lunedì, luglio 31, 2006

Il nuovo volto di Hezbollah/1

Il nuovo volto di Hezbollah
Alla ricerca di una democrazia musulmana

di Helena Cobban
fonte: Boston Review, aprile/maggio 2005

In un paese mediorientale lacerato dalla guerra c'è un partito politico che per 15 anni ha guidato un movimento sempre più efficace per la democratizzazione della vita politica nazionale. Questo partito ha corso in tre tornate elettorali parlamentari dal 1992, vincendo e mantenendo circa il dieci per cento dei seggi. Alla metà degli anni Novanta ha guidato con successo una campagna per reintrodurre la democrazia nelle municipalità del paese, dove non si svolgevano elezioni dal 1963. Quando nel 1998 si sono svolte le elezioni amministrative questo partito ha conquistato il controllo di circa il 15 per cento delle amministrazioni locali contestate. Nella primavera del 2004 è arrivato guadagnare il 21 per cento.

Anche se formalmente democratico dagli anni Quaranta, questo paese ha sempre dovuto affrontare scismi settari e l'infuenza debilitante dei capi-clan locali. In questo contesto, le organizzazioni politiche i cui rappresentanti non si limitano a parlare di democrazia ma la praticano sono molto rare. Anzi, visto che l'obiettivo dell'amministrazione Bush è quello di diffondere la democrazia nel Medio Oriente, in teoria gli Stati Uniti dovrebbero cercare di imparare dai capi di questo partito.

E invece no. Il paese è il Libano e il partito è Hezbollah, un'organizzazione a maggioranza sciita bandita dal governo americano come "organizzazione terroristica straniera" e nota alla maggior parte degli statunitensi solo per le sue ostilità contro obiettivi americani e israeliani. Ma Hezbollah è anche un partito politico esplicitamente islamista che partecipa efficacemente e sapientemente ai processi democratici libanesi. Come tale, è un caso interessante. Inoltre, se da un lato è una formazione politica autenticamente libanese, Hezbollah ha legami duraturi con la politica sciita sia in Iran che in Iraq, e più recentemente con il movimento islamista palestinese a maggioranza sunnita di Hamas. [...] Dunque l'andamento di Hezbollah in Libano può offrire solidi indizi sulle tendenze di queste altre forze emergenti.

Negli ultimi tempi Hezbollah subisce nuovamente le pressioni degli Stati Uniti e della comunità internazionale, principalmente affinché sciolga la consistente milizia che ha mantenuto nel sud del Libano. Hezbollah e il suo alleato, la Siria, sono sembrati sotto pressione soprattutto alla fine di febbraio, quando un moto antisiriano provocato dalla recente uccisione dell'ex premier libanese Rafiq Hariri ha costretto alle dimissioni il nuovo premier filosiriano, Omar Karami. (Ritornato al potere alla metà di marzo 2005).

Ma nonostante quell'apparente battuta d'arresto, Hezbollah ha continuato a essere una presenza significativa sulla scena politica libanese. (Da notare anche che nessuno di coloro che fecero propri gli slogan anti-siriani nelle manifestazioni di piazza di fine febbraio e degli inizi di marzo usò anche slogan anti-Hezbollah. Anzi, diversi leader del movimento anti-siriano sottolinearono la necessità di trovare un modo per continuare a collaborare con Hezbollah).

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Nei mesi di ottobre e novembre scorsi (nel 2004, n.d.T.) ho visitato il quartier generale di Hezbollah in quello che gli abitanti di Beirut chiamano "il Dahiyeh". È il termine arabo che significa "periferia", anche se il Dahiyeh di Beirut è l'insieme di tre grandi municipalità che si trovano a ridosso del confine meridionale della città. Il Dahiyeh è un punto focale per i musulmani sciiti del Libano. Alcune delle istituzioni più potenti della comunità, compreso Hezbollah e la rete dei gruppi socio-assistenziali guidati dal leader religioso riconosciuto, il sessantanovenne Ayatollah Muhammad Hussein Fadlullah, formatosi a Najaf, hanno qui il loro quartier generale. Ed è qui che alla metà e alla fine degli anni Ottanta furono tenuti in stato di degradante prigionia gli ostaggi americani e occidentali catturati dai militanti sciiti, alcuni dei quali erano legati in un modo o nell'altro a Hezbollah. La via del Dahiyeh in cui si trovano molti degli uffici di Hezbollah prende ora il nome dal primo capo del partito, lo sceicco Ragheb Harb, assassinato da Israele nel 1984.

Quando lavoravo in Libano alla fine degli anni Settanta, quasi tutto il Dahiyeh era una vasta baraccopoli, che scoppiava sotto la pressione di centinaia di migliaia di sciiti appena giunti. Alcuni erano in fuga dalla povertà di aree tradizionalmente sciite attorno a Baalbek, nella zona orientale del Libano. Altri erano scappati dagli intensi combattimenti tra israeliani e palestinesi
a Jebel Amel, un'area tradizionalmente sciita del Libano meridionale. Altri ancora erano doppiamente sfollati, essendo fuggiti prima dal Libano orientale o meridionale e poi ancora da uno dei grandi sobborghi di Beirut est in cui i musulmani erano stati oggetto dell'epurazione da parte delle milizie cristiane falangiste nel 1975 e nel 1976.

Oggi sulle vie congestionate del Dahiyeh si stipano affollati condomini di sette-otto piani. Poche delle donne che camminano per le strade indossano l'hijab integrale, anche se molte portano sulla testa delle sciarpe acconciate secondo lo stile islamico. Altre non portano alcun copricapo. A mezzodì, anche durante il Ramadan, le vie brulicano di gente che fa acquisti e di bambini che si riversano sulle strade dagli scuolabus. Lungo i marciapiedi affollati sono stati piantati alcuni alberi smilzi.

Negli anni Settanta passavo molto tempo nelle sedi dei partiti libanesi e delle fazioni palestinesi. Era così che si facevano le interviste, a quel tempo. Il funzionario in questione di solito sedeva dietro a una scrivania; nella stanza erano allineate file di sedie, e la gente andava e veniva. Era possibile (o anche no) avvicinarsi gradualmente per fare delle domande al funzionario.

Quando lasciai il Libano, nel 1981, Hezbollah non esisteva nemmeno.

I tempi sono cambiati. Durante la mia prima visita a Hezbollah, lo scorso autunno, fui accolta da Mohamad Afif, che dirigeva l'ufficio per i rapporti con i media ed era membro di un politburo composto da 11 uomini, e che mi organizzò una serie di interviste. I funzionari che incontrai erano tutti uomini, anche se in altri uffici del partito lavorano delle donne. I funzionari che incontrai erano tutti laici e tutti indossavano una versione semplificata di completi occidentali, ma senza cravatta (come in Iran). Non mi stringevano la mano; erano solleciti ma cauti. Era comprensibile, giacché decine di leader e ufficiali di Hezbollah erano stati assassinati da Israele negli ultimi 20 anni e questi uomini non mi avevano mai vista prima.

“Z.H.”, che mi chiese di essere descritto semplicemente come "una fonte vicina a Hezbollah", mi parlò della strategia del partito nel muoversi nel problematico sistema politico democratico libanese. A livello parlamentare, il blocco guidato da Hezbollah ha ora 12 deputati su 128, compresi, come tenne a sottolineare Z.H., "due sunniti e un cristiano". Anche se Hezbollah ha mantenuto un blocco parlamentare di circa queste dimensioni sin dal 1992, finora non ha ambito a posti ministeriali. Z.H. mi spiegò perché:

Crediamo che un partito di governo dovrebbe influenzare il suo intero programma... ma in Libano non è possibile perseguire il programma del proprio partito nel governo perché i governi sono sempre formati da coalizioni. Altrove, è possibile avere un solo partito nel governo, con un unico programma. E allora è più facile ritenere responsabile il partito.
E poi ci sono le aspettative della gente. Noi rappresentiamo una grossa fetta del popolo. Ma facendo parte di un governo così impotente si indebolisce la propria reputazione. In Libano c'è corruzione ovunque. Le istituzioni devono essere completamente rinnovate. Ciò è molto difficile e richiederà tempo.
Inoltre la struttura politica qui è ancora settaria. In questo sistema le persone non sono guidate dalla ragione ma dalle passioni e dal tribalismo. Crediamo che la maggior parte degli altri politici agiscano come capi-tribù, richiamandosi ai loro interessi settoriali, più che come cittadini.
E così ci appare difficile entrare nel governo, attualmente, e limitarci a ereditare gli svantaggi che derivano da questo stato di cose.

Z.H. ha ragione quando si riferisce agli ostacoli alla formazione di un governo responsabile in Libano. Un rigido sistema di quote settarie ha continuato a persistere anche dopo l'Accordo di Taef del 1989, che (più o meno) pose fine a 14 anni di guerra civile. Taef in effetti aupicò lo smantellamento del sistema "confessionale" del paese, ma nel contempo decretò la sua perpetuazione fissando il requisito che il presidente fosse cristiano maronita, il primo ministro sunnita e il presidente del parlamento uno sciita. (Quest'ultimo ruolo è occupato da Nabih Berri, stretto alleato della Siria e capo dell'altro principale partito sciita libanese, Amal). Ministeri e seggi parlamentari sono assegnati secondo una distribuzione ancora più attenta tra i 15 sottogruppi religiosi ed etnici del paese.

Le elezioni amministrative del 1998, svoltesi secondo il sistema "un uomo, un voto", crearono maggiori opportunità per il governo democratico a livello locale. Z.H. mi disse che, dove Hezbollah aveva vinto le elezioni amministrative,

Abbiamo cercato di riformare le istituzioni, e in alcuni casi ci siamo riusciti. Abbiamo cercato di imparare come governare in coalizioni con altri partiti, per rendere un servizio migliore alla gente... È importante che i governi locali possano lavorare a beneficio di tutti, indipendentemente dalla religione o dall'etnia. Sa, abbiamo un detto che dice "la persona migliore è quella che si mette al servizio degli altri". La gente conta sulla capacità dei nostri membri e dei nostri alleati di fornire dei buoni servizi perché non lo fanno in modo corrotto. Noi facciamo molta attenzione a questo.

Questo richiamo alla tradizione islamica fu l'unico riferimento religioso che sentii citare da Z.H. o da altre persone legate a Hezbollah in oltre tre ore di intense discussioni politiche. Anzi, i discorsi di questi uomini sembravano eccezionalmente incentrati sul buon governo, sull'equità civile e sulla legge più che sulla teologia.

Ghaleb Abu Zeinab è il leader del politburo responsabile dei rapporti di Hezbollah con le comunità non sciite di Hezbollah. Giacché gli sciiti costituiscono probabilmente solo meno della metà della popolazione libanese, questo compito è sempre stato molto importante. Abu e il suo leader, il quarantaquattrenne segretario generale di Hezbollah, Sayyed Hassan Nasrallah, lo hanno svolto con grande abilità. Come Like Z.H., Abu Zeinab sottolineò l'importanza del costruire un senso di cittadinanza comune, e anche legami di comprensione reciproca tra le diverse comunità religiose del paese. "Abbiamo sempre vissuto insieme qui in Libano", disse. Attribuì la responsabilità di molte delle crisi che avevano danneggiato il paese nei decenni passati principalmente a "circostanze esterne", anche se riservò delle critiche ai maroniti:

La fine della Guerra Fredda ci ha consentito di cominciare a tornare alla normalità. Però questo non risolse tutti i nostri problemi... I maroniti videro l'Accordo di Taef come una grande sconfitta. Ma non lo fu, perché rappresentava il vero equilibrio, più o meno. Tuttavia, tra la loro delusione e la crisi economica che attraversammo negli anni Novanta, ci fu una grande emigrazione di maroniti e di cristiani. Inoltre boicottarono le elezioni parlamentari del 1992 e del 1996.

Quell'emigrazione ha influenzato in modo complesso il progetto politico di Hezbollah. "Se si andasse a vedere chi è registrato come cittadino libanese", disse Abu Zeinab, “si vedrebbe che i musulmani sono lievemente più numerosi dei cristiani. Tuttavia il 30 % dei cristiani si trova fuori del paese... Sì, i cristiani hanno paura del sistema un uomo-un voto. Ecco perché non lo abbiamo ancora, anche se Taef auspicava esplicitamente la fine del sistema di governo 'confessionale'".

Disse però che Hezbollah non intendeva imporre ai cristiani il sistema un uomo-un voto:

Se vogliamo arrivare alla democrazia completa bisogna che tutti siano convinti dei suoi benefici, e che non abbiano paura di essere battuti. Inoltre consideriamo un buon esempio la coesistenza tra diverse confessioni che abbiamo qui, e non vogliamo eliminarla. Un sistema di "maggioranza-minoranza" qui sarebbe esplosivo. Quindi manterremo questo equilibrio confessionale che abbiamo, per il momento. Ma non so cosa accadrà nei prossimi 20 anni.
Il nostro principio religioso è servire la gente. Quindi abbiamo cercato di presentare un esempio positivo in tutte le municipalità in cui abbiamo vinto... E na abbiamo anche di grandi: Nabatieh, Baalbek, Hermel.
Abbiamo rappresentato un esempio nuovo, e questo ha aumentato la nostra popolarità... Noi diciamo che i nostri sindaci devono servire tutti i loro cittadini piuttosto che limitarsi a servire il partito.
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(continua)

sabato, luglio 29, 2006

La Jihad e i Wolfowitz di questo mondo

La Jihad e i Wolfowitz di questo mondo
di Jihad Abu Az Zamman

Dunque, com’è potuto succedere? Com’è riuscito un piccolo gruppo paramilitare come l’Hezbollah a scuotere l'onnipotente stato ebraico appoggiato dagli americani; impresa in cui gli stati arabi hanno immancabilmente fallito per circa sei decenni?

In realtà ci si potrebbe porre una domanda simile a proposito dell'insorgenza irachena. Se è piuttosto evidente che l'esercito di Saddam è stato sconfitto dalla schiacciante forza distruttiva angloamericana, la resistenza islamica sta vincendo la battaglia sul campo sia in Iraq che in Afghanistan. Né l'America, né la Gran Bretagna sembrano capaci di fornire una scusa ragionevole per il numero crescente di attacchi mortali contro le loro forze d’invasione.

Anche se gli eserciti degli stati arabi sono talvolta sconfitti sul campo di battaglia, anche se capita che molti politici arabi seguano la strada tracciata da Washington con ferma determinazione, c'è la resistenza islamica, che non è riconosciuta in alcuna forma nazionale, a contrattaccare. Inoltre la sfida islamica è imbattibile. Gli israeliani hanno guardato per più di due decenni il muro sempre più alto della resistenza musulmana. In Palestina è l'Hamas, in Libano l'Hezbollah. In questo contesto i militanti islamici assestano un colpo dopo l'altro ad Israele. Similmente, l'esercito americano è quotidianamente assillato dall'insorgenza, in Iraq e in Afghanistan. Come i ben più potenti sovietici, che fallirono in Afghanistan, né Israele né gli Stati Uniti né la Gran Bretagna hanno la capacità di reagire efficacemente all'emergente guerriglia islamica.

Dobbiamo affrontare questa realtà una volta per tutte. Gli arabi sono ben lungi dal dare il meglio quando operano sotto forma di 'stato nazionale'. Al soldato arabo può mancare la volontà necessaria a morire per una stupida bandiera. Sia nel caso dell'Iraq di Saddam che in quello dell'Egitto di Nasser, una volta cominciato un conflitto si manifesta subito un crescente divario tra il leader demagogico carismatico, assertivo e sopra le righe e un qualche inceppamento delle prestazioni sul campo di battaglia. Diversamente dai soldati americani, britannici, francesi ed israeliani che nella storia hanno sempre dimostrato una reale tendenza al suicidio collettivo in nome di poche vuote speranze plasmate in forma di 'ideologia', i soldati arabi rimangono leggermente indietro quando si tratta di esibire questa sorta di idiota zelo militante patriottico nazionale. Probabilmente sono troppo intelligenti per quel tipo di giochi mortali.

E dovrebbe sorprenderci? Niente affatto. Il nazionalismo è un concetto europeo, ha poco a che fare con la mentalità, la storia e gli affari generali degli arabi. Il patriottismo nazionale non si è mai fatto strada seriamente nella psiche araba. La divisione dell'Arabia e del Medio Oriente in piccoli stati nazionali con confini e bandiere non è mai stata un'evoluzione naturale degli stessi popoli arabi indigeni. È stata invece la conseguenza di manovre politiche internazionali imposte agli arabi dalle superpotenze. La suddivisione del vicino oriente, affettato in piccoli stati nazionali, era concepita per servire gli interessi delle forze imperiali occidentali. In pratica furono la Gran Bretagna e la Francia a tracciare i confini del Medio Oriente già nel 1916 (con l'Accordo Sykes-Picot) e fu poi l'America a unirsi ad esse nel ridisegnare quei confini per garantire al contempo la sicurezza di Israele e una costante fornitura di petrolio.

In assenza di un rozzo ardore nazionalista, non è molto sorprendente che gli eserciti degli stati arabi non abbiano una buona riuscita sul campo di battaglia. Tuttavia l'Hezbollah, l'Hamas e gli insorti di Iraq e Afghanistan stanno tormentando gli eserciti occidentali. Riescono a farlo con i soli armamenti leggeri: senza carri armati, senza missili cruise, senza satelliti, senza una marina. Vincono senza aerei e senza l'appoggio di una superpotenza. Tutto quello che hanno a disposizione è semplicemente una fede, la Jihad.

Se guardiamo all'Iraq (o a quello che ne rimane), a Bin Laden (il mito), all'Hamas (il governo palestinese democraticamente eletto) e all'Hezbollah (il caso di successo più eclatante) è tutto molto chiaro. L'arabo vince esclusivamente quando combatte da musulmano, da credente. Diversamente dal superficiale soldato occidentale, che dà la vita per vuoti slogan creati dall'uomo, il musulmano darebbe la vita per una causa divina. Voglio dirlo apertamente: se c'è un’idea significativa dietro l'espressione "nazione araba", quell’idea è l'Islam. Il musulmano prende ordini dall'Onnipotente. Ammetto che se io stesso, pur essendo un laico, dovessi scegliere tra la chiamata di un presidente americano ritardato e quella del Signore, ovviamente seguirei quest'ultima.

Tuttavia è ovvio che i Wolfowitz di questo mondo mancano di comprendere che il nazionalismo arabo incarnato da stati indipendenti è fondamentalmente un mito. Erroneamente considerano il panorama territoriale arabo come un vero riflesso nazionale di una qualche autentica aspirazione etnica e di considerazioni geopolitiche. In realtà una tale percezione non ha niente a che vedere con la realtà. Il Libano e la Siria sono un unico paese, almeno agli occhi di moltissimi siriani e libanesi. Il nord della Palestina non è diverso dal Libano e la Cisgiordania è stata a lungo considerata un territorio unificato con la Transgiordania. Quando il Libano viene demolito dalla potenza aerea dello stato ebraico e circa un terzo della sua popolazione viene sfollata, i siriani sono i primi a fornire aiuto umanitario. Quando Gaza viene mortalmente e indiscriminatamente bombardata dall'Esercito di Difesa Israeliano, l'Hezbollah interviene per aprire un secondo fronte e per alleggerire la pressione sui fratelli palestinesi. Quando le forze espansionistiche di America e Gran Bretagna insistono nel rubare il petrolio iracheno, è la confraternita musulmana a fermarli, invece dell'esercito iracheno. La resistenza araba è in pratica un esercizio di fratellanza islamica. Per coloro ai quali ancora sfugge il quadro, la Jihad va ben oltre qualsiasi significato occidentale di patriottismo nazionale. La Jihad è cosmica, eppure personale.

Mentre i Wolfowitz di questa terra insistono nel voler dominare il mondo arabo nel nome della democrazia e di altre idee semi-liberali, è il combattente islamico per la libertà ad attraversare terre e mari unicamente per servire ai militari americani il non plus ultra della dedizione umana. Mentre i Wolfowitz di questo mondo insistono nel voler trasformare la Gran Bretagna e l'America in una forza di missione israeliana, è la confraternita musulmana che ci dà un buon motivo per credere che alla fine, quando i tempi saranno maturi, la pace prevarrà.

Per quelli di noi che si rifiutano di riconoscere il significato dell'Islam, dirò che la 'radice' araba della parola 'Islam' è Salama, che origina dalle parole Pace e/o Sottomissione, sottomissione a Dio e pace per tutta l'umanità.

La stessa parola Jihad si presta ad ulteriori analisi. Deriva dalla radice araba J-H-D, che significa 'sforzo'. Altre parole che derivano da questa radice sono 'impegno', 'fatica', 'travaglio'. Essenzialmente la Jihad è uno sforzo per praticare la religione nonostante l'oppressione e la persecuzione. Nella forma più alta significa combattere il nemico dei musulmani e dell'Islam. Certamente Condi, Bush, Olmert e il suo stato ebraico sono i nemici peggiori dell'Islam. E tuttavia l'Islam definisce i confini della Jihad.

Il Corano ci dice (2:190-193):

- Fate la guerra, per la causa di Dio, a coloro che vi fanno guerra ma non siate aggressori; Iddio non ama gli aggressori.

- Uccideteli dovunque li incontriate e cacciateli di donde vi hanno cacciati; il tumulto e l'oppressione sono peggiori dell'uccisione; ma non date loro combattimento presso la Moschea Sacra, a meno che essi (per primi) non vi abbiano dato combattimento lì; ma se vi attaccano, uccideteli. Tale è la punizione per i miscredenti.

- Se, però, la smettono, allora Dio è compassionevole e misericordioso.

- Combatteteli dunque, finché non vi siano più tumulto e oppressione, e prevalgano la giustizia e la fede in Dio; ma se la smettono, non vi sia ostilità che contro coloro che praticano l'oppressione.

In breve, diversamente dalla brutale aggressione israeliana e dal fervore omicida americano, che non conoscono limiti, l'Islam limita la violenza, ed inoltre il suo scopo non è il dominio ma la pace. Questa ovviamente si verificherà quando avrà fine l'occupazione israeliana ed i palestinesi faranno ritorno alla loro terra e alle loro case. Ciò accadrà quando il colonialismo sionizzato angloamericano sarà completamente sconfitto. Questo messaggio è chiaro e non è aperto a negoziazioni.

Se guardiamo all'Hezbollah, all'Hamas e alla guerra di insurrezione in Iraq non viene lasciato molto spazio ai dubbi. Mentre molte nazioni arabe sono state sconfitte, la fratellanza araba, e cioè l'Islam, sta vincendo. Se fossi un israeliano che vive nella Palestina occupata sarei inquieto. L'uso eccessivo della forza e l'uccisione indiscriminata di libanesi, palestinesi e soldati delle forze di pace delle Nazioni Unite è la conseguenza diretta della profonda ansia israeliana. La tattica sionista sta fallendo e loro lo sanno. Il loro esercito non sa più il fatto suo. A questo punto siete in grado di capire perché. Il nazionalismo è estraneo agli ebrei quanto lo è agli arabi. Anzi, il sionismo ha cessato di essere un movimento nazionale locale molto tempo fa.

Fin dalla Dichiarazione di Balfour (1917) un numero sempre maggiore di sionisti opera come una lobby etnica ebraica che promuove interessi ebraici globali. Da tempo il sionismo non si limita a concentrarsi sull'Eretz Yisrael, e cioè la Terra Promessa, ma intende trasformare il nostro universo in un 'Universo Promesso'. Questa idea è nota come Neoconservatorismo, e i suoi ambasciatori rappresentati prevalentemente da Anziani Sionisti la diffondono attivamente a Londra (http://eustonmanifesto.org/), New York City e Washington (http://www.newamericancentury.org/).

Ma il tempo è agli sgoccioli per la filosofia neoconservatrice e per coloro che la praticano. Non so se la storia in generale tenda a ripetersi, ma in un certo modo, per quanto riguarda la Storia ebraica, si sta riscrivendo di continuo lo stesso racconto: è la storia di una volontà di potere ossessiva e instancabile che finisce immancabilmente in circostanze tragiche. Si è verificata nel Medio Evo in Spagna, nel diciassettesimo secolo in Polonia e in Ucraina (Bogdan Chmielnitzki), nell'Europa del ventesimo secolo, e sembra che ora stia per accadere qualcosa di drammatico in America.

Quando si considera che l'American Jewish Committee (AJC), il Comitato Ebraico Americano, è palesemente impegnato a trascinare l'America in una guerra in Iran nel nome della comunità ebraica mondiale (http://www.ajc.org - file .pdf), e quando si considera che i Wolfowitz di questo mondo sono stati gli architetti che hanno progettato la criminale guerra in Iraq, ci si può trovare a chiedersi se gli ebrei impareranno mai dalla loro storia. Preferisco davvero non pensare a quello che sarà l'esito dell'attuale ottuso bellicismo ebraico. Tenendo conto dell'emergente sconfitta americana in Iraq e del crescente isolamento internazionale, è solo questione di tempo prima che un personaggio carismatico americano si metta a puntare il dito contro la lobby israeliana.

L'aspetto piuttosto devastante consiste nel fatto che non saranno solo gli ebrei, la maggior parte dei quali completamente innocenti, a soffrire quando questo accadrà. Quando tutti i Wolfowitz di questo mondo si accorgeranno che è giunto il momento di sottrarsi alla vendetta americana (che può evolvere in una nuova tragedia per gli ebrei, e cioè il Coca-Colacausto), cercheranno probabilmente di fuggire in Palestina, Dio ne scampi.

Chiaramente i sionisti e il loro stato ebraico sono fortemente impegnati a perpetrare una nuova guerra mondiale, ed abbiamo buoni motivi per ritenere che Olmert non abbia escluso la possibilità che l'attuale conflitto in Libano possa condurre ad un'ulteriore escalation con la Siria e l'Iran. Ovviamente questo non l'ha fermato. Perché avrebbe dovuto? Non appena gli israeliani hanno cominciato a sganciare bombe su Beirut, Bush e Blair si sono affrettati ad appoggiare il diritto di Israele a difendersi.

I Wolfowitz di questo mondo hanno nomi diversi per il conflitto che loro stessi hanno creato. Lo definiscono spesso uno scontro culturale e sono piuttosto abili nel rivestire il loro nudo zelo assassino di ragionamenti semi-umanistici. Soprattutto amano presentarsi come i messaggeri della democrazia. E tuttavia, se la loro nozione di democrazia assomiglia alla 'Democrazia di una sola razza' praticata nel loro caro amato e omicida Israele, non è poi così sorprendente che queste idee non guadagnino terreno altrove.

Verosimilmente, pur di mantenere in vita il loro piccolo razzista stato ebraico, i Wolfowitz sono lieti di intraprendere una guerra integrale contro l'Islam. Per ora Condi, Bush e Blair stanno mostrando il loro appoggio. I Wolfowitz sono sul tetto ma, come dire, mezzo milione di libanesi per questo hanno perso le loro case.

In qualche modo, i Wolfowitz di questo mondo non riescono mai a interiorizzare il fatto che gli esseri umani sono creature moralmente orientate. Invero, le nazioni e le persone riescono a sopravvivere a epoche funeste. Non molti anni fa è successo in Germania, ora accade in America. E tuttavia gli esseri umani possiedono qualcosa che manca ai Wolfowitz. Hanno un meccanismo di correzione etica; gli umani rimpiangono i torti commessi, hanno una coscienza. L'America è passata attraverso il maccartismo ma si è ripresa, cerca ancora di fare i conti con il suo passato razzista e l'attuale discriminazione razziale, lo ha fatto con i suoi crimini di guerra in Vietnam. L'America senza dubbio si riscuoterà dalla sua omicida fase sionista. emplicemente non ha altra scelta. Quando accadrà, i Wolfowitz di questo mondo dovranno nascondersi dietro una pietra o un albero, e la pietra e l'albero diranno: "O americano, c'è un Wolfowitz nascosto dietro di me, ho paura, portalo via! Aiuto, aiuto!”

Tradotto dall'inglese in italiano da Mirumir e revisionato da Mary Rizzo, membri di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica (www.tlaxcala.es). Questa traduzione è in Copyleft: è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne l'autore e la fonte.

Originale in inglese: http://peacepalestine.blogspot.com/2006/07/jihad-abu-az-zamman-jihad-and.html

giovedì, luglio 27, 2006

Perché questa non è una guerra giusta

Non siamo dalla parte del giusto
di Ze'ev Maoz
Fonte: Haaretz

C'è praticamente un sacro consenso, attualmente, sul fatto che la guerra a nord è semplicemente una guerra e che siamo dalla parte del giusto. Bisogna dire l'amara verità: questo sacro consenso è basato su una memoria selettiva a breve raggio, su una visione del mondo chiusa e su doppi criteri di giudizio.

Questa non è una guerra giusta. Israele sta usando una forza eccessiva senza distinguere tra popolazione civile e nemico, e il cui unico scopo è l'estorsione. Questo non significa che Hezbollah sia nel giusto. Certamente non è così. Ma il fatto che abbia "cominciato per primo" quando ha rapito i soldati varcando un confine internazionale non fa pendere la bilancia della giustizia dalla nostra parte.

Cominciamo con alcuni fatti. Invademmo uno stato sovrano e occupammo la sua capitale nel 1982. Nel processo di questa occupazione lanciammo diverse tonnellate di bombe dal cielo, dalla terra e dal mare ferendo e uccidendo migliaia di civili. Tra giugno e settembre del 1982 furono assassinati 14.000 civili, secondo un'approssimazione per difetto. La maggioranza di questi civili non aveva niente a che fare con l'OLP, che fornì il pretesto ufficiale per la guerra.

Nelle Operazioni Accountability e Grapes of Wrath, ogni volta causammo la fuga in massa di circa 500.000 sfollati dal Libano meridionale. Non ci sono dati precisi sul numero delle vittime di queste operazioni, ma ricorderete che nell'Operazione Grapes of Wrath bombardammo un rifugio nel villaggio di Kafr Kana uccidendo 103 civili. Il fatto che il bombardamento fosse stato accidentale non rese l'operazione moralmente più accettabile.

Il 28 luglio del 1989 rapimmo il Sceicco Obeid e il 12 maggio 1994 Mustafa Dirani, che aveva catturato Ron Arad. Israele incarcerò senza processo queste due persone e un'altra ventina di prigionieri libanesi, trattandoli come "merce di scambio". Quello che è consentito a noi, naturalmente, è vietato a Hezbollah.

Hezbollah ha oltrepassato un confine riconosciuto dalla comunità internazionale. Questo è vero. Quello che dimentichiamo di dire è che fin dal nostro ritiro dal Libano l'aeronautica militare israeliana ha continuato a compiere missioni quotidiane di sorveglianza fotografica nello spazio aereo libanese. Se da un lato questi voli non hanno causato vittime, le violazioni dei confini sono violazioni dei confini. Neanche qui siamo dalla parte del giusto.

Questo per quanto riguarda il lato morale. Ora consideriamo gli affari correnti. Qual è esattamente la differenza tra il lanciare Katyusha su centri abitati in Israele e l'aeronautica militare israeliana che bombarda centri abitati di Beirut sud, Tiro, Sidone e Tripoli? L'IDF ha lanciato migliaia di granate sui villaggi del Libano meridionale, asserendo che gli uomini di Hezbollah si nascondono tra la popolazione civile. Finora i missili Katyusha hanno ucciso circa 25 civili israeliani. Il numero di morti in Libano, costituito per la maggior parte da civili che non hanno niente a che fare con Hezbollah, ammonta a più di 300.

Quel che è peggio è che il bombardamento di infrastrutture come centrali elettriche, ponti e altre impianti civili trasforma tutta la popolazione civile libanese in vittima e ostaggio, anche se non facciamo del male fisico ai civili. L'uso di bombe per ottenere vantaggi diplomatici - e cioè costringere il governo libanese ad adempiere alla Risoluzione 1559 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ["Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite chiede che tutte le rimanenti forze militari straniere presenti in Libano abbandonino il Paese, chiede il disarmo e lo scioglimento delle milizie libanesi e straniere presenti in Libano, supporta l’estensione del controllo del Governo di Beirut a tutto il territorio nazionale e annuncia il suo supporto affinché le prossime elezioni presidenziali in Libano siano libere e giuste, in accordo con il dettato della Carta Costituzionale libanese, senza interferenze o influenze di Paesi stranieri", n.d.t.] - è un tentativo di ricatto politico, e non meno grave del rapimento di soldati israeliani da parte di Hezbollah per arrivare a uno scambio di prigionieri.

In questa guerra c'è un aspetto propagandistico in cui si fa a gara a chi sta peggio. Ciascuna delle due parti coinvolte vuole dimostrare di essere nelle condizioni peggiori. Come in ogni campagna propagandistica, l'uso dell'informazione è selettivo, distorto e ipocrita. Se vogliamo basare la nostra politica di informazione (o dovremmo chiamarla propaganda?) sul presupposto che il contesto internazionale comprerà la mercanzia che stiamo cercando di vendergli, per ignoranza e ipocrisia, bene. Ma se vogliamo fare un esame di coscienza nazionale dobbiamo affrontare l'amara verità - forse vinceremo questo conflitto sul piano militare, forse riporteremo alcuni successi diplomatici, ma sul piano morale non abbiamo vantaggi, non abbiamo uno status speciale.

L'autore è professore di scienze politiche all'Università di Tel Aviv.

martedì, luglio 25, 2006

Cosa vuole Israele?

Cosa vuole Israele?
Ilan Pappe, The Electronic Intifada, 14 luglio 2006

Immaginate un gruppo di generali che hanno simulato per anni scenari da terza guerra mondiale in cui possono spostare imponenti eserciti, impiegare le armi più sofisticate a loro disposizione e godere dell'immunità di un quartier generale computerizzato da cui dirigere i loro giochi di guerra. Ora immaginate che siano informati che invece non esiste nessuna terza guerra mondiale e che la loro competenza serve a sedare i vicini bassifondi o a risolvere il problema della criminalità in sobborghi e quartieri poveri. E poi immaginate - nell'episodio finale della mia crisi chimerica - cosa succede quando si rendono conto quanto siano stati irrilevanti i loro piani e quanto siano inutili le loro armi nella lotta alla violenza di strada prodotta dalla disuguaglianza, dalla povertà e da anni di discriminazione all'interno della loro società. Possono scegliere di ammettere il fallimento oppure decidere di usare comunque l'enorme e distruttivo arsenale a loro disposizione. Oggi stiamo assistendo alla devastazione creata dai generali israeliani che hanno optato per la seconda ipotesi.

Ho insegnato nelle università israeliane per 25 anni. Vari miei studenti erano alti ufficiali dell'esercito. Ho potuto notare la loro crescente frustrazione a partire dallo scoppio della prima Intifada nel 1987. Detestavano questo tipo di confronto, chiamato eufemisticamente dai guru della disciplina americana delle relazioni internazionali "conflitto a bassa intensità". Era troppo bassa per i loro gusti. Si trovavano a dover affrontare pietre, molotov e armi primitive che richiedevano un uso molto limitato dell'enorme arsenale che l'esercito aveva ammassato in tutti quegli anni e non mettevano alla prova la loro condotta su un campo di battaglia o in una zona di guerra. Anche quando l'esercito usava i carri armati e gli F-16, era ben diverso da giochi di guerra che gli ufficiali conducevano nel loro quartier generale e per i quali compravano, con il denaro dei contribuenti americani, le armi più sofisticate e aggiornate disponibili sul mercato.

La prima Intifada fu schiacciata, ma i palestinesi continuarono a cercare sistemi per porre fine all'occupazione. Si sollevarono di nuovo nel 2000, questa volta rifacendosi a capi e attivisti di ispirazione più religiosa. Ma si trattava ancora di un "conflitto a bassa intensità"; niente più di questo. Però non era ciò che l'esercito si aspettava, dato che aspirava a una "vera" guerra. Come scrivono in un recente libro intitolato Boomerang Raviv Druker e Offer Shelah, due giornalisti israeliani con stretti legami con l'Esercito di Difesa Israeliano, le esercitazioni militari prima della seconda Intifada erano basate su uno scenario che ipotizzava una guerra su vasta scala. Si prevedeva che nel caso di una seconda sollevazione palestinese ci sarebbero stati tre giorni di "rivolte" nei territori occupati, e poi sarebbe seguito un confronto diretto con gli stati arabi vicini, soprattutto la Siria. Un tale confronto, si diceva, era necessario per mantenere il potere di deterrenza di Israele e per rassicurare i generali sulla capacità del loro esercito nel condurre una guerra convenzionale.

La frustrazione divenne intollerabile quando i tre giorni delle esercitazioni si trasformarono in sei anni. E tuttavia l'esercito israeliano ancora oggi intende la condotta sul campo di battaglia come un "colpire e terrorizza" più che un dare la caccia a cecchini, kamikaze e attivisti politici. La guerra a "bassa intensità" mette in discussione l'invincibilità dell'esercito ed erode la sua capacità di impegnarsi in una "vera" guerra. Cosa più importante di tutte, non consente a Israele di imporre unilateralmente la propria visione sulla terra palestinese, che consisterebbe in una terra dearabizzata prevalentemente nelle mani degli ebrei. La maggior parte dei regimi arabi è stata abbastanza compiacente e debole da consentire agli israeliani di perseguire le loro strategie, con l'eccezione della Siria e di Hezbollah in Libano. Questi devono essere neutralizzati perché l'unilateralismo israeliano possa avere successo.

Dopo lo scoppio della seconda Intifada nell'ottobre del 2000, si alleviò un po' la frustrazione usando una tonnellata di bombe su una casa di Gaza o durante l'operazione Scudo Difensivo nel 2002, quando l'esercitò entrò con le ruspe nel campo profughi di Jenin. Però anche qui c'era una bella differenza rispetto a quello che l'esercitò più forte del Medio Oriente poteva fare. E nonostante la demonizzazione del metodo di resistenza scelto dai palestinesi durante la seconda Intifada - le bombe umane - bastavano due o tre F-16 e un piccolo numero di carri armati per punire collettivamente i palestinesi distruggendo completamente le loro infrastrutture umane, economiche e sociali.

Conosco molto bene quei generali. La scorsa settimana sono arrivate le grandi manovre. Basta con l'uso casuale di bombe, navi da guerra, elicotteri e artiglieria pesante. Il debole e insignificante nuovo ministro della difesa, Amir Perez, ha accettato senza esitazioni la richiesta dell'esercito di schiacciare la striscia di Gaza e di ridurre il Libano in polvere. Ma forse non basterà.

La situazione può ancora peggiorare con una guerra vera e propria contro il povero esercito della Siria, e i miei ex-studenti potrebbero perfino mettere in atto delle provocazioni per arrivare a una simile eventualità. E se si deve credere a quello che scrive la stampa locale, si può anche arrivare a una guerra a lunga distanza con l'Iran, sotto la protezione suprema degli Stati Uniti.

Anche gli articoli più parziali apparsi sulla stampa israeliana a proposito delle possibili operazioni che l'esercito ha proposto al governo di Olmert nei prossimi giorni indicano chiaramente quello che anima i generali israeliani: niente meno che una distruzione totale del Libano, della Siria e di Teheran.

I rappresentanti del governo si trattengono un po' di più. Hanno sono parzialmente soddisfatto il desiderio dell'esercito di combattere un "conflitto ad alta intensità". Ma la loro politica è già permeata dalla propaganda e dalla logica militare. Ecco perché il 13 luglio Zipi Livni, ministro degli esteri israeliano e persona altrimenti intelligente, ha potuto dire candidamente alla TV israeliana che il modo migliore per recuperare i due soldati rapiti è "distruggere totalmente l'aeroporto internazionale di Beirut". Chi ha catturato due Prigionieri di Guerra, infatti, va immediatamente a comprare dei biglietti per il prossimo volo da un aeroporto internazionale. "Ma possono portarli fuori dal paese in macchina", le è stato obiettato. "Oh, certo", ha replicato il ministro, "e questo è il motivo per cui distruggeremo anche tutte le strade del Libano che portano fuori dal paese".

Queste sì che sono buone notizie per l'esercito: distruggere aeroporti, incendiare autocisterne, far saltare in aria ponti, danneggiare strade e infliggere danni collaterali alla popolazione civile. Almeno così l'aeronautica può dimostrare la sua "vera" forza e compensare gli anni frustranti del "conflitto a bassa intensità" durante il quale gli uomini migliori e più coraggiosi di Israele avevano dovuto correre dietro a dei ragazzini nei vicoli di Nablus o di Hebron. A Gaza hanno già sganciato cinque di quelle bombe, mentre negli ultimi sei anni ne avevano sganciata solo una.

Potrebbe però anche non bastare ai generali. Alla Tv dichiarano già che "qui in Israele non dovremmo dimenticare Damasco e Teheran". Le esperienze passate ci dicono quello che intendono con questo appello contro la nostra amnesia collettiva.

I soldati prigionieri a Gaza e in Libano sono già stati cancellati dalle priorità israeliane. Si tratta ora di distruggere Hezbollah e Hamas una volta per tutte, non di riportare a casa i soldati. Similmente, nell'estate del 1982, l'opinione pubblica ha totalmente dimenticato la vittima che aveva fornito al governo di Menachem Begin il pretesto per invadere il Libano. Era Shlomo Aragov, l'ambasciatore di Israele a Londra che aveva subito un attentato da parte di un gruppo palestinese. Quell'attacco diede ad Ariel Sharon il pretesto per invadere il Libano e restarci per 18 anni.

In Israele non si accenna a vie alternative di soluzione del conflitto, nemmeno da parte della sinistra sionista. Nessuno avanza idee basate sul buon senso come lo scambio di prigionieri o l'avvio di un dialogo con l'Hamas o con altri gruppi palestinesi, non fosse altro che per concordare una lunga tregua e preparare il terreno per negoziati futuri. Quest'alternativa è già caldeggiata da tutti i paesi arabi, ma purtroppo solo da loro. A Washington, Donald Rumsfeld può aver perduto alcuni dei suoi uomini ma è ancora il Segretario del Dipartimento della Difesa. Per lui, la distruzione totale dell'Hamas e di Hezbollah - a qualunque costo e senza la perdita di vite americane - "vendicherà" la ragion d'essere della Teoria del Terzo Mondo propagandata dal 2001. La crisi attuale è per lui una giusta battaglia contro un piccolo asse del male, lontana dal ginepraio iracheno e preliminare agli obiettivi per ora mancati della "guerra al terrore" - Siria e Iran. Se in una certa misura l'Impero ha fatto un favore al suo socio in Iraq, l'appoggio incondizionato che il Presidente Bush ha dato alla recente aggressione israeliana di Gaza e del Libano ci dice che i risultati stanno per arrivare: adesso il socio dovrebbe venire in aiuto all'Impero in difficoltà.

Hezbollah rivuole il pezzo del Libano meridionale che Israele ancora conserva. Vuole anche avere un ruolo primario nella politica libanese e mostra solidarietà ideologica nei confronti sia dell'Iran sia della lotta palestinese in generale, e di quella islamista in particolare. I tre obiettivi non sono sempre complementari e hanno portato a uno sforzo bellico contro Israele molto limitato negli ultimi sei anni. La completa resurrezione del turismo sul lato israeliano del confine con il Libano dimostra che, a differenza dei generali israeliani, per ragioni loro gli Hezbollah erano soddisfatti di un conflitto a intensità molto bassa.

Se e quando venisse raggiunta una soluzione articolata della questione palestinese, anche quell'impulso si spegnerebbe.

Sconfinare in Israele per centro metri è un'azione di quel tipo. Reagire a un'operazione di così basso profilo con una guerra totale indica chiaramente che quello che conta qui è il disegno complessivo e non il pretesto.

Non c'è nulla di nuovo in questo. Nel 1948 i palestinesi scelsero un conflitto a bassissima intensità quando le Nazioni Unite imposero un trattato che strappò loro metà del territorio e lo diedero a una comunità di nuovi arrivati e di coloni, molti dei quali giunti dopo il 1945. I leader sionisti avevano aspettato a lungo quel pretesto e lanciarono un'operazione di pulizia etnica che espulse metà della popolazione nativa, distrusse metà dei villaggi e trascinò il mondo arabo in un conflitto inutile con l'occidente, le cui potenze stavano ormai uscendo dal colonialismo. I due piani sono collegati: più si espande la potenza militare di Israele, più diventa facile completare il lavoro cominciato nel 1948, la totale dearabizzazione della Palestina.

Non è troppo tardi per fermare i piani israeliani che mirano a creare una nuova terribile realtà sul territorio. Ma la finestra d'opportunità è molto ristretta, e il mondo deve agire finché è in tempo.

Ilan Pappe, studioso israeliano, insegna al Dipartimento di Scienze Politiche dell'Università di Haifa. È l'autore di Storia della Palestina moderna. Una terra, due popoli, Einaudi 2005.

domenica, luglio 23, 2006

Noam Chomsky su Gaza e il Libano

Dall'intervista a Noam Chomsky apparsa su Democracy Now il 14 luglio scorso (l'originale, qui):

AMY GOODMAN: Può parlarci di quello che sta accadendo ora, in Libano e a Gaza?

NOAM CHOMSKY: Naturalmente non ho informazioni da fonti interne, oltre a quelle di cui disponete anche voi e i vostri ascoltatori. Per cominciare con quello che sta succedendo a Gaza... beh, fondamentalmente lo stadio attuale (ma c'è molto di più) comincia con l'elezione di Hamas, alla fine di gennaio. Israele e gli Stati Uniti annunciarono che avrebbero punito il popolo palestinese per aver votato in modo sbagliato nel corso di libere elezioni. E la punizione è stata dura.

Questa ha avuto luogo parzialmente a Gaza e in modo più velato ma perfino più estremo in Cisgiordania, dove Olmert ha annunciato il suo programma di annessione, quello che è stato eufemisticamente chiamato "convergenza" e descritto spesso come "ritiro", ma di fatto è la formalizzazione del programma di annessione delle terre fertili, della maggior parte delle risorse (acqua inclusa) della Cisgiordania, cantonizzando e imprigionando il rimanente territorio, visto che Olmert ha anche annunciato che Israele si sarebbe preso la Valle del Giordano. Ecco, quel progetto va avanti senza episodi estremi di violenza e senza che se ne parli molto.

Per quanto riguarda Gaza, l'ultima fase è cominciata il 24 giugno, quando Israele ha rapito due civili di Gaza, un dottore e suo fratello. Non conosciamo i loro nomi. Non si conoscono, i nomi delle vittime. Sono stati portati in Israele, presumibilmente, e nessuno sa che fine abbiano fatto. Il giorno dopo invece è accaduto un episodio di cui al contrario sappiamo moltissimo. A Gaza dei militanti, probabilmente appartenenti alla Jihad islamica, hanno rapito un soldato israeliano oltre il confine, il caporale Gilad Shalit. E questo fatto è risaputo da tutti, mentre il primo rapimento non lo è. Poi è seguita l'escalation degli attacchi israeliani a Gaza, sui quali non occorre che mi soffermi, perché è stato già detto molto.

La fase successiva è stata il rapimento di due soldati israeliani da parte dell'Hezbollah, avvenuto a quanto si dice sul confine. Il motivo ufficiale è che mirano al rilascio di prigionieri. Ce ne sono alcuni, nessuno sa precisamente quanti. Ufficialmente, ci sono tre prigionieri libanesi in Israele. Si dice che le persone scomparse siano circa duecento. Dove si troveranno?

Ma la vera ragione, e credo che gli analisti concordino su questo, è che... leggo dal Financial Times che ho proprio sotto gli occhi, "La tempistica e le proporzioni dell'attacco suggeriscono che è parzialmente inteso a ridurre la pressione sui palestinesi costringendo Israele a combattere su due fronti simultaneamente". David Hearst, che conosce bene quest'area, descrive l'azione come una dimostrazione di solidarietà nei confronti di un popolo che soffre, un'impulso a compattarsi.

Badate, è un atto davvero irresponsabile. Sottopone i libanesi alla possibilità, anzi alla certezza, di conseguenze violente e forse estreme. Io spero che possa ottenere qualche risultato, nella questione secondaria del rilascio di prigionieri o in quella primaria di qualche forma di solidarietà con il popolo di Gaza, ma non considero altamente probabile questo secondo caso.

JUAN GONZALEZ: Noam Chomsky, sulla stampa è stato dato risalto all'Iran e alla Siria come architetti di ciò che sta succedendo ora in Libano. Che ne pensa di queste analisi che sembrano in un certo senso minimizzare il movimento di resistenza attribuendo le responsabilità all'Iran?

NOAM CHOMSKY: Beh, il fatto è che non abbiamo informazioni in questo senso, e dubito molto che coloro che ne scrivono le abbiano. E francamente dubito che i servizi segreti degli Stati Uniti abbiano anch'essi delle informazioni. È certamente plausibile. Voglio dire, non c'è dubbio che ci siano dei collegamenti, probabilmente dei legami anche forti, tra Hezbollah, Siria e Iran, ma penso che non ci sia la più pallida idea se e come questi collegamenti abbiano motivato le azioni recenti. Si può immaginare quello che si vuole. È una possibilità, anzi, addirittura una probabilità. Ma d'altro canto ci sono tutte le ragioni per credere che Hezbollah abbia le sue motivazioni, forse proprio quelle indicate da Hearst, dal Financial Times e da altri. Anche questo sembra plausibile. Molto più plausibile, anzi.

AMY GOODMAN: Si è detto perfino che Hezbollah potrebbe mandare in Iran i soldati israeliani catturati.

JUAN GONZALEZ: Beh, Israele dice di avere le prove che stava per succedere. Ecco perché sta tentando il blocco navale e ha bombardato l'aeroporto.

NOAM CHOMSKY: Lo dicono. È vero. Ma lo ripeto, non abbiamo le prove. Quello che dice uno stato che sta mettendo in atto attacchi militari non vale molto, in termini di credibilità. Se hanno le prove, sarebbe interessante vederle. E potrebbe succedere. Ma anche se succedesse, non proverebbe molto. Ovunque tengano i prigionieri, nel momento in cui gli Hezbollah decidessero che non possono tenere i soldati in Libano per le proporzioni degli attacchi israeliani, potrebbero mandarli da un'altra parte. Sono scettico sul fatto che Siria e Iran possano volerli, o anche sul fatto che possano farli arrivare lì, ma potrebbero volerlo fare.

AMY GOODMAN: Volevo anche chiederle che ne pensa del commento dell'ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite. Ha difeso le azioni di Israele come una reazione giustificata. Dan Gillerman.

DAN GILLERMAN: In questi giorni difficili invito voi e i miei colleghi a farvi questa domanda: cosa fareste se i vostri paesi si trovassero ad essere attaccati così, se i vostri vicini si infiltrassero attraverso i confini per rapire la vostra gente, se venissero lanciate centinaia di razzi contro le vostre città e i vostri villaggi? Ve ne stareste con le mani in mano o fareste esattamente quello che sta facendo Israele in questo momento?

AMY GOODMAN: Queste erano le parole di Dan Gillerman, l'ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite. Noam Chomsky, la sua risposta?

NOAM CHOMSKY: Si riferiva al Libano più che a Gaza.

AMY GOODMAN: Sì.

NOAM CHOMSKY: Già. Beh, ha ragione sul fatto che sono state sparate centinaia di razzi, e ovviamente questo va fermato. Ma non ha detto, o almeno non in questo intervento, che i razzi sono stati sparati dopo i pesanti attacchi di Israele contro il Libano, che hanno ucciso... beh, secondo le ultime notizie [l'intervista risale al 14 luglio, n.d.t.] almeno una sessantina di persone e hanno distrutto molte infrastrutture. Come sempre, le cose avvengono secondo un certo ordine, e bisogna decidere qual è stato l'evento scatenante. Secondo me, l'evento scatenante nel caso attuale, o meglio gli eventi, sono quelli che ho nominato: la costante intensa repressione; i molti rapimenti; le molte atrocità inflitte a Gaza; l'annessione della Cisgiordania, che se continuerà corrisponderà all'assassinio di una nazione, alla fine della Palestina; il rapimento il 24 giugno dei due civili a Gaza; e poi la reazione e il rapimento del caporale Shalit. E c'è differenza, tra l'altro, tra il sequestro di civili e il sequestro di soldati. Anche la legislazione internazionale in materia umanitaria fa quella distinzione.

AMY GOODMAN: Può dirci in cosa consiste quella distinzione?

NOAM CHOMSKY: Se è in corso un conflitto, a parte la guerra vera e propria, non in un conflitto militare, il rapimento... se vengono rapiti dei soldati devono essere trattati umanamente. Ma non è un crimine al livello della cattura di civili che vengono poi portati attraverso il confine nel proprio paese. Questo è un crimine molto grave. E di quel crimine non si è parlato. E ricordatevi che... insomma, non devo essere io a dirvi che ci sono continui attacchi a Gaza, che è fondamentalmente una prigione, un'enorme prigione, sotto costante attacco: strangolamento dell'economia, attacco militare, omicidi, e così via. Se paragonata a questo, la cattura di un soldato, comunque si veda la cosa, non si colloca in alto sulla scala delle atrocità.

[...]

AMY GOODMAN: Quanto pesano gli Stati Uniti sulla situazione in Libano e Gaza?

NOAM CHOMSKY: [...] Gli Stati Uniti considerano Israele una loro propaggine militarizzata, lo proteggono da critiche e reazioni e appoggiano passivamente o apertamente la sua espansione, i suoi attacchi contro i palestinesi, la sua progressiva acquisizione di ciò che rimane del territorio palestinese, e le sue gesta tese a realizzare di fatto un commento che Moshe Dayan fece all'inizio degli anni Settanta quando era responsabile dei Territori Occupati. Disse ai suoi colleghi ministri che avrebbero dovuto dire ai palestinesi che per loro non c'era una soluzione, che avrebbero vissuto come cani, e che chi voleva andarsene era libero di farlo. La loro politica è fondamentalmente quella. E presumo che gli Stati Uniti continueranno ad assecondarla in un modo o nell'altro.

venerdì, luglio 21, 2006

Lettera dal Libano

Hanno rapito il Libano!

16 luglio 2006

Cari familiari e amici,

Ha! Mi sa che sto diventando una giornalista! Innanzitutto siamo ancora al sicuro, ma praticamente nessuno di noi riesce a chiudere occhio. I bombardamenti sono stati continui, giorno e notte senza tregua. Siamo sulle montagne e veniamo continuamente svegliati dal suono delle esplosioni. E non è che dopo aver sentito cadere una bomba ci si riaddormenti. Si può solo immaginare come sia a Beirut. La situazione è estremamente grave.

Vorrei ripetere ancora una volta che abbiamo bisogno del vostro aiuto nel diffondere queste informazioni e farle arrivare alla stampa. Le notizie che ricevete sono distorte. Questa d’Israele è una guerra ben orchestrata. Non si tratta di una reazione al rapimento di due soldati per mano degli Hezbollah. Ogni giorno diventa sempre più chiaro che Israele sta mettendo in atto un piano premeditato.

Israele ha letteralmente rapito l'intera nazione. Stanno distruggendo una per una tutte le strade che conducono fuori dal paese. Proprio stasera, attorno alle 20:00, abbiamo sentito volare sopra le nostre teste degli aerei israeliani, e pochi minuti dopo abbiamo sentito alla radio che avevano distrutto una strada di montagna che conduce alla valle della Bekaa. Questa strada sta più su rispetto a dove viviamo, in un villaggio prevalentemente cristiano.

Nel notiziario precedente avevamo appreso che dei 93 libanesi uccisi solo tre erano soldati. Alle 20:30 c'erano più di 120 morti e 500 feriti.

Ieri hanno bombardato un piccolo porto ad Amchit, un villaggio cristiano a nord di Beirut, a circa un'ora di viaggio dalla città. Perché? Gli israeliani avevano sentito dire che stava arrivando una nave francese che portava scorte di medicinali. Danneggiando il porto hanno impedito che queste scorte cruciali raggiungessero la loro destinazione.

Ieri mia nipote è stata ad un matrimonio. Poveri sposi, potevano forse rimandare le nozze dopo mesi di preparativi? La cerimonia si è svolta non troppo lontano da Jounieh, un importante porto a circa 25 minuti a nord di Beirut e inoltre una piccola città cristiana (decisamente non una roccaforte degli Hezbollah). Si trovavano tutti sulla terrazza quando Israele ha ripetutamente attaccato il porto di Jounieh. Mia nipote ha detto che tutti sono corsi in chiesa e hanno cominciato a pregare. La sposa piangeva. Lo sposo piangeva. Mia nipote è scappata lungo la strada principale mentre non lontano sentiva fischiare le bombe. Che bei ricordi per gli sposini.

Questo pomeriggio gli israeliani hanno decimato un piccolo villaggio cristiano, Ain Ebel, nel sud del Libano. Il sindaco stava chiedendo alle Nazioni Unite di far cessare i bombardamenti per permettere alla città di evacuare donne e bambini e di procurarsi cibo e medicinali. Anche Ain Ebel è lungi dall'essere una base degli Hezbollah.

Nel quartiere meridionale di Beirut gli israeliani hanno tagliato tutte le telecomunicazioni, sia terrestri che mobili.

Hanno appena colpito un'altra volta l'aeroporto, mentre stavo scrivendo questa lettera. Dev'essere la sesta o settima volta, ho perso il conto!

Più di un milione di libanesi, cioè quasi un terzo dell'intera popolazione, ha lasciato le proprie case! Gli alberghi e le abitazioni sulle montagne sono stipate all'inverosimile, e cercano di offrire ospitalità a queste persone che si ritrovano ad essere profughi nel loro stesso paese.

Siete ancora convinti che Israele stia attaccando solo obiettivi dell'Hezbollah? Siete ancora convinti che Israele abbia diritto a difendersi e, se anche così fosse, abbia il diritto di farlo in questo modo?

Neanche durante i 15 anni di guerra erano rimasti contemporaneamente bloccati tutte le strade, tutti i porti e gli aeroporti. Quando mi trovavo in Arabia Saudita potevamo prendere un aereo per Cipro e poi una nave per Jounieh per andare a trovare la famiglia di mio marito. Adesso non c'è nessuna via d'uscita. Israele ha rapito e intrappolato tutto il paese. Ci sono più di 17.000 cittadini francesi, più di 10.000 inglesi, più di 25.000 americani e molti altri stranieri intrappolati qui perché Israele ha fatto saltare in aria tutte le strade principali, i ponti, gli aeroporti e i porti. Queste sono azioni barbare. L'ambasciatore britannico ha fatto una dichiarazione alla televisione dicendo ai suoi connazionali che le strade non sono abbastanza sicure da permettere l'evacuazione, e quindi di restare a casa. Che rassicurante! Si sente parlare di evacuazioni, ma ci chiediamo tutti come si possa uscire dal Libano quando le strade, i ponti e i porti sono stati danneggiati così gravemente.

E per chiudere, una breve storia. Una notizia che, ne sono certa, non ha avuto risalto sulla stampa americana: il 21 giugno 2006, circa tre settimane fa, il Daily Star, il quotidiano locale in inglese, ha pubblicato un articolo che spiegava come il Libano si aspettasse il totale appoggio del Consiglio di Sicurezza dell'Onu a proposito di una protesta presentata dal governo libanese. I libanesi si sono attenuti al protocollo internazionale. Che cosa avevano scoperto? Il Mossad, il servizio segreto israeliano (come la CIA per gli americani), ha una rete in Libano e ha assassinato almeno tre cittadini libanesi che secondo gli israeliani erano dei "terroristi".

Vi chiedo:
Cos'è peggio? Gli Hezbollah che rapiscono due soldati israeliani o gli agenti israeliani che entrano nel territorio del Libano per assassinare i suoi cittadini? È come se una cellula dei servizi segreti nordcoreani si mettesse ad uccidere cittadini americani sul suolo degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti se ne starebbero con le mani in mano? È una vergogna. E invece Israele distrugge il Libano impunemente e nessuno presta attenzione a queste violazioni. E che diritto di difendersi ha, il Libano? Se facesse quello che Israele sta facendo ora, sarebbe etichettato come "terrorista".

Vi prego ancora una volta di diffondere queste notizie. Israele sta distruggendo il Libano mentre gli Stati Uniti nascondono la testa sotto la sabbia! Queste atrocità devono finire!

Sono le 22.10. Cadono le bombe. Abbiamo davanti un'altra notte insonne.

Rosie AKL

Originale ed altre lettere su: http://www.imemc.org/index.php?option=com_content&task=view&id=20148&Itemid=153

Tradotto dall'inglese in italiano da Mirumir e revisionato da Mary Rizzo, membri di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica (www.tlaxcala.es). Questa traduzione è in Copyleft: è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne l'autore e la fonte.

domenica, luglio 09, 2006

Lettera dalla Palestina

Quella che segue è una lettera dalla Palestina che vi preghiamo di diffondere. L'autrice, che si firma Bell Way, è originaria dell’Africa.

Da qualche parte in Palestina, 1° luglio - Giunse il mattino, e scoprimmo che durante la notte 90 degli uomini migliori della nostra nazione erano stati catturati da Israele prelevandoli dalle loro case. Il nostro sindaco, che era stato scarcerato dopo quattro anni di reclusione solo un mese fa; una persona per la quale ho il più profondo rispetto e ammirazione, condivisi dalla sua gente, dai suoi alleati politici come dai suoi avversari. E anche il nostro vicesindaco. L'ultima volta che gli ho parlato, all’inizio della settimana, lottava contro un dolore cronico alla schiena. Mi chiedo dove si trovino ora. Se oggi hanno ricevuto del cibo o sono stati torturati. Se questa notte dormiranno in un letto o non dormiranno affatto. Se domani saranno a casa. Se non rivedremo mai più vivi alcuni di loro.

È la prima volta dopo tanto tempo che i palestinesi catturano un soldato israeliano; le famiglie dei prigionieri hanno pregato la resistenza di non liberarlo finché non ci sarà uno scambio di prigionieri, indipendentemente dalle conseguenze che questo gesto avrà per la comunità - conoscendo bene la sofferenza che comporta.

Oggi ciascuno si è dedicato alle proprie attività, per le strade ci sono stati cortei nuziali, e le famiglie sono uscite a mangiare gelati e angurie nel caldo appiccicoso. Alcuni erano sconvolti dal muto dolore di aver visto sparire improvvisamente i propri cari, un dolore senza sorpresa; si aspettavano che il prezzo che è stato pagato e ripagato più volte per mantenere integro il proprio spirito dovesse essere pagato ancora.

Io stessa non ho potuto impedirmi di scoppiare a piangere, di tanto in tanto, anche se per me si tratta solo di un assaggio di quel stupore, avendo visto due brave persone che conosco un po’, due persone forti di quel potere che la comunità ha loro attribuito, trasformate all’improvviso in esseri impotenti, in pezzi di carne alla mercé dei funzionari dei servizi segreti israeliani. So che se li avessi conosciuti meglio, e se avessi conosciuto anche gli altri, il senso di rabbia, di pena e di incredulità si sarebbe moltiplicato. So che per le persone che mi circondano queste lacrime sono state versate anni ed anni fa. La rabbia, l'incredulità e la perdita hanno avuto luogo un numero incalcolabile di volte, ma non per questo sono meno forti; per il mondo è un caso in più che si aggiunge ad un grande numero, per ogni madre, sorella e moglie è un’angoscia inconsolabile, la perdita di qualcosa di insostituibile, un furto inimmaginabile, la violazione di una famiglia, di un matrimonio che potrebbero non riprendersi più dai traumi e dagli abusi sofferti e saranno sofferti nei giorni a venire.

Israele ha più di 10.000 ostaggi palestinesi, tra cui centinaia di bambini, e massacra quotidianamente palestinesi di tutte le età.

Quando i palestinesi prendono due ostaggi israeliani e uccidono due soldati, Israele bombarda Gaza. Bombarda le centrali elettriche e la rete idrica; niente corrente elettrica, niente acqua, e i ponti fatti saltare in aria isolano le città. La Striscia di Gaza è l'area più densamente popolata della terra perché Israele la usa come una discarica di rifiuti umani appositamente progettata perché i rifugiati vi vengano gettati ed ermeticamente sigillati dal resto del mondo.

Brillante, ma fallimentare. Se trattate gli esseri umani come spazzatura e loro sanno di essere uomini e non rifiuti, non si presteranno a scomparire in silenzio. La notte non dormirete mai tranquilli. Non avrete mai il diritto di dormire tranquilli. Possiate non dormire mai sonni tranquilli.

Una ragazza del mio quartiere ha domandato: ci credete che Israele ha sequestrato la maggior parte del nostro governo, la scorsa notte? Immaginate che al risveglio vi dicano che le forze armate palestinesi hanno rapito 90 uomini del governo israeliano. Difficile immaginare che Israele possa lasciare una sola casa in piedi, una persona incolume.

Immaginate se i palestinesi avessero la capacità militare di punire Israele nella stessa misura per ogni due ostaggi presi e due uccisi. Immaginate se gli americani e gli europei valutassero il sangue dei palestinesi e degli iracheni come valutano il proprio. Immaginate se le nazioni del mondo usassero le armi per proteggere le vite degli innocenti e per assicurare alla giustizia stati che rubano, violentano e uccidono.

Un paio di giorni fa parlavo con un mio conoscente che è stato preso in ostaggio l'altra notte. Ha spiegato parte dell’interpretazione di Hamas del Corano come segue: i musulmani devono avere a che fare con tre tipi di persone:

1) Coloro che ti trattano con rispetto. In questo caso, è un crimine contro Dio non trattare costoro se non con rispetto, gentilezza e ospitalità. In altre parole, se un ebreo volesse emigrare in Palestina nel pieno rispetto della gente che vi vive, e desiderasse entrare a far parte della società palestinese, dovrebbe essere il benvenuto.

2) Poi ci sono coloro che non ti rispettano e ti avversano. Non hai nessun obbligo di ospitalità nei loro confronti.

3) Poi ci sono coloro che non hanno alcun rispetto per la tua umanità, la tua proprietà e la tua religione, si appropriano della tua terra e della tua vita, distruggono i tuoi possedimenti e uccidono la tua gente. In questo caso hai l'obbligo di combattere contro di loro per proteggere la tua terra e la tua gente. Se uccidono la tua gente, tu puoi uccidere la loro.

Oggi sono andata a trovare un altro amico che pensa di poter essere catturato stanotte, tanti sono stati gli amici che sono stati presi la notte scorsa. Ha detto che agli israeliani non importa troppo delle vite degli ostaggi, e che nel passato in alcuni casi hanno ucciso loro stessi gli ostaggi bombardando indiscriminatamente i villaggi. Ma Israele aspetta fin dai risultati delle elezioni la prima operazione militare di Hamas, e quindi sapeva che questo attacco massiccio contro la comunità sarebbe arrivato prima o poi. Benché alle operazioni militari palestinesi degli ultimi giorni abbiano preso parte diversi gruppi, tutti gli obiettivi d'Israele sono capi di Hamas. Israele vuole vedere Hamas distrutta, Europa ed America vogliono vedere Hamas distrutta ed Abu Mazen sembra fare del suo meglio per unirsi a loro. Molti di coloro che sono stati arrestati erano tra i membri di Hamas che Israele aveva esiliato nella terra di nessuno tra Israele e il Libano, un decennio fa. Mi ha raccontato le storie di alcuni dei suoi amici che risalgono a quei tempi terribili, quando trascorrevano inverni nevosi sotto una tenda. Mi ha parlato del calore umano che si respirava in quelle tende durante i mesi di gelo. Mi ha raccontato di come in preda alla fame fossero andati in un frutteto di albicocchi e, non trovando il proprietario, avessero preso un po’ di frutti e avessero legato ad un albero un fazzoletto con dentro del denaro. Quando il proprietario lo trovò andò a cercarli e disse loro, con le lacrime che gli rigavano il viso, che razza di uomini siete, che patite la fame e siete rifiutati dal mondo, che avete tali principi che non prendete neanche la frutta che trovate sugli alberi. Ecco la mia frutta, vi do i miei frutteti!

Ho percepito la miseria dell'Occidente, dove i mezzi d'informazione non sanno dire nulla di questa gente se non rigurgitando all’infinito banali calunnie… delle persone catturate so solo pochi nomi, e poco delle loro storie. Per chiunque, qui, ciascuno di questi nomi rappresenta una ricca storia, decenni di lotte, di sofferenze, di eroismo, anni di prigionia, di dolore, di coraggio, di nuovi tentativi, di speranze tradite, di delusione e di resistenza alla ricerca di una nuova speranza.

Questa conversazione si è svolta a pranzo, nella casa della figlia del mio amico. Lei ed il marito erano attivisti di Hamas; lui fu catturato da Israele e morì in carcere, lasciando la moglie sola con i tre figli piccoli. Non dimenticare che è l'America che dà ad Israele tutto ciò che gli serve per farci questo, ha detto la donna. Quando ce ne siamo andati, lei e i tre bambini hanno baciato più volte il mio amico, non sapendo se domani si sveglieranno e sapranno che il loro padre e nonno è diventato un prigioniero.

Ho trascorso questa settimana con una studentessa francese, orfana della guerra in Bangladesh, che sta facendo delle ricerche sulla dignità come viene vista dalle donne. La dignità è una parola che si pronuncia spesso nella legislazione internazionale, ma senza una precisa definizione; si dice che le persone hanno "diritto alla propria dignità" e tuttavia, visto che nessuno sa di che si tratta, le violazioni di questo diritto finiscono per non essere perseguite. Questa settimana l'ho aiutata ad intervistare dozzine di donne: donne di Fatah, di Hamas, del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, donne povere e benestanti, istruite ed analfabete, giovani e vecchie. Ci mettevamo sedute accanto a delle sconosciute e non appena si parlava di dignità, al karame, la stanza si animava di opinioni appassionate, storie terribili e affermazioni incredibilmente coraggiose ed ispiratrici. Ecco alcune delle cose che ho sentito dire della dignità.

Non c'è dignità, in Palestina; dobbiamo affrontare l'umiliazione ai posti di controllo, ci limitano nelle visite alle famiglie e nel frequentare le scuole, la notte abbiamo i soldati in casa, e poi c'è la prigione.. La guerra d'Israele è prima di tutto contro la nostra dignità, che Israele attacca su tutti i fronti e con tutti i mezzi, perché se riesce a distruggere la nostra dignità non saremo più in grado di resistere. C'è una dignità straordinaria, in Palestina; forse più che altrove nel mondo, perché l'occupazione con tutti i suoi meccanismi di umiliazione ci rende consapevoli della nostra dignità. Più cercano di distruggere la nostra dignità, più essa si rafforza; stanno ottenendo il contrario di quello che volevano. Ci sono due tipi di dignità: una ti viene dagli altri, quando vieni trattato con dignità, e l’altra viene da dentro, da quello che sai di essere di fronte a Dio, e questa nessuno ha il potere di togliertela, a meno che tu non lo permetta. Anche se noi donne veniamo catturate da Israele, denudate e stuprate in carcere, se resistiamo agli attacchi contro la nostra dignità non la perderemo. Ad un posto di controllo chiesero ad una donna di togliersi la sciarpa. Rifiutò, ed il soldato le mostrò un'asta di metallo dicendole che le avrebbe infilzato gli occhi. O gli occhi, o la dignità. Rifiutò. Il soldato le infilzò gli occhi. La donna è sopravvissuta, ma è cieca. Non ha perso la dignità. Un'amica del Profeta Maometto fu immobilizzata a terra da un uomo che le fece scegliere tra la dignità o la vita. L’unica cosa che era in grado di fare era sputargli in faccia, e lo fece. La uccise, ma non distrusse la sua dignità.

Gli arabi trovano una grande fonte di dignità nella ricca e profonda storia della nostra cultura. Ma ora tutte le terre arabe sono in cattività, e solo in Iraq e in Palestina noi siamo liberi dentro, perché non accettiamo l’asservimento che ci viene imposto; la nostra resistenza ci dà una grande dignità.

La dignità ci viene dalla nostra terra. È la nostra vita. Finché siamo nella nostra terra, nonostante le sofferenze, abbiamo la nostra dignità. Se riusciranno ad espellerci in Giordania la nostra dignità sarà perduta per sempre. Io ho gli ulivi della mia famiglia. Ogni anno mi fornivano dell'olio prezioso che potevo dare generosamente ai miei amici ed ai miei vicini. Ora Israele ha ucciso metà dei miei alberi e ha imprigionato gli altri. Questi alberi sono come miei figli. Ogni giorno è per me una pena terribile, e una terribile vergogna, sapere che non sono in grado di aiutarli. Adesso quando abbiamo bisogno di olio d'oliva andiamo a comprarlo in negozio. Ma prima potevo donare generosamente olio d'oliva ai miei amici e ai miei parenti.

La nostra dignità ci viene dall’Islam, come donne e come esseri umani. Nella nostra cultura prima dell'Islam le donne erano semplicemente viste come una proprietà, e le bambine potevano essere sepolte vive. In molte parti del mondo vediamo donne che non hanno dignità. L'Islam ci ha dato i pieni diritti come donne in ogni senso, e piena parità con tutti gli esseri umani - indipendentemente dall'essere maschio o femmina, o dall'essere musulmano o di qualsiasi altra fede, ciascuno di noi ha lo stesso valore.

Cosa vi aspettate e sperate per il futuro?

Le cose andranno molto peggio. È scritto che soffriremo così fino alla fine.

La nostra speranza deriva dal sapere che Gesù ritornerà e spazzerà via tutte le ingiustizie dalla terra, e alla fine l'umanità sarà libera di vivere nella pace e nell’uguaglianza.

Quale dovrebbe essere secondo voi la soluzione politica per la Palestina?

Se solo potessero tornare tutti da dove sono venuti noi potremmo nuovamente vivere in pace nelle nostre case e nella nostra terra.

Non potremo mai vivere con loro; se qualcuno ha ucciso i tuoi figli puoi forse accettarlo come vicino?

Viviamo già con loro, e naturalmente potremo farlo in futuro.

Non possiamo conviverci, noi dobbiamo avere uno Stato e loro devono avere uno Stato. Per quanto riguarda tutti i profughi che hanno case e terre in Israele, non saprei…

Possiamo convivere in un unico Stato, i profughi devono riavere le loro case e la loro terra.

Se avremo uno Stato islamico in tutta la Palestina, questo sarà l'unico modo per convivere, noi e loro, perché l'Islam è l’unico sistema che protegga l’uguaglianza tra persone di diverse religioni.

Pensate che in questo momento la strategia migliore sia costituita dai negoziati o dalla lotta armata?

Naturalmente se potessimo riavere i nostri diritti senza ricorrere alla violenza questo sarebbe il metodo migliore. Se i negoziati avessero funzionato in passato potremmo usare quelli invece della lotta armata, però non hanno mai prodotto niente. Dobbiamo continuare a combattere per proteggere la nostra terra e la nostra comunità. Come potrebbe essere giusto non fare niente quando ogni giorno attaccano le nostre vite e la nostra terra?

Come donne partecipereste alla lotta armata?

Ammiro le donne che lo fanno, ma da parte mia non credo di esserne capace. Il mio contributo consiste nello studiare e nell'essere una brava madre per i miei figli.

No, non credo che le donne dovrebbero usare le armi.

Sì! Sarebbe un grande onore combattere per il mio paese!

Sì! Come vorrei che ci fosse l'opportunità di ricevere l’addestramento militare come fanno le donne israeliane. Non sono ancora sposata, ma spero che un giorno avrò un figlio che darà la vita perché il nostro paese possa essere libero. Gli americani, gli europei e gli israeliani danno più valore al sangue dei loro cani e dei loro gatti che a quello dei palestinesi. Nessuno di noi potrà mai dimenticare la piccola Huda che urlava sulla spiaggia di Gaza, gettandosi più volte sulla sabbia accanto al cadavere di suo padre. Nessuno al mondo ci ha espresso indignazione o almeno compassione per le atrocità commesse contro di noi. A loro importa dei mondiali di calcio, e l’angoscia di Huda è un'interruzione, una distrazione, dai risultati delle partite. Il nostro sangue vale così poco per il mondo, ed il sangue israeliano vale così tanto. Non vedono affatto la nostra umanità.

Come riuscite a trovare il senso della vostra umanità mentre il mondo vi fa capire che la vostra vita, la vostra morte e il vostro sangue non hanno valore?

Quando si tratta di questo noi sappiamo che Dio ci vede, anche se soffriamo in una camera di tortura israeliana e nessuno della nostra famiglia sa dove siamo e se siamo vivi o morti. Noi sappiamo che Dio ci vede e conosce il nostro valore, la nostra umanità. Apparteniamo a lui, e in questo sono il nostro valore e la nostra speranza; i nostri destini sono nelle sue mani e le nostre esistenze sono per lui molto preziose, anche se non valgono niente agli occhi dei nostri fratelli e delle nostre sorelle della razza umana, e alla fine è questo quello che conta. Sappiamo chi siamo. La nostra vita, la nostra morte, le speranze, la delusione non sono insignificanti.

Ieri ho incontrato un nuovo incaricato del governo tedesco a Gerusalemme, un giovane dall’accento americano. Era felice che Hamas e Fatah fossero state d'accordo sul Documento dei Prigionieri. Grande, abbiamo convinto Hamas a riconoscere Israele, ha detto. Adesso dobbiamo solo convincerli a rinunciare alla lotta armata ed all'idea di uno Stato islamico. Il problema è che quando portiamo la democrazia nel medio oriente dobbiamo sempre fare in modo da assicurarci che ci sia uno stato Secolare, mentre tanta gente vuole uno Stato islamico. (invece lo Stato ebraico, a quanto pare, va benissimo). Quello che i palestinesi non capiscono, ha detto, è che la lotta armata non li porterà da nessuna parte. Non hanno imparato niente dopo tutti questi anni? Danneggia molto la loro immagine nella comunità internazionale. Beh, ho detto sarcasticamente, visto che tu questo lo capisci molto bene e nessun palestinese è stato in grado di comprenderlo, forse dovresti spiegarglielo. Ma lo faccio, con ogni palestinese che incontro, ha detto con grande sincerità.

E qual è la strabiliante offerta che farà l’Europa, se i palestinesi promettono di tenere ferme le mani e aprire la bocca? Cosa, in cambio della vostra dignità? Un vita lunga, razioni di cibo assicurate? Forse l'opportunità di pulire bagni in Israele, ed il sogno che i vostri nipoti possano fare lo stesso?

Non sono stata qui a lungo, ma abbastanza per essere certa di una cosa: sono gli europei, gli israeliani e gli americani che non riescono a comprendere la verità fondamentale, dopo tutti questi decenni passati a mettere a punto la catastrofe che hanno architettato in Palestina. Questi uomini, queste donne e questi bambini che sanno tenere la testa alta sanno benissimo chi sono. Sono preparati a sacrificare la vita, ma non la dignità. Mentre il mondo discute degli aspetti morali o strategici della resistenza armata, qui non c'è alcuna confusione sulla questione. Se non le si difendesse, la dignità e la terra verrebbero perdute, e sarebbe preferibile morire. Con o senza il vostro permesso, essi continuano a combattere.

Originale: http://bridgenews.org/news/062006/palestinletter

Tradotto dall'inglese in italiano da Mirumir e revisionato da Mary Rizzo, membri di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica (www.tlaxcala.es). Questa traduzione è in Copyleft: è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne l'autore e la fonte.