?

EAK: Sì, certo. È stato complicato.

AG: E il visto vi è stato concesso a Baghdad o ad Amman?

EAK: No, ad Amman. Non entriamo nella Zona Verde, non andiamo all'Ambasciata americana di Baghdad. Sta nella Zona Verde, e non rilasciano visti. Bisogna andare ad Amman per fare la richiesta. Poi bisogna tornare a Baghdad e aspettare due, tre, sei settimane, e poi ti mandano un'email o un'altra comunicazione. Poi si torna là e si prende il visto, se l'hanno concesso. Funziona così.

[...]

AG: Concludiamo chiedendovi: qual è la soluzione, secondo voi?

FAA: La soluzione? La soluzione, mia cara? C'è il caos. Vedendo le cose da qua... ci sono tanti problemi in Iraq. Come si fa a capire da dove cominciare? Qual è il primo passo per mettere fine a tutto questo? Il primo passo consiste nell'aiutare gli iracheni ad avere un governo di unità nazionale, favorire una specie di riconciliazione dopo le ultime elezioni, un buon governo, un governo vero che sia rappresentativo del popolo iracheno. Questo è il primo passo. Il secondo passo è addestrare la polizia e i soldati iracheni ad aiutare i loro connazionali, non ad arrestarmi e ucciderli collaborando con la forza di occupazione americana. Noi abbiamo bisogno di qualcosa di nuovo e di forte, per fidarci di loro. E l'altro passo consiste nel chiedere alla truppe di andarsene: che ritirino tutte le truppe dall'Iraq.

AG: Eman Khamas, pensa che le truppe statunitensi debbano andarsene immediatamente?

EAK: Sì. L'occupazione deve finire immediatamente.

sabato, marzo 04, 2006

La Consapevolezza Politica, di Ahmet Tasgetiren

La Consapevolezza Politica
Ahmet Tasgetiren

“La Consapevolezza Politica” ha un’importanza vitale nella comprensione degli eventi che succedono nel mondo, perché qualsiasi cosa succeda nel mondo, essa ha un “legame”, come si usa dire, con altre regioni, con gli epicentri degli avvenimenti e con le manovre in atto in questi epicentri.
Ciò è soprattutto vero per un Paese come la Turchia, ormai diventata un campo di battaglia di interessi contrapposti, per conquistare dei vantaggi in Medio Oriente; in questo paese la consapevolezza politica sta assumendo un’importanza vitale per poter interpretare con accuratezza gli eventi.
Le parole del Ministro degli Esteri e Vice Primo Ministro, Abdullah Gül, circa l’approccio dei mass media a Hamas era interessante. Il Ministro ha detto:
“Vedo che la stampa è aperta ai Servizi Segreti stranieri e alle manipolazioni dei diplomatici. Vedo quale mano ha manovrato per avere un determinato titolo di un articolo. Ci incolpano sempre. Naturalmente impareremo dalle critiche che ci sono rivolte, non vogliamo una stampa che approva tutto ciò che diciamo. Ma non vedo (in Turchia) una stampa tanto aperta ai Servizi stranieri ed alle manipolazioni dei diplomatici.”
Piuttosto interessante, non è vero?
Quando guardi un avvenimento da una determinata posizione, puoi vedere come uno si colloca, con chi sta insieme, e puoi perfino vedere chi sta usando chi. Quando lo stesso avvenimento lo guardi da un’altra posizione, se sei consapevole, non ti fai usare per qualche tuo scopo malevolo, ma sei comunque tra quelli usati per il semplice fatto che occupi la posizione in cui ti trovi.
Quelli che seguono tutti i giorni la stampa o guardano la televisione con consapevolezza politica sveglia possono vedere gli avvenimenti in modo tale da concludere: “Questa notizia si inserisce in un piano del Mossad, quest’altra notizia è stato elaborata ad arte per servire gli interessi britannici, quest’altra ancora è stata costruita seguendo la codificazione americana…”.
Nel mondo della stampa, dell’intelligence, delle agenzie, degli staff editoriali, le persone che preparano le notizie per poi presentarle al pubblico, se hanno una simile consapevolezza, guardano con attenzione alle notizie che arrivano davanti a loro, oppure, se tale consapevolezza non hanno, non riescono ad analizzarle con attenzione. Se guardano con attenzione alle notizie, smettono d’essere usati da quei poteri (occulti) che quelle notizie hanno prodotto. Se non riescono ad analizzarle attentamente, saranno da quei poteri (occulti) ingannati. Ogni notizia ha una parte che deve essere interpretata, dal momento della sua preparazione fino al momento in cui essa è servita al pubblico; in ogni fase, dei commenti vengono aggiunti alle informazioni.
Una delle tombe più rispettate dagli Sciiti in Iraq, la tomba di Hasan el Askeri è stata sabotata.
Volta a volta, altre tombe rispettate dagli Sciiti vengono attaccate. (moschee sunnite).
Cosa si fa con una notizia del genere?
Migliaia di persone, a questa notizia, scendono in piazza per protestare.
Così, il primo risultato di un tale sabotaggio è una inevitabile lotta tra gli Sciiti ed i Sunniti. (E purtroppo, decine di persone sono state uccise).
Chi vuole questo in Iraq?
Uno si potrebbe presentare questa notizia in modi diversi. Uno potrebbe anche dare reazioni diverse.
Si osservi il modo in cui la guida spirituale d’Iran, Ali Khamenei, ha reagito all’avvenimento:
“Questo è un assassinio organizzato dai servizi segreti sionisti e degli invasori d’Iraq.”
Ali Khamenei poi si rivolge agli sciiti:
“Non aiutate i nemici dell’Islam, non attaccate le moschee Sunnite.”
Khamenei fa quest’appello, dopo che, in seguito all’attentato contro la tomba, giunge la notizia di 80 Sunniti uccisi in quattro attentati contro altrettante moschee sunnite.
Ecco, questo, secondo me, significa avere una consapevolezza politica sveglia.
Dopo un tale violento attentato ci si aspetterebbe che la prima reazione di uno Sciita, addirittura di una guida degli Sciiti sia in accordo con la rabbia del popolo, ma Ali Khamenei si pone la domanda “a chi serve un tale sabotaggio?” “A chi giova?”, oppure pensa che, in un Iraq dove vanno in giro i diavoli, se mi è consentita questa espressione, “i Sunniti non trarranno alcun beneficio da questo sabotaggio.” Egli comprende che una “guerra civile in Iraq farebbe solo gli interessi degli invasori,” trae le conseguenze del suo ragionamento e emette la valutazione che abbiamo riportato.
L’atteggiamento dei Sunniti riguardo agli attentati contro le tombe da essi molto riverite può essere considerato in due modi: può essere “analizzato con consapevolezza politica” oppure no. Da parte mia, io per prima cosa assumo un atteggiamento sospettoso riguardo alla buona volontà e sincerità del gruppo che si assumerà la responsabilità dell’attentato e che spiegherà perché lo ha compiuto. Ma fin’ora nessun gruppo ha fatto questa rivendicazione. Poi sottolineo che è importante indagare su chi può utilizzare l’attentato. Infine sto ad osservare se l’ostilità è cessata oppure se ancora continua. Tutti questi modi di affrontare la questione hanno un carico di debole coscienza politica.
Nello stesso modo in cui sospetto tutti i richiami alla guerra “al nome degli Sciiti.” Sono davvero le voci degli Sciiti? Oppure è piuttosto il lavoro di Servizi Segreti che si travestono per agire “per conto degli Sciiti,” provando, in quanto forze del disordine, a spargere ancora più sangue.
La persona con una consapevolezza politica capisce il trucco, e non rimane ingannato. Vede gli attori ed i loro progetti in atto, e decide come reagire di conseguenza.
Ora il Medio Oriente, i territori Islamici, sono diventati il luogo dove vengono messi in atto “grandi trucchi”.
In questo luogo si mettono in pratica grandi progetti per questo secolo e per i secoli futuri. L’operazione viene compiuta sul nostro corpo. In un periodo come questo, i dirigenti politici e gli intellettuali devono adempiere al loro compito di guida. “La Consapevolezza Politica” sarà per questa leadership una necessità ineluttabile.

Originale: http://www.worldbulletin.net/yazi_detay.php?id=82&yazar=48

Tradotto dall’inglese da Mary Rizzo e revisionato da Mauro Manno, membri di Tlaxcala, la rete dei traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in copyleft.

giovedì, marzo 02, 2006

Il Forum di Caracas: l'altro sguardo

Di fronte ai criteri di Luis Hernández Navarro
Il Forum di Caracas: l’altro sguardo.
Atilio Boron

Ho letto con molto interesse l’articolo che Luis Hernández Navarro ha pubblicato giorni fa, ne La Jornada, riguardo al Forum Sociale Mondiale di Caracas. Il suo sguardo, sempre suggestivo, espone alcune interpretazioni oltremodo polemiche che, per la loro importanza, meritano di essere discusse. Hernández Navarro assicura che questo Forum si è caratterizzato per il suo «carattere più marcatamente politico-statale» rispetto ai precedenti. La conseguenza di questo spostamento è stata che i dibattiti che hanno avuto luogo si sono concentrati più «sulle strategie di potere, la natura dei governi di sinistra in America Latina, la resistenza all’ imperialismo e l’ integrazione regionale» si suppone a dispetto delle «riflessioni» sulla situazione dei movimenti sociali di diverso tipo: «femministi, indigeni, ambientalisti, per un software libero, un commercio equo, per una comunicazione alternativa, contro il debito esterno, per la diversità sessuale od a favore di una economia popolare». Il giornalista riconosce, comunque, che non sono mancate le deliberazioni riguardo a questi temi anche se «il marchio specifico del forum non è stato forgiato dalle sue rivendicazioni.»

Riguardo a ciò è giusto dire che questo spostamento dell’asse della discussione lungi dall’essere oggetto di lamentele deve, al contrario, essere salutato come un cambiamento enormemente positivo.
Se i movimenti riuniti a Caracas hanno cominciato a discutere temi come le strategie di potere; l’imperialismo e gli schemi d’integrazione regionale; la natura ed il comportamento dei governi di sinistra in America Latina (Cuba, Venezuela e Bolivia) o del decadente «centro-sinistra» (sempre più inclinato verso il primo termine dell’equazione), ciò costituisce una notizia molto buona. L’inserimento di questi temi nell’agenda dei movimenti rivela una promettente maturazione delle forze sociali parallela all’evoluzione sperimentata dalla congiuntura politica latinoamericana dalla prima edizione del FSM, a Porto Alegre, nel gennaio 2001. Se in quel momento il neoliberalismo trionfava quasi senza contrappesi -con l’ eccezione di Cuba e le incertezze che contraddistinguevano i primi momenti della rivoluzione bolivariana - la situazione attuale è radicalmente diversa.

La cosa grave sarebbe stata che ancora nel 2006 i movimenti sociali fossero arrivati a Caracas per godere nel proprio narcisismo esplorando le infinite gradazioni e tinte che gli conferiscono la sua unica identità, disconoscendo completamente le sfide lanciate dalla congiuntura nazionale, regionale ed internazionale.
Ciò avrebbe significato, nella pratica, il certificato di morte del Forum, convertito in questo modo in un ambito meramente scolastico. Precisamente, siccome buona parte dei movimenti – non tutti, certamente – hanno preso nota del significato storico dell’irremovibile resistenza di Cuba ad un embargo che dura quasi da mezzo secolo; delle reiterate dichiarazioni di Chavez nel senso che non ci sono soluzioni nel capitalismo e che il futuro delle lotte per l’emancipazione si trova nel socialismo; e dell’avvenimento epocale rappresentato dal trionfo dei popoli originari in Bolivia, con Evo Morales a capo, è così che hanno inserito nella loro agenda quei temi di carattere politico-statale che Hernández Navarro considera inadatti ad essere discussi nel Forum.

Succede che quei movimenti e quelle forze sociali prima non erano un’opzione di potere reale, adesso sì, ed un cambiamento di tale ampiezza non poteva non riflettersi nella tematica discussa nel Forum.

Ciò di cui sopra, naturalmente, riporta ad un dibattito circa il futuro del FSM: posto di incontro e scambio di esperienze, o spazio di articolazione e coordinamento democratico, plurale, rispettoso delle particolarità locali e regionali – di lotte e progetti. O, detto in termini più politici: come lottare contro le classi dominanti del capitalismo mondiale ed i loro alleati locali? Come farlo contro le loro strutture, istituzioni e rappresentanti che attuano obbedendo ad una strategia flessibile, dai carattere internazionale ma abilmente adattata alle circostanze ed agli agenti locali? Si può sconfiggere una coalizione tanto potente facendo appello solamente all’eroismo ed all’abnegazione delle resistenze locali, prescindendo dai vantaggi che potrebbero derivare da un coordinamento mondiale egualmente flessibile delle lotte e delle resistenze popolari al neoliberismo?
Affinché il dibattito sia fecondo sarà indispensabile rompere con un falso dilemma: quello che ci obbliga a scegliere tra un Woodstock altermondialista (??? Lascio così, anche dopo, perché sembra più latino che spagnolo) -un vistosissimo ed emozionante festival di tutti i colori e tutti i movimenti che si danno appuntamento per celebrare un rito catartico annuale – o una sorta di Terza Internazionale stalinista che, da un nuovo Vaticano anti-neoliberale, diriga ferrea ed senza possibilità di appello i movimenti dei «distaccamenti nazionali» in lotta contro la globalizzazione neoliberale e l’imperialismo. Questa opzione è completamente falsa, tra l’altro perché non esiste possibilità alcuna che una «nuova internazionale» come quella che Hernández Navarro vede crescere abbia in sé i requisiti minimi di viabilità pratica. Non si tratta, quindi, di scegliere tra l’una e l’altra, ma di trovare le strade intermedie che ci diano la possibilità di rompere questa falsa separazione.
Lenin amava citare Goethe quando diceva che «grigie sono le teorie, però verde è l’albero della vita.» Conviene ricordare quella frase in momenti come questo, quando si pretende di farci intraprendere un «cammino unico», inguaribilmente grigio: O Woodstock o il Comintern! L’immaginazione delle forze e dei movimenti sociali contiene moltissimi tonalità di verde che rompono la soggezione a quel falso dilemma.
Perché non dovrebbero coordinarsi internazionalmente le lotte per l’acqua dei mapuche nel sud argentino e cileno con quelle delle comunità contadine in Bolivia ed Ecuador, dei popoli del bacino amazzonico, quelle che liberano i contadini africani e quelle dei gruppi che in Europa, Stati Uniti e Canada si oppongono alla mercificazione di questo elemento vitale? Coordinamento non significa subordinazione ad un «centro» né imposizione burocratica di una «linea» tracciata da un luogo onnipotente ed inappellabile.

La borghesia, come classe dominante mondiale, non attua in una maniera tanto assurda. Perché dovrebbero farlo i movimenti sociali?

Quando si espone, dalla prima edizione del FSM, la necessità di «globalizzare le lotte e globalizzare la resistenza» il corollario logico è la costruzione di qualche istanza minima di legame e coordinamento tra i movimenti. Al contrario, senza questo sforzo organizzativo, tutto si esaurisce nel mondo intrascendente (=????) della retorica. Non c’è resistenza globale possibile senza strategia globale e senza un certo grado di coordinamento tra i diversi fronti di lotta.
Hernández Navarro manifesta la sua preoccupazione perchè, secondo quanto intende, nel Forum è prevalsa la propaganda anti-imperialista ortodossa sull’eterodossia propria delle edizioni precedenti del FSM. «Il pensiero di sinistra degli anni settanta,» assicura, «è rinato e si sta mangiando le altre espressioni del pensiero critico.» non hanno partecipato al Forum di Caracas neanche, ci dice, «l’ abbondante numero di intellettuali di sinistra attivi» che furono presenti nei Forum precedenti, affermazione questa fortemente discutibile che però non costituisce il nucleo della questione.

L’importante è chiedersi cos’ha di male il rinascimento del pensiero di sinistra degli anni settanta. Che si «mangi» le altre espressioni del pensiero critico? Se ha potuto mangiarsele dev’essere perché non erano tanto rigorose e critiche come si supponeva, o perché erano carenti di questa capacità di «aprire nuovi orizzonti» emancipatori come molti hanno pensato.
D’altra parte, se il reinserimento di temi come lo stato, il potere, l’imperialismo ed il socialismo è opera della sinistra degli anni settanta allora, era ora! Perché si tratta di argomenti che non avrebbero mai dovuto essere messi da parte e che, facendolo, hanno leso gravemente la capacità dei movimenti contestatori di lottare efficacemente contro i propri nemici.
È vero: non c’è stato Lula, e nemmeno Evo Morales. Le ragione sono molto diverse. Malgrado la sua assenza fisica, Evo ed i movimenti sociali boliviani sono stati presenti permanentemente a Caracas.

Era molto improbabile che tre giorni dopo aver preso in carica il governo Evo avrebbe potuto darsi il tempo di andare a Caracas per dialogare con i suoi compagni di tante lotte, soprattutto se ci si ricorda che in queste prime ore ha dovuto ristrutturare la cupola dell’esercito ed affrontare le minacce della Repsol che, casualmente, «ha scoperto» precisamente in questo momento che le riserve di gas della Bolivia sono inferiori del previsto.

Lula, da parte sua, difficilmente potrebbe apparire nel Forum dopo la delusione generata dalla sua infelice esperienza nel Palazzo del Planato (??? Nome usuale in Brasile, come dire Campidoglio, o semplicemente Palazzo dei Piani Alti). La salva di fischi che la sola menzione del suo nome ha provocato l’anno scorso nel Gigantinho di Porto Alegre avrebbe potuto essere ancora più rumorosa a Caracas.

Non più ragionevole era supporre che la stampa oppositrice di Chávez, compromessa fino al midollo con il golpismo e l’offensiva orchestrata dalla Casa Bianca, avrebbe raccontato con oggettività gli eventi del Forum. Ancora meno che l’avrebbe fatto El País, agente al soldo della campagna anti-cubana in Europa e perfido apologeta del neoliberalismo. Ciò che sì, sarebbe stato preoccupante, è che questa stampa si fosse dedicata ad informare seriamente ed esaustivamente su ciò che stava succedendo a Caracas. Questo avrebbe significato che il Forum non stesse inquietando per niente le classi dominanti dell’impero.
Il silenzio e l’«omertà» di questa stampa sono un grido che dimostra che i movimenti altermondialisti si sono convertiti in un rivale formidabile, la cui presenza conviene occultare davanti agli occhi dei popoli.
Altercom
Agenzia di Stampa dell’Ecuador. Comunicazione per la Libertà.

Atilio Boron è ordinario di Teoria Politica e Sociale, Facoltà di Scienze Sociali, Università di Buenos Aires dal 1986. Investigatore principale del CONICET. Segretario Esecutivo del Consiglio Latinoamericano di Scienze Sociali / CLACSO.

Originale:
www.altercom.org/article136180.html

Tradotto dallo spagnolo all’italiano da Davide Bocchi, membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica, questa traduzione è in Copyleft.

mercoledì, marzo 01, 2006

Siniyah, la città irachena che è diventata una prigione

di Brian Conley e Isam Rashid

Originale: http://www.dawn.com/2006/02/11/int16.htm

SINIYAH (Iraq): Per ben due volte ad un corrispondente dell'Inter Press Service è stato proibito l'ingresso in questa città che è ormai diventata una prigione per i suoi abitanti. Un contatto con la popolazione è stato possibile solo al posto di blocco.

Un mese fa i soldati statunitensi hanno costruito un muro di sabbia lungo dieci chilometri attorno alla città di Siniyah, 220 chilometri a nord di Baghdad. La città è vicina a Tikrit, luogo natale di Saddam Hussein, e alla raffineria di petrolio di Beiji.

La costruzione del muro di sabbia è cominciata il 7 gennaio scorso in reazione a ripetuti attacchi contro le truppe statunitensi della 101ma divisione aviotrasportata di stanza nella zona. È stato anche imposto un coprifuoco notturno su tutta la zona.

Contrariamente a quanto affermano le fonti ufficiali, a un corrispondente dell'IPS è stato impedito di visitare la città per osservare la situazione dall'interno.

"I giornalisti non hanno subito nessuna limitazione o divieto nei loro spostamenti a Siniyah e nei dintorni," ha dichiarato all'IPS il maggiore Tim Keefe, portavoce delle forze statunitensi. "Le forze irachene e quelle della coalizione fanno di tutto per assicurarsi che i giornalisti siano in grado di svolgere il loro lavoro in sicurezza."

La dichiarazione è stata fatta dopo che i soldati hanno impedito per ben due volte al corrispondente dell'IPS di entrare in città. Ma le persone in fila al posto di blocco principale erano più che disposte a rivelare all'IPS la situazione all'interno.

"Il 7 gennaio le truppe americane hanno cominciato a costruire questo muro attorno a Siniyah," ha detto Mohammed, un tecnico trentaquattrenne. "Stanno cercando di isolare i combattenti iracheni che li attaccano ogni giorno. Nei dintorni della cittadina le truppe sono state esposte ad attacchi con bombe disposte ai bordi delle strade e con
altre armi... E la resistenza ha anche fatto esplodere gli oleodotti diretti verso la Turchia."

Quella dell'oleodotto è una questione cruciale per gli abitanti di Siniyah. La città è stata sigillata non a causa di attacchi che avvengono al suo interno, ma perché si pensa che venga usata come base per azioni all'esterno...

Le forze della coalizione stanno tentando di fermare gli attacchi diretti principalmente contro la raffineria di Beiji ed i convogli della coalizione.

La scelta dei bersagli ha guadagnato alla resistenza irachena un vasto consenso tra la popolazione di Siniyah.
Mohammed dice che gli attacchi hanno luogo perché "questo petrolio va in Turchia e viene rubato dalle forze d'occupazione, e quando la Turchia compra questo petrolio le forze d'occupazione si prendono il denaro."

Gli abitanti di Siniyah parlano anche delle ingiustizie commesse dalle truppe d'occupazione. Dicono che il muro di sabbia sta dividendo gli abitanti dal governo iracheno.
"Siniyah è diventata un vero campo di battaglia e le forze d'occupazione hanno distrutto molte delle nostre case," ha detto Sumiya, una casalinga di 33 anni. "Non c'è sicurezza in città, e le cose vanno peggio che altrove in Iraq. Le forze d'occupazione e la Guardia Nazionale irachena fanno quotidianamente incursione nelle case di Siniyah ed arrestano molte persone. C'è un coprifuoco dalle 5 del pomeriggio alle 5 del mattino; a Baghdad è solo da mezzanotte alle 5 di mattino."

Sumiya ha detto che i suoi figli hanno smesso di andare a scuola. Tutti gli abitanti risentono pesantemente di questa situazione. "Il mio problema è che il mio istituto sta fuori Siniyah, e per me è molto difficile andare avanti e indietro tutti i giorni con questi posti di blocco," ha commentato uno studente di 20 anni che ha detto di chiamarsi Ammar.

"Ho lasciato il mio posto di lavoro perché era fuori Siniyah, è impossibile andare e tornare tutti i giorni con questo muro di terra e con tutti i posti di blocco," ha detto il quarantacinquenne Abdullah Jabar.
Le forze americane dicono che il muro è stato costruito con l'approvazione delle autorità locali. "La polizia, i membri del consiglio cittadino, gli sceicchi ed i capi religiosi hanno incontrato i rappresentanti del 1mo Battaglione, 33mo Reggimento Cavalleria, 101ma Divisione Aviotrasportata, Assalto Aereo per discutere l'operazione," ha dichiarato il maggiore Keefe, che si è rifiutato di fornire i dettagli delle trattative.

Mentre continua l'isolamento di Siniyah, i suoi 3000 abitanti sembrano compattarsi all'opposizione. "Non penso che la forza d'occupazione fermerà la resistenza con queste misure, perché la violenza causa violenza," ha affermato Ammar. "È un fatto storicamente normale che ci sia una resistenza in qualunque paese occupato. Ma non c'è un'occupazione che abbia fatto uso di questo genere di violenza."

"Siamo in una situazione molto grave e viviamo in un grande carcere con tremila prigionieri chiamato Siniyah," ha detto Jabar, dando voce alle opinioni degli altri abitanti.

Le Forze Multinazionali in Iraq hanno già impiegato simili tattiche. Muri e posti di blocco sono stati usati per isolare gli abitanti di Samarra e di Fallujah prima che queste due città fossero devastate. - Dawn/IPS News Service

Tradotto dall'inglese da Mirumir, membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft.