venerdì, giugno 30, 2006

Ancora su Fallujah, la città sotto assedio

Fallujah: una città ancora sotto assedio

Di Dahr Jamail & Ali Fadhil, Inter Press Service, 27 giugno 2006

FALLUJAH, Iraq – A un anno e mezzo dall'assalto degli Stati Uniti a Fallujah gli abitanti raccontano ancora di incessanti sofferenze, mancanza di lavoro, scarsa ricostruzione e continue violenze.

Nel novembre del 2004 il Corpo dei Marines lanciò l'Operazione Phantom Fury contro la città di Fallujah, distruggendo circa il 70% degli edifici, delle case e dei negozi e uccidendo tra le 4000 e le 6000 persone, secondo lo Study Center for Human Rights and Democracy (SCHRD), il Centro Studi per i Diritti Umani e la Democrazia, organizzazione non governativa con sede a Fallujah.

L'Inter Press Service (IPS) ha osservato che la città resta sottoposta a misure di sicurezza draconiane: tutti coloro che vi entrano devono subire controlli biometrici, scansione della retina, raccolta delle impronte digitali e raggi X. Fallujah resta un'isola: non hanno il permesso di entrarci nemmeno gli abitanti delle città e dei villaggi circostanti come Karma, Habbaniya, Khalidiya, che rientrano nella giurisdizione amministrativa di Fallujah.

Tutti coloro che vogliono entrare in città devono disporre di tessere identificative. Per ottenere una tessera bisogna essere originari di Fallujah e appartenere a una determinata classe. Cioè, se uno è di Fallujah ed è un funzionario governativo, gli verrà rilasciata una tessera di classe G. I giornalisti ricevono tessere di classe X. Poi ci sono le B per gli uomini d'affari e le C per coloro che lavorano in appalto per conto dell'esercito americano in città. Infine ci sono le tessere di classe R, per coloro che non possono entrare attraverso il posto di controllo principale nella zona occidentale della città e sono costretti a passare attraverso posti di controllo "secondari" situati altrove.

Dopo essere entrati nella città attraverso il posto di controllo principale, la prima cosa che si vede sono le case distrutte del quartiere di al-Askari. Praticamente ogni edificio di questa zona è stato distrutto o gravemente danneggiato.

"Non ho potuto ricostruire la mia casa perché ora la ricostruzione è piuttosto costosa", ha detto all'IPS Walid, un ufficiale quarantottenne dell'ex esercito iracheno. Con gli occhi pieni di dispiacere ha raccontato di come costruì la propria casa, sei anni fa.

Dopo la distruzione "[l'esercito americano] ci ha dato il 70% del suo valore come risarcimento, e a causa della disoccupazione che c'è in città lo abbiamo speso soprattutto in cibo e farmaci. Ora aspettiamo tutti il restante 30%".

Una versione leggermente diversa di questa stessa storia potrebbe venire dalle centinaia di persone che hanno perso le loro case nelle campagne di bombardamenti di aprile e novembre del 2004.

Sull'altra sponda del fiume Eufrate si trova l'Ospedale Generale di Fallujah. Costruito nel 1964, l'ospedale non è stato in grado di funzionare durante i due assedi perché occupato dalle truppe americane.

I medici erano restii a parlare con l'IPS a meno che non fosse loro garantito l'anonimato. "È più una baracca che un ospedale, e non siamo fieri di lavorarci," ha detto un dottore. "C'è una grave mancanza di attrezzature e di farmaci, e il Ministero della Sanità non sta facendo molto per risolvere questo problema," ha aggiunto un altro medico che ha voluto anch'egli restare anonimo.

Quando l'IPS ha fatto menzione di un nuovo ospedale in costruzione in città uno dei dottori ha replicato ironicamente che metà degli abitanti di Fallujah saranno morti quando il progetto di quell'ospedale sarà completato. Ha detto che sarebbe essenziale un piano di emergenza per l'attuale ospedale, soprattutto perché la gente ha troppa paura di andare a farsi curare in un ospedale di Baghdad, in quanto teme di essere rapita e uccisa dalle squadre della morte.

La situazione è ulteriormente complicata dal fatto che l'Ospedale Generale di Ramadi, spesso utilizzato dagli abitanti di Fallujah, non è più accessibile a causa dell'assedio a cui l'esercito statunitense ha sottoposto la città.

Durante le interviste con i dottori, i pazienti e i loro accompagnatori si sono avvicinati e hanno cominciato a lamentarsi della "mancanza di tutto" nell'ospedale. "Voi giornalisti venite sempre qua a parlare con noi, ma non ne otteniamo mai nessun risultato," ha detto una donna anziana in tono di sfida. "Se mi fate apparire alla televisione dirò a tutto il mondo come vanno male le cose in questa città."

I medici intervistati, tuttavia, hanno elogiato il ruolo di alcune organizzazioni non governative locali e internazionali che hanno occasionalmente offerto aiuto all'ospedale.

Gli abitanti di Fallujah lottano per sopravvivere alla disoccupazione alle stelle, alla carenza di provviste e alle continue violenze in città. In un mercato ortofrutticolo abbiamo scoperto un altro aspetto della situazione. Haji Majeed al-Jumaily, 64 anni, faceva il fabbro prima che le sue mani si indebolissero. Ha chiesto all'ortolano una dozzina di volte quanto costava un prodotto prima di dire: "Ho solo 2000 dinari [meno di un dollaro e mezzo] da spendere, e non so cosa comprarci. È tutto così costoso e devo nutrire una famiglia di nove persone."

Ha raccontato all'IPS che i suoi due figli sono stati uccisi da spari a casaccio dal nuovo esercito iracheno due anni fa. "Ora mi devo occupare delle loro mogli e dei sei figli, oltre che di mia moglie," ha detto. Il mercato era affollato, ma la povertà era evidente dal modo in cui le persone vagavano cercando di decidere quanto spendere a seconda dei soldi che avevano a disposizione.

"A Fallujah la disoccupazione è un grave problema che andrebbe affrontato," ha commentato Jassim al-Muhammadi, avvocato. "La situazione economica sta precipitando ogni giorno che passa e la gente non sa che fare. L'assedio incide molto su questo problema."

Ali Ahmed, studente di 17 anni, lo ha interrotto: "In questa città non abbiamo bisogno di comunicati stampa, signore. Quello di cui abbiamo bisogno è che venga risolto l'eterno problema di questa città… Gli americani e gli iracheni che detengono il potere ci hanno accusati di terrorismo, hanno ucciso migliaia di nostri concittadini e ora parlano solo di ricostruzione. Be', sono tutti ladri, si interessano solo del denaro che possono spillare agli iracheni. Ditegli semplicemente di lasciarci in pace, perché non vogliamo la loro ricostruzione fraudolenta."

Ahmed ha aggiunto che l'esercito statunitense ha continuato ad uccidere e ad arrestare la gente per svariati motivi, e spesso senza alcuna ragione.

A Fallujah le infrastrutture sono in cattive condizioni come ovunque in Iraq. L'acqua, l'elettricità, il gas per cucinare, il combustibile, i telefoni e i servizi mobili versano in condizioni precarie. Tutti gli abitanti intervistati si sono lamentati dell'indifferenza del governo nei loro confronti. La maggioranza pensa che sia dovuta a ragioni settarie, anche se alcuni ritengono che la situazione sia la stessa in tutto l'Iraq.

Non abbiamo potuto intervistare il sindaco di Fallujah – nella sua ultima apparizione televisiva aveva annunciato le proprie dimissioni. Nella dichiarazione trasmessa il 14 giugno ha detto severamente: "Gli americani non hanno mantenuto le promesse che mi hanno fatto e pertanto mi dimetto."

Un resoconto simile della situazione a Fallujah è stato fornito il 21 maggio
dall'United Nations Integrated Regional Information Network (IRIN), La Rete di informazione regionale integrata delle Nazioni Unite: "I progressi in materia umanitaria sono ancora lenti, secondo le autorità locali." Secondo il rapporto due terzi degli abitanti avevano fatto ritorno ma il 15%, circa 65.000, si trovavano senza casa, costretti a vivere alla periferia di Fallujah "in edifici governativi e in scuole abbandonate."

Nel rapporto dell'IRIN, che corrisponde a quanto ha osservato l'IPS, si legge che "Nonostante a Baghdad abbiano destinato 100 milioni di dollari per la ricostruzione della città e 180 milioni di dollari per i risarcimenti per le case, in termini di ricostruzione si vede ben poco nelle strade di Fallujah. Ci sono edifici distrutti in quasi tutte le vie. Le autorità locali dicono che circa il 60% delle case di Fallujah è andato completamente distrutto o gravemente danneggiato, e che meno del 20% è stato riparato... La corrente elettrica e i sistemi fognari e di depurazione dell'acqua non funzionano ancora adeguatamente e in molti quartieri manca l'acqua potabile."

Gli abitanti si sono lamentati con l'IPS del fatto che possono disporre di meno di quattro ore di elettricità al giorno, e c'è una grande frustrazione perché almeno il 30% dei fondi stanziati per la ricostruzione sono stati deviati a pagare ulteriori posti di controllo e pattuglie di sorveglianza.

E mentre gli abitanti continuano ad attendere i risarcimenti promessi, degli 81 progetti di ricostruzione previsti per la città ne sono stati completati meno di 30, e molti altri saranno probabilmente cancellati per mancanza di fondi, secondo un membro del consiglio di Fallujah che ha parlato all'IPS in condizioni di anonimato.

Secondo le attuali stime, la somma necessaria per ricostruire l'Iraq è tra i 70 e i 100 miliardi di dollari. Resta da spendere solo il 33% dei 21 miliardi originariamente stanziati dagli Stati Uniti per la ricostruzione. Secondo un rapporto dell'ispettore generale degli Stati Uniti per la ricostruzione in Iraq, i responsabili non sono stati in grado di dire quanti progetti previsti sarebbero riusciti a completare, né c'era una chiara fonte per le centinaia di milioni di dollari l'anno necessarie alla manutenzione dei progetti completati.

In particolare, per quanto riguarda Fallujah, la sicurezza si è mangiata qualcosa come il 25% dei fondi per la ricostruzione, ma anche di più se n'è andato per colpa della corruzione e del sovrapprezzo imposto dalle imprese appaltatrici.

Lo scorso anno è stato costituito un gruppo d'inchiesta del Congresso degli Stati Uniti con il compito di monitorare la ricostruzione in Iraq. Il 1° maggio ha diffuso un rapporto che contiene una severa denuncia del fallimento degli appaltatori nel realizzare progetti del valore di centinaia di milioni di dollari. Il rapporto rilevava anche che "mancano" quasi 9 miliardi di dollari di proventi del petrolio iracheno che erano stati erogati ai ministeri.

Originale:
http://www.atimes.com/atimes/Middle_East/HF27Ak03.html

Tradotto dall'inglese in italiano da Mirumir e revisionato da Mary Rizzo, membri di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica (www.tlaxcala.es ). Questa traduzione è in copyleft.

domenica, giugno 11, 2006

Chi suicida chi, a Guantanamo?

11/06/06 - Chi suicida chi, a Guantanamo?
Dal Collettivo Guantanamo, Francia, 11 giugno 2006

Due sauditi e uno yemenita rinchiusi nel campo di detenzione di Guantanamo sono stati trovati impiccati con le loro lenzuola sabato 10 giugno 2006. Si tratta dei primi morti ufficiali di Guantanamo. Come hanno potuto impiccarsi, dato che sono costantemente sorvegliati a vista e con telecamere a circuito chiuso 24 ore su 24? Come possono essersi dati la morte dei musulmani, presunti combattenti della Jihad, considerato che il suicidio è vietato dalla Sharia?
Il Contrammiraglio Harris, comandante della base di Guantanamo, ha la risposta: i detenuti, ha dichiarato, sono "scaltri, creativi e decisi". Secondo lui questi "suicidi" non sono "un atto di disperazione" ma il risultato di un'"azione concertata per screditare l'America".
Concertata con chi? Con quale mezzo di comunicazione? La telepatia?
Qui si raggiungono vette ineguagliate di perversità.
I martiri di Guantanamo costeranno cari ai loro torturatori e assassini.

Collettivo Guantanamo, 00 33 6 13 99 28 86, collectifguantanamo@yahoo.fr.

Potete trovare tutte le informazioni sul Collettivo Guantanamo sul sito internet http://quibla.net

Tradotto dal francese in italiano da Mirumir e revisionato da Davide Bocchi, membri di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica (www.tlaxcala.es ). Questa traduzione è in copyleft.

sabato, giugno 10, 2006

Rovesciare la Pulizia Etnica: il Diritto al Ritorno, di Salman Abu Sitta

Rovesciare la Pulizia Etnica:
il Diritto al Ritorno a Casa

di Salman Abu Sitta*

Nella primavera del 1948 alcuni mukhtar (capi) ebrei appartenenti a colonie ebraiche in Palestina andarono dai mukhtar arabi palestinesi dei villaggi vicini che intrattenevano con loro relazioni di buon vicinato e sussurrarono loro: "siamo vostri buoni amici e vicini, e dobbiamo darvi il nostro sincero consiglio. Quei cattivi soldati del Palmach appena arrivati dall'Europa non hanno alcuna pietà. Intendono 'ripulire' i villaggi arabi. Prendete le vostre famiglie e scappate per salvarvi, prima che sia troppo tardi". Ma quello non era un consiglio "sincero". Questa ‘campagna del sussurro’ fu ordinata dal comandante del Palmach, Yigal Allon (Paicovich), e portò allo spopolamento di almeno 12 villaggi.

Ci sono molti tipi di soldati israeliani, e non tutti imbracciano le armi. Un reggimento costituito di recente sta mettendo in pratica la cosiddetta hasbara, una campagna di pubbliche relazioni per nascondere le brutali politiche di occupazione e razzismo d’Israele. Ironicamente, il termine hasbara è simile a quello ben più appropriato di za'bara, usato per descrivere un forte rumore privo di senso.

Gershon Baskin (Right of Return to Palestine, Diritto al ritorno in Palestina, AMIN, 25 maggio 2006) dà ai suoi amici palestinesi un consiglio 'sincero' in qualità di 'vero amico del popolo palestinese': lasciate perdere il Diritto al Ritorno. Gli abitanti di Safad che nel 1948 ascoltarono il cordiale vicino ebreo, e i loro figli, devono ora dare ascolto ai nuovi amici israeliani:

Nessuno ha il diritto di fare una campagna simile, e tanto meno gli ebrei europei, i quali, per citare Arnold Toynbee, avrebbero dovuto essere i primi a imparare dalla Storia.

Baskin fornisce le sue ragioni (e quelle di Israele) per negare il Diritto al Ritorno. Ciascuna di queste ragioni non supera scrutinio serio. Ciascuna di queste ragioni è un'arma convenzionale dell'ormai screditato arsenale israeliano di miti e disinformazione.

Baskin parte con la risoluzione 181 delle Nazione Unite (Piano di Spartizione), che fu "accettata in massa dal popolo ebraico", cioè dagli ebrei europei immigrati in Palestina, ma non dai palestinesi. Perché avrebbero dovuto accettarla, i palestinesi?

Baskin non dice che questo piano assegnò il 55,5% della Palestina agli immigrati ebrei europei, che perfino con la collusione del Mandato Britannico non possedevano più del 5,5%. Non dice che 457 città e villaggi palestinesi si ritrovarono improvvisamente, in base a quel Piano, sotto il dominio di quegli immigrati, molti dei quali erano appena approdati sulle coste palestinesi scendendo da una nave di contrabbandieri con la complicità del buio. Né dice che il 48% della popolazione dell'aspirante 'Stato ebraico' sarebbe stata costituita da arabi palestinesi. Non fa nemmeno menzione del fatto che Ben Gurion, mentre tatticamente accettava in via provvisoria il Piano di Spartizione, passò immediatamente a epurare etnicamente la pianura costiera dai 'cittadini' palestinesi del suo nuovo Stato.

Ben Gurion spopolò 250 villaggi ed espulse metà del totale dei rifugiati prima che fosse dichiarato lo Stato di Israele, il 15 maggio 1948, e prima che un solo soldato regolare arabo arrivò per fare qualcosa contro la pulizia etnica.

Baskin non si sofferma sulla più lunga, ampia, e continuativa operazione di pulizia etnica nella storia moderna, pianificata da Israele, durante la quale 774 città e villaggi palestinesi caddero sotto il controllo sionista nel 1948: 675 furono completamente spopolati e 99 rimasero sotto occupazione militare per 16 anni e i loro abitanti furono poi relegati alla condizione di cittadini di seconda classe. I profughi cacciati da quei villaggi sono ora 6.400.000 (tra registrati e non registrati dall'ONU), non 5 milioni come afferma Baskin. Di fatto, il 75% del popolo palestinese è costituito da profughi o rifugiati; un intero popolo è stato vittima di Israele. La loro terra comprende il 93% dell'area di Israele. I loro beni mobili e immobili sono stati confiscati da Israele nel più grande furto dalla seconda guerra mondiale. Questo fu il risultato della Nakba del 1948. Ma la Nakba continua ancora oggi nella Palestina occupata del 1967. Coloro che non videro la Nakba del 1948 possono vederla adesso sugli schermi televisivi, anche se oggi la forma è diversa e l'hasbara è più astuta e sottile.

Suppongo che sia scontato dire che la pulizia etnica è un crimine di guerra. Lo Statuto di Roma del 1998 e l’articolo 6 della Carta di Norimberga lo dicono chiaramente. È inteso che coloro che condonano la pulizia etnica o che la incoraggiano con parole o con azioni commettono essi stessi un crimine di guerra. Negare il Diritto al Ritorno significa perpetuare la pulizia etnica e dunque esserne corresponsabili.

Dunque, lo ripeto, perché gli israeliani negano il Diritto al Ritorno nonostante le Nazioni Unite abbiano confermato quel diritto più di cento volte e nonostante l'ammissione di Israele alle Nazioni Unite fosse subordinata ad esso?

La risposta sembra essere 'realismo': non si può disfare quello che è stato fatto 58 anni fa. È come dire: sarai punito se intendi uccidere qualcuno, ma sarai perdonato se riuscirai a farlo. Il realismo ha molte facce non nominate da Baskin. C'è la realtà, durata 58 anni, della Nakba. Ogni giorno il sangue palestinese e la brutalità israeliana scrivono una nuova pagina di questo tragico libro. C'è una realtà alla quale i profughi non hanno mai rinunciato, né lo faranno mai: il loro diritto al ritorno. C'è una realtà in cui il 97% di loro vive a meno di 100 km dalla propria casa, il 50% a meno di 40 km, mentre molti riescono perfino a vederla. La realtà è che nonostante le guerre, le incursioni, l'occupazione e la brutale condotta di Israele, non si sono mai arresi e non hanno mai rinunciato, per tre generazioni.

La propaganda sionista ha riempito di falsità le menti degli occidentali. Ma la spessa nebbia dell'hasbara si sta lentamente sollevando. Un numero sempre maggiore di associazioni per la difesa dei diritti umani, di università e di chiese stanno chiedendo il boicottaggio e il disinvestimento da Israele.

E tuttavia alcuni, come Baskin, ricorrono al vecchio gioco: 'i villaggi sono distrutti', 'non c'è un posto in cui ritornare'… ecc. Questi triti argomenti sono un insulto per l'intelligenza dell'uomo medio, figuriamoci per quella di un esperto, e si riflettono malamente sul loro autore.

E anche se fosse vero? Se un ladro distrugge una casa o ci costruisce sopra un altro piano, ha diritto a viverci? In quel caso, con quali premesse gli ebrei d'Europa hanno recuperato le loro case e i loro beni, fino all'ultimo dipinto, dalle mani dei loro concittadini europei dopo mezzo secolo? Nel libro dei diritti umani e anche nelle leggi nazionali niente può soppiantare in termini di importanza la santità della proprietà privata e il diritto a ritornarci.

Ma le affermazioni degli israeliani sull'impraticabilità del ritorno sono smaccatamente false. Il posto c'è. La maggior parte della terra confiscata ai palestinesi (il 93% di Israele) viene utilizzata dall'esercito israeliano e dai kibbutz ormai in bancarotta che sono costituiti solo dall'1,5% degli ebrei israeliani. L'80% degli ebrei israeliani vive nel 14% di Israele. Gli ebrei che vivono in zone rurali nella metà meridionale del paese sono meno numerosi dei rifugiati di un solo campo profughi.

Non solo i villaggi distrutti possono essere ricostruiti (il 90% dei siti è ancora libero) ma devono crescere di almeno 6 volte per il naturale aumento della popolazione. Le popolazioni di Amman, Beirut, il Kuwait sono cresciute di 10-30 volte, e i palestinesi hanno contribuito al loro sviluppo. Lo stesso Stato di Israele è cresciuto di otto volte, principalmente attraverso l'immigrazione. Se si devono costruire 6.000 case in un villaggio, che importa se le 1.000 case originarie sono ancora in piedi o no?

Ma Baskin evade la questione fondamentale. Israele vuole mantenere la propria politica razzista e segregazionista nel segno dello 'Stato ebraico' e della minaccia della bomba demografica palestinese.

Qual è il significato di 'Stato ebraico'? Non c'è alcun significato legale per uno Stato ebraico, né nel Piano di Spartizione, che proteggeva il suo 50% di popolazione araba e che fu ‘accettato in massa’ dagli immigrati ebrei, né nella legge internazionale che non tollera gli stati che attuano discriminazioni etniche, religiose o di razza.

Parlare di una 'minaccia demografica palestinese' è puro razzismo. Cosa farebbero gli ebrei britannici se il Comune di Londra decidesse che gli ebrei di Golders Green sono una minaccia demografica e devono essere epurati se il loro numero supera quello fissato dal Partito Nazionalista Britannico?

Poi ci sentiamo raccontare da Baskin della 'generosità' di Israele nel consentire a un 'numero limitato' di palestinesi di riprendersi le proprietà rubate nell'ambito del piano di ricongiungimento familiare. Questo numero limitato è ridotto a zero, soprattutto dopo la legge israeliana che ha annullato il programma di ricongiungimento.

Ma Israele è generoso. A Taba ha offerto altre quattro scelte ai rifugiati: scegliete il vostro paese d'esilio preferito, ovunque nel mondo, ma non a casa vostra.

Quando si parla di compensazione, Israele è ancora più generoso. Vuole strappare 18,6 dunam di terra palestinese (1 dunam=1000 mq, N.d.T.), un imponente volume di case, negozi, imprese, fattorie, beni mobili, almeno 1.200 metri cubi d'acqua e altre risorse naturali, proprietà pubbliche e storiche, aeroporti, accampamenti militari, ferrovie, strade, miniere, e tutto questo sarà pagato da un ‘fondo internazionale’ con un modesto contributo di Israele. In cambio, Israele diverrebbe il proprietario legale di tutta questa proprietà rubata. Non si parla di risarcimenti per crimini di guerra o crimini contro l'umanità. Naturalmente non si fa parola del fatto che i palestinesi hanno il diritto di ritornare nelle loro case e anche il diritto di ottenere un risarcimento per le perdite e le sofferenze patite.

Baskin riassume bene la posizione di Israele: "Chiunque capisca qualcosa di Israele e degli israeliani deve rendersi conto che non ci sarà alcun ritorno a Israele propriamente detto". In parole più semplici, Israele vuole continuare la pulizia etnica, perseguire la sua politica razzista e segregazionista di Apartheid, e non vuole "veramente vivere in pace" con i palestinesi, ma al loro posto.

I palestinesi, e la maggior parte del mondo insieme a loro, sono decisi a perseguire la giustizia, a sradicare il razzismo e l'Apartheid. Proprio come ha fatto il Sudafrica. Non intendono scomparire.

Baskin deve riservare la vera ‘amicizia’ agli israeliani per aiutarli a riscuotersi dall'amnesia collettiva su ciò che hanno fatto e stanno facendo ai palestinesi, e per convincerli che la loro salvezza sta nell'abbandonare completamente e per sempre il razzismo. Devono emendarsi, rinunciare alla pulizia etnica e riparare ai torti inflitti.

Perché è chiaro che la storia degli ebrei sarà marchiata in modo indelebile, e al di là di ogni altro evento storico, da ciò che essi hanno fatto in Palestina.

* Salman Abu Sitta è un autore palestinese ed è uno dei maggiori ricercatori sui problemi dei profughi.

Originale: http://www.amin.org/eng/uncat/2006/june/june5-0.html

Tradotto dall'inglese in italiano da Mirumir e revisionato da Mary Rizzo, membri di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica (www.tlaxcala.es). Questa traduzione è in copyleft.

Il ruolo degli Stati Uniti nel Darfur, di Sara Flounders

Il ruolo degli Stati Uniti nel Darfur
di Sara Flounders*

Che cosa alimenta la campagna che si sta diffondendo attualmente negli Stati Uniti per "Fermare il genocidio nel Darfur"? Le associazioni universitarie hanno improvvisamente cominciato a organizzare petizioni e incontri e a chiedere il disinvestimento dal Sudan. Il 30 aprile si è svolta una manifestazione sul Mall di Washington D.C. per "Salvare il Darfur".

Si continua a dire che va fatto "qualcosa". Devono essere immediatamente dispiegate le "forze umanitarie" e le "forze di pace statunitensi" per mettere fine alla "pulizia etnica". Le truppe delle Nazione Unite o della NATO devono fermare il "genocidio". Il governo degli Stati Uniti ha "la responsabilità morale di prevenire un altro Olocausto".

I racconti riportati dai media sugli stupri di massa e le immagini di profughi disperati provocano indignazione. L'accusa è che decine di migliaia di africani vengano uccise dalle milizie arabe spalleggiate dal governo sudanese. Il Sudan è etichettato sia come "Stato terrorista" sia come "Stato fallito". Perfino durante le manifestazioni pacifiste sono apparsi dei cartelli con la scritta "Fuori dall'Iraq - Dentro il Darfur". Inserzioni a tutta pagina sul New York Times hanno ribadito questa richiesta.

Chi sta dietro a questa campagna e quali azioni vengono sollecitate?

Un'occhiata seppur superficiale all'elenco dei sostenitori della campagna rivela il ruolo dominante svolto dai cristiani evangelici di destra e da importanti gruppi sionisti “per salvare il Darfur”.

Un articolo apparso sul Jerusalem Post il 27 aprile con il titolo "Gli ebrei statunitensi alla guida dell'organizzazione della manifestazione per il Darfur" descriveva il ruolo di importanti organizzazioni sioniste nell'organizzazione della manifestazione del 30 aprile. Un'inserzione a tutta pagina sul New York Times mostrava le firme di varie associazioni ebraiche, compresa l’UJA-Federation di New York e il Jewish Council for Public Affairs (Consiglio ebraico per gli affari pubblici).

Ma i gruppi sionisti non sono stati gli unici promotori. La manifestazione è stata sponsorizzata da una coalizione di 164 organizzazioni che comprendevano l'Associazione Nazionale Evangelica, l'Alleanza Evangelica Mondiale e altri gruppi religiosi che sono stati i più accesi sostenitori dell'invasione dell'Iraq voluta dall'amministrazione Bush. Il gruppo evangelico del Kansas "Sudan Sunrise" ha contribuito a organizzare i mezzi di trasporto e i oratori, ha avviato un'estesa raccolta di fondi e ha allestito una cena per 600 persone.

Non è stata una normale iniziativa contro la guerra o a favore della giustizia sociale. I promotori hanno incontrato personalmente il Presidente George W. Bush poco prima della manifestazione. Il Presidente ha detto loro: "Sono felice della vostra partecipazione. E voglio ringraziare gli organizzatori di essere qui".

Inizialmente si prevedeva la partecipazione di 100.000 persone. I servizi dei media sono stati generosi e hanno parlato di “alcune migliaia” con cifre che variavano dai 5.000 ai 7.000 partecipanti. C'era una schiacciante prevalenza di bianchi. Nonostante la bassa adesione, l'iniziativa ha goduto ampiamente dell'attenzione dei media, che si sono concentrati soprattutto su celebrità come il vincitore del Premio Oscar George Clooney. Hanno dato la loro benedizione alla manifestazione rappresentanti di spicco dei democratici e dei repubblicani, tra cui il senatore Barack Obama (Partito Democratico, Illinois), la leader della minoranza democratica Nancy Pelosi (Partito Democratico, California), il vicesegretario di Stato per gli affari africani Jendayi Frazer e il governatore del New Jersey Jon Corzine. Corzine, a proposito, ha speso 62 milioni di dollari del proprio patrimonio personale per essere eletto.

I mezzi di informazione corporativi hanno concesso a questa manifestazione più spazio e rilevanza che alla manifestazione pacifista di New York City del giorno prima (alla quale avevano partecipato 300.000 persone) o alle manifestazioni a favore dei diritti per gli immigrati che si sarebbero svolte il giorno successivo in tutto il paese e che avrebbero raccolto un milione di partecipanti.

L'Ambasciatore degli Stati Uniti alle Nazioni Unite John Bolton, l'ex Segretario di Stato Generale Colin Powell, il Segretario di Stato Condoleezza Rice, il Generale Wesley Clark e il Primo Ministro britannico Tony Blair si sono tutti espressi a favore di un intervento in Sudan.

Questi preminenti architetti della politica imperialista fanno spesso riferimento a un altro modello quando auspicano l'intervento: la riuscita guerra "umanitaria" contro la Jugoslavia che ha instaurato l'amministrazione di USA e NATO in Kosovo dopo una pesante campagna di bombardamenti.

Il Museo dell'Olocausto di Washington ha emanato un "allerta genocidio" – il primo allerta di questo tipo che vi sia mai stato emesso – e 35 leader cristiani evangelici hanno firmato una lettera in cui chiedono al Presidente Bush di inviare l'esercito statunitense a porre fine al genocidio nel Darfur. È stato creato anche un programma nazionale di studio per garantire il consenso dell'opinione pubblica a un intervento militare degli Stati Uniti.

Molte organizzazioni non governative finanziate dal Fondo Nazionale per la Democrazia hanno aderito alla campagna. Anche voci progressiste come Amy Goodman di Democracy Now, il rabbino Michael Lerner di TIKKUN e l'Osservatorio sui Diritti Umani hanno appoggiato la campagna per "Salvare il Darfur".

Distogliere l'attenzione dal fallimento in Iraq
L'invasione criminale e il pesante bombardamento dell'Iraq, la distruzione delle infrastrutture che ha lasciato gli abitanti senz'acqua e senza corrente elettrica e le orribili foto che documentano l'uso della tortura da parte dell'esercito americano nella prigione di Abu Ghraib hanno suscitato lo sdegno di tutto il mondo. Al culmine di questa situazione, nel settembre del 2004, l'allora Segretario di Stato Generale Colin Powell andò in Sudan e annunciò al mondo che laggiù si stava consumando il crimine del secolo, "un genocidio". La soluzione degli Stati Uniti fu di chiedere alle Nazioni Unite l'imposizione di sanzioni a uno dei paesi più poveri della terra, e di proporre l'invio delle truppe statunitensi come "forza di pace".

Ma il resto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite non era disposto ad accettare questo punto di vista, le "prove" degli Stati Uniti e la loro proposta d'azione.

La campagna contro il Sudan si intensificò proprio mentre si diffondevano le prove di come l'invasione americana dell'Iraq si fosse fondata su una bugia. Gli stessi mezzi d'informazione che avevano dato credibilità alle giustificazioni fornite dal governo degli Stati Uniti per invadere l'Iraq (il possesso delle "armi di distruzione di massa") hanno cambiato marcia per cominciare a raccontare dei "crimini di guerra" compiuti dalle forze arabe in Sudan. Questa campagna per il Darfur realizza diversi obiettivi della politica imperialista statunitense. Demonizza ulteriormente gli arabi e i musulmani. Distoglie l'attenzione dalla catastrofe umanitaria causata dalla brutale guerra di occupazione dell'Iraq, che ha ucciso e ferito centinaia di migliaia di iracheni. Ed è anche un tentativo di spostare l'attenzione dalla guerra di Israele contro il popolo palestinese, finanziata e appoggiata dagli Stati Uniti. E, aspetto ancora più importante, apre un nuovo fronte nell'aspirazione delle corporazioni americane a controllare l'intera regione.

Gli interessi statunitensi in Sudan
Il Sudan è il paese più grande dell'Africa per dimensioni. Si colloca strategicamente sul Mar Rosso, immediatamente a sud dell'Egitto, e confina con altre sette nazioni africane. Ha all'incirca le dimensioni dell'Europa Occidentale ma una popolazione di soli 35 milioni di persone.

Il Darfur è la regione occidentale del Sudan. È grande come la Francia, ma ha solo 6 milioni di abitanti.

La recente scoperta di nuove risorse ha reso il Sudan molto interessante agli occhi delle corporazioni americane. Si ritiene che le sue riserve di petrolio possano competere con quelle dell'Arabia Saudita. Ha grandi depositi di gas naturale. Inoltre, possiede uno dei tre maggiori depositi di uranio puro, e il quarto deposito di rame del mondo.

Diversamente dall'Arabia Saudita, però, il governo sudanese ha mantenuto la propria autonomia da Washington. Incapace di controllare la politica petrolifera del Sudan, il governo imperialista americano ha fatto di tutto per impedire che sviluppasse questa preziosa risorsa. La Cina, d'altro canto, ha collaborato con il Sudan fornendo la tecnologia per l'esplorazione, la trivellazione e l'estrazione del petrolio, nonché partecipando alla costruzione di un oleodotto, e compra gran parte del petrolio sudanese.

La politica degli Stati Uniti mira per lo più a impedire le esportazioni di petrolio imponendo sanzioni e alimentando gli antagonismi nazionali e regionali. Per oltre due decenni l'imperialismo statunitense ha appoggiato un movimento separatista nel sud del Sudan, dove era stato inizialmente scoperto il petrolio. Questa lunga guerra civile prosciugò le risorse del governo centrale. Quando si giunse finalmente a un accordo di pace, l'attenzione degli Stati Uniti si volse immediatamente al Darfur, nel Sudan occidentale.

Di recente, un simile accordo tra il governo sudanese e i gruppi dei ribelli del Darfur è stato respinto da uno di questi gruppi, e così i combattimenti continuano. Gli Stati Uniti si rappresentano come un mediatore neutrale e continuano a fare pressioni su Khartoum perché faccia altre concessioni, ma "attraverso gli alleati africani più stretti hanno contribuito ad addestrare i ribelli dello SLA e del JEM che hanno provocato la violenta reazione di Khartoum."(www.afrol.com)

Il Sudan ha una delle popolazioni etnicamente più differenziate del mondo. Ci sono oltre 400 gruppi etnici con le proprie lingue o dialetti. L'arabo è la lingua comune. Khartoum, la città più grande del paese, ha una popolazione di circa 6 milioni di abitanti. Circa l'85% della popolazione sudanese vive di agricoltura di sussistenza e di pastorizia.

I media corporativi statunitensi sono unanimi nel descrivere semplicisticamente la crisi del Darfur come atrocità commesse dalle milizie Janjaweed, appoggiate dal governo centrale di Khartoum. Tutto ciò viene descritto come un attacco "arabo" al popolo "africano".

Si tratta di una totale distorsione della realtà. Come rilevava il Black Commentator il 27 ottobre 2004: "Tutte le parti coinvolte nel conflitto del Darfur – sia che ci si riferisca ad esse come 'arabe' o 'africane', sono ugualmente indigene e ugualmente nere. Tutti sono musulmani, tutti sono del luogo". L'intera popolazione del Darfur parla arabo, con molti altri dialetti locali. Tutti sono musulmani sunniti.

Siccità, carestia e sanzioni
La crisi del Darfur ha le proprie radici nei conflitti tra tribù. Si è sviluppata una lotta disperata per l'acqua sempre più scarsa e per i diritti al pascolo in una vasta area dell'Africa che è stata duramente colpita da anni di siccità e di carestia.

Nel Darfur ci sono più di 35 tribù e gruppi etnici. Circa metà della popolazione è costituita da contadini, l'altra metà da pastori seminomadi. Per centinaia d'anni la popolazione nomade ha fatto pascolare il bestiame e i cammelli su centinaia di miglia di pianure erbose. Contadini e pastori condividevano i pozzi. Per più di 5.000 anni questa terra fertile ha dato di che vivere alle civiltà del Darfur occidentale e orientale, lungo tutto il Nilo.

Ora, a causa della siccità e del grande deserto del Sahara che incombe, non c'è abbastanza terra per il pascolo o per la coltivazione in quello che potrebbe essere il granaio dell'Africa. L'irrigazione e lo sviluppo delle ricche risorse sudanesi potrebbero risolvere molti di questi problemi. Le sanzioni e l'intervento militare degli Stati Uniti non ne risolveranno nessuno.

In Sudan molte persone, soprattutto bambini, sono morte di malattie del tutto prevenibili e curabili a causa di un attacco missilistico contro l'impianto farmaceutico di El Shifa a Khartoum, lanciato per ordine del presidente Bill Clinton, il 20 agosto 1998. Questo impianto, che aveva prodotto farmaci economici contro la malaria e la tubercolosi, forniva il 60% dei medicinali disponibili in Sudan.

Secondo gli Stati Uniti si trattava di un impianto per la produzione di gas velenosa VX, ma non fu mai fornita alcuna prova. Questa semplice struttura medica, completamente distrutta dai 19 missili cruise, non è più stata ricostruita, né il Sudan ha mai ricevuto un centesimo di risarcimento.

Il ruolo delle Nazioni Unite e della Nato in Sudan
Attualmente nel Darfur ci sono 7.000 soldati dell'Unione Africana. Il supporto tecnico logistico è loro fornito dalle forze armate degli Stati Uniti e della NATO. Inoltre, migliaia di membri del personale delle Nazioni Unite sorvegliano i campi profughi in cui sono raccolte centinaia di migliaia di persone in fuga dalla siccità, dalla carestia e dalla guerra. Tutte queste forze esterne non si limitano a fornire il cibo necessario. Sono una fonte di instabilità. Come gli aspiranti conquistatori capitalisti hanno fatto per secoli, mettono consapevolmente un gruppo contro l'altro.

L'imperialismo degli Stati Uniti è profondamente coinvolto in tutta l'area. Il Ciad, che si trova a ovest del Darfur, lo scorso anno ha partecipato a un'esercitazione militare, organizzata dagli Stati Uniti, che secondo il Dipartimento della Difesa statunitense è stata la più grande esercitazione tenutasi in Africa dalla seconda guerra mondiale. Il Ciad è un'ex colonia francese, e l'esercito francese e quello statunitense sono pesantemente coinvolti nel finanziamento, nell'addestramento e nell'equipaggiamento dell'esercito del presidente militare, Idriss Deby, che ha appoggiato i gruppi ribelli del Darfur.

Per più di mezzo secolo la Gran Bretagna ha dominato il Sudan, incontrando una vasta resistenza. La politica coloniale britannica consisteva nel divide et impera e nel mantenere le proprie colonie in condizioni di sottosviluppo e di isolamento per poterne saccheggiare le risorse.

L'imperialismo statunitense, che ha rimpiazzato le potenze coloniali europee in molte parti del mondo, in anni recenti ha sabotato l'indipendenza economica di paesi che lottano per emergere dal sottosviluppo coloniale. Le sue principali armi economiche sono state le sanzioni abbinate alle richieste di "allineamento strutturale" avanzate dal Fondo Monetario Internazionale, che esso stesso controlla. In cambio di prestiti, i governi presi di mira devono tagliare le spese per lo sviluppo e le infrastrutture.

Come possono le richieste di sanzioni, che incrementerebbero il sottosviluppo e l'isolamento, risolvere uno qualunque di questi problemi? Washington ha spesso usato il suo enorme potere nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per ottenere risoluzioni che appoggiassero i suoi piani di invio di truppe in altri paesi. In nessuno di questi casi si è trattato di missioni umanitarie.

Truppe statunitensi che portavano la bandiera delle Nazioni Unite invasero la Corea nel 1950 in una guerra che provocò più di 4 milioni di morti. Sempre sotto quella bandiera hanno occupato e diviso la penisola coreana per più di 50 anni.

Su insistenza degli Stati Uniti, nel 1961 le truppe dell'ONU furono impiegate in Congo, dove ebbero un ruolo nell'assassinio del Primo Ministro Patrice Lumumba, la prima persona di assumere quell’incarico.

Nel 1991 gli Stati Uniti riuscirono ad ottenere il mandato delle Nazioni Unite per bombardare pesantemente le infrastrutture civili irachene, compresi gli impianti di depurazione dell'acqua e quelli di produzione alimentare, nonché il sistema d’irrigazione, e per i successivi 13 anni di sanzioni che affamarono la popolazione e provocarono la morte di più di un milione e mezzo di iracheni.

Le truppe dell'ONU in Jugoslavia e ad Haiti sono state una copertura per l'intervento e l'occupazione da parte degli Stati Uniti e delle potenze europee, non hanno portato pace e riconciliazione.

Le potenze imperialiste rappresentate dagli Stati Uniti e l’Europa sono responsabili del commercio di schiavi che decimò l'Africa, del genocidio della popolazione indigena delle Americhe, delle guerre e delle occupazioni coloniali che hanno saccheggiato tre quarti del pianeta. L'imperialismo tedesco fu responsabile del genocidio del popolo ebraico. La richiesta di un intervento militare da parte di queste medesime potenze in risposta ai conflitti tra le genti del Darfur significa ignorare 500 anni di storia.


* Sara Flounders si è recata con John Parker in Sudan subito dopo il bombardamento dell'impianto farmaceutico di El Shifa, nel 1998. Entrambi facevano parte di una delegazione investigativa dell'International Action Center istituito da Ramsey Clark.

Originale: http://www.workers.org/2006/world/darfur-0608/

Tradotto dall'inglese in italiano da Mirumir e revisionato da Mary Rizzo, entrambi membri di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica (www.tlaxcala.es). Questa traduzione è in copyleft.