mercoledì, aprile 26, 2006

Più di 600 Soldati USA Coinvolti in Abusi sui Prigionieri

Stati Uniti: Più di 600 Soldati Coinvolti in Abusi sui Prigionieri
Due anni dopo le foto di Abu Ghraib, le indagini sono ancora in ritardo

Human Rights Watch

Washington, D.C., 26 aprile 26, 2006 - Due anni dopo lo scandalo di Abu Ghraib, una nuova ricerca dimostra che l'abuso sui detenuti sotto custodia americana in Iraq, Afghanistan e Guantánamo Bay è stato molto diffuso, e che gli Stati Uniti hanno preso solamente misure limitate per indagare e punire il personale coinvolto.

In un rapporto che è stato diffuso oggi, “By the Numbers”, sono stati presentati i risultati del Progetto per le Responsabilità negli Abusi Contro Detenuti (Detainee Abuse and Accoutability Project), un progetto comune del Centro per i Diritti Umani e per la Giustizia Globale dell’Università di New York, Human Rights Watch e Human Rights First. Il progetto è il primo rapporto che elenca tutte le accuse credibili di tortura e di abuso avvenute sotto la custodia degli americani in Iraq, Afghanistan e Guantánamo.

“Due anni fa, un ufficiale statunitense disse che gli abusi ad Abu Ghraib erano delle aberrazioni, e che le persone che hanno commesso abusi sui detenuti sarebbero stati portati davanti alla Giustizia,” ha detto la Professoressa Meg Satterthwaite, direttrice di facoltà presso il Centro per i Diritti Umani e per la Giustizia Globale della NYU Law School. “Però, la nostra ricerca dimostra come gli abusi sui detenuti fossero molto diffusi, e che poche persone sono state veramente giudicate.”

Il progetto ha raccolto centinaia di accuse di abuso e di tortura contro detenuti avvenute dalla fine del 2001. Sono accuse che coinvolgono più di 600 soldati statunitensi e personale civile e riguardano più di 460 prigionieri.

Human Rights Watch, New York, 26 aprile

ORIGINALE INGLESE
http://www.hrw.org/english/docs/2006/04/26/usint13268.htm
Rapporto completo http://www.hrw.org/reports/2006/ct0406/1.htm

SPAGNOLO (da Insurgente.org): http://www.insurgente.org/modules.php?name=News&file=article&sid=4783
TEDESCO: http://www.hrw.org/german/docs/2006/04/26/usint13271.htm
FRANCESE: http://hrw.org/french/docs/2006/04/26/usint13274.htm
FARSI: http://www.hrw.org/persian/press/2006/ct042606pr.pdf

Tradotto dall’inglese da Mary Rizzo e revisionato da Davide Bocchi, membri di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft.

sabato, aprile 22, 2006

Con le bombe e le pistole, di Uwe Wesel

Con le bombe e le pistole
200 anni di terrorismo europeo di destra e di sinistra, dal basso e dall’alto

Uwe Wesel

17 giugno 2004

"Non capisco perché continuino a spararmi addosso", sono state queste, si dice, le prime parole dell’Imperatore tedesco Guglielmo dopo il terzo attentato ai suoi danni, nel 1878. A Berlino, mentre percorreva Unter den Linden, venne colpito dal fuoco di un giovane agronomo, con tanto di dottorato e presumibilmente in contatto con i socialisti, che si suicidò subito dopo. Un attentato analogo si era già verificato poco tempo prima. Anche in quel caso, Guglielmo I stava percorrendo Unter den Linden nella sua carrozza, solo che in quel frangente ne uscì illeso. Venne mancato da uno stagnino che per un breve periodo era stato membro del partito socialdemocratico. Il primo attentato, invece, risaliva a parecchio tempo prima: nel 1861, Guglielmo, all’epoca "solo" re di Prussia, venne ferito leggermente da uno studente in una strada di Baden Baden. Il quarto attentato del 1883, stavolta dinamitardo, avvenne durante l’inaugurazione del "monumento del bosco ceduo" nella cittadina renana di Rüdesheim, ma la pioggia spense la miccia. La conseguenza degli attentati del 1878 sarebbe stata la Sozialistengesetz, la legge contro le mire sovversive della socialdemocrazia. Vennero inasprite le norme che regolamentavano la libertà di associazione ed il diritto penale, i poteri della polizia vennero ampliati e la libertà di stampa venne ridimensionata. Nel 1883, inoltre, venne approvata una legge sugli esplosivi che prevedeva pene molto severe per il possesso illegale e la cessione.

Queste leggi non poterono impedire la fine della monarchia, come i Karlsbader Beschlüsse, i decreti di Karlsbad, non riuscirono a soffocare la diffusione dell’ideologia liberale nel 19° secolo. Queste leggi erano state emanate nel 1819, dopo che uno studente aveva pugnalato a morte August von Kotzebue, autore di successo di drammi mediocri ed informatore degli zar. In seguito a questi decreti, i principi tedeschi poterono procedere contro i "demagoghi". I professori sospetti vennero licenziati, le associazioni studentesche sciolte, gli studenti espulsi dalle università e messi in prigione, libri e riviste vennero messe all’indice e venne proibita addirittura la ginnastica, come Ludwig Jahn chiamava i suoi esercizi fisici, perché considerata pericolosa per la sicurezza del popolo.

Non è del tutto corretto, quindi, se la letteratura sul terrorismo che, da qualche tempo, tira molto, ne fa coincidere sistematicamente la genesi e la repressione con gli attentati avvenuti in Russia contro lo zar Alessandro II.

Analogamente al suo omologo tedesco, anche in questo caso gli attentati furono quattro, l’ultimo dei quali, però, pienamente riuscito. Gli organizzatori erano un gruppo rivoluzionario che contava molti affiliati e che si chiamava Narodnaja Wolja, Volontà del Popolo. Cominciarono nel 1878 con l’omicidio di due prefetti. Una studentessa uccise quello di San Pietroburgo, così antipatico ai più che l’attentatrice fu prosciolta dalla giuria di un tribunale, suscitando grande scalpore. Il prefetto di Kiev fu ucciso, invece, da un commando di giovani. Un anno più tardi il gruppo pronunciò una condanna a morte contro gli zar che fu eseguita nel 1880 con una carica di dinamite nella sala da pranzo della residenza invernale di San Pietroburgo che provocò, tuttavia, solo danni materiali.

Soltanto il quarto tentativo ebbe successo. La carrozza di Alessandro venne fatta saltare in aria a San Pietroburgo, nel 1881. I terroristi avevano raggiunto il loro scopo. Lo zar era morto, ma la rivoluzione tanto attesa, l’insurrezione popolare, non ebbe luogo.

Gli assassini vennero condannato a morte, quasi tutti i membri della Narodnaja Wolja furono arrestati e venne emanato un decreto per la tutela dello stato. Questo decreto limitava la libertà delle università e i processi a porte aperte ed eliminava l’indipendenza della magistratura per evitare assoluzioni come quella di San Pietroburgo. Seguirono molti processi e deportazioni in Siberia. Questa prima fase rivoluzionaria si concluse nel 1887 con un attentato fallito ai danni di Alessandro III. Uno degli attentatori si chiamava Alexander Uljanow. Fu condannato a morte. Suo fratello minore, Vladimir, in seguito più noto col nome di Lenin, giurò di vendicarlo. La vendetta avvenne 30 anni dopo, nel 1917. Dopo cominciò il terrore dall’alto.

Un po’ più tardi, il terrore giunse nella Germania della Repubblica di Weimar, stavolta dal basso, come forma di lotta della destra e della sinistra radicali contro la giovane democrazia. Il culmine fu raggiunto nel 1921 e nel 1922, con gli omicidi di Matthias Erzberger e Walter Rathenau per mano dell’organizzazione di estrema destra Consul. Nel 1918, Erzberger aveva firmato, come segretario di stato, il trattato di pace di Versailles. Considerato un’icona dell’onta tedesca, venne ucciso mentre era in villeggiatura nella Foresta Nera. Walter Rathenau, ministro degli esteri della repubblica di Weimar, rappresentante della cosiddetta “politica dell’adempimento incondizionato", nonché ebreo, fu ucciso nella sua automobile lungo il tragitto da casa sua al ministero degli esteri.

La reazione a questi attentati si concretizzò nelle leggi per la tutela della repubblica del 1922. Queste norme prevedevano nuove sanzioni contro azioni e dichiarazioni antirepubblicane, tra le quali la pena di morte per l’affiliazione ad organizzazioni che avevano l’obiettivo di uccidere membri del governo centrale e regionale ed attribuivano a quest’ultimo il potere di vietare i partiti dichiaratamente antirepubblicani. Anche questi provvedimenti si rivelarono poco efficaci. Ora i giudici avevano dei paragrafi purtroppo, però, continuavano ad essere privi di cultura democratica. Queste leggi non riuscirono ad impedire il crollo della repubblica 11 anni dopo, quando in Germania cominciò il terrore dall’alto.

Nel secondo dopoguerra, l’Europa occidentale era alle prese col conflitto Est-Ovest e si sarebbe stabilizzata alla fine degli anni Sessanta. Subito dopo sorse un nuovo terrorismo europeo. Nel 1968, nella Spagna ancora di Franco, l’Eta cominciò la sua lotta per l’indipendenza dei Paesi baschi. In Italia, nel 1969, fece la sua apparizione il terrorismo di destra, seguito, nel 1970, dal terrorismo di sinistra targato Brigate Rosse, rampolli della rivolta studentesca seguiti, nello stesso anno, dal loro pendant tedesco della Rote Armee Fraktion. Nel 1972, l’IRA cominciò la lotta per la riunificazione dell’Irlanda del Nord, governata da Londra, con la Repubblica d’Irlanda e nel 1979, come propaggine tardiva del maggio parigino, nasceva, in Francia, Action directe. Complessivamente, questo terrorismo ha provocato 3500 vittime, la maggior parte in Irlanda del Nord, Inghilterra e Spagna. In 26 anni l’IRA si è resa responsabile di 1800 morti. In 35 anni, l’Eta ha fatto 830 vittime. I terroristi italiani di destra più di 200. Il loro attentato più cruento fu la strage alla stazione di Bologna nel 1980. Le Brigate Rosse hanno ucciso 150 persone, tra le quali, nel 1978, Aldo Moro, Presidente della Democrazia Cristiana, rapito ed ucciso come Martin Schleyer, presidente della confindustria tedesca vittima, un anno prima, della Rote Armee Fraktion. In 27 anni, questo gruppo terroristico ha ucciso 43 persone. In Francia, Action directe, definita "un branco di balordi insignificanti" dall’Intelligence tedesca, ebbe un’esistenza di soli 8 anni, cominciò con gli attentati dinamitardi contro il patrimonio, poi, nel 1986, uccise Georges Besse, direttore generale della Renault. In seguito fece anche altre vittime, ma venne definitivamente debellata nel 1987, dopo l’arresto dei due capi dell’organizzazione, Jean-Marc Rouillan e Nathalie Ménigon. Le bombe del 1985 e 1986 nei grandi magazzini di Parigi, che provocarono morti e feriti, furono già attribuite a terroristi mediorientali.

Le reazioni a questo nuovo tipo di terrorismo europeo furono differenti. In Francia, i socialisti, con l’allora presidente della repubblica Mitterand ed i premier Mauroy e Fabius, si affidarono ai normali strumenti dell’ordinamento giudiziario. Dumas, l’allora ministro degli esteri francese, replicò con una frecciata alle accuse di lassismo provenienti da Bonn e Roma, facendo notare che , nonostante gli arsenali di leggi speciali e carceri di massima sicurezza, il terrorismo in Germania e Italia aveva assunto dimensioni ben più preoccupanti. La Francia adottò leggi speciali soltanto dopo l’assassinio del capo della Renault: prolungò il fermo di polizia senza autorizzazione del giudice a 4 giorni, secondo il modello inglese, costituì un tribunale speciale a Parigi e, come in Italia, introdusse sconti di pena per i cosiddetti "pentiti". Ma queste nuove leggi non ebbero alcun effetto sulla fine di Action directe che fu indotta, invece, da migliori tecniche investigative e dalla cattura di Rouillan e Ménigon.

La maggior parte delle leggi antiterrorismo in Inghilterra fu adottata contro l’IRA. Queste prevedevano la punibilità dell’associazione ad organizzazioni terroristiche (due anni prima che in Germania), i controlli sulle persone non basati su sospetto, l’obbligo di informazione delle banche sul riciclaggio da parte dell’IRA ed il fermo di polizia senza ordine del giudice fino a sette giorni. Nel 1988, tuttavia, quest’ultimo provvedimento venne condannato dalla Corte di giustizia europea perché rappresentava una violazione dei diritti umani, visto che i detenuti, in questo lasso di tempo, venivano anche sottoposti a torture, come già denunciato la stessa Corte nel 1978.

Il risultato di tutte queste leggi antiterrorismo fu uguale a zero. Il terrorismo dell’IRA cessò nel 1998 per motivi politici: il Good Friday Agreement, un compromesso sull’autonomia dell’Irlanda del Nord governata in condivisione dai vecchi nemici: i "nazionalisti" cattolici, fautori dell’unificazione con la repubblica d’Irlanda, ed i "lealisti" protestanti, fedeli a Londra. Si tratta di una pace fragile, ma da allora non ci sono più stati attentati.


David Blunkett, ministro degli interni dello scacchiere dal 2001, lungi dal fare tesoro di questa esperienza, ha fatto approvare dal parlamento inglese lo stato di emergenza nazionale già nel primo anno del suo mandato. Pertanto, la Convenzione europea sui diritti umani è stata sospesa con conseguente condanna da Strasburgo.

In Inghilterra, l’arresto a tempo indeterminato dei sospetti di terrorismo senza autorizzazione del giudice era già stata applicata una volta. Fu soppressa nel 1975 dopo che era trapelato il numero dei reclusi innocenti. Ciononostante, sempre nel 2001, Blunkett fece approvare una legge in base alla quale gli stranieri sospettati di terrorismo possono essere detenuti senza processo a tempo indeterminato, se nei loro Paesi d’origine rischiano la tortura o la pena di morte e, per questo motivo, non possono essere espulsi. Insomma, proprio la stessa legge di cui oggi si sta discutendo in Germania. Tuttavia, a Londra accadde il miracolo. Nel 2002, i giudici inglesi dichiararono "incostituzionale" questa legge, sebbene in Inghilterra non esistano né una costituzione scritta né, almeno sinora, una giurisprudenza costituzionale. La decisione dei giudici, tuttavia, fu annullata lo stesso anno dalla corte d’appello.

Come in Inghilterra, anche in Italia le leggi antiterrorismo hanno inciso sui diritti civili molto più in profondità che in altri Paesi occidentali. Anche in questo caso senza successo. L’arma più efficace, invece, è stato un provvedimento speciale più morbido, la legge sui "pentiti" del 1981. Non si tratta di una normativa che attenua o annulla la pena del collaboratore di giustizia come quella applicata, per un certo periodo, anche in Germania, che ricompensava la delazione ai danni di terzi, bensì di una legge che permette ai giudici di comminare una pena più mite se l’imputato descrive con la massima precisione il delitto commesso. Questa legge innescò, nel 1982, un’ondata di arresti senza precedenti e la conseguente fine degli anni di piombo dal 1970 al 1982. L’esperienza del terrorismo di destra si concluse due anni dopo, senza colpevoli, sebbene il numero di vittime sia stato molto più elevato. Polizia, magistratura e politica hanno coperto tutto fino ad oggi.

Nella classifica delle leggi antiterrorismo, la Germania, in termini di quantità ed intensità, occupa una posizione centrale. Anche le leggi speciali tedesche non hanno avuto esito. Le leggi speciali del 1974 per il processo di Stammheim, le pene più severe per i terroristi, la legge sul blocco dei contatti personali, il controllo giudiziario della corrispondenza, altrimenti libera, tra difensori ed imputati, il vetro divisorio nei parlatori delle prigioni furono tutti inutili. La Rote Armee Fraktion uccise per altri vent’anni, o quasi, e si arrese soltanto nel 1997 quando, dopo il crollo della cortina di ferro, dovette finalmente ammettere che non aveva alcun senso continuare ad uccidere per una rivoluzione immaginaria. Un certo effetto lo ebbe soltanto l’allestimento di un gigantesco computer centrale voluto dall’allora capo della polizia criminale nel 1970, Horst Herold. Questo sistema informatico permise molti arresti ed avrebbe anche condotto alla liberazione dell’ostaggio Martin Schleyer se il caos imperante all’unità di crisi di Bonn nel 1977 non avesse impedito ad una informazione fondamentale di giungere a destinazione.

La lotta contro l’Eta in Spagna non ha utilizzato leggi speciali, bensì delle norme standard del codice penale. Tuttavia, parte integrante di questa lotta fu anche, sin dall’epoca di Franco, il contro-terrore della polizia perpetrato, per un certo periodo, anche dopo la morte del dittatore. Dal 2000 in poi, le indagini sono state più proficue grazie ad una più intensa collaborazione con la Francia, precedentemente sempre avversata dai governi spagnoli. Ma anche la fine dell’Eta fu il risultato di una svolta politica. Poco dopo la morte di Franco, sotto il governo di Suárez, ai Paesi baschi fu concessa la più ampia autonomia d’Europa grazie alla quale crebbe gradualmente il dissenso della popolazione basca nei confronti del terrorismo che aveva precedentemente appoggiato. Una svolta dovuta anche all’ingresso della Spagna nella Comunità economica europea, che aumentò notevolmente il benessere nel Paese e del quale, ormai, gli spagnoli non volevano più fare a meno.

Gli ultimi attentati risalgono al 2003, quando furono uccisi due poliziotti. Dopodiché la stagione del terrorismo europeo, durata duecento anni, si è finalmente chiusa. Al suo posto è subentrato un terrorismo nuovo, che viene da lontano e, come l’imperatore Guglielmo, anche noi non capiremo perché continuano a tirarci le bombe.

Uwe Wesel è storico del diritto alla Freie Universität di Berlino.

Originale da DIE ZEIT (file .pdf)

Tradotto dal tedesco in italiano da Giampiero Budetta, membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft.

giovedì, aprile 20, 2006

Il criminologo filosofo, di Dorothea Hauser

Il criminologo filosofo
Dorothea Hauser

23 Ottobre 2003

Horst Herold, soprannominato "commissario Computer" era considerato pericoloso. Tuttavia, oggi la maggior parte delle sue idee si è realizzata.

"Non capisco dove vuole arrivare, proprio non lo capisco!". Le parole dell’allora ministro degli interni tedesco Baum risuonavano ancora nelle orecchie di Horst Herold e, proprio per questo motivo, nel 1978, il capo del BKA (Bundeskriminalamt), una sorta di versione tedesca dell’FBI americana, si era preparato quanto meglio poteva per il suo secondo tentativo di convincere chi di dovere. Si era portato lucidi, pannelli di presentazione e addirittura il suo diaproiettore da Wiesbaden, perché non voleva dipendere dalle apparecchiature del ministero degli interni. Era riuscito a farsi concedere due ore per spiegare nuovamente il suo sistema di informazione e comunicazione destinato alla polizia.

Per Herold era tutto chiaro. Intendeva allestire un’autostrada digitale su cui trasferire, ad alta velocità, dati, testi, immagini e file sonori. Per la prima volta, il sistema avrebbe consentito ad ogni poliziotto accesso e comunicazione diretti. Herold lo chiamava "trasferimento degerarchizzato di conoscenze", una definizione poco fortunata, almeno quanto si rivelò contorto il nome del suo progetto: "rete speciale digitale ed integrata a banda larga della polizia per file sonori, immagini e dati", meglio noto con la sigla Dispol. Così Herold aveva battezzato la sua idea di quello che oggi si chiama Internet.

Alla fine degli anni 70, tuttavia, quando computer e microchip non erano ancora accessibili anche ai bambini anzi, nella maggior parte dei casi erano delle macchine gigantesche in centri di calcolo fuori mano, il progetto di Herold di un Intranet della polizia non venne compreso. Il "commissario Computer", come soprannominavano Herold, fu fatto bersaglio di aspre critiche. L’allora ministro degli interni Baum abbandonò la sala conferenze dopo soli 5 minuti e la richiesta di Herold di dedicare a Dispol addirittura un canale satellitare fu accolta da incredula ilarità. Anche se, nel 1978, il progetto venne approvato dalla conferenza del ministero degli interni, in realtà non fu mai implementato e fu addirittura cancellato in seguito al licenziamento di Herold da capo della polizia, nel 1981.

All’epoca si disse che non era tecnicamente fattibile anche se, in realtà, ad essere rimasta irrisolta era soltanto l’idea di Herold di una indicizzazione dei dati per le ricerche. La verità è che il nuovo capo della polizia evitò sempre qualsiasi cosa fosse collegata al suo predecessore. Herold era diventato una persona non grata.
Un socialromantico al vertice della polizia

Il suo licenziamento era stato preceduto da una brutale campagna di stampa. A causa dei suoi metodi di investigazione computerizzati era diventato lo spauracchio dello Stato Guardiano: "Big Brother Herold" (stern), "Dr. Mabuse" (Spiegel), "La Città del Sole del Dottor Herold" (Hans-Magnus Enzensberger). Herold era assurto al rango di zimbello della nazione che, dopo le paure dell’Autunno Tedesco, cercava una valvola di sfogo al disagio degli anni di piombo. Ed il ministro degli interni Baum colse senza esitazioni l’opportunità di profilarsi ai danni del suo subalterno. Come funzionario legato ad un vincolo di subordinazione al quale, pertanto, poteva essere proibito difendersi, Herold rappresentava un bersaglio perfetto.

Prima del rapimento Scheyer del 1977, la situazione era stata completamente diversa. Agli ordini di Herold, la polizia criminale tedesca, a partire dal 1971, era stata trasformata da un’armata Brancaleone al centro investigativo più avanzato del mondo. L’Inpol, il sistema informatico investigativo di Herold, ha funzionato senza intoppi per più di 30 anni. Il sistema di ricerca criminologico del Bundeskriminalamt è rinomato ancor oggi. Herold era considerato creativo, innovativo, un genio della tecnica. I media ed i suoi superiori del partito liberale, prima Genscher e poi Maihofer, lo ammiravano.

La predilezione di Herold per la tecnica e la sua smania di oggettività erano totalmente in sintonia con l’euforia riformista socialdemocratica, con la fede nella pianificabilità del mondo tipica di quel periodo. Le parole magiche dell’immaginario della politica tecnocratica erano Social engineering e governance globale. I finanziamenti per permettere ad Herold la ristrutturazione della polizia criminale vennero erogati generosamente, soprattutto quando la "sicurezza interna" divenne un’ossessione politica nella lotta al terrorismo della RAF.

E poiché con i suoi metodi riscuoteva più risultati di qualsiasi altro poliziotto, i suoi discorsi sul "moto inerziale senza guida" , la sua forma mentis tra utopismo e marxismo ortodosso venivano abbondantemente tollerati. Herold poteva addirittura affermare che il terrorismo ha cause di ordine sociale e che Baader e Meinhof "all’inizio avevano avuto un profondo senso morale".

La voglia di farla finita con il socialromantico al vertice della polizia criminale tedesca si manifestò quando il vento cambiò direzione e, in anticipo sull’anno orwelliano del 1984, cominciò a diffondersi l’avversione alla tecnologia. La centrale di calcolo del BKA apparve, quindi, come la stanza dei bottoni di una centrale atomica, dove un uomo potente, con degli enormi occhiali quadrati, intendeva sottomettere al suo controllo un’intera nazione. Herold divenne la pedina sacrificale di un governo che, nonostante questo clima avvelenato, decise di effettuare un censimento.

La maggiore tracotanza di Herold fu la sua idea del compito socio-sanitario della polizia. Questo concetto non ha, come molti ritennero, una matrice nazionalsocialista, bensì deriva da Cesare Beccaria, il giurista milanese del 18° secolo. Comunque ciò non lo rende meno sinistro. "Ho commesso degli errori nei miei enunciati", ammette oggi Herold. Tuttavia, le sue idee non sono cambiate e, infatti, continua a sostenere la necessità di utilizzare a fondo la quantità di dati inevitabilmente accumulata nel lavoro investigativo, il suo "privilegio conoscitivo", come strumento di diagnosi e correzione criminologico e sociale. A questo scopo, tuttavia, è necessaria una polizia in grado di influenzare il potere legislativo e giudiziario, una implicazione che resta inquietante ma, secondo Herold, soltanto perché la polizia è vista come "nume tutelare dei potenti"

In Germania fu uno dei primi a riconoscere le potenzialità del computer e dell’elaborazione elettronica dei dati. Le sue reti informatiche investigative, sempre orientate al livello di utenza più semplice, erano totali ma non totalitarie. In un’epoca d i fobia verso i grandi apparati tecnici, non si volle vedere questa differenza decisiva. Tuttavia, Herold ha sempre considerato la polizia come un laboratorio di sperimentazione e dopo il suo pensionamento anticipato, infatti, non si è quasi mai occupato di questioni poliziesche, bensì di statistica economica, registro dei tumori ed edilizia popolare. La giustizia sociale è rimasta l’obiettivo del suo socialismo computerizzato anche nell’era dell’informatica. E la cibernetica, che Herold interpreta come "il prolungamento del materialismo dialettico, la sua concretizzazione e matematizzazione", è la sua religione. "A volte ho maledetto il momento in cui sono entrato in polizia, tanto più che ho dovuto fare anche i conti con la RAF", commenta oggi Herold. A causa della sua ferita di guerra, non sarebbe stato idoneo alla polizia. Quando, però, saltando la normale trafila, ci entrò nel 1964 come ispettore capo e poi come questore di Norimberga, il risultato delle visite mediche venne ben presto dimenticato.

In realtà, Herold voleva diventare ingegnere ma, dopo la sua fuga come prigioniero di guerra dei sovietici, decise di studiare giurisprudenza diventando prima giudice e poi pubblico ministero a Norimberga. Nello stesso tempo impartiva corsi di introduzione al marxismo-leninismo agli Jusos, l’organizzazione giovanile della SPD, e si dedicava allo studio della tecnica di sistema e dell’informatica, che all’epoca erano ancora discipline pionieristiche. Che la magistratura non lo avrebbe reso felice fu chiaro già in occasione della sua prima causa importante: il processo contro il più potente gerarca di Norimberga ai tempi del nazionalsocialismo, responsabile della deportazione di migliai a di ebrei. Grazie a numerosi testimoni a discarico che era riuscito a procurarsi, fu assolto dalla giuria, nonostante le prove raccolte da Herold. L’avversione di Herold nei confronti dell’istituto della testimonianza e la sua smania di perfezionare la prova oggettiva mediante l’indagine criminologia affondano le loro radici proprio in questa esperienza.

Dopo ben 10 anni in magistratura, Herold non riusciva più a tollerare la sensazione di essere parte di un sistema che produceva tanta ingiustizia: quanto più impacciato e appariscente l’imputato, tanto più certa la condanna; quanto più abile o costoso l’avvocato, tanto maggiore la possibilità di farla franca. Per lui era insopportabile anche la disperazione delle donne processate per aborto illegale "mentre la ricca borghesia poteva farlo in Olanda". Parimenti lo infastidiva il fatto che lo Stato di diritto proteggesse la proprietà quasi incondizionatamente, ancor più dei bambini, dell’aria pulita e di affitti ragionevoli. Herold non ha cambiato idea nemmeno adesso: "la gente fa del suo meglio, ma è innegabile che il sistema del processo penale filtra le classi inferiori, è una giustizia classista". Poiché non voleva attivarsi soltanto a crimine compiuto, decise di entrare nella polizia per prevenire, per quanto possibile, i reati.

La tarda soddisfazione del garantista ante litteram

Come poliziotto, Herold fece rapidamente furore: prima con la geografia criminale che, grazie all’impostazione degli interventi di polizia secondo una mappatura delle scene del delitto aggiornata costantemente, ridusse drasticamente il tasso di criminalità a Norimberga. Poi fu la volta della carta d’identità anti-falsificazione e del data mining. Infine Herold inventò il confronto incrociato negativo dei dati che, capovolgendo il metodo di investigazione tradizionale, non prevedeva l’individuazione dei sospetti, bensì l’esclusione di tutti i non sospetti. Il computer funzionava come un’enorme gomma da cancellare che eliminava tutti i dati invisibili che, confrontati, non venivano ritenuti congrui al modello. Questo metodo è stato utilizzato soltanto una volta sotto l’egida di Herold: nel 1979, dopo aver passato al setaccio tutta Francoforte e sobborghi, rimasero soltanto due persone: un trafficante di droga latitante ed un membro della RAF.

Con la sua lotta al crimine preventiva, Herold si era guadagnato la fama di avversario della protezione dei dati personali. In realtà, già nel 1971, aveva invocato un base normativa a questo riguardo, ma la politica non si attivò. Il BKA, pertanto, attuava una propria protezione dei dati dando, ad esempio, un’impostazione decentrata al sistema Inpol e facendo sì che ogni accesso fosse già programmato per essere successivamente dimenticato. "La minaccia del Grande Fratello" avvertiva Herold all’inizio del 1980 in una conferenza su polizia e diritti uma ni alle Nazioni Unite, "non è più soltanto letteratura. È diventata realtà". Herold non ha mai preteso un essere umano trasparente quanto, piuttosto, un’amministrazione trasparente con diritto d’informazione per tutti. Ciononostante, quando avanzò una serie di proposte incisive sulla protezione dei dati in seguito al riconoscimento normativo del "diritto all’autodeterrminazione informativa" nella cosiddetta "sentenza sul censimento" nel 1983, molti reagirono con scetticismo.

Le circostanze della sua caduta hanno molto indignato Herold. Quest’uomo, la cui affabilità era stata spesso elogiata, ha passato anni a querelare nemici veri ed immaginari, una volta ha addirittura querelato il suo idolo Willy Brandt. Ciononostante, non ha mai perso una causa. In un altro Paese ad Herold avrebbero sicuramente offerto un nuovo incarico. La Germania lo ha dimenticato. Herold si è ritirato a vita privata in un prefabbricato sull’aerale di una caserma in Baviera, dove lo stato lo ha dislocato a causa della costante minaccia della RAF. Herold ha pagato un prezzo molto salato per questa casa che è, per ovvi motivi, invendibile. Tuttavia, l’amarezza che lo ha tormentato per anni ed anche la sensazione di essere "l’ultimo prigioniero della RAF" sono ormai svaniti da tempo.

L’unica cosa che Herold non riesce a dimenticare è il fiasco nelle indagini di Erftstadt durante il rapimento Schleyer. Il telex che, una volta inserito nei computer predisposti della BKA, avrebbe ineluttabilmente condotto al covo, venne smarrito in una centrale di polizia. All’inizio della fine di Herold c’è stato un errore umano. Ciononostante, qualche soddisfazione non manca. Internet ha segnato nelle tecnologie dell’informazione qual cambio di paradigma che lui aveva immaginato 30 anni prima. L’analisi del DNA rappresenta il trionfo della prova oggettiva. La polizia di New York applica con successo la geografia criminale e ormai c’è anche chi si rende addirittura conto che il principio del confronto negativo dei dati incrociati non viola i diritti della persona, bensì li tutela. Per un maniaco del progresso della conoscenza come Herold, li fatto di aver avuto ragione è più importante della vanità personale. E a tutt’oggi, quando ormai è riverito anche dagli ex-avversari, rifiuta quasi tutti gli inviti ad apparire in pubblico: "quando i miei coetanei compaiono in televisione, compatisco le loro gaffe senili e mi costringo, co n la massima severità, a non cedere mai più alla tentazione di apparire in pubblico", si schermisce l’ormai ottantenne Herold.

Non scriverà più né il libro sul terrorismo, né quello sulle informazioni come risorsa naturale ma, in compenso, può vantare una lista di quasi 200 articoli scritti da lui. La riflessione sull’informazione, la computerizzazione e la società gli è rimasta dentro, ma ormai non vuole, e non può più cambiare il mondo. Adesso può solo scuotere la testa: "non riesco a capire perché l’Interpol non diventi finalmente la polizia dell’ONU. Ma già più di 20 anni fa, per questa idea non ho trovato nessuna piattaforma".
Dobbiamo immaginarci Horst Herold come un uomo felice.

Dorothea Hauser ha pubblicato nel 1997 il saggio "Baader und Herold. Beschreibung eines Kampfes"

Originale da DIE ZEIT

Tradotto dal tedesco in italiano da Giampiero Budetta, membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft.

domenica, aprile 02, 2006

La storia di Nadia

Nadia Hasan è una palestinese con passaporto cileno. Giorni fa ha lasciato la Giordania per andare a Nablus, dove alcuni amici la stavano aspettando.
Ha così subito un umiliante terzo grado, è stata perquisita, hanno passato al setaccio il suo bagaglio e poi è stata rimandata in Giordania. Non è una criminale, non rappresenta un pericolo per nessuno: è stata rimandata indietro perché palestinese, perché è persona non grata perfino come turista. Ha raccontato la sua esperienza in questa lettera (l'originale, qui):

"Ieri sono arrivata ad Aqaba, e questa mattina alle 8.00 mi trovavo già al confine. Ero nervosa, ma allo stesso tempo mi sentivo bene, perché facevo una cosa che avevo atteso a lungo.
Ho attraversato il confine giordano senza problemi, solo 15 minuti. Ho ripreso la mia borsa e ho cominciato a camminare in direzione del versante palestinese. Due uomini armati mi stavano aspettando, e mi hanno chiesto il passaporto. Si sono guardati e poi mi hanno domandato: 'Di dove sei?' Beh, uno di loro aveva in mano il mio passaporto, un passaporto cileno, perché me lo chiedevano! Poi sono entrata nella stanza dove fanno i controlli, e due altri uomini che erano là mi hanno fatto le solite domande, beh, solite per loro! Tutte le domande riguardavano il mio cognome, mi hanno chiesto perché mi chiamo Nadia Hasan, se sono musulmana... Ho risposto di no, che sono cristiana, 'Ma perché hai un nome musulmano, perché non lo cambi?' Dopo 20 minuti così mi hanno lasciata passare, e mi hanno perfino detto 'Benvenuta in Israele, buona permanenza'...
Sono andata al controllo passaporti, dove c'era un gruppo di turisti che ha ottenuto il visto in meno di 5 minuti.
Quando è arrivato il mio turno ho visto un volto familiare, la donna dell'ufficio controllo passaporti era la stessa dello scorso anno, quella che dopo avermi concesso un visto di un mese mi aveva detto 'se non ti va bene tornatene in Cile, qua non vogliamo altri palestinesi!'
È andato tutto normalmente, mi ha chiesto il passaporto e ha controllato il mio nome al computer... è stata al computer per più di due minuti, io sapevo che il mio nome c'era, ma non sapevo quali informazioni potessero avere... Ha chiamato un uomo, poi un'altra donna, e poi un altro uomo... usavano l'ebraico per parlare tra loro, ogni tanto mi guardavano e poi riprendevano a leggere. Non so per quanto tempo è andata avanti, ero tanto nervosa.
È arrivato un altro uomo e ha cominciato a parlarmi in arabo, gli ho detto che non capivo e lui ha continuato a parlare arabo... Poi mi ha detto 'Buona fortuna' e mi ha chiesto di andare nuovamente nella stanza dei controlli.
Non me l'ha chiesto, veramente, me l'ha ordinato, mi ha detto 'Muoviti!'.
Sono entrata nella stanza dei controlli e ci ho trovato tutto il corpo di sicurezza israeliano, più di 15 persone. Tutti sotto i 22 anni, tutti compresi nel proprio ruolo, consapevoli di avere il potere e di trovarsi di fronte a una terrorista. Ho visto l'eccitazione nei loro occhi, mentre aspettavano gli ordini del più anziano, quello che teneva in mano un fucile d'assalto M16.
Hanno aperto le mie borse, hanno disposto tutto su un tavolo e hanno cominciato a esaminarlo, oggetto per oggetto... Poi una ragazza mi ha detto che doveva perquisirmi, e io ho risposto sorridendo 'Va bene, non c'è problema'. Mentre mi perquisiva mi ha sussurrato 'Mi dispiace, ma è il mio lavoro, puoi toglierti tutti i vestiti?' Ho risposto di sì, ma che non volevo togliermi la maglietta (non volevo mostrare il mio tatuaggio), allora mi ha perquisita, apri le gambe, chiudi le gambe, siediti qui, apri di nuovo le gambe, ecc., come lo scorso anno.
Dopo è arrivata la donna dell'anno scorso e mi ha chiesto se ero già stata in Israele, e ho risposto di sì. Perché vuoi ritornarci? Ho degli amici, qui. Amici arabi? No, amici israeliani. Israeliani?! (la sua faccia aveva cambiato espressione). Sì, israeliani. Mi ha chiesto i loro nomi e io glieli ho detti.
Poi mi ha chiesto l'altro passaporto, passaporto che naturalmente non possiedo, mi ha chiesto di Gaza, di Nablus, di altri paesi arabi, nuovamente del mio nome...
Infine se n'è andata. Sono rimasta sola, ho guardato l'ora: le 10.30. Ho pensato che il mio futuro in Palestina dipendeva da quello che quella donna decideva, e avevo voglia di fumare ma naturalmente era proibito, dovevo solo star seduta lì e aspettare!
Il tempo passava, e io ero nervosa ma anche tranquilla. Aspettavo questo momento da quando mi avevano espulsa dalla Palestina lo scorso anno, sei lunghi mesi fa, ed ero di nuovo lì, pronta.
Ho ricontrollato l'ora, le 12.15, ho chiesto se potevo andare in bagno, mi hanno risposto di no: stai seduta e aspetta! Dopo dieci minuti la donna è tornata. Mi veniva da piangere, sapevo che nelle sue mani c'erano tutti i miei sogni. Mi ha restituito il passaporto, ho ripreso le mie borse (dopo averle nuovamente riempite) e mi sono messa in cammino.
Camminavo con le lacrime agli occhi, con tante emozioni, tanti ricordi della Palestina che affollavano la mia testa e il mio cuore. In quei cinque o dieci minuti ho ricordato tutte le persone che avevo incontrato a Nablus, e ho pensato quanto desideravo ritornare, e quanto c'ero stata vicina.
Un uomo mi ha fermato e mi ha detto una cosa che non volevo sentire, qualcosa che esisteva solo nei miei incubi, qualcosa che avevo già ascoltato: "Benvenuta in Giordania".
Ero di nuovo ad Aqaba, con la Palestina di fronte a me ma più lontana che mai.
Ho passato di nuovo i controlli al confine giordano, ho ripreso i miei bagagli e ho cominciato a camminare. Le borse mi sembravano più leggere di prima, avevo le lacrime agli occhi ma le mie gambe erano più forti. Io sono più forte, adesso, sono loro che mi fanno sentire così. Non capiscono che ogni volta che rimandano indietro un palestinese riconoscono che i palestinesi esistono. Devono usare i fucili per difendere qualcosa che non appartiene loro, hanno paura di guardarci negli occhi, di vedere che siamo qui, vicini, e saremo sempre vicini: sanno che la Palestina esiste!
Ho preso una camera che si affaccia sul mare, comprerò una bottiglia di vino e stanotte berrò, berrò per la Palestina, sono fiera di essere palestinese.
Voi tutti sarete con me, stanotte.

Nadia"

Il blog di Nadia sulla Palestina, in spagnolo, è Palestina Resiste!