mercoledì, novembre 29, 2006

Riflessioni sull'ultranazionalismo arabo e iraniano

Riflessioni sull'ultranazionalismo arabo e iraniano
di Arshin Adib-Moghaddam

Traduzione dall'inglese di Andrej Andreevič

Gli studiosi critici del nazionalismo etnicamente codificato sarebbero d'accordo: propagare la gloria della "nostra" razza o cultura quasi sempre richiede la soppressione dello status di razza o cultura che è rappresentato dall'altro. L'Asia occidentale non fa eccezione. Le politiche dell'identità araba e iraniana hanno ostacolato, pervertito e smembrato il pensiero comunitario per lunghi periodi del ventesimo secolo. Oggi, alcune delle pericolose eredità del pensiero ultranazionalista stanno risorgendo il Iran, Iraq e nel resto dell'Asia occidentale, a scapito delle relazioni simbiotiche tra i popoli della regione.

È vero, il nazionalismo iraniano ha raggiunto il suo nadir durante gli anni dell'esaltazione rivoluzionaria, dal momento che era legato agli eccessi della dinastia Pahlavi. Ma la mummia del nazionalismo è tornata indossando una nuova veste. Per alcuni accoliti dell'utopia dell'Iran Persiano, funziona come un'arma contro il messaggio e il simbolismo del comunitarismo islamico contenuto nella costituzione iraniana. Per altri, incluso il presidente Ahmadinejad, è una scorciatoia per ottenere il supporto della risorgente borghesia iraniana. Lo sciovinismo contro gli arabi continua a guidare il pensiero di alcuni commentatori iraniani, specialmente della diaspora. I poteri latenti di queste costruzioni ideologiche profondamente internalizzate, sembrano non scomparire alla caduta degli stati che su queste si basano. Il "persianismo" allevato dai Pahlavi è sopravvissuto all'internazionalismo innescato dalla Rivoluzione islamica nel 1979.

Gli antecedenti dell'ultranazionalismo iraniano possono essere rintracciati negli scritti del tardo diciannovesimo secolo di figure come Mirza Fath Ali Akhunzadeh e Mirza Aqa Khan Kermani. Dimostrando affinità con la visione orientalista della supremazia dei "popoli indoeuropei" e della mediocrità della "razza semita", il discorso nazionalista idealizzò l'Impero Persiano pre-islamico, mentre negava l'islamizzazione della Persia da parte delle forze musulmane. L'ultranazionalismo iraniano ebbe il suo apice durante la dinastia Pahlavi. La decadente celebrazione, voluta dallo Scià, dei 2500 anni dell'Impero Iraniano a Persepoli nel 1971 e l'abbandono del calendario solare basato sull'anno dell'Egira in favore di uno su base imperiale esemplifica la sua aderenza all'idea di persianismo e le sue connotazioni antiislamiche.

In virtù di questa sua ideologia ultranazionalista, l'Iran di Pahlavi aveva bisogno dell'"altro arabo" per essenzializzare il sé iraniano. Distinguendo il gruppo "iraniano-ariano" da quello "arabo-semitico", farebbe notare uno psicologo politico, si riuscì a enfatizzare la superiorità dell'eredità iraniana pre-islamica e a sottovalutare l'identità islamica della popolazione iraniana. Questo fallimento nel forgiare un'identità esclusiva era un anatema per le relazioni comunitarie con i paesi vicini. Non sorprende che alcuni governi arabi percepissero l'aggressivo potenziamento dello scià sotto l'ala protettiva degli Stati Uniti, le pretese territoriali nei confronti del Bahrein abbandonate solo dopo un voto plebiscitario tenuto nello sceiccato contro l'unificazione con l'Iran, e l'annessione nel 1971 di metà dell'isola Abu Musa (controllata dallo sceiccato di Sharijah) e di Tonb-e Bozorg e Tonb-e Kuchak (sottraendole al controllo del rais al-Khaimah) come parte di una grande strategia per "iranizzare" l'area. Questo potrebbe non essere stato parte delle ambizioni dello Scià, ma la sua adesione alla retorica sciovinista diede a tutti il segnale sbagliato. Infine, tutto questo ha allargato la distanza tra i popoli della regione e inibito l'istituzionalizzazione di un'architettura regionale di sicurezza – un tentativo necessario che fino ad oggi non è stato messo in atto.

L'adozione della Weltanschauung nazionalista di tipo europeo nel contesto iraniano era comparabile, benché non identica, all'evoluzione ideologica dell'ultranazionalismo arabo. Mentre la variante iraniana mostrava forti affinità con la nozione francese di supremazia indoeuropea elaborata da Ernest Renan, il ramo del nazionalismo arabo sviluppato da Sati Khaldun al-Husri e istituzionalizzato nel partito Ba'ath (rinascita) di Michel Aflaq era più vicino alla tradizione del romanticismo tedesco. Seguendo l'idea di Johann G. von Herder di una Kulturnation, cioè una comunità culturale che trascende il confine dello stato (idea successivamente sviluppata da Johann Gottlieb Fichte), al-Husri sviluppò l'idea che l'"ummah araba" era una nazione culturale tenuta assieme da un linguaggio nazionale comune e che condivideva un folklore comune.

Come il nazionalismo dei Pahlavi, che nei periodi di crisi elaborava resoconti insidiosamente razzisti, anche l'"arabismo" ebbe le sue aberrazioni. In nessun luogo il processo di radicalizzazione dell'arabismo era più accentuato che nell'Iraq di Saddam Hussein dove l'antiiranismo (a fianco dell'antiimperialismo e all'antisemitismo) diventò un pilastro ideologico dello stato ba'athista. Pamphlet come "Tre che Dio non avrebbe dovuto creare: persiani, ebrei e mosche", libri quali Judhur al-'ada al-Farsi li-l-umma al-'Arabiyya [Storia dell'odio persiano verso gli arabi], serie intitolate Judhur al-'ada al-Farsi li-l-umma al-'Arabiyya [Le radici dell'ostilità persiana verso la nazione araba] e proverbi come Ma hann a'jami 'ala 'Arabi [Un ajam, persiano, non avrà pietà di un arabo] ritraevano ripetutamente gli iraniani come crudeli e senza pietà, i massimi portatori della shu'ubyya, posseduti da un "mentalità persiana distruttiva" (aqliyya takhribiyya). Nacque il mito che l'odio verso gli arabi fosse parte integrante del carattere persiano e che il suo attributo razziale non fosse cambiato dai giorni dell'islamizzazione dell'Impero Sassanide nel settimo secolo prima di Cristo. Non c'è da meravigliarsi che Saddam Hussein avesse ordinato nel 1977 la creazione dell'"Ufficio del Golfo Arabo". Diffondendo mappe che designavano il Golfo come Khaliji Basra (Golfo di Bassora) o Khalij al-'arabi (Golfo Arabo), Saddam Hussein reclamava un ruolo preminente nella regione richiamandosi ad un sentimento nazionalista arabo (iraq-centrico) con sentimenti antiiraniani.

Il fenomeno del discorso ultranazionalista in Iran e Iraq qui segnalato a grandi tratti è un esempio di invenzione delle nazioni e degli stati nazione, esaminato tra gli altri da Ernest Gellner e Eric Hobsbawm. Il nazionalismo era un mezzo per mobilitare il supporto della popolazione e simbolo della legittimità dei regimi autoritari al potere. Per creare le identità statali nascenti, le differenze furono accentuate e i punti in comune ignorati, rafforzando l'inventata dicotomia "sé"-"altro" tra iraniani e arabi. In entrambi i contesti, il nazionalismo aveva fini politici. Per gli ultranazionalisti iraniani, la rappresentazione dell'"altro arabo" serviva ad accentuare la distinzione e la "naturale" affinità del paese con l'occidente. L'ultranazionalismo arabo, d'altro canto, era invocato come strategia politica per escludere l'Iran dall'arena delle politiche interarabe.

L'attuale progetto di costruzione dello stato iracheno e la battaglia sulla direzione della rivoluzione islamica in Iran hanno portato a riaprire la vasta fossa comune delle ideologie fallite nell'Asia occidentale. In Iran, l'eredità comunitarista islamica lasciata dall'Ayatollah Khomeini fino ad ora è utilizzata per esperimenti ultranazionalisti, ma non vi è certezza che lo stato iraniano non possa essere costretto a invocare nuovamente il nazionalismo radicale in periodi critici (come è successo durante la guerra con l'Iraq). Non si sa neppure se la reinvenzione dello stato-nazione iracheno possa richiedere la rievocazione di simboli e immaginari dell'"arabismo" e dei suoi precetti antiiraniani a un certo stadio del processo di costruzione dello stato. Però c'è stato un forte incoraggiamento in questo senso.

Considerate il punto di vista del re Abdullah, che sostiene di avere un "reale problema a causa dell'influenza di certe fazioni politiche iraniane all'interno dell'Iraq" e la sua dichiarazione per cui "l'Iraq è il campo di battaglia dell'occidente contro l'Iran". Considerate anche la dichiarazione del principe Saud al-Faisal per cui "l'Iraq è stato effettivamente consegnato nelle mani dell'Iran" (frase che ha fatto sì che il ministro degli interni iracheno lo abbia definito "un beduino seduto su un cammello", descrivendo la famiglia al-Saud come "tiranni che credono di essere re e Dio"). Simili punti di vista sulla presenza iraniana nell'Asia occidentale sono espresse anche da Ehud Olmert, l'amministrazione Bush, Hosni Mubarak, Ayman al-Zawahiri, Osama bin Laden, e altri che hanno o cercano affermazioni politiche nella regione e oltre. Anzi, il sospetto riguardo i progetti iraniani nell'Asia Occidentale non potrebbe aver motivato Arabia Saudita, Egitto e Giordania a sostenere gli sforzi statunitensi e israeliani per prolungare i negoziati per il cessate il fuoco dopo l'invasione israeliana del Libano, quest'estate? La risposta è si, credo.

Per fortuna, non tutti i segnali sono cupi. La scelta del film acclamato dalla critica Half Moon – diretto dall'iraniano Bahman Qobadi e coprodotto da Iraq, Iran, Austria e Francia – come proposta irachena per gli Oscar di quest'anno è l'ultimo segnale che sta succedendo qualcosa di notevole nelle sfere culturali. Senza dubbio, ci sono indissolubili legami transnazionali tra iracheni e iraniani, radicati nelle somiglianze (per esempio l'antica minoranza iraniana in Iraq, gli esiliati iracheni e i rifugiati in Iran) e nella religione (la rete di istituzioni, fondazioni e seminari che collegano Qom e Mashhah a Kerbala e Najaf). Ma le incertezze rimangono. L'ultranazionalismo in Asia occidentale è ancora un luogo comune, che avrebbe dovuto diventare obsoleto ma non è ancora successo? O possiamo entrare finalmente in una nuova era di impegno intellettuale libero dalle ideologie esclusiviste del passato? Penso che a questo punto abbiamo forse più speranza che sicurezza sul fatto che le élite regionali abbiano imparato le lezione dei brutti giorni dell'esaltazione nazionalista. Ricordate la lezione storica di Ibn Khaldun: lo sviluppo dello stato-nazione (dawla) contiene gli elementi della propria distruzione. Solo una più alta forma di comunità trascendentalmente definita ('asabiyya) può assicurare una coesione della sua struttura a lungo termine.

Arshin Adib-Moghaddam è l'autore di The International Politics of the Persian Gulf: A Cultural Genealogy [Le politiche internazionali del Golfo Persiano: una genealogia culturale] (London: Routledge, 2006). Insegna relazioni internazionali all'università di Oxford.

Originale: http://mrzine.monthlyreview.org/aam201106.html

martedì, novembre 28, 2006

La lettera di Michael Ledeen e la replica di Bamford

Lettera del falco del Pentagono Michael Ledeen a proposito dell'articolo di Bamford.

Traduzione dall'inglese di Andrej Andreevič

Accidenti, pensavo che ci fosse solo caffè nella tazza che Jim Bamford ha bevuto a casa mia, ma deve averci aggiunto qualcosa di più forte, forse mentre stavo aprendo la scatola di biscotti che aveva portato. Chiunque creda che io abbia una qualche influenza sull'amministrazione Bush deve calarsi regolarmente qualcosa di più potente della caffeina.

Da anni scrivo per incoraggiare il governo a sostenere la rivoluzione democratica in Iran, ma non è stato fatto niente del genere. Mi sono apertamente e coerentemente opposto a invasioni militari, anche se Bamford dice che starei tentando di causare una "guerra sanguinosa" - e sarei sul punto di riuscirci. Dice che Douglas Feith mi ha inserito nella sua "cricca", ma non ho mai lavorato per Feith, né per il Pentagono di Rumsfeld (anzi, due anni fa ho chiesto che Rumsfeld venisse sostituito), né nessun altro dell'amministrazione. Come ho detto a Bamford – e ho una registrazione della nostra conversazione – non ho accesso all'amministrazione, figuriamoci se posso dominarla. Ma insiste a dire che io sarei una specie di pifferaio magico dell'amministrazione Bush. Che fine hanno fatto quelli che si occupano di verificare l'esattezza delle notizie, allo Stone?

Non sa neanche fare una ricerca come si deve nella banca dati di Nexis. Sostiene che la nostra conversazione fosse la prima volta che parlavo dell'incontro di Roma nel 2001, quello che ha permesso agli Stati Uniti di ottenere informazioni dettagliate sui piani iraniani per uccidere i nostri soldati in Afghanistan. In realtà era l'ennesima volta che ero stato intervistato al riguardo, in pubblicazioni e blog americani ed europei, recentemente anche da Raw Story. Ne ho scritto più volte io stesso. E perché non avrei dovuto? Quell'informazione ha salvato vite americane, come Bamford avrebbe confermato se avesse avuto voglia di lavorare meglio.

Quanto al calunniatissimo Ghorbanifar, chi sembra oggi più affidabile: la Cia che lo descriveva come uno dei più grandi bugiardi del mondo e aveva rifiutato di dare ascolto alle sue informazioni sulle attività omicide in Afghanistan e Iraq, o Ghorbanifar stesso? Ora il suo quadro del ruolo dell'Iran nella guerra terroristica contro di noi è ormai quasi universalmente accettata. E, en passant, le informazioni che Ghobanifar mi ha fornito nell'autunno del 2001 avevano a che fare con eventi interni all'Iran. Niente di segreto, solo informazioni che erano passate inosservate sul diffuso odio degli iraniani nei confronti del regime. Anche questo è ora noto a tutti. Bamford sostiene di essere un critico indipendente dell'Intelligence Community, ma qui pare essere caduto nella trappola tesa dalla CIA. Qualsiasi cosa ci fosse nella tazza di caffè ha avuto effetti di lunga durata, dal momento che pare aver bruciato completamente le cellule cerebrali dei suoi lobi frontali. Immaginando in qualche modo che io voglia invadere l'Iran, cita un mio articolo dalla National Review online, nel quale chiedo agli Stati Uniti di sostenere il cambio di regime in Siria e Iran, come se questo corrispondesse a una campagna militare. Se avesse dato un'occhiata un paio di righe sotto, avrebbe letto queste parole:

"Diamogli una possibilità di combattere per la loro libertà, come abbiamo fatto coi georgiani. Più a lungo esitiamo, più rischiamo di trovarci davanti a un qualche tipo di confronto militare, con tutte le terribili conseguenze che questo comporta".

Questo è il vero contesto. L'opposto di quello che Bamford dice.

Michael A. Ledeen.


James Bamford risponde:

Devo dirlo, Michael Ledeen prepara un ottimo espresso italiano – non mai sognato di aggiungerci alcunché. Quando la situazione lo richiede, può anche essere molto modesto. Si dipinge come un pacifista senza potere ed incompreso, scioccato, veramente scioccato che qualcuno possa sospettare che voglia appoggiare una soluzione militare per l'Iran. Insiste a dire di non avere "alcun accesso all'amministrazione". Ma come il Washington Post ha documentato, Ledeen si trova agli alti livelli della "rete di consiglieri" di Karl Rove. Ledeen una volta si è vantato coi giornalisti che Rove gli avesse detto "Ogni volta che hai una buona idea, dimmela". E, secondo il Post, lo fa frequentemente: "Ogni mese o sei settimane, Ledeen offre a Rove 'qualcosa su cui dovresti pensare'. Più di una volta, Ledeen ha visto le sue idee, faxate a Rove, diventare politica o retorica ufficiale".

Ledeen sostiene inoltre che si è "coerentemente opposto all'invasione militare" di Iran e Siria. Ma di certo non fa mistero di non essere un patito della diplomazia. "Tutto questo parlare diplomatico sul coccolarsi i siriani mi fa venire la nausea", ha scritto in luglio. "Abbasso Assad. Abbasso Khamene'i". E spesso usa un linguaggio in stile "non-fate-prigionieri" quando si riferisce a Teheran e Damasco. "Vorrei che i miei soldati avessero il diritto di forte intervento militare in Iran e Siria", ha scritto il mese scorso, "e vorrei poter ordinare alle mie forze armate di attaccare i campi di addestramento dei terroristi in questi paesi". Nel suo libro, The War Against the Terror Masters [La guerra contro i capi del terrore], si riferisce ai "nostri nemici" e dice, "dobbiamo distruggerli per avanzare nella nostra storica missione". Non mi sembra retorica pacifista.

Con poche cose da contestare all'articolo, Ledeen usa molto del suo tempo a difendersi da cose delle quali non lo accuso, come essere un dipendente del Pentagono, e ad elencare quante volte sia stato intervistato. Ho scritto che Feith lo ha fatto entrare nella sua "cricca", cosa che ha certamente fatto spedendolo a Roma in missione segreta con vari uomini del suo Ufficio per i Piani Speciali. E devo ancora trovare un'intervista nella quale Ledeen discuta ampiamente del suo ruolo nell'incontro di Roma. L'intervista che ha citato in Raw Story era semplicemente uno scambio di email nelle quali parla di una recente villeggiatura in Italia, aggiungendo "non sono 'andato a Roma'".

Infine, Ledeen nega ancora riguardo al suo amico Ghorbanifar che, dice, "sembra più affidabile oggi". Nonostante il fatto che nel mio ultimo libro A Pretext for War [Un pretesto per la guerra], fossi infinitamente critico verso la CIA, dice che sarei "caduto nella trappola tesa dalla CIA" riguardo Ghorbanifar. In realtà, è stato il Pentagono di Donald Rumsfeld ad aver detto che non c'era nulla di utile nelle informazioni che Ghorbanifar ha fornito all'incontro di Roma.

Tutto questo potrebbe essere visto semplicemente come uno sciocco siparietto comico, se non fosse per il fatto che l'ultima volta che il circo è passato è andata che siamo finiti in un mortale e sanguinoso impantanamento in Iraq. Nella prossima guerra penso che dovremmo tenere a casa le truppe e mandare avanti i clown.

James Bamford

Originale: Rolling Stone

Iran: la prossima guerra, di James Bamford

Iran: la prossima guerra

Già da prima che le bombe cadessero su Baghdad, un gruppo di importanti ufficiali del Pentagono stava complottando per invadere un altro paese. La loro campagna segreta ancora una volta si basava su false informazioni dei servizi e alleati ambigui. Ma questa volta l'obiettivo era l'Iran.

Di James Bamford, Rolling Stone, 24 luglio 2006

Traduzione dall'inglese di Andrej Andreevič

I. La connessione israeliana
A pochi isolati da Pennsylvania Avenue, l'ufficio principale dell'FBI di Washington trasuda tutto il fascino di una prigione di massima sicurezza. Il suo tetto incurvato è fatto di spesso acciaio inossidabile, i tre piani inferiori sono avvolti di granito e pietra calcarea, paracarri retrattili proteggono la rampa che porta al garage a quattro piani e cabine a prova di proiettile custodiscono l'ingresso dell'angusto atrio. Al quarto piano, come una tomba dentro una tomba, la stanza più segreta della fortezza da cento milioni di dollari, inaccessibile persino agli agenti speciali senza scorta. Qui, nella Sezione Linguaggi dei Servizi, centinaia di linguisti con cuffie auricolari imbottite siedono fianco a fianco in lunghe file, digitando sulle loro tastiere mentre intercettano conversazioni sulle linee telefoniche delle ambasciate estere e di altri obiettivi ad alta priorità della capitale.

Ad un capo della stanza, la mattina del 12 febbraio 2003, un piccolo gruppo di addetti alle intercettazioni stava ascoltando attentamente la prova di un infido crimine. Nel momento in cui le forze americane stavano premendo per un'invasione dell'Iraq, c'erano già indicazioni che un furfantesco gruppo di alti ufficiali del Pentagono stava cospirando per spingere gli Stati Uniti in un'altra guerra, questa volta con l'Iran.

Poche miglia più in là, un agente dell'FBI conosciuto come Larry Franklin, un esperto di Iran e impiegato di carriera della Defense Intelligence Agency, si stava recando da Washington al Ritz-Carlton Hotel attraversando il Potomac. Un uomo dall'aspetto curato di 56 anni, un ciuffo di capelli biondi tendenti al grigio, Franklin aveva lasciato poco prima dell'alba la sua modesta casa di Kearneysville, nel West Virginia, per percorrere il tragitto di ottanta miglia verso il suo luogo di lavoro, al Pentagono. Dal 2002 aveva lavorato nell'Ufficio Piani Speciali, un'affollata conigliera di cubicoli blu al quarto piano del palazzo. Un'unità segreta responsabile dei piani a lungo termine e della propaganda per l'invasione dell'Iraq, i capi dello staff dell'ufficio si riferivano a se stessi come "la cricca". Facevano riferimento a Douglas Feith, il terzo più potente funzionario del Dipartimento della Difesa, aiutandolo a escogitare i rapporti fraudolenti dei Servizi che hanno portato l'America in guerra con l'Iraq.

Appena due settimane prima, nel suo discorso sullo Stato dell'Unione, il presidente Bush aveva cominciato a preparare il terreno per l'invasione, sostenendo falsamente che Saddam Hussein avesse i mezzi per produrre decine di migliaia di armi chimiche e biologiche, inclusi l'antrace, la tossina del botulino, sarin, iprite e l'agente nervino VX. Ma un attacco all'Iraq avrebbe richiesto qualcosa che allarmava Franklin e gli altri neoconservatori almeno quanto le armi di distruzione di massa: una distensione con l'Iran. Come ha riportato l'opinionista politico David Broder sul Washington Post, i moderati nell'amministrazione Bush stavano "negoziando di nascosto con l'Iran perché restasse tranquillo e offrisse aiuto ai rifugiati quando saremmo entrati in Iraq".

Franklin, un devoto neoconservatore che era arrivato nell'ufficio di Feith per via delle sue idee politiche, sperava di bloccare questi accordi. Mentre gli agenti dell'FBI controllavano, Franklin entrava nel ristorante del Ritz e si univa ad altri due americani che stavano cercando di premere per la guerra con l'Iran. Uno era Steven Rosen, uno dei più influenti lobbisti di Washington. Sessantasei anni e quasi calvo, sopracciaglia scure e un volto che pareva costantemente corrucciato , Rosen era direttore delle questioni di politica estera della potente lobby israeliana, l'American Israel Public Affairs Committee. Seduto vicino a Rosen c'era l'esperto di Iran dell'AIPAC, Keith Weissman. Lui e Rosen avevano lavorato insieme per circa un decennio per spingere gli ufficiali e membri del congresso degli Stati Uniti ad alzare il tono nei confronti di Teheran.

Durante la colazione al Ritz-Carlton, Franklin disse ai due lobbisti di un piano per un Direttivo Presidenziale top-secret per la Sicurezza Nazionale che affrontasse la politica statunitense nei confronti dell'Iran. Escogitato da Michel Rubin, l'addetto all'Iraq e all'Iran dell'ufficio di Feith, il documento chiedeva, in sostanza, un cambio di regime in Iran. Dal punto di vista del Pentagono, secondo un alto ufficiale che si trovava là all'epoca, l'Iran non era altro che "un castello di carte pronto per essere fatto crollare". Fino ad allora, però, la Casa Bianca aveva respinto il piano del Pentagono, preferendo la più moderata posizione diplomatica del Dipartimento di Stato. Ora, non disposto a giocare secondo le regole e ad aspettare, Franklin stava facendo la mossa incredibilmente azzardata – ed illegale – di passare informazioni segrete ai lobbisti di uno stato estero. Incapace di vincere la battaglia contro l'Iran interna all'amministrazione, un membro dell'unità segreta di Feith nel Pentagono stava effettivamente ricorrendo al tradimento, reclutando l'AIPAC al fine di usarne l'enorme influenza per spingere il presidente ad adottare la bozza direttiva e muover guerra all'Iran.

L'AIPAC non vedeva l'ora di ricoprire questo ruolo. Rosen, riconoscendo che Franklin poteva tornare utile come spia, cominciò immediatamente a escogitare modi per inserirlo nella Casa Bianca, specificatamente nel Consiglio della Sicurezza Nazionale, l'epicentro dei servizi segreti e delle politiche di sicurezza nazionali. Lavorando lì, come Rosen spiegò a Franklin qualche giorno dopo, sarebbe stato "fianco a del presidente".

Sapendo che simili manovre erano alla portata dell'AIPAC, Franklin chiese a Rosen di "mettere una buona parola" per lui. Rosen accettò. "Farò ciò che posso", disse, aggiungendo che l'incontro di quella mattina era stato una vera "rivelazione".

Lavorando insieme, i due uomini speravano di convincere gli Stati Uniti a un'altra guerra sanguinosa. Poche miglia più in là, i registratori digitali della Sezione Linguaggi dei Servizi catturarono ogni singola parola.

II. Il guru e l'esilio
Nelle recenti settimane, gli attacchi di Hezbollah contro Israele hanno dato ai neoconservatori dell'amministrazione Bush il pretesto di cui avevano bisogno per lanciare quella che l'ex portavoce della casa bianca Newt Gingrich chiama "Terza Guerra Mondiale". Denunciando i bombardamenti come "guerra per conto dell'Iran", William Kristol del Weekly Standard chiedeva al Pentagono di opporsi a "questo atto di aggressione iraniana con un attacco militare contro le strutture nucleari iraniane". Secondo Joseph Cirincione, esperto di armi e autore di Deadly Arsenals: Nuclear, Biological and Chemical Threats [Arsenali mortali: minacce nucleari, biologiche e chimiche], "i neoconservatori sperano di usare il conflitto israelo-libanese come pretesto per lanciare una guerra statunitense contro Siria o Iran, o entrambi".

Ma l'ostilità dell'amministrazione Bush all'Iran non è semplicemente una conseguenza dell'attuale crisi. La guerra con l'Iran è rimasta nei piani per i cinque anni passati, plasmata in quasi totale segretezza da un piccolo gruppo di importanti ufficiali del Pentagono legati all'Ufficio per i Piani Speciali. L'uomo che ha creato l'UPS è Douglas Feith, sottosegretario alla Difesa per la strategia politica. Ex specialista in Medio Oriente del Consiglio per la Sicurezza Nazionale dell'amministrazione Reagan, Feith ha a lungo premuto perché Israele rendesse più sicuri i propri confini attaccando Iraq e Iran. Dopo l'elezione di Bush, Feith si mise al lavoro per trasformare quella visione in realtà, mettendo insieme una squadra di falchi neoconservatori decisi a spingere gli Stati Uniti ad attaccare Teheran. Dopo neanche un anno dall'elezione di Bush, la squadra di Feith aveva provveduto ad organizzare un incontro segreto a Roma con un gruppo di iraniani per discutere sul loro aiuto clandestino.

L'incontro fu organizzato da Michael Ledeen, un membro della "cricca", portato nel gruppo da Feith per via dei suoi collegamenti con l'Iran. Descritto dal Jerusalem Post come "il guru neoconservatore di Washington", Ledeen è cresciuto in California durante gli anni '40. Suo padre progettò il sistema di aria condizionata per i Walt Disney Studios, e Ledeen trascorse la prima parte della sua vita immerso in un mondo di fantasia. "Durante la mia infanzia eravamo un'appendice dell'universo Disney", ha ricordato una volta. "Secondo una leggenda di famiglia, mia madre è stata il modello per Biancaneve, e abbiamo una foto di lei dove assomiglia al personaggio del cartone animato".

Nel 1977, dopo aver conseguito un dottorato in storia e filosofia e insegnato a Roma per due anni, Ledeen è diventato il primo direttore esecutivo del Jewish Institute for National Security Affairs, un gruppo di pressione proisraeliano che è servito come testa di ponte del movimento neoconservatore. Pochi anni dopo, successivamente all'elezione di Reagan, Ledeen era diventato abbastanza importante da guadagnarsi un posto come consulente del National Security Council al fianco di Feith. Qui giocò un ruolo centrale nel peggior scandalo della presidenza Reagan: il patto segreto per fornire armi all'Iran in cambio degli ostaggi americani tenuti in Libano. Ledeen fece da intermediario con Israele nella fornitura illegale di armi. Nel 1985 incontrò Manucher Ghorbanifar, ex-venditore di tappeti iraniano ritenuto un agente israeliano. La CIA considerava Ghorbanifar un pericoloso truffatore e trasmise un avviso alle altre agenzie di intelligence raccomandando che nessun agente statunitense avesse a che fare con con lui. Per niente turbato, Ledeen definì Ghorbanifar "uno dei più onesti, istruiti, e onorabili uomini che abbia mai conosciuto". I due fecero da intermediari allo scambio di armi – una transazione che finì con l'incriminazione di quattordici importanti personalità dell'amministrazione Reagan.

"È stato tremendo, sono successe cose orribili", dice ora Ledeen. "quando l'Iran-Contra finì, dissi 'ragazzi, non voglio più aver a che fare con l'Iran'".

Ma nel 2001, poco dopo il suo arrivo al Pentagono, Ledeen si incontrò un'altra volta con Ghorbanifar. Questa volta, invece di vendere missili al regime iraniano, i due uomini cercavano il modo di rovesciarlo.

"L'incontro a Roma è avvenuto perché il mio amico Manucher Ghorbanifar mi ha chiamato", dice Ledeen. Corpulento e calvo, con una barbetta bianca trasandata, Ledeen siede nel soggiorno della sua casa di mattoni bianchi a Chevy Chase, Maryland, fumando un sigaro domenicano. Il suo terrier Airedale, Thurber, vaga per la stanza in maniera protettiva. Nella sua prima intervista riguardo l'operazione segreta del Pentagono, Ledeen non fa mistero del suo desiderio di rovesciare il governo di Teheran. "Voglio buttare giù il regime", dice. "Voglio che sparisca. È un paese fanaticamente consacrato alla nostra distruzione".

Quando Ghorbanifar chiamò Ledeen nell'autunno del 2001, sostenne, come fa spesso, di avere notizie esplosive vitali per gli interessi statunitensi. "Ci sono iraniani che hanno informazioni di prima mano su piani iraniani per uccidere americani in Afghanistan", disse a Ledeen. "Qualcuno ha voglia di sentirle?"

Ledeen portò l'informazione a Stephen Hadley, vice consigliere per la sicurezza nazionale alla Casa Bianca. "So che state per buttarmi fuori dall'ufficio", gli ha detto Ledeen, "e se fossi in voi lo fari anch'io. Ma ho pensato di darvi questa scelta. Ghorbanifar mi ha chiamato. Ha detto che queste persone hanno intenzione di venire. Nessuno vuole andare a parlargli?"

Hadley era interessato. E anche Zalmay Khalilzad, allora uomo guida sulle questioni medio orientali per il NSC e ora ambasciatore statunitense a Baghdad. "Credo che dobbiamo farlo, dobbiamo ascoltarli", disse Hadley. Ledeen ebbe via libera: come dice lui, "ogni elemento del governo americano conosceva in anticipo quello che stava per succedere".

III. L'incontro a Roma
Settimane dopo, in dicembre, Ledeen si trovava su un aereo per Roma con altri due membri dell'unità segreta del Pentagono di Feith: Larry Franklin e Harold Rhode, un protetto di Ledeen che è stato definito "teorico del movimento neocon". Rhode è uno specialista di Islam e parla ebraico, arabo, turco e persiano. Ha avuto esperienze con esiliati oscuri come Ghorbanifar: era vicino ad Ahmed Chalabi, il dissidente iracheno le cui discreditate informazioni hanno portato l'amministrazione Bush a invadere Baghdad. Secondo l'UPI, lo stesso Rhode fu successivamente scoperto da agenti della CIA a passare rapporti "sbalorditivi" ad Israele, incluse informazioni sensibili sui dispiegamenti statunitensi in Iraq.

A completare il campionario che si è riunì a Roma quel giorno c'era l'uomo che aveva aiutato Ledeen a organizzare l'incontro: Nicolò Pollari, direttore dei servizi italiani. Solo due mesi prima, Pollari aveva informato l'amministrazione Bush che Saddam Hussein aveva ottenuto uranio dall'Africa occidentale – punto principale delle informazioni false che Bush usò per giustificare l'invasione dell'Iraq.

Per nascondere l'oscuro rendez vous di Roma, Pollari mise a disposizione una ben protetta e casa sicura vicino al rumorosi bar e alle affollate trattorie che circondano piazza di Spagna nel centro di Roma. "Era un appartamento privato", ricorda Ledeen. "Faceva un freddo fottuto e non c'era riscaldamento". Gli agenti del Pentagono e l'uomo dall'Iran sedevano in una saletta da pranzo a un tavolo ingombro di tazzine di caffè, posacenere pieni di mozziconi di sigaretta e mappe dettagliate di Iran, Iraq e Siria. "Ci hanno dato informazioni sulle localizzazioni e i piani dei terroristi iraniani che andavano a uccidere gli americani", ha detto Ledeen. Ledeen insiste nel dire che i servizi erano a conoscenza tutto. "Era vero" dice. "L'informazione era precisa". Non secondo il suo capo. "Non c'era niente che fosse di sufficiente valore da meritare di essere approfondito", ha poi ammesso il segretario della difesa Donald Rumsfeld. "Non portava a niente".

Gli uomini poi spostarono la loro attenzione ad un obiettivo più ambizioso: il cambio di regime in Iran. Ghorbanifar suggerì di finanziare la caduta del governo iraniano usando centinaia di milioni di dollari in contanti presumibilmente nascosti da Saddam Hussein. Ha anche accennato al fatto che Saddam si stesse nascondendo in Iran.

Ledeen, Franklin e Rhode stavano citando una pagina del copione di Feith sull'Iraq: avevano bisogno di un gruppo di esiliati e dissidenti che chiedessero il rovesciamento del governo iraniano. Secondo fonti informate dell'incontro, gli americani discussero sulla possibilità di unire le forze coi Mujahedin-e Khalq, un gruppo di guerriglia anti-iraniano che opera fuori dall'Iraq.

C'era un solo piccolo problema: il MEK è classificato dal Dipartimento di Stato come organizzazione terrorista. Nei fatti, la Casa Bianca era nel mezzo di negoziati con Teheran, che stava offrendo di estradare cinque membri di al-Qaeda considerati di grande valore per servizi segreti in cambio della promessa di Washington di recidere ogni supporto ai MEK. Ledeen nega qualsiasi contrattazione con il gruppo. "Non mi avvicinerei ai MEK nel raggio di un centinaio di miglia", dice. "Non hanno seguito né legittimità". Ma i neoconservatori erano ansiosi di minare qualsiasi contrattazione che riguardasse la cooperazione con l'Iran. Per i neocon, il valore del MEK come arma contro Teheran supera in importanza ogni beneficio che possa derivare dalla possibilità di interrogare membri di al-Qaeda, anche se potrebbero fornire informazioni sui futuri attacchi terroristici e sulla posizione di Osama bin Laden.

Ledeen e la sua cricca del Pentagono non erano gli unici ufficiali americani ai quali Ghorbanifar abbia tentato di rifilare false notizie sull'Iran. L'anno scorso Curt Weldon, repubblicano della Pennsylvania, sosteneva di essere in possesso di notizie riservate - ricevute da "un'impeccabile fonte clandestina" che ha chiamato in codice "Alì" - secondo le quali il governo iraniano stava complottando per lanciare attacchi contro gli Stati Uniti. Ma quando la CIA investigò sulle sue dichiarazioni venne fuori che Alì era Fereidoun Mahdavi, un esiliato iraniano che lavorava come portavoce per Ghorbanifar e cercava di spillare 150000 dollari alla CIA. "È un bugiardo", disse Bill Murray, ex capo della CIA a Parigi. Weldon era furioso: sosteneva che l'agenzia aveva licenziato Alì "perché volevano evitare, a qualsiasi costo, di trascinare gli Stati Uniti in una guerra con l'Iran". Dopo l'incontro a Roma, Ledeen e Ghorbanifar hanno continuato a vedersi varie volte all'anno, spesso un giorno o due per volta. Rhode ha incontrato di nuovo Ghorbanifar a Parigi, e l'iraniano ha telefonato o faxato ai suoi contatti col Pentagono quasi ogni giorno. Ad un certo punto Ledeen ha notificato al Pentagono che Ghorbanifar sapeva del trasporto dall'Iraq all'Iran di uranio altamente arricchito . In un'altra occasione, nel 2003, ha sostenuto che Teheran era a soli pochi mesi dal fare esplodere una bomba atomica - anche se esperti internazionali stimano che l'Iran impiegherà anni per potere sviluppare armi nucleari. Ma l'accuratezza di questi rapporti non era importante – quello che importava era il loro valore nel sollecitare il consenso alla guerra all'Iran. Era esattamente come con l'Iraq, tutto da capo.

IV. Sulle orme di Mister X
Questi sforzi segreti della squadra di Feith al Pentagono iniziavano ad avere l'effetto desiderato. Nel novembre 2003, Rumsfeld approvò un piano conosciuto come CONPLAN 8022-02, che per la prima volta sosteneva la possibilità di un attacco preventivo contro l'Iran. Questo fu seguito nel 2004 dal rapporto top -secret "Interim Global Strike Alert Order" che metteva l'esercito nella possibilità di lanciare un attacco missilistico con sostegno aereo contro l'Iran, se Bush ne avesse dato l'ordine. "Siamo in stato d'allerta", ha detto il luogotenente Generale Bruce Carlson, comandante dell'ottava Air Force. "Abbiamo la capacità di pianificare e eseguire attacchi globali in mezza giornata, o anche meno".

Ma mentre il Pentagono spingeva il paese verso la guerra con l'Iran, l'FBI stava allargando la sua indagine sull'AIPAC e il suo ruolo nel complotto. David Szady, allora il principale "cacciatore di spie" dell'FBI, si era convinto che almeno un cittadino americano che lavorava all'interno del governo americano stava facendo la spia per Israele. "Non sono più solo i nostri tradizionali nemici a voler rubare i nostri segreti, ma a volte anche i nostri alleati", ha dichiarato Szady. "La minaccia è incredibilmente seria." Per parlare della spia, "usavano il sporannome "Mister X", agenti che lavorano per Szady hanno cominciato a concentrarsi su un piccolo gruppo di neoconservatori dentro il Pentagono – inclusi Feith, Ledeen e Rhode.

L'FBI stava tenendo d'occhio anche Larry Franklin, che continuava a incontrarsi clandestinamente con Rosen all'AIPAC. Temendo che l'FBI potesse spiarli, i due uomini cominciarono a prendere precauzioni. Il 10 marzo 2003, appena una settimana dopo l'invasione dell'Iraq, Rosen incontrò Franklin nella cupa vastità della Union Station di Washington. La coppia si incontrò in un ristorante, quindi si affrettarono a raggiungerne un altro, per fermarsi infine in un terzo, questo completamente vuoto. Come ulteriore precauzione, Franklin cominciò inoltre a spedire fax a casa di Rosen invece che agli uffici dell'AIPAC.

Pochi giorni dopo, Rosen e Weissman passarono a funzionari dell'ambasciata israeliana dettagli sulla bozza delle direttive presidenziali top-secret sull'Iran, dicendo che avevano ricevuto i documenti da "nostri amici del Pentagono". Avevano riferito agli israeliani anche dettagli riguardo discussioni interne all'amministrazione Bush sull'Iran. Quindi, due giorni prima dell'invasione statunitense dell'Iraq, Rosen fece trapelare l'informazione alla stampa con il commento "Non dovrei sapere queste cose". Il Washington Post alla fine pubblicò la storia sotto il titolo "Aumenta la pressione sul presidente per dichiarare la strategia iraniana", accreditando le informazioni secretate a "fonti ben informate". La storia menzionava Ledeen, che ha aiutato a fondare la Coalizione per la Democrazia in Iran, un gruppo di pressione dedicato al rovesciamento del governo iraniano, ma non dava indicazioni che la soffiata fosse venuta da qualcuno col preciso intento di disseminare informazioni.

Quel giugno, Weissman chiamò Franklin e lasciò un messaggio avvisando che lui e Rosen avrebbero dovuto vedersi di nuovo con lui per parlare del "nostro paese preferito". L'incontro ebbe luogo al ristorante Tivoli, un localino poco illuminato due piani sopra la stazione della metropolitana di Arlington, spesso usato dagli uomini dei servizi per incontri tranquilli. Durante il pranzo in una sala piena di specchi, i tre uomini discussero dell'articolo del Post, e Rosen riconobbe "gli imbarazzi" a cui Franklin si esponeva incont randosi con loro. Ma l'ufficiale del Pentagono si mise completamente a disposizione dell'AIPAC. "Stabilisci il progetto", Franklin disse a Rosen.

Oltre a incontrare Rosen e Weissman, Franklin stava anche vedendo regolarmente Naor Gilon, ufficiale dell'ambasciata israeliana che, secondo un importante ufficiale statunitense del controspionaggio, "mostrava ogni segno di essere un agente dello spionaggio". Franklin e Gilon avevano l'abitudine di incontrarsi tra le macchine per gli esercizi e i sacchi da allenamento alla palestra riservata ai funzionari del Pentagono, dove Franklin passava informazioni segrete riguardo le attività iraniane in Iraq, i programmi iraniani di test missilistici e anche, sembra, informazioni sulla giornalista del New York Times Judith Miller. Ad un certo punto, Gilon suggerì che Franklin si incontrasse con Uzi Arad, ex direttore dei servizi del Mossad e consigliere per la politica estera del primo ministro Benjamin Netanyahu. Una settimana dopo, Franklin era a pranzo nella mensa del Pentagono con l'ex capo delle spie israeliane.

V. Il doppio agente iraniano
Successivamente si è scoperto che Larry Franklin non era l'unica persona coinvolta nelle Operazioni Segrete del Pentagono che stava scambiando segreti di stato con altri governi. Mentre l'FBI controllava Franklin e i suoi affari segreti con l'AIPAC, stava investigando anche su un altro clamoroso caso di spionaggio legato all'ufficio di Feith e all'Iran. Quest'ultimo si concentrava su Ahmed Chalabi, capo del Congresso Nazionale Iracheno, il gruppo militante di opposizione a Saddam Hussein che ha lavorato per più di dieci anni per spingere gli Stati Uniti a invadere l'Iraq.

Da anni la National Security Agency possedeva i codici usati dall'Iran per crittografare i suoi messaggi diplomatici, permettendo al governo statunitense di intercettare praticamente ogni comunicazione tra Teheran e le sue ambasciate. Dopo l'invasione statunitense di Baghdad l'NSA usò i codici per spiare nei dettagli operazioni segrete iraniane in Iraq. Ma nel 2004 l'agenzia intercettò una serie di messaggi urgenti da parte dell'ambasciata iraniana di Baghdad. Gli ufficiali dei servizi dell'ambasciata avevano scoperto la falla nella sicurezza – soffiata ricevuta da qualcuno che aveva a che fare con le operazioni statunitensi di decifrazione dei codici.

Il colpo alla raccolta di informazioni non sarebbe potuto avvenire in un momento peggiore. L'amministrazione Bush sospettava che il governo sciita in Iran stesse aiutando gli insorti sciiti in Iraq, che stavano uccidendo soldati statunitensi. L'amministrazione era preoccupata anche dal fatto che Teheran stesse sviluppando segretamente armi di distruzione di massa. Ora però era stato troncato l'accesso a informazioni cruciali che avrebbero potuto gettare luce su queste operazioni, mettendo potenzialmente in pericolo vite americane.

Il 20 maggio, poco dopo la scoperta della fuga di notizie, la polizia irachena, col sostegno di soldati americani, perquisì la casa e gli uffici di Chalabi a Baghdad. L'FBI sospettava che Chalabi, uno sciita che possiede una lussuosa villa a Teheran ed è vicino ad alti ufficiali iraniani, stesse in quel momento lavorando come spia per il governo sciita dell'Iran. Spingere gli Stati Uniti a invadere l'Iraq apparentemente era parte di un piano per installare un governo filo sciita a Baghdad, con a capo Chalabi. Il bureau sospettava che il capo dello spionaggio di Chalabi avesse fornito all'Iran informazioni sui movimenti delle truppe americane, comunicazioni segrete, piani del governo provvisorio e altri materiali strettamente legati alle operazioni statunitensi in Iraq. Durante la notte della perquisizione, The CBS Evening News trasmise un'inchiesta esclusiva del corrisponderne Lesley Stahl, affermando che il governo statunitense aveva prove "solide come una roccia" che Chalabi aveva passato informazioni estremamente importanti all'Iran, prove così sensibili che avrebbero potuto "causare la morte di americani".

Le relazioni furono uno shock per Franklin e altri membri dell'ufficio di Feith. Se confermate, volevano dire che avevano lanciato una guerra per mettere al potere un agente del loro mortale nemico, l'Iran. Emergeva infatti che Il loro uomo, il capo dei dissidenti che sedeva dietro la first lady sul palco del presidente durante il discorso sullo Stato dell'Unione nel quale Bush preparava il paese alla guerra, aveva lavorato per l'Iran fino a quel momento.

Franklin doveva controllare il danno, e più in fretta possibile. Era uno dei pochi nel governo a sapere che era il codice NSA per decifrare le informazioni che Chalabi era sospettato di aver passato all'Iran, e che c'era la prova che questi si era incontrato con un agente segreto iraniano coinvolto in operazioni contro gli Stati Uniti. Per proteggere chi nel Pentagono lavorava per il cambio di regime a Teheran, Franklin aveva bisogno di far passare un semplice messaggio: Non sapevamo delle trattative segrete di Chalabi con l'Iran.

Franklin decise di far trapelare l'informazione ad un suo amico nei media: Adam Ciralsky, un produttore della CBS che era stato licenziato dalla CIA, presumibilmente per i suoi stretti legami con Israele. Il 21 maggio, il giorno dopo che la rete trasmise la sua esclusiva su Chalabi, Franklin telefonò a Ciralsky e gli fornì le informazioni. Mentre i due uomini parlavano, gli addetti alle intercettazioni della sede dell'FBI di Washington registravano la conversazione.

Quella notte, Stahl integrò il suo rapporto iniziale con "nuovi dettagli" – le informazioni passate poco prima Franklin. Mise però subito in chiaro che non avrebbe divulgato i dettagli più esplosivi: il fatto che Chalabi avesse scoperto che l'NSA era in grado di decifrare i codici di comunicazione iraniani. "Importanti ufficiali dei servizi sottolineavano oggi che le informazioni che Ahmed Chalabi è sospettato di aver passato all'Iran sono così sensibili che se fossero rivelate tutte alla stampa, la cosa danneggerebbe pesantemente la sicurezza statunitense", disse Stahl. "A causa di ciò, su richiesta di ufficiali statunitensi di altissimo livello, non riporteremo i dettagli precisi di quello che Chalabi avrebbe riferito. Le informazioni riguardano segreti che erano conosciuti solo da un piccolo gruppo di importanti funzionari". Grazie alle pressioni dell'amministrazione si impedì al pubblico di venire a conoscenza dell'aspetto più pericoloso del tradimento di Chalabi.

Quindi Stahl passò al punto principale del messaggio di Franklin. "Nel frattempo", disse, "ci è stato detto che i gravi motivi di preoccupazione concernenti la vera natura delle relazioni di Chalabi con l'Iran sono nati dopo che gli Stati Uniti hanno ottenuto, cito, 'innegabili informazioni' che Chalabi si era incontrato con un importante ufficiale dei servizi iraniani, cito, 'una figura scellerata proveniente dal lato oscuro del regime, un individuo con un diretto coinvolgimento nelle operazioni contro gli Stati Uniti'. Chalabi non ha mai parlato di questo incontro con nessun membro del governo statunitense, inclusi i suoi amici e sostenitori". In breve, il Pentagono - e l'ufficio di Feith in particolare - erano senza colpe.

VI. Il trionfo della "cricca"
Subito dopo la trasmissione, la squadra di David Szady all'FBI decise di concludere le sue indagini prima che Franklin facesse trapelare ulteriori informazioni. Gli agenti misero Franklin di fronte alla conversazione telefonica registrata e lo spinsero a collaborare in un'operazione congiunta contro l'AIPAC e i membri della squadra di Feith al Pentagono. Franklin, cui si prospettava una lunga condanna in prigione, accettò. Il 4 agosto del 2005 Rosen e Weissman furono incriminati, e il 20 gennaio 2006 Franklin, che si era dichiarato colpevole, fu condannato a dodici anni e sette mesi di prigione. In un tentativo di ridurre la propria condanna, accettò di testimoniare contro gli ex funzionari dell'AIPAC. L'inizio del processo è previso per questo autunno.

Fino ad ora, comunque, Franklin è l'unico membro della squadra di Feith ad essere stato incriminato. La mancanza di incriminazioni dimostra quando spaventosamente facile sia per un piccolo gruppo di funzionari del governo associarsi con agenti di potenze straniere – che si tratti dell'AIPAC o del MEK o dell'INC – per spingere il paese verso una guerra disastrosa.

Il più incredibile caso di impunità è quello di Ahmed Chalabi. Anche repubblicani di alto livello lo sospettano di doppiogiochismo: "Non sarei sorpreso se avesse parlato agli iraniani di fatti, questioni, qualsiasi cosa, che non volevamo sapessero", ha detto il rappresentante repubblicano del Connecticut Chris Shays, che presiede il sottocomitato governativo sulla sicurezza nazionale. Tuttavia l'FBI non è ancora stata in grado di interrogare Chalabi nel contesto del caso di spionaggio. Lo scorso novembre, quando Chalabi è ritornato negli Stati Uniti per una serie di discorsi e apparizioni pubbliche, l'FBI ha cercato di interrogarlo. Ma dal momento che durante la sua visita era sotto protezione del Dipartimento di Stato, secondo fonti del Dipartimento stesso, le richieste del Bureau furono categoricamente respinte.

"Chalabi se ne va in giro a dichiarare 'non ho nulla da nascondere' ", dice un alto funzionario dell'FBI. "Ma sta usando il nostro Dipartimento di Stato per impedire che arriviamo a lui. E noi dobbiamo tenere la bocca chiusa".

In conclusione, il lavoro di Franklin e degli altri membri dell'Ufficio Segreto di Feith ottennero l'effetto desiderato. Lavorando dietro le quinte, i membri dell'Ufficio Piani Speciali sono riusciti a portare gli Stati Uniti sull'orlo di una guerra con l'Iran. Anzi, da quando è stato rieletto Bush non ha tenuto nascosto il suo desiderio di vedere cadere Teheran. Nel discorso dopo la vittoria tenuto l'Inauguration Day [il giorno in cui il presidente degli Stati Uniti prende le consegne e inizia il mandato, n.d.T.] nel gennaio 2005, il vicepresidente Dick Cheney disse esplicitamente che l'Iran era "in cima" alla lista dei "problemi" dell'amministrazione – e che Israele "poteva tranquillamente decidere di agire per primo" attaccando l'Iran. Gli israeliani, aggiunse Cheney in un colpo basso diretto ai moderati del Dipartimento di Stato, avrebbero " lasciato che fosse il resto del mondo a preoccuparsi di rimettere ordine nel caos diplomatico che ne sarebbe derivato".

Negli ultimi sei mesi [l'articolo di Bamford è stato pubblicato il 24 luglio, n.d.T.] l'amministrazione ha adottato quasi tutte le intransigenti misure proposte dalla cricca guerrafondaia del Pentagono. In maggio, l'ambasciatore alle Nazioni Unite di Bush, John Bolton, è apparso alla conferenza annuale dell'AIPAC e ha avvertito che l'Iran "deve rendersi conto che se continua sulla strada dell'isolamento internazionale ci saranno conseguenze tangibili e dolorose". Per sostenere la linea dura il Dipartimento di Stato sta spendendo 66 milioni di dollari per promuovere cambiamenti politici in Iran, finanziando lo stesso genere di gruppi dissidenti che hanno portato gli Stati Uniti in guerra con l'Iraq. "Nessun singolo paese può essere una sfida più grande dell'Iran", ha dichiarato il segretario di stato Condoleeza Rice.

Inoltre, il Dipartimento di stato ha recentemente aumentato il numero di uomini nella Sezione Iran da due a dieci, assunto più persone che conoscono il persiano e costituito otto unità di spionaggio in paesi stranieri che si focalizzino sull'Iran. Il National Security Strategy – il documento che segnala le priorità strategiche statunitensi – ora definisce l'Iran il "singolo paese" che minaccia maggiormente gli interessi statunitensi.

La svolta nella politica ufficiale ha entusiasmato alcuni ex membri della "cricca". Per loro, la guerra in Libano rappresenta il passo finale del loro piano per trasformare l'Iran nel prossimo Iraq. Ledeen, sulla National Review del 13 luglio scorso, faceva fatica a trattenersi. "Più in fretta, per favore", esortava la Casa Bianca, sostenendo che la guerra avrebbe dovuto essere rilevata dall'esercito statunitense ed espandersi all'intera regione. "L'unico modo in cui potremmo vincere questa guerra è abbattendo i regimi di Teheran e Damasco, e non cadranno se non come risultato di lotte tra i loro delegati terroristi di Gaza e del Libano da un lato e di Israele dall'altro. Solo gli Stati Uniti possono portarla a termine ", ha concluso. "Non c'è altra soluzione".

James Bamford è l'autore di "A pretext for War: 9/11, Iraq and the Abuse of America's Intelligence Agencies". Il suo articolo per Rolling Stone sul consulente John Rendon, "The Man Who Sold the War", ha vinto il National Magazine Award del 2006.

Originale: Rolling Stone.

giovedì, novembre 23, 2006

La guerra di propaganda di Israele

Israele alza la posta nella guerra di propaganda
In seguito all'invasione del Libano, quest'estate, Israele pare aver perso gran parte della battaglia di pubbliche relazioni contro Hezbollah, ma forte di una massiccia offensiva sul web sta contrattaccando.

Stewart Purvis
Lunedì 20 Novembre 2006
The Guardian
Traduzione di Andrej Andreevič

Amir Gissin guida quello che chiama il "Dipartimento Israeliano delle Spiegazioni". Per questo è sorprendente sentirlo ammettere che molti israeliani pensano che "il problema è che non ci spieghiamo correttamente".

La scorsa settimana, quando al-Jazeera ha lanciato un punto di vista arabo nelle case degli anglofoni di tutto il mondo, Gissin era sotto pressione. Alla conferenza David Bar Ilan sui media e il Medio Oriente si è trovato davanti ad una platea di israeliani scontenti della maniera in cui la battaglia della propaganda con Hezbollah era stata combattuta e persa durante la guerra in Libano. Volevano sapere come avrebbero potuto fare di meglio in futuro, dato che molte persone in Israele sembrano pensare che ci sarà presto una prossima volta contro Hezbollah.
Gissin ha detto che le parole del suo portavoce di lingua inglese non potevano competere con la forza delle immagini dei civili uccisi negli attacchi israeliani su città libanesi come Qana. E il parlamento israeliano non ha intenzione di spendere soldi per una versione israeliana di al-Jazeera.

Ma Gissin non era abbattuto. Ha dichiarato che sarebbe nata una "guerra sul web" nella quale Israele aveva una nuova arma, un software chiamato "internet megaphone".
"Durante la guerra abbiamo avuto l'opportunità di fare alcune cose molto buone con la comunità del megaphone", ha rivelato alla conferenza. Tra queste, ha sostenuto, aver contribuito ad ottenere l'ammissione da parte della Reuters che un fotografia di Beirut era stata ritoccata da un fotografo libanese che aveva aggiunto del fumo all'immagine. Il primo ad averlo notato era stato il blogger americano Charles Johnson, che ha vinto un premio per "la promozione di Israele e del Sionismo".

Per provare il potere del megafono, lo scorso mercoledì pomeriggio mi sono loggato in un sito chiamato GIYUS (Give Israel Your United Support) (Date ad Israele il vostro sostegno unito). Più di 25000 utenti registrati di www.giyus.org hanno scaricato il software del megafono, che permette loro di ricevere avvisi per l'attivismo online.
Non c'è voluto molto perché mi arrivasse un avviso. Il sottosegretario agli esteri britannico, Kim Howells, aveva diffuso una dichiarazione di condanna dell'attacco palestinese che quel giorno aveva causato la morte di un anziano israeliano e il ferimento di altri civili. Il GIYUS voleva che gli utenti del sito mostrassero il proprio apprezzamento per la risposta britannica.
Un click mi ha portato ad un'e-mail preparata e indirizzata a Howells, con uno spazio nel quale potevo scrivere un mio commento. Un test mi confermava che l'email sarebbe arrivata al suo ufficio, come se gliel'avessi scritta dopo aver letto la sua dichiarazione su un sito, in questo caso Yahoo, e avessi deciso di mandargli il mio messaggio di approvazione. Nelle email non c'erano indicazioni del coinvolgimento del GIYUS, anche se Howells avrebbe potuto insospettirsi del fatto che così tante persone nel mondo avessero letto lo stessa notizia di Yahoo su di lui e deciso di mandargli un'email. Il ministero degli esteri ha confermato di aver ricevuto le email lo scorso mercoledì, ma non ha fornito altri dettagli.

Il bersaglio più popolare degli attivisti online sono i media stranieri, specialmente la BBC, l'organo di informazione che più amano odiare. Quest'anno ho fatto parte di un consiglio indipendente costituito dai dirigenti della BBC per controllare la copertura del conflitto israelo-palestinese da parte dell'emittente. Abbiamo riportato l'alto numero di e-mail che avevamo ricevuto dall'estero, principalmente dal nordamerica, e la prova del coinvolgimento di gruppi di pressione. La maggioranza delle email sostenevano che la BBC fosse anti-Israele, ma escludendo le email che potevano essere identificate come provenienti dall'estero, si confermava la tendenza opposta – la maggioranza delle persone pensava che la BBC fosse antipalestinese e proisraeliana.

La BBC ha già avuto un incontro con il GIYUS – un tentativo di influenzare il risultato di un sondaggio online. BBC History aveva notato un'impennata dei voti alla domanda se la negazione dell'Olocausto fosse da considerare reato nel Regno Unito. Ma la data finale era scaduta e i risultati erano già stati pubblicati, quindi i voti erano comunque non validi. I sostenitori del GIYUS affermano anche di essere riusciti a "bilanciare" un sondaggio su un sito arabo trasformando un voto di condanna dell'attacco di Israele contro il Libano in un voto di sostegno.
Per alcuni sostenitori di Israele un obiettivo primario della loro guerra del web consiste nel tentativo di screditare i servizi giornalisitici stranieri che considerano ostili, specialmente quelli che contengono immagini iconiche.

Un bersaglio specifico è stato lo stimato inviato televisivo francese, Charles Enderlin, il cui cameraman palestinese aveva ripreso il dodicenne Mohamed al Dura che veniva colpito e ucciso mentre suo padre tentava di proteggerlo, all'inizio della seconda intifada. Enderlin accusò le truppe israeliane di aver sparato e ucciso il ragazzo. I sostenitori francesi di Israele si sono fatti sentire in rete affermando che il racconto era una distorsione basata su una finta ripresa. Il suo network, France 2, ha risposto con un'azione legale e, il mese scorso, nel primo di quattro casi, un tribunale francese ha dichiarato colpevole di diffamazione l'organizzatore di un piccolo sito internet che si occupa del monitoraggio dei media.

Un altro obiettivo in rete è stato la ripresa televisiva di una strage sulla spiaggia di Gaza avventa quest'anno. Una bambina palestinese era stata filmata mentre piangeva accanto ai cadaveri dei suoi familiari, uccisi da quello che secondo i palestinesi era fuoco d'artiglieria israeliano. Quando ho menzionato l'impatto di queste immagini alla conferenza della scorsa settimana, i membri del pubblico hanno gridato alla messinscena.
Dopo la conferenza una persona mi ha raggiunto per suggerire che la famiglia poteva essere morta altrove e che i loro corpi potevano essere stati spostati sulla spiaggia appositamente per la ripresa. Per esempio, dov'era il sangue? Ho risposto che avevo visto il filmato completo girato dal cameraman e che alcune immagini erano troppo forti per essere mostrate.

È chiaro che il governo di Israele vuole contrastare l'impatto di immagini come queste fornite dai media stranieri. Amir Gissin ha parlato di progetti per far arrivare video israeliani su siti come YouTube, che vede come "formatori" di opinioni. E suo cugino, il Dottor Ra'anan Gissin, ex consigliere di Ariel Sharon per i media, ha fatto circolare il concetto che bisogna mettere a disposizione del paese il potere delle immagini per essere pronti ai conflitti futuri. Riferendosi agli avversari di Israele, ha formulato l'idea nella sua tipica maniera esplicita: "Devi fagli una foto prima di sparargli". ("You need to shoot a picture before you shoot them").

Stewart Purvis è professore di giornalismo televisivo alla City University di Londra. È ex capo esecutivo e redattore capo della ITN.

Originale: The Guardian