mercoledì, dicembre 13, 2006

Entrare in Iraq

Il punto di vista dell'autore è chiaramente di parte ed evidentemente non è un articolo equilibrato (vedi il punto in cui parla di decine di migliaia di uomini delle milizie sciite infiltrati nelle forze armate irachene: quanto è grande l'apparato statale iracheno, per avere addirittura decine di migliaia di infiltrati? Roba da fare impallidire le storie sul fatto che nell'ex Germania dell'Est un abitante su dieci fosse un informatore della Stasi), ma appunto per questo sembra una buona descrizione delle politiche che l'Arabia Saudita (anche se il disclaimer finale dice il contrario) o la sua lobby potrebbero prendere per tentare di riconquistare il posto di paese musulmano di spicco in Medio Oriente, o quantomeno di ridurre i danni fronteggiando loro personalmente o per interposto esercito l'Iran su campo iracheno (come secondo alcuni sarebbe già avvenuto durante la guerra statunitense contro l’Iraq del 1991, partita per procura della lobby saudita).
Inoltre, proprio ieri Turki al-Faisal, che ha dichiarato il progetto di sostituirsi agli statunitensi se dovessero ritirarsi,
si è dimesso , e secondo indiscrezioni potrebbe diventare capo della diplomazia saudita in patria, il che potrebbe rafforzerebbe questa teoria, sempre che sia esatta. AA

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Entrare in Iraq
L'Arabia Saudita proteggerà i sunniti iracheni se gli Stati Uniti dovessero ritirarsi

Di Nawaf Obaid
Mercoledì 29 novembre 2006

Traduzione di Andrej Andreevič

Nel febbraio 2003, un mese prima dell'invasione dell'Iraq guidata dagli Stati Uniti, il ministro degli esteri saudita, il principe Saud al-Faisal, ha avvertito il presidente Bush che rimuovendo Saddam Hussein con la forza avrebbe "risolto un problema creandone altri cinque". Se Bush avesse dato ascolto a questo consiglio, l'Iraq ora non sarebbe sull'orlo di una guerra civile e della disintegrazione.
Si spera che non voglia fare lo stesso errore ignorando un'altra volta il consiglio dell'ambasciatore dell'Arabia Saudita negli Stati Uniti, il principe Turki al-Faisal, che in un discorso del mese scorso ha detto "dal momento che l'America è entrata in Iraq senza che le fosse stato richiesto, non dovrebbe lasciare l'Iraq senza che le sia stato richiesto." Se lo facesse, una delle prime conseguenze sarebbe un massiccio intervento saudita per fermare le milizie sostenute dagli sciiti per fermare il massacro di sunniti iracheni.Durante l'anno passato, un coro di voci ha chiesto all'Arabia Saudita di proteggere la comunità sunnita in Iraq e contrastare l'influenza iraniana. Anziani capi tribali iracheni e figure religiose, assieme ai leader di Egitto, Giordania e altri paesi arabi e musulmani, hanno lanciato e sottoscritto petizioni alla leadership saudita perché fornisse ai sunniti iracheni armi e supporto finanziario. Inoltre, la pressione interna a favore dell'intervento è intensa. Le principali confederazioni tribali saudite, che hanno legami storici e di comunità estremamente stretti con le loro controparti in Iraq, stanno premendo per un'azione. Sono supportate da una nuova generazione di reali sauditi che occupano posizioni di governo strategiche e sono desiderosi di vedere il regno giocare un ruolo più forte nella regione.Dal momento che il re Abdullah ha lavorato per minimizzare le tensioni settarie in Iraq e riconciliare le comunità sunnite e sciite, e dal momento che ha dato al presidente Bush la sua parola che non avrebbe interferito in Iraq (visto che sarebbe impossibile assicurare che le milizie finanziate dai sauditi non attacchino le truppe statunitensi), queste richieste sono tutte state declinate. Saranno, comunque, ascoltate se le truppe americane dovessero cominciare un ritiro graduale dall'Iraq. In quanto potenza economica del Medio Oriente, il luogo di nascita dell'islam e il leader de facto della comunità sunnita mondiale (che comprende l'85% di tutti i musulmani), l'Arabia Saudita ha sia i mezzi che la responsabilità religiosa per intervenire.
Pochi mesi fa era impensabile che il presidente Bush potesse ritirare anticipatamente un significativo numero di truppe americane dall'Iraq. Ma oggi sembra possibile, e per questo la leadership saudita si sta preparando a rivedere sostanzialmente la propria politica irachena. Le opzioni ora includono l'offerta ai leader militari sunniti (principalmente ex-baathisti, già ufficiali dell’esercito iracheno, che costituiscono la spina dorsale degli insorti) lo stesso genere di assistenza – finanziamenti, armi e supporto logistico – che l'Iran ha dato ai gruppi armati sciiti per anni.
Un'altra possibilità include la creazione di nuove brigate sunnite per combattere le milizie sostenute dall'Iran. Infine, Abdullah potrebbe decidere di strangolare il finanziamento iraniano delle milizie attraverso politiche di controllo petrolifero. Se l'Arabia Saudita aumentasse la produzione di greggio dimezzando il prezzo del petrolio, il regno potrebbe comunque ancora coprire la sua spesa pubblica. Ma l'effetto sarebbe devastante per l'Iran, che si trova davanti a difficoltà economiche anche coi i prezzi al livello attuale. Il risultato sarebbe di limitare la capacità di Teheran di continuare a fornire centinaia di milioni ogni anno alle milizie sciite in Iraq e altrove.
Sia gli insorti sunniti che gli squadroni della morte sciiti sono responsabili dell'attuale spargimento di sangue. Tuttavia, gli sciiti iracheni non corrono il rischio di essere sterminati in una guerra civile, mentre i sunniti sì. Dal momento che il 65% circa della popolazione irachena è sciita, gli arabi sunniti, che sono un mero 15-20%, avrebbero problemi a sopravvivere alla campagna di pulizia etnica in pieno svolgimento.
È chiaro che il governo iracheno non sarà in grado di proteggere i sunniti dalle milizie sostenute dall'Iran se le truppe americane dovessero andarsene. L'esercito e la polizia non sono affidabili per questo, visto che decine di migliaia di miliziani sciiti sono infiltrati nelle loro file. Peggio, il primo ministro iracheno, Nouri al-Maliki, non può fare nulla per questo, dal momento che dipende dal sostegno dei leader delle forze sciite. Ci sono ragioni per credere che l'amministrazione Bush, nonostante le pressioni interne, terrà conto dei consigli dell'Arabia Saudita. La visita del vice presidente Cheney a Riyadh la scorsa settimana per discutere della situazione (non ci sono stati altri incontri durante il suo viaggio) sottolinea la preminenza dell'Arabia Saudita nella regione e la sua importanza nella strategia statunitense in Iraq. Ma se un ritiro graduale delle truppe dovesse iniziare, la violenza aumenterà drammaticamente.
In questo caso, restare a guardare sarebbe inaccettabile per l'Arabia Saudita. Ignorare il massacro dei sunniti iracheni sarebbe un abbandono dei principi sui quali il regno è fondato. Questo minerebbe la credibilità dell'Arabia Saudita nel mondo sunnita e sarebbe una capitolazione alle azioni militariste iraniane nella regione.
È certo, l'impegno saudita in Iraq comporta grossi rischi – potrebbe essere la scintilla di una guerra regionale. Ma è meglio che sia così: le conseguenze dell'inazione sarebbero ancora peggiori.

Lo scrittore, un consigliere del governo saudita, è direttore generale del Saudi National Security Assessment Project a Riyadh e un consigliere aggiunto del Centro per gli Studi Strategici Internazionali a Washington. Le opinioni espresse sono le sue e non riflettono politiche ufficiali saudite.

Fonte: Washington Post

sabato, dicembre 09, 2006

Arabia Saudita e Iran/Capitalismo folle, di Stan Goff

Arabia Saudita e Iran/Capitalismo folle
di Stan Goff

traduzione di Andrej Andreevič

Linko qui due articoli da Asia Times, uno di M. K. Bhadrakumar, e uno di Gabriel Kolko. Kolko è il secondo, e amplia il contesto della microanalisi di Bhadrakumar della risistemazione del Medio Oriente.
M. K. Bhadrakumar è stato diplomatico di carriera nel servizio estero indiano per più di 29 anni, con ruoli come ambasciatore in Uzbekistan (1995-98) e Turchia (1998-2001). Bhadrakumar scrive frequentemente per Asia Times Online, e sono spesso stato colpito dalla comprensione dell'ex ambasciatore della realpolitik dell'Asia Meridionale e del Sudest.
Il pezzo linkato da Asia Times Online è interessante perché – come Bhadrakumar spesso fa – va oltre il discorso convenzionale, con tutti i suoi slogan e le sue premesse propagandistiche, e ci permette di gettare uno sguardo agli atteggiamenti dei vari servizi segreti. Avendo avuto due volte l’opportunità di lavorare direttamente all’esterno di ambasciate e di osservare il mondo peculiare della "diplomazia", trovo che i suoi resoconti franchi e pieni di sfumature siano molto validi.
Il cinismo della realpolitik suscita contrarietà in molte persone, ed è per questo che molti consumatori preferiscono le notizie con una simpatica morale su buoni e cattivi. Ma il sistema mondiale nel quale viviamo rimane – per ora – un terreno di scontri e di maneggi; e questi maneggi hanno conseguenze reali. Capire questo sfondo è l'unica maniera per dare un senso alle iniziative politiche dei nostri cosiddetti leader, e l'unico modo con cui decostruire le storie che ci forniscono per ottenere la nostra acquiescenza.
Ci viene detto che l'influenza - almeno in questo momento – di Ahmadinejad, Nasrallah e Sadr rappresenta la crescita del blocco sciita, con l'Iran al comando. Anche se possono esserci degli elementi di verità in questo, è come descrivere solo la vernice di una casa. Abiamo bisogno di sapere molto di più riguardo la casa – i materiali con i quali è costruita, il numero di piani, le fondamenta, lo scarico delle acque, come il tetto resiste alle tempeste eccetera eccetera.
La demonizzazione di questi tre leader è una campagna in pieno svolgimento, ed è una ragione per cui dobbiamo prendere i resoconti sulle loro attività con molto scetticismo. E il fatto che i dettagli di tali attività possano o no sembrare deplorevoli non è un problema che preoccupi la leadership statunitense, o la leadership della portaerei statunitense, Israele. La questione che preoccupa la leadership statunitense è che questi tre hanno scelto un corso politico, con l'Islam politico come risposta popolare alle depredazioni del neoliberalismo, esplicitamente antiamericano. Questo fa di loro, nel bene o nel male, oggettivamente degli antiimperialisti. Anche se molti di noi potrebbero preferire che l'opposizione all'imperialismo arrivasse in modi più familiari e accettabili, il mondo reale è enormemente più complesso di così.
Lasciatemi ripetere che la ragione per cui l'establishment statunitense si oppone a questi leader non ha nulla a che vedere con, per esempio, la maniera in cui trattano le donne. Gli Stati Uniti hanno usato questo come scusa per attaccare l'Afghanistan, e la condizione delle donne dopo l'invasione, a parte una piccola enclave a Kabul, è diventata peggiore di quello che era sotto il dominio dei talebani… e questa è una vera impresa. La mobilitazione dei sentimenti dell'Occidente contro l'Islam politico è manipolatoria, e non rappresenta in nessuna maniera le vere ragioni che l'hanno generata. La ragione dell'opposizione statunitense ad Ahmadinejad, Nasrallah e Sadr è il loro intento dichiarato di portare la regione verso l'indipendenza dal controllo statunitense.

Dopo questa introduzione, ecco le analisi di M. K. Bhadrakumar e di Gabriel Kolko.

Originale: Feral Scholar

I sauditi colpiscono ancora, di M. K. Bhadrakumar

I sauditi colpiscono ancora, in Iran
di M. K. Bhadrakumar

traduzione di Andrej Andreevič

Se mai è sorto il bisogno di distinguere tra fratelli e amici, questo è quello che è successo la scorsa settimana quando il re saudita Abdullah bin-Abd al-Aziz al-Saud ha parlato dell'Iran come di un paese "amico" dello stato saudita.
Lo ha fatto mentre riceveva l'ambasciatore iraniano Hossein Sadeqi durante il congedo di quest'ultimo dopo un tour di due anni pieno di eventi, che ha visto un forte aumento della cordialità e dell'intimità delle relazioni saudite-iraniane.
Il re si è complimentato per la piega presa dai rapporti tra i due paesi negli ultimi anni, e si è concentrato sull'importanza di sostenere le relazioni saudite-iraniane "in tutti i campi", aggiungendo che l'Arabia Saudita ha "fiducia" nell'Iran. Ma è risaltata soprattutto la dichiarazione dell'Arabia Saudita che i legami tra i due più importanti paesi del mondo musulmano sono come quelli tra due "amici".
Non di meno, l'inquietudine iraniana per le ombre nei rapporti con i sauditi e il deficit di fiducia potenzialmente deleterio che si sta sviluppando tra le due parti su questioni di stabilità e pace nella regione, sono emersi nella decisione della scorsa settimana di escludere l'Arabia Saudita dal vertice trilaterale che Teheran ha proposto, coinvolgendo i capi di stato di Siria e Iraq. Ciò che ha portato a un raffreddamento nei rapporti tra i due paesi è stata l'esplosione di scontri settari in Iraq, oltre alla crisi libanese.
L'Arabia Saudita vede con preoccupazione la rapida ascesa dell'influenza iraniana in Iraq, dall'epoca dell'invasione statunitense. Le ragioni sono molte, ma è soprattutto la pretesa sciita di aumentare il proprio potere politico nella regione a spaventare Riyadh, assieme alla prospettiva di un Iran inarrestabile avviato a diventare la prima potenza regionale nella zona del Golfo Persico e nel Medio Oriente. La preoccupazione si è trasformata in sgomento quando le voci riguardo un possibile cambio nella strategia statunitense in Iraq sono diventate di recente chiaramente udibili, dal momento che il cambio di strategia richiederà probabilmente un coinvolgimento costruttivo dei regimi di Teheran e Damasco da parte di Washington.
Nonostante gli intensi sforzi dei sauditi (e degli egiziani) per scavarsi una nicchia di influenza nel frammentato panorama politico iracheno, i risultati desiderati non sono arrivati. L'ultimo tentativo saudita è stato il documento della Mecca del 20 ottobre, approvato da 29 importanti capi religiosi sunniti e sciiti iracheni che si sono riuniti nella città santa musulmana della Mecca e si sono impegnati di fonte a Dio, davanti alla santa Ka'aba "di non violare la sacralità del sangue musulmano e di incriminare coloro che lo hanno sparso".
Non solo il documento non ha fatto cessare le ostilità tra sunniti e sciiti all'interno dell'Iraq, ma la divisione settaria si è drammaticamente ampliata. L'Iran sostiene l'esistenza di un complotto attualmente in azione per mettere i sunniti contro gli sciiti. Il potente presidente del Majlis (parlamento) iraniano, Gholam-Ali Haddad Adel, in visita nella provincia del Sistan-Belucistan (al confine con la riottosa provincia pakistana del Belucistan), sabato ha detto "Oggi i nemici vorrebbero piantare il seme della discordia tra sunniti e sciiti perché si insultino gli uni con gli altri… i nemici dell'islam stanno tentando di fare abbassare la guardia ai musulmani, di mettere le mani sulle risorse dei paesi musulmani e di depredare le loro riserve petrolifere. Per raggiungere questo obiettivo, stanno tentando di piantare il seme della discordia tra i musulmani".
Infatti, I media occidentali avevano riportato che nei mesi recenti i servizi statunitensi e israeliani avevano lavorato insieme nell'equipaggiare e addestrare uomini delle tribù curde, azere e beluci per dare luogo a operazioni segrete nelle provincie iraniane del nord e del sud-est. Teheran si è resa conto che come in Libano durante i recenti scontri, la battaglia assumerà presto una dimensione sunnita-sciita.
La latente rivalità saudita-iraniana rischia di avere un proprio ruolo in Libano. A differenza del problema iracheno, in Libano c'è una convergenza di interessi sauditi e statunitensi. I commentatori sauditi hanno consigliato a Washington di non considerare Iraq e Libano come due questioni separate.
Dalla prospettiva saudita, ogni impegno congiunto statunitense-iraniano nella regione non dovrebbe limitarsi ad una "strategia d'uscita" in Iraq. La paura di un Iran risorgente è palpabile. Al-Hayat, giornale arabo con base a Londra, ha recentemente paragonato il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad a Osama bin Laden, in quanto si tratterebbe di due ribelli ugualmente inclini a destabilizzare la regione.
È per questo che la diplomazia saudita ha lavorato assieme agli Stati Uniti per ottenere un "consenso globale" riguardo la costituzione di un tribunale internazionale per indagare sull'omicidio dell'ex primo ministro libanese Rafik Hariri. I commentatori sauditi hanno lanciato segnali di distensione quando Mosca ha deciso di dissociarsi dalla caparbia opposizione siriana (e iraniana) al tribunale. Ma quello che è straordinario è che i sauditi abbiano pubblicamente elogiato la "significativa e notevole collaborazione" della Cina nel mettere in chiaro con i russi che la Cina era "dalla parte degli Stati Uniti, della Francia e della Gran Bretagna" nelle negoziazioni del Concilio di Sicurezza delle Nazioni Unite riguardo la decisione di costituire il tribunale.
Un commentatore saudita si è vantato che "nel fare ciò, la Cina ha lasciato la Russia con l'unica opzione di cooperare e non ostruire". Infatti, il People's Daily recentemente ha preso nota che Washington si è resa conto della necessità di un "nuova direzione" nella sua politica per il Medio Oriente – "un nuovo piano per il Medio Oriente, con lo scopo di unire i paesi arabi moderati preoccupati della crescita dell'Iran e delle rampanti forze estremiste, per formare un'alleanza anti-iraniana e anti-estremista" – pur dubitando che una semplice correzione della rotta possa riuscire a "districare gli Stati Uniti dal pantano che loro stessi hanno creato nel Medio Oriente".
L'aspettativa saudita è che la decisione dell'ONU di costituire il tribunale (che è stata prontamente approvata venerdì dal governo libanese del primo ministro - sostenuto dai sauditi - Fouad Siniora, nonostante gli avvertimenti di Hezbollah) comporti uno sviluppo di dimensioni storiche nel ridisegno degli allineamenti politici del Medio Oriente.
Dal punto di vista saudita, il tribunale condurrà inesorabilmente alla disfatta del regime ba'athista di Damasco; al collasso del legame iraniano-siriano nella regione; al ritorno della Siria nell'alveo arabo; al quasi totale isolamento di Hezbollah all'interno del Libano, che a sua volta potrebbe finalmente aprire la via alla sua cooptazione (una volta epurata la sua militanza ed eliminata l'influenza iraniana); e soprattutto l'indebolimento della posizione dell'Iran come predominante forza sciita nella regione, specialmente in iraq.
Inoltre i sauditi stanno esibendo in Libano il loro volto di saldi alleati degli Stati Uniti nella regione. Stanno dimostrando che per far fronte all'influenza iraniana sono pronti a tutto, non importa quanto ci vorrà. Riyadh ha messo da parte la sua propensione a rimanere sullo sfondo mentre maturava la crisi irachena, nel periodo critico 2003-2005, propensione che ha portato al suo disastroso isolamento (e a quello dell'Egitto).
Riyadh conta sul fatto che Washigton si renda conto che la crescente influenza regionale dell'iran può essere ancora arrestata. Significativamente, il vicepresidente statunitense Dick Cheney non ha perso tempo, arrivando a Riyadh sabato per un affrettato incontro di due ore col re Abdullah. Durante l'incontro, per citare la Saudi Press Agency, le due parti hanno discusso "l'intera serie di eventi e sviluppi sulla scena regionale e internazionale ... il problema palestinese e la situazione irachena in particolare".
La scelta di Cheney di intraprendere una missione tanto sensibile a questo punto la dice lunga sui ragionamenti del presidente Bush riguardo l'Iraq. Dice qualcosa anche riguardo l'importanza di Cheney negli ultimi due anni di presidenza Bush. Bisogna dire tre cose riguardo le convinzioni di Cheney. Primo, è incrollabilmente convinto che la guerra in Iraq sia ancora un lavoro "fattibile". Secondo, continua a sostenere che la stabilizzazione dell'Iraq sia inconcepibile senza un cambio di regime in Iran.

Soprattutto, Cheney crede che quando si parla della sicurezza israeliana i politici statunitensi la pensino tutti allo stesso modo. Dite un nome a caso, sono tutti "amici di Israele" – le speranzose candidate democratiche alla Casa Bianca, le senatrici Hillary Clinton e Evah Bayh, il presidente del Comitato Nazionale Democratico Howard Dean, e il presidente entrante dell'House Committee on International Affairs [Comitato della Camera per gli Affari Internazionali], il deputato democratico Tom Lantos.
Quindi è molto importante che Bush abbia deciso di dare a Cheney (piuttosto che al segretario di stato Condoleeza Rice) un'occasione per esibirsi sul palco centrale della geopolitica medio orientale su questo punto cruciale. La strategia degli Stati Uniti nella guerra irachena è sotto intenso esame, e la Casa Bianca dovrebbe presto ricevere il rapporto dell'Iraq Study Group, copresieduto dall'ex segretario di stato James Baker e dall'ex deputato Lee Hamilton.
Le consultazioni di Cheney a Riyadh sono compatibili con quello che Seymour Hersh ha scritto nel ultimo numero del New Yorker: "Fonti con conoscenza diretta delle procedure [dell'ISG] mi hanno detto che il gruppo, circa alla metà di novembre, ha escluso un immediato e completo ritiro americano ma avrebbe raccomandato di focalizzarsi su un migliore addestramento delle forze irachene e un ridispiegamento delle truppe americane."
Cosa preannuncerebbe questo per Teheran? Certo, sta diventando chiaro che per l'Iran sarebbe poca cosa, anche se l'ISG raccomandasse il coinvolgimento di Siria e Iran in una conferenza regionale per aiutare a stabilizzare l'Iraq, e che Bush accettasse una simile raccomandazione.

Il fatto è che l'Iran è in svantaggio rispetto alla strategia saudita. Lo spettro della mezzaluna sciita è un utile grido di battaglia per i regimi assediati di Riyadh (e de Il Cairo e Amman), laddove per Teheran è un grande imbarazzo e il maggiore ostacolo. Per l'Iran, l'aumento del potere sciita è un mezzo per realizzare un fine. L'Iran ritiene che il proprio destino sia di essere leader del mondo islamico.
Per come la vede Teheran, è stata una lunga attesa, ma l'Iraq e la Siria stanno finalmente emergendo come nuovo centro di gravità del mondo arabo. E l'Iran è loro alleato. Inoltre, l'Iran vede un'opportunità storica nel fatto che, a 100 anni circa dagli accordi Sykes-Picot che hanno smembrato il Medio Oriente, le potenze regionali possano finalmente riempire il vuoto di potere per assicurare il ritiro statunitense dall'Iraq. Il processo è senza dubbio di enormi proporzioni e dunque imperfetto, frammentario e difficile. Non di meno l'Iran deve perseguirlo col proprio massimo potenziale.
Ma i modi bruschi con cui Wasington si è mossa la scorsa settimana per fermare l'iniziativa iraniana del summit trilaterale con Iraq e Siria evidenzia anche che genere di avversario si trovi davanti l'Iran. Il presidente iracheno Jalal Talabani non poteva essere sull'aereo per Teheran quel sabato. Gli americani hanno imposto il coprifuoco a Baghdad e chiuso l'aeroporto.

Anche il presidente siriano Bashar al-Assad quel sabato è rimasto a Damasco invece di recarsi a Teheran. L'iniziativa iraniana sembra fallita in partenza. l'Iran ha quindi chiarito che il summit tripartito sarebbe stato "una cosa positiva" ma che non era stato programmato nessun incontro "del tipo riportato da certi media".
Nel frattempo, il Comitato per l'Iraq della Lega Araba sabato ha annunciato che il 5 dicembre avrebbe tenuto al Cairo un incontro tra i ministri degli esteri per trovare un modo per fermare i "fiumi di sangue che scorrono in Iraq".
Non c'è dubbio, né l'Iran né la Siria sembrano voler prendere sottogamba i tentativi statunitensi di isolarli all'interno della regione. Come ha notato il noto commentatore medio orientale Rami Khouri, è "implausibile che si comportino come la Libia, cedendo alle pressioni e dando unilateralmente agli Stati Uniti quello che vogliono... domanderanno un prezzo alto per cooperare con gli Stati Uniti e aiutarli a lasciare l'Iraq"
Inoltre, rimane da vedere se un processo internazionale nella forma del tribunale per il Libano sia stata una mossa intelligente, dopo tutto. In una regione dove gli assassinii fanno parte della cultura politica (e spesso, come nel caso di Israele, costituiscono uno strumento della politica dello stato), la creazione di un tribunale per il Libano puzza di cinismo. Al di là di questo, simili processi spesso prendano direzioni proprie, e potrebbe accadere che il tribunale per il Libano possa sfuggire al controllo statunitense. In sostanza, il tribunale internazionale sarebbe una "nuova forma di comportamento neocoloniale" (per citare Khouri), perché gli Stati Uniti stanno agendo assieme a Gran Bretagna e Francia, due ex potenze coloniali della regione, e nonostante la Cina e la Russia lo abbiano accettato per ragioni proprie.
È sicuro che l'Iran e la Siria resisteranno con tutte le loro forze. Per il presente, però, gli iraniani si trovano in qualche maniera nella stessa situazione di Banquo nella tragedia di Shakespeare "Macbeth", quando "per la nebbia e l'aer corrotto" il nobile guerriero udì la profezia delle streghe, "tu genererai dei re, senza esser re tu stesso".

M. K. Bhadrakumar è stato diplomatico di carriera nel servizio estero indiano per più di 29 anni, con ruoli come ambasciatore in Uzbekistan (1995-98) e Turchia (1998-2001)

Originale:
http://www.atimes.com/atimes/Middle_East/HK28Ak04.html
http://www.atimes.com/atimes/Middle_East/HK28Ak05.html
http://www.atimes.com/atimes/Middle_East/HK28Ak06.html

Dare un senso a un mondo impazzito, di Gabriel Kolko

Dare un senso a un mondo impazzito
Gabriel Kolko

Sono giorni difficili per coloro che tentano di gestire la situazione mondiale. Ma noi come dovremmo comprenderla?
Sarebbe fondamentalmente un errore considerarla razionalmente concepibile. Il limite delle spiegazioni razionali consiste nel fatto che si presuppone che gli uomini e le donne che si comportano razionalmente prendano delle decisioni realistiche e rispettino i propri limiti. Storicamente, nel secolo scorso questo si è realizzato molto di rado, e la politica e le illusioni basate sull'ideologia o sui pii desideri sono state spesso decisive. Una simile situazione si è verificata in particolare con l'attuale banda di Washington.

Abbiamo ragione a temere qualsiasi cosa - soprattutto una guerra con l'Iran - che possa sfuggire immediatamente al controllo e avere conseguenze catastrofiche non solo regionali ma globali. Abbiamo anche ragione a vedere i limiti del potere delle persone irrazionali, perché gli Stati Uniti sono strategicamente deboli. Perdono le grandi guerre, com'è accaduto in Corea, in Vietnam e ora in Afghanistan e in Iraq, e anche se le loro vittorie tattiche si dimostrano vincenti sono in ultima analisi destabilizzanti ed effimere. Se nel 1954 gli Stati Uniti non avessero rovesciato il regime di Mohammed Mossadegh in Iran, è molto probabile che i mullah non sarebbero mai andati al potere e ora non staremmo prendendo in considerazione una guerra rischiosa contro quel paese.

Anche se il tutto è molto più importante delle parti, i dettagli di ogni parte meritano attenzione. Molti di questi aspetti sono noti e perfino prevedibili, ma ci sono - per parafrasare Donald Rumsfeld - i "noti ignoti e gli ignoti ignoti", il "fattore-x" che interviene a sorprendere tutti. Tutti questi problemi sono correlati, interagiscono e potenzialmente si aggravano o si inibiscono reciprocamente, in modo forse decisivo, rendendo il nostro mondo molto difficile da capire e da gestire.

Metterli tutti assieme è una formidabile sfida per gli individui pensanti che si trovano al di fuori dei sistemi del potere. È sempre stato così; il fascismo è stato in gran parte la conseguenza di una crisi economica e ne è risultata la seconda guerra mondiale. Il modo in cui si combinano i fattori è un grande mistero e non può essere previsto - né da noi né da quelle anime ambigue che hanno l'importante compito di assicurarci che non ci sia il caos. Vorremmo capirlo, ma non è decisivo se non ci riusciamo; per coloro che hanno la responsabilità di gestirlo, questa miopia produrrà la fine del loro mondo e dei loro privilegi.

Possiamo subito escludere la sinistra, questo artificio storico. Il socialismo ha cessato di essere un'opzione molto tempo fa, forse già dal 1914. Dato che ho appena pubblicato un intero libro, After Socialism [Dopo il socialismo], dove descrivo dettagliatamente le sue innumerevoli miopie e i suoi tanti difetti, basta che io dica qui che non rappresenta più una minaccia per nessuno.

I fachiri che guidano i partiti che ancora usano il "socialismo" come giustificazione per la loro esistenza hanno solo abolito le sconfitte per mano del popolo dal prezzo che il capitalismo paga per le sue crescenti follie [as a justification for their existence have only abolished defeats in the hands of the people from the price capitalism pays for its growing follies]. Quella fiducia - la libertà di essere sfidati dalle masse riottose - è molto importante ma basta sempre meno a risolvere i suoi innumerevoli restanti dilemmi. Il sistema è diventato sempre più vulnerabile, nonostante la stabilità sociale, dal 1990 e dalla fine del comunismo.

Ipotizzare l'anarchia
Al fallimento della teoria socialista si accompagna il fallimento del capitalismo perché quest'ultimo è totalmente responsabile del funzionamento dello status quo e non ha le basi intellettuali per metterlo in atto. La crisi attuale è costituita dal fatto che il capitalismo ha raggiunto la condizione di maggiore distruttività e non incontra più alcuna forma di opposizione.

Questo malessere coinvolge gli affari esteri e quelli interni - l'avidità nazionale e l'avventurismo oltreconfine. Se gli aspetti riguardanti la politica estera hanno origini ampiamente americane, è altrettanto vero che il resto del mondo li tollera e talvolta vi collabora. La caduta è inevitabile, forse imminente. Il caos attuale sussisterà in un vuoto. Non c'è alcuna forza a contrastarlo, tanto meno a sostituirlo, e quindi continuerà a esistere ma a un costo umano enorme e crescente. Le visioni in grado di elaborare alternative sono, almeno al momento, per lo più zoppicanti.

Gli intrighi ingegnosi e precari dell'attuale economia mondiale ricevono legittimità e traggono vantaggio dal fatto che l'economia classica sta rapidamente diventando irrilevante. È l'era degli imbroglioni e dei filibustieri in giacca e cravatta. Niente di ciò che appartiene alla tradizione ha più credibilità. Joseph Schumpeter e altri economisti si sono preoccupati di questi avventurieri, ma essi oggi sono ancora più importanti che in passato e anche di quanto lo fossero alla fine dell'Ottocento, quando furono immortalati nel libro di Charles Francis Adams Jr Chapters of Erie.

Il tema dominante è l'"innovazione", e molte persone competenti sono estremamente preoccupate. Tempo fa su Counterpunch (il 15 giugno e il 26 luglio) ho affermato che tra gli esperti responsabili dell'analisi degli affari nazionalli e della finanza globale - in particolar modo la Banca dei Regolamenti Internazionali - domina il pessimismo. Tuttavia avevo ampiamente sottovalutato l'entità della preoccupazione tra coloro che si intendono di tali questioni.

Cosa ancora più importante, negli ultimi mesi ci sono stati funzionari di livello molto più alto che si sono dimostrati più espliciti e preoccupati riguardo alle tendenze dominanti della finanza globale e al fatto che i rischi stanno aumentando rapidamente e sono ora enormi. Generalmente le persone che si considerano di sinistra sanno molto poco di questi problemi vitali al mantenimento dello status quo. Ma coloro che sono al corrente delle tendenze della finanza globale hanno dato l'allarme facendosi sentire sempre di più.

Il problema è che il capitalismo è diventato più aberrante, improvvisato e autodistruttivo che mai. È l'epoca dei predatori e dei giocatori d'azzardo, gente che vuole arricchirsi molto rapidamente e che si disinteressa completamente delle conseguenze più grandi.
Il potere sussiste, ma la teoria per descrivere l'economia ereditata dal XIX secolo non ha più nessun rapporto con il modo in cui agisce praticamente, e questo viene sempre più spesso riconosciuto da coloro che sono favorevoli a un sistema di privilegio e ineguaglianze.

Anche alcuni alti funzionari del Fondo Monetario Internazionale ammettono ora che la teoria privilegiata dalle organizzazioni più potenti si basa su superate illusioni ottocentesche. "Ricostruire la teoria economica virtualmente da zero" e ripulire l'economia delle "idiozie neoclassiche", o il fatto che "il suo nucleo concettuale dimostrabilmente falso si sostiene puramente per inerzia", sono ora i temi di articoli molto brillanti nientemeno che sul Financial Times, il quotidiano più influente e maggiormente letto del mondo capitalista.

Il capitalismo come sistema economico sta impazzendo. Alla fine di novembre c'è stato il record di 75 miliardi di dollari nell'arco di 24 ore in acquisizioni e merger globali. Il capitalismo globale è inondato di liquidità - denaro virtualmente a disposizione - e chiunque prenda in prestito del denaro può diventare molto ricco, ipotizzando che vinca. Il bello dei fondi di copertura è che i rischi individuali diventano molto più limitati, e ci si può unire ad altri per alzare la posta in gioco in modo molto più precario.

Così adesso si punta in modo spettacolare: sul valore del dollaro, sul prezzo del petrolio, sugli immobili e su molti altri azzardi. Amaranth Advisors ha perso circa 6,5 miliardi di dollari alla fine di settembre per una previsione meteorologica sbagliata ed è crollata. Dall'inizio del 2005 a ottobre 2006 sono stati costituiti 2600 fondi di copertura, ma 1100 sono falliti. I nuovi strumenti finanziari - derivati, fondi di copertura, incomprensibili invenzioni finanziarie di tutti i tipi - stanno crescendo a un ritmo fenomenale, ma la loro caratteristica comune, come l'ha riassunta un giornalista del Financial Times, è che "tutti sono diventati meno alieni al rischio".

E il pericolo sta lì.

I fondi di copertura scommettono su qualsiasi cosa, e i membri dei fondi-pensione sono solo l'ultimo esempio di questa dipendenza dal rischio. Londra si sta sostituendo rapidamente a New York come centro di questa attività e del mercato del capitale in genere, perché il regime regolatorio del Partito Laburista britannico è molto più favorevole a questo genere di attività di quanto lo permettano i tirapiedi repubblicani di George W. Bush, anche se le cose potrebbero cambiare, visto che a Wall Street non piace perdere degli affari.

Il 12 settembre il Fondo Monetario Internazionale ha diffuso il rapporto sulla "Sicurezza Finanziaria Globale" e ha espresso la sua preoccupazione senza precedenti che "nuovi e complessi strumenti finanziari, come i prodotti di credito strutturati" possano causare una catastrofe imprevista. La "liberalizzazione", che "il consenso di Washington" e il Fondo Monetario hanno predicato e contribuito a realizzare, ora minaccia il dollaro americano e anche molto altro. "La rapida crescita negli ultimi anni dei fondi di copertura e dei meccanismi dei derivati di credito aumenta l'incertezza," e potrebbe aggravare la "turbolenza del mercato e l'impatto sistemico" di eventi un tempo benigni. I fondi di copertura, ammoniva, hanno già "sofferto ingenti perdite".

Alla fine di ottobre Jean-Claude Trichet, presidente della Banca Centrale Europea, ha deplorato questi nuovi prodotti finanziari che sono aumentati e cresciuti esponenzialmente. Non riusciva a comprenderli, e venivano scarsamente sorvegliati. Molti di essi erano imbrogli, e niente poteva impedir loro di causare immensi effetti-domino sull'intero sistema finanziario se fossero crollati, trascinando con sé anche i prodotti ben regolamentati. Poi, agli inizi di novembre, la semi-ufficiale Financial Services Authority (FSA, Authority per i Servizi Finanziari) britannica ha diffuso un rapporto che descriveva in dettaglio i rischi per l'intera struttura finanziaria mondiale. Malgrado il suo tono, è pura dinamite.

Il rapporto della FSA documenta i molti rischi per il settore private equity: leverage eccessivo, assunzione di rischio poco chiara, abusi e insider trading. C'erano conflitti di interesse di ogni sorta, il sistema era opaco, i fondi di copertura rendevano i potenziali danni ancora più rischiosi. "Dati gli attuali livelli di leverage e i recenti sviluppi nel ciclo economico e di credito, sembra inevitabile che prima o poi una grande società di private equity o un gruppo di società di private equity si rivelino inadempienti".

Dato questo crescente consenso sui rischi, il 13 novembre John Gieve, vice governatore della Banca d'Inghilterra, ha concluso che non è più fattibile che ogni singolo stato nazionele regoli da sé le crisi finanziarie: il sistema finanziario ha una dimensione così internazionale che un meccanismo nazionale non sarebbe in grado di gestirlo. Dalla fine degli anni Settanta ci sono state almeno 13 crisi finanziare conclamate o borderline, e alcuni dei metodi impiegati per affrontarle sarebbero "meno facili da adottare" nella situazione attuale, un modo educato per dire che sono irrilevanti.

La sua conclusione: i regolamentatori "dovrebbero abituarsi ad avere a che fare con crisi globali", "collaborare" su esempi pratici per elaborare dei meccanismi, in particolare per evitare i "rischi morali" insiti nel salvataggio di compagnie nei guai, compreso il "chiudere una grande società nel pieno rispetto della legge".

Le possibilità di sviluppare regole o approcci transnazionali comuni è prossima allo zero, non fosse altro perché i vari paesi rivaleggiano per attirare le compagnie finanziarie, e la regolamentazione, o piuttosto la sua mancanza, è un fattore importante quando si deve scegliere dove stabilire la sede di una società. Quando si verificherà la prossima crisi finanziaria, e la probabilità che accada si sta avvicinando a grandi passi, molto probabilmente porterà con sé tutta l'economia mondiale. O almeno così pensano gli "esperti". Prima di ora non lo pensavano.

Dunque l'economia può mettere nei guai la politica. Magari anche no, però può diventare un fattore molto importante della situazione generale.

Il potere a Washington
Bush ha trasformato le elezioni di novembre in un referendum sulla guerra in Iraq ed è stato malamente sconfessato; per il suo partito è stato un disastro. Il disorientamento, la depressione e la sconfitta hanno lasciato andare alla deriva il presidente degli Stati Uniti e i neo-conservatori. Hanno ancora due anni davanti, quindi siamo in balia di persone irresponsabili e pericolose.

La loro retorica si è dimostrata un disastro in in Afghanistan, mentre l'Iraq si è trasformato in un incubo surrealista. L'opinione pubblica statunitense è ampiamente contraria alla guerra (il 55% di coloro che hanno votato il 7 novembre disapprovava la guerra in Iraq, la maggior parte intensamente); ha votato contro la guerra e solo tangenzialmente per i democratici, la maggioranza dei quali aveva fatto vagamente capire che avrebbe fatto qualcosa per la guerra, ma subito dopo le elezioni ha riconfermato il proprio appoggio ad essa.

Ma la gente, e in particolare gli elettori, sono ovunque una bella seccatura; reagiscono più rapidamente che in passato alla realtà, il che significa che i politici tradizionali devono tradirli molto velocemente. Creano certi parametri decisivi che i politici ambiziosi devono stare ben attenti a schernire, dato che gli elettori hanno dimostrato di esser disposti a mandare a casa le canaglie - che siano i democratici nel 1952 e nel 1968 o i repubblicani lo scorso novembre.

L'opinione pubblica americana è più contraria che mai alla guerra, e nessuno può prevedere cos'abbia in serbo il futuro, compresa la possibilità che alcuni repubblicani aggirino i democratici assecondando una sorta di sinistra pacifista così da poter rimanere in carica. È un fatto anche che il volere del popolo sia cinicamente ignorato - com'è successo subito dopo le elezioni americane, ma il suo ruolo non può essere né sopravvalutato né negato.

L'esperienza dimostra che dei politici, indipendentemente da come si definiscono e da quanto sono nazionalisti, non ci si può mai fidare. Mai. Ma la situazione sul campo è oggi molto seria per coloro che sostengono le guerre.

Israele: il sogno spezzato
I falchi israeliani, in ascesa dai tempi della fondazione dallo stato ebraico, stanno ancora discutendo sulla guerra dei 33 giorni in Libano e sui limiti decisivi della loro potenza militare ultrasofisticata e un tempo imbattibile, emersi durante l'avventura libanese. La stampa israeliana è piena di servizi sulla corruzione e sui crimini sessuali dei ministri; il governo di Ehud Olmert è diviso dalla discordia e dalle calunnie e potrebbe presto cadere.

L'esercito è spaccato in due e Olmert vorrebbe deporre il capo di stato maggiore, Dan Halutz, e il ministro della difesa. Il progetto sionista appare sempre più surreale, in uno stato di rovina e depressione senza precedenti, e sta prendendo piede un profondo senso di scoraggiamento. Olmert è un mediocre, un politico minore del Likud che ha puntato a diventare il numero due e ha avuto fortuna. Quando è andato in visita negli Stati Uniti a metà novembre ha fatto infuriare o imbarazzato tutti commentando che la guerra dell'America contro l'Iraq aveva portato stabilità nella regione. È fondamentalmente un astuto politico ma un uomo molto stupido.

Le analisi più devastanti della guerra di Israele in Libano sono apparse proprio all'interno di Israele, e "il fatto che l'esercito israeliano sia a uno dei suoi minimi storici", come è stato scritto su Haaretz, è servito più da incitamento che da deterrente per l'Iran. "Quasi ogni tipo di arma ha perso significato ed efficacia non appena è stata usata", ha scritto Ofer Shelah nel Rapporto Strategico del Jaffee Center.

L'esercito israeliano si è affidato alla potenza di fuoco enorme e travolgente garantita dai mezzi più moderni e non è riuscito a fermare i razzi di Hezbollah e un nemico così mobile, e tanto meno a vincere la guerra. Hezbollah non ha solo mostrato alla Siria come sconfiggere l'esercito israeliano ma ha reso l'Iran più fiducioso nella propria possibilità di continuare quello che sta facendo. Il governo e i capi dell'esercito di Israele sono stati assolutamente incompetenti.

Nell'ideologia sionista era presente fin dall'inizio un'etica guerriera, condivisa con vari reazionari europei. È stata coltivata sia dalla sinistra sia dalla destra, e Joseph Trumpeldor, l'eroe di questa mentalità militante, è stato uno dei fondatori del socialismo sionista - capo di Hashomer Hatzair, l'estrema sinistra di questa tendenza. Ma il culto dell'eroismo in Israele ha aperto la strada ai tecnocrati militari che leggono le stampe digitali.

In Israele il morale, specie tra le ex truppe d'élite, è a terra. L'industria bellica è molto sviluppata, e come il suo equivalente statunitense ha bisogno di investimenti - la guerra con tecnologie informatiche è molto costosa e contribuisce ampiamente all'occupazione. Ma il Libano ha solo mostrato a Israele quello che gli americani hanno imparato altrove. E cioè che può perdere.

I pericoli sono tanti, dai politici fascisti come Avigdor Lieberman che potrebbero diventare ancora più potenti a un'emigrazione ancora maggiore degli ebrei altamente qualificati. Quest'ultima sta accadendo. La capacità di Israele di sbattere in faccia agli europei la propria impunità o di trascinare Washington in avventure militari a proprio vantaggio è sempre più limitata.

La Francia ha ammonito Israele che se dovesse cominciare una guerra con l'Iran creerebbe "un completo disastro per tutto il mondo". Il prezzo del petrolio salirebbe, tutto il mondo arabo si compatterebbe nel sostegno all'Iran e Israele diventerebbe un bersaglio, ma lo diventerebbero anche altre nazioni. Fatto ancora più importante, gli stateghi israeliani ammettono che le armi nucleari iraniane creerebbero solo uno stabile rapporto di deterrenza tra i due paesi, e che non sono dunque una "minaccia all'esistenza".

Pentimento o chimera?
Soprattutto, in Iraq il governo degli Stati Uniti si trova a fare i conti con il fallimento di tutto il suo progetto per il Medio Oriente, illusione alla quale gli israeliani sono profondamente interessati. Bush e la sua banda sono in stato di negazione, ma gli Stati Uniti stanno ripetendo le sconfitte in Corea e in Vietnam, il loro esercito si trova in condizioni di sempre maggiore sovraestensione e di demoralizzazione. Hanno basato la loro politica estera su fantasie e pericoli inesistenti, su sogni e desideri neo-conservatori che corrispondono parzialmente al progetto ugualmente illusorio di Israele di una trasformazione del Medio Oriente affinché accetti Israele in qualsiasi forma lo presenti il volubile elettorato israeliano.

La politica estera statunitense è irta di pericoli fin dal 1945, e io li ho estesamente documentati, ma questa è la peggiore banda di incompetenti che sia mai stata in carica a Washington. Ha "colpito e terrorizzato", per usare l'espressione dell'ex segretario della difesa Donald Rumsfeld, se stessa. Per i guerrieri conservatori le cose stanno andando disastrosamente.

Però è molto difficile prevedere le decisioni future di questa amministrazione, anche se i disastri degli ultimi sei anni hanno reso varie alternative molto meno probabili. In un certo senso questo è un bene, anche se il costo in termini di vite umane perse e di ricchezze dilapidate è stato immenso. La commissione bipartisan Baker/Hamilton è spaccata in due e se - e sottolineo "se" - proporrà mai una chiara alternativa, il presidente sarà libero di ignorarla.

Il Pentagono ha formulato delle alternative, sintetizzate con "fare le cose in grande" e "andare per le lunghe" - entrambe delle quali richiederebbero da cinque a dieci anni per "irachizzare" la guerra - o "tornare a casa", ma è anch'esso diviso. Una cosa certa, comunque, è che non dispone né delle risorse umane, né del materiale bellico, né della libertà politica per ripetere gli errori del Vietnam, come farebbero supporre le prime due alternative.

In Iraq non ci sono opzioni perché gli Stati Uniti hanno traumatizzato l'intero paese e hanno creato problemi immensi per i quali non hanno soluzioni. Nessuno può prevedere cosa faranno in Iraq perché l'amministrazione vuole mantenere l'illusione del successo e non sa davvero come andare avanti. Ha prodotto solo caos. Molto probabilmente l'Iraq resterà una tragedia, in preda alla violenza per anni e anni. L'amministrazione Bush ha creato un disastro gigantesco che ha coinvolto le vite di molti milioni di persone.

Molto dipende dal presidente, la cui politica è stata un profondo fallimento in Iraq e lo sta diventando in Libano, e una delle opzioni è l'escalation, cioè la guerra con l'Iran. Israele potrebbe attaccare l'Iran per trascinare gli Stati Uniti nel conflitto, ma può fare solo da catalizzatore. Lo sa, almeno a certi livelli, e Olmert e Bush hanno un approccio molto simile a queste questioni. In ogni caso, Bush non ha escluso la guerra con l'Iran nonostante molti esperti militari l'abbiano avvertito che un tale conflitto avrebbe vaste ripercussioni, probabilmente andrebbe avanti per anni, e gli Stati Uniti verosimilmente perderebbero la guerra anche se usassero le armi nucleari.

Un certo numero di teorici neo-conservatori si sono pentiti dell'avventura in Iraq e hanno perfino criticato alcune delle premesse fondamentali che l'hanno motivata, ma sarebbe un errore presumere che questa amministrazione abbia un qualche contatto con la realtà e possa imparare - dall'elettorato o da intellettuali neo-con rinsaviti.

A Washington sono ancora in tanti a voler rischiare il tutto per tutto e a coltivare ancora illusioni fantasiose. Resta il fattore imponderabile della chimera - fantasia e illusioni misti a desideri. La vittoria è dietro l'angolo se intensifichiamo il conflitto aumentando le truppe? I soldati iracheni addestrati dagli americani riusciranno a sconfiggere nemici che hanno eluso le forze statunitensi? Molti presidenti molto più saggi hanno seguito questa illusione. Perché non anche Bush? I fatti sul terreno, che pesano molto di più nel contenere la potenza degli Stati Uniti rispetto a sei anni fa, sono un fattore critico. Possono non bastare a impedire un comportamento irrazionale. Non lo sappiamo.

Tutti questi fattori, e forse altri non menzionati qui, si influenzeranno reciprocamente. Spesso il tutto non è più forte delle parti. Ora bisogna accogliere favorevolmente tutte le sorprese che possono contrastare la libertà d'azione dell'amministrazione Bush. Il sistema finanziario mondiale è il principale candidato a sconvolgere i calcoli degli Stati Uniti, ma non è l'unico. I fatti sul terreno, realtà più che decisioni, sono spesso cruciali, e qui abbiamo gli Stati Uniti che vengono sconfitti nella loro ambizione megalomane di plasmare il mondo. È andata così per molti paesi guidati da uomini intellettualmente molto superiori a Bush.

I desideri non sono realtà, e gli Stati Uniti hanno una capacità endemica di restare aggrappati il più a lungo possibile a desideri e fantasie. Il desiderio fa sì che si tenda a metterlo in atto malgrado se stessi. Ma le risorse ora solo molto più limitate rispetto a sei anni fa, e sono di molto inferiori a quelle della Guerra del Vietnam, che pure è stata persa. L'opinione pubblica è ora profondamente estraniata, il sistema finanziario globale vacilla, le risorse militari degli Stati Uniti sono virtualmente esaurite.

Staremo a vedere.

Gabriel Kolko è uno dei maggiori storici delle guerre moderne. Il suo ultimo libro è The Age of War.

Originale: Asia Times Online

giovedì, dicembre 07, 2006

Il prossimo atto, di Seymour Hersh

Il prossimo atto
Un'amministrazione danneggiata ha meno o più interesse ad attaccare l'Iran?
di Seymour Hersh

traduzione di Andrej Andreevič

19/11/2006 New Yorker

Un mese prima delle elezioni di novembre, il vicepresidente Dick Cheney stava prendendo parte ad una discussione sulla Sicurezza Nazionale al Palazzo dell'Esecutivo. Il dibattito prese una piega politica: e se i democratici avessero vinto sia il Senato che la Camera? Che ripercussioni avrebbe avuto sui rapporti con l'Iran, che si ritiene essere prossimo a diventare una potenza nucleare? A questo punto, secondo fonti al corrente della discussione, Cheney ha cominciato a ricordare il suo lavoro come guardafili, nei primi anni sessanta, per una compagnia elettrica del Wyoming. Il filo di rame era costoso, e i guardafili avevano l'istruzione di restituire tutti i pezzi non utilizzati lunghi più di 90 centimetri. Nessuno voleva avere a che fare con le scartoffie burocratiche, disse Cheney, così lui e i suoi colleghi trovarono la "scorciatoia": tagliare il filo in piccoli pezzi e gettare gli avanzi alla fine della giornata di lavoro. Se il 7 novembre i democratici avessero vinto, disse il vicepresidente, quella vittoria non avrebbe fermato l'amministrazione dal perseguire un'opzione militare contro l'Iran. La Casa Bianca avrebbe trovato delle "scorciatoie" per ogni restrizione legislativa, disse Cheney, impedendo così al congresso di seguire il proprio corso.

La preoccupazione della Casa Bianca non era che i democratici avrebbero potuto tagliare i fondi per la guerra in Iraq, ma che la futura legislazione avrebbe proibito di finanziare operazioni con l'obiettivo di rovesciare o destabilizzare il governo iraniano per impedirgli di ottenere la bomba."Hanno paura che il congresso stia per votare una risoluzione limitante per bloccare un eventuale attacco contro l'Iran, come col Nicaragua durante la guerra dei Contras", mi ha detto un ex alto funzionario dei servizi segreti.

Verso la fine del 1982, Edward P. Boland, un rappresentante democratico, introdusse il primo di una serie di "Emendamenti Boland" che limitavano la capacità dell'amministrazione Reagan di sostenere i Contras, che stavano lavorando per rovesciare il governo nicaraguense sandinista. Le restrizioni di Boland portarono gli ufficiali della Casa Bianca ad orchestrare attività illegali per finanziare le attività dei Contras, compresa la vendita di armi americane, attraverso Israele, all'Iran. Alla metà degli anni ottanta ne risultò lo scandalo Iran-Contras. La storia di Cheney, secondo la fonte, era il suo modo di dire che, qualsiasi cosa il Congresso democratico avesse potuto fare per limitare l'autorità del presidente, l'amministrazione avrebbe trovato una maniera per aggirare la limitazione. (In risposta a una richiesta di commento, l'ufficio del Vicepresidente mi ha detto di non avere registrazioni della discussione).

Nelle interviste, gli attuali e i precedenti funzionari dell'amministrazione tornavano ad una domanda: Cheney sarebbe stato influente negli ultimi due anni di presidenza Bush come lo era stato nei primi sei? Cheney è enfatico riguardo all'Iraq. Verso la fine di ottobre ha dichiarato alla rivista Time "So quello che il presidente pensa" riguardo l'Iraq. "So quello che penso io. E non stiamo cercando una strategia d'uscita. Stiamo cercando la vittoria". È stato altrettanto chiaro sul fatto che l'amministrazione avrebbe, se necessario, usato la forza contro l'Iran. "Gli Stati Uniti tengono sul tavolo tutte le opzioni per reagire alla condotta irresponsabile del regime", ha detto a un gruppo di lobbing israeliano all'inizio di quest'anno. "E ci uniamo ad altre nazioni nel mandare a quel regime un messaggio chiaro: non permetteremo all'Iran di avere un'arma nucleare".

L'8 novembre, il giorno dopo che i repubblicani persero sia la Camera che il Senato, Bush annunciò le dimissioni del segretario della difesa Donald Rumsfeld, e la nomina del successore, Robert Gates, ex direttore della CIA. La mossa era stata vista da molti come un'ammissione del fatto che l'amministrazione stava pagando un prezzo politico per la débacle in Iraq. Gates era membro dell'Iraq Study Group – presieduto dall'ex segretario di stato James Baker e da Lee Hamilton, ex congressista democratico – che era stato incaricato di esaminare nuovi approcci per l'Iraq, e ha pubblicamente insistito per più di un anno perché gli Stati Uniti avviassero dialoghi diretti con l'Iran. La decisione del presidente Bush di puntare su Gates era un segno della "disperazione" della Casa Bianca, mi ha detto un ex ufficiale di alto livello della CIA che ha lavorato con la presidenza dopo l'undici settembre.

Il rapporto tra Cheney e Rumsfeld era stato tra i più stretti dell'amministrazione e la nomina di Gates fu vista da alcuni repubblicani come un chiaro segnale del fatto che l'influenza del vicepresidente all'interno della Casa Bianca poteva essere messa in discussione. L'unica ragione per cui Gates ha ricevuto l'incarico, ha detto l'ex ufficiale CIA di alto livello, è stata che "il padre del presidente, Brent Scowcroft e James Baker" – ex aiutanti del presidente Bush Senior – "hanno fatto pressione, e alla fine il presidente ha accettato la 'supervisione degli adulti'".

Nei prossimi sei mesi saranno prese decisioni critiche, mi ha detto l'ex ufficiale. "Bush ha seguito i consigli di Cheney per sei anni, e ora la domanda è: 'continuerà a preferire Cheney a suo padre?' Lo sapremo presto". (La Casa Bianca e il Pentagono hanno declinato di commentare questo articolo, limitandosi a dire che contiene non meglio specificate inaccuratezze).

Un generale a quattro stelle ora in pensione che ha lavorato a stretto contatto con la prima amministrazione Bush mi ha detto che la nomina di Gates significa che Scowcroft, Baker, Bush padre e suo figlio "stanno dicendo che vincere le elezioni del 2008 è più importante. Mirano a salvaguardare i propri obiettivi. La vecchia guardia vuole isolare Cheney e dare alla propria ragazza, Condoleeza Rice" - il segretario di stato - "un'opportunità di mettersi in mostra". La combinazione di Scowcroft, Baker e Bush Senior che lavorano assieme è, ha aggiunto il generale, "abbastanza tosta da scavalcare Cheney. Uno da solo non può farcela".

Richard Armitage, il vice segretario di stato durante il primo mandato di Bush figlio, mi ha detto che secondo lui la vittoria democratica alle elezioni, seguita dalle dimissioni di Rumsfeld, significava che l'amministrazione "si è tirata indietro", rallentando la marcia verso una campagna militare contro l'Iran. Gates e altri decision-maker avranno ora più tempo per spingere verso una soluzione diplomatica in Iran e prendere accordi su altre, probabilmente più immediate, questioni. "L'Iraq è brutto come sembra, e l'Afghanistan peggio di quello che sembra", ha detto Armitage. "Un anno fa, i talebani ci combattevano in unità di otto-dodici uomini, che ora hanno assunto le dimensioni di compagnie e anche più ". Bombardare l'Iran e aspettarsi che la popolazione iraniana "si ribelli" e rovesci il governo, come crede la Casa Bianca, ha aggiunto Armitage, "è una sciocchezza".

"L'Iraq è il disastro di cui dobbiamo sbarazzarci, e l'Iran il disastro che dobbiamo evitare", ha detto Joseph Cirincione, vicepresidente per la sicurezza nazionale del liberale Center for American Progress. "Gates sarà favorevole a dialogare con l'Iran e sentire i consigli dei Capi di Stato Maggiore, ma i neoconservatori sono ancora lì" – nella Casa Bianca – "e continuano a credere che il caos sia un piccolo prezzo da pagare per sbarazzarsi della minaccia. Il pericolo è che Gates possa essere il nuovo Colin Powell – quello che si oppone alla politica ma finisce per informare il congresso e a dare pubblicamente il proprio appoggio".

Altre fonti vicine alla famiglia Bush dicono che le manovre dietro le dimissioni di Rumsfeld e la nomina di Gates sono complesse, e quello che è sembrato il trionfo della vecchia guardia potrebbe essere illusorio. L'ex ufficiale dei servizi, che un tempo lavorava vicino a Gates e al padre del presidente, ha detto che Bush e i suoi più vicini consiglieri della Casa Bianca avevano capito a metà ottobre che Rumsfeld si sarebbe dimesso se il risultato delle elezioni di medio termine fosse stato una sonora sconfitta. Prima delle elezioni Cheney, Gates e il presidente avevano parlato a Rumsfeld riguardo il momento della sua uscita di scena, ha detto l'ex ufficiale dei servizi. Alcuni critici che hanno chiesto perché Rumsfeld non fosse stato licenziato prima, una mossa che avrebbe potuto garantire una spinta ai repubblicani, non avevano afferrato il concetto. "Una settimana prima delle elezioni i repubblicani andavano dicendo che una vittoria democratica avrebbe significato l'inizio di una ritirata, e ora Bush e Cheney stanno per cambiare le politiche di sicurezza nazionale?" ha detto l'ex alto ufficiale. "Cheney sapeva cosa sarebbe successo. Eliminare Rumsfeld dopo l'elezione sembrava una mossa conciliatoria – 'avete ragione, democratici. Abbiamo un altro tizio e stiamo considerando tutte le opzioni. Non si esclude nulla'". Ma il gesto conciliatorio non sarebbe stato accompagnato da un significativo cambio nella politica; invece, la Casa Bianca vide Gates come qualcuno che avrebbe avuto la credibilità per aiutarli a mantenere la rotta in Iran e Iraq. Gates sarebbe stato anche una risorsa per il Congresso. Se l'amministrazione avesse bisogno di convincere il Congresso che il programma nucleare iraniano costituisce una minaccia imminente, come difensore Gates sarebbe stato certo preferibile a uno ormai associato alle informazioni traballanti sull'Iraq. L'ex ufficiale ha detto: "Lui non è quello che ci ha detto che c'erano armi di distruzione di massa in Iraq, e sarà preso sul serio dal congresso".

Una volta installato al Pentagono, Gates dovrà vedersela con l'Iran, l'Iraq, l'Afghanistan: l'eredità di Rumsfeld – e Dick Cheney. Un ex alto ufficiale dell'amministrazione Bush, che ha lavorato anche con Gates, mi ha detto che questi era a conoscenza delle difficoltà del suo nuovo lavoro. Ha aggiunto che Gates non avrebbe soltanto appoggiato le politiche dell'amministrazione e o detto "sventolando la bandiera: 'Andate, andate!'" – soprattutto a costo della sua reputazione. "Non vuole vedere trentacinque anni di servizio per il governo buttati al vento", ha detto l'ex ufficiale. Comunque, alla domanda se Gates potrebbe opporsi attivamente a Cheney, l'ex ufficiale ha risposto, dopo una pausa, "Non lo so".

Un'altra questione critica per Gates sarà l'aumento degli sforzi del Pentagono per condurre missioni segrete e clandestine in paesi esteri. Una simile attività è stata tradizionalmente responsabilità della CIA, ma, come risultato di un sistematica pressione da parte di Rumsfeld, le operazioni militari segrete sono sostanzialmente aumentate. Negli scorsi sei mesi, Israele e gli Stati Uniti hanno lavorato insieme per dare sostegno a un gruppo della resistenza curda conosciuto come il Partito per una Vita Libera in Kurdistan. Il gruppo ha condotto incursioni clandestine al confine con l'Iran, mi è stato detto da un consulente del governo con stretti legami con le leadership civile del Pentagono, come "parte di un piano per esplorare mezzi alternativi per fare pressioni sull'Iran". (Il Pentagono ha stabilito relazioni nascoste con membri di tribù kurde, azere e beluci, e ha incoraggiato le loro attività per indebolire l'autorità del regime nel Iran del nord e del sud-est.) I consulenti del governo dicono che Israele starebbe fornendo al gruppo kurdo "equipaggiamenti e addestramento". Al gruppo è stata data "una lista di obiettivi all'interno dell'Iran di interesse per gli Stati Uniti". (Un portavoce del governo israeliano ha negato che Israele fosse coinvolto).

Simili attività, se sono considerate operazioni militari piuttosto che di spionaggio, non richiedono che ne sia informato il congresso. Se si trattasse di un'operazione della CIA il presidente dovrebbe, per legge, fornire un rapporto formale che giudicasse necessaria la missione, e l'amministrazione dovrebbe convocare i vertici della Camera e del Senato. La mancanza di simili consultazioni ha disturbato alcuni democratici del Congresso. Quest'autunno, mi è stato detto, il delegato del Wisconsin David Obey, il membro democratico dell'House Appropriations subcommittee che finanzia le attività militari segrete, ha acutamente chiesto, durante un incontro a porte chiuse dei membri di Camera e Senato, se "nessuno abbia avuto informazioni sui piani dell'amministrazione per attività militari in Iran". La risposta è stata no. (Un portavoce di Obey ha confermato la notizia).

Le vittorie dei democratici di questo mese hanno portato ad un'ondata di richieste all'amministrazione affinché avvii colloqui diretti con l'Iran, in parte per ottenere il suo aiuto nel risolvere il conflitto con l'Iraq. Il Primo Ministro britannico Tony Blair ha piantato in asso Bush dopo le elezioni, dichiarando che all'Iran andrebbe offerta "una chiara scelta strategica" che possa includere un " nuovo rapporto di collaborazione" con l'Occidente. Ma molti nella Casa Bianca e nel Pentagono insistono che essere duri con l'Iran è l'unica maniera per salvare l'Iraq. "È un classico caso di 'failure forward'" [ripetere un errore nel tentativo di riparare un errore precedente, n.d.T.], ha detto un consulente del Pentagono. "Credono che rovesciando l'Iran recupereranno le loro perdite in Iraq – come raddoppiare la posta in palio. Sarebbe un tentativo di far rivivere il concetto esportartazione della democrazia nel Medio Oriente creando un nuovo modello di stato."

L'idea che ci sia una connessione tra Iran e Iraq è stato appoggiata da Condoleeza Rice, che lo scorso mese ha detto che l'Iran "deve capire che non migliorerà la propria situazione aumentando l'instabilità in Iraq", e dal presidente, che in agosto ha dichiarato che "l'Iran sostiene gruppi armati nella speranza di fermare la democrazia che si sta diffondendo" in Iraq. Il consulente del governo mi ha detto che "un numero sempre maggiore di persone vede l'indebolimento dell'Iran come l'unico mezzo per salvare l'iraq."

Il consulente ha aggiunto che, per alcuni di coloro che appoggiano l'intervento militare, "l'obiettivo in Iran non è il cambio di regime, ma un colpo che mandi il segnale che l'America può ancora farcela. Anche se non distruggiamo la rete nucleare iraniana, ci sono molti che pensano che trentasei ore di bombardamenti siano l'unica maniera per ricordare agli iraniani che prezzo devono pagare per la decisione di andare avanti con la bomba – e di supportare Moqtada al-Sadr e i suoi elementi proiraniani in Iraq" (Sadr, che comanda una milizia sciita, ha legami religiosi con l'Iran.)

Nell'ultimo numero di Foreing Policy, Joshua Muravchik, un neoconservatore di primo piano , sostiene che l'amministrazione abbia po scelta. "Non c'è dubbio: il presidente Bush deve bombardare gli stabilimenti iraniani prima di lasciare l' incarico", ha scritto. Il presidente sarà pesantemente criticato per un attacco preventivo all'Iran, dice Muravchik, e quindi i neoconservatori "devono preparare intellettualmente la strada per difendere l'intervento quando avverrà".

Il principale esperto di Medio Oriente nello staff del vicepresidente è David Wurmser, un neoconservatore che era stato un forte sostenitore dell'invasione dell'Iraq e dell rovesciamento di Saddam Hussein. Come molti a Washigton, Wurmser "crede che finora non siano stati fatti scontare all'Iran l'attività nucleare e le continue interferenze in Iraq", ha detto il consulente. Ma, a differenza dei membri dell'amministrazione che richiedono un intervento limitato, Wurmser e altri nell'ufficio di Cheney "vogliono porre fine al regime", dice il consulente. "Credono che non ci possa essere una soluzione in Iraq senza un cambio di regime in Iran".

Il piano dell'amministrazione per un attacco militare all'Iran è diventato molto più complicato verso l'inizio di questo autunno, quando un rapporto altamente riservato della CIA ha sfidato le ipotesi della Casa Bianca riguardo il fatto che l'Iran sia vicino ad ottenere la bomba nucleare. La CIA non ha trovato prove definitive di un programma segreto iraniano riguardante armi atomiche gestito parallelamente alle operazioni civili che l'Iran ha dichiarato all'AIEA. (La CIA ha rifiutato di commentare questa storia).

L'analisi della CIA, che è stata passata ad altre agenzie per riceverne i commenti, era basata su informazioni tecniche raccolte da satelliti e su altre prove oggettive come la misurazione della radioattività di campioni d'acqua e i pennacchi di fumo visibili in prossimità di fabbriche e di impianti di produzione di energia. Altri dati sono stati raccolti, mi hanno riferito fonti dei servizi, attraverso apparecchi di rilevazione di radioattività ad alta tecnologia (e altamente segreti) che agenti clandestini americani e israeliani hanno piazzato a fianco di sospetti impianti di produzione di armi atomiche in Iran negli anni passati. Non sono state trovate significative quantità di radiazioni.

Un alto ufficiale dei servizi tuttora in carica ha confermato l'esistenza dell'analisi della CIA, e mi ha detto che la Casa Bianca aveva un atteggiamento ostile al proposito. Nella comunità dell'intelligence è ampiamente noto che la Casa Bianca ha liquidato le scoperte della CIA sull'Iran. Cheney e i suoi assistenti ne hanno screditato le valutazioni, ha detto l'ex ufficiale dei servizi. "Non stanno cercando la pistola fumante", ha aggiunto, riferendosi a specifici rapporti dei servizi sui piani nucleari iraniani. "Stanno cercando il grado di sicurezza di cui pensano di avere bisogno per completare la missione." Anche la Defense Intelligence Agency del Pentagono ha criticato il rapporto della CIA. "La DIA sta contrastando le conclusioni dell'agenzia, e mette in dubbio il suo approccio", ha detto l'ex ufficiale dei servizi. Bush e Cheney, ha aggiunto, possono tentare di evitare che le informazioni del rapporto CIA siano incorporate in un prossimo documento dei Servizi Nazionali sulla stima della capacità nucleari iraniane, "ma non possono impedire all'agenzia di farlo circolare e commentare all'interno della comunità di intelligence". Il rapporto della CIA avvertiva la Casa Bianca che sarebbe stato un errore concludere che la mancata scoperta di un programma segreto di produzione delle armi nucleari in Iran significasse semplicemente che gli iraniani erano riusciti a nasconderlo bene. L'ex ufficiale ha notato che all'apice della Guerra Fredda i sovietici erano stati istruiti a ingannare e dare falsi indizi, mentre i servizi americani erano pronti a svelare i dettagli dei loro programmi nucleari e di missili a lunga gittata. Ma alcuni all'interno della Casa Bianca, incluso l'ufficio di Cheney, hanno fatto proprio quest'osservazione, e cioè che "la mancanza di prove indica che ce l'hanno", come ha detto l'ex ufficiale.

L'Iran è firmatario del trattato di non proliferazione, in virtù del quale è autorizzato a condurre ricerche nucleari per propositi pacifici. Nonostante l'offerta di accordi commerciali e la prospettiva di un'azione militare, ha declinato una richiesta dell'AIEA e del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, all'inizio di quest'anno, per fermare l'arricchimento dell'uranio – un processo che può produrre materiale utilizzabile sia per centrali elettriche nucleari che per armi – e non ha potuto, o non ha voluto, fornire spiegazioni sulle tracce di plutonio e uranio altamente arricchito che sono state trovate durante le ispezioni. L'AIEA si è lamentata della mancanza di "trasparenza" anche se, come la CIA, non ha trovato prove evidenti di un programma segreto per lo sviluppo di armi nucleari.

La scorsa settimana, il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, ha annunciato che l'Iran aveva fatto ulteriori progressi nel programma di ricerche sull'arricchimento, e ha detto "Sappiamo che certi paesi non saranno contenti". Ha insistito che l'Iran si stava attenendo gli accordi internazionali, ha detto che "il tempo è ora a fianco del popolo iraniano". Un diplomatico di Vienna, dove l'AIEA ha il proprio quartier generale, mi ha detto che a questo riguardo l'agenzia era scettica, per ragioni tecniche. Ma il tono provocatorio di Ahmadinejad non ha diminuito i sospetti sulle ambizioni nucleari dell'Iran.

"Non ci sono prove concrete di un programma segreto di arricchimento dell'uranio su vasta scala all'interno dell'Iran", ha detto un diplomatico europeo coinvolto. "Ma gli iraniani non si sarebbero esposti a un confronto tanto pericoloso con l'occidente sulla base di un programma di armi che non potrebbero portare a termine. Il loro programma di arricchimento ha senso solo se vogliono le armi nucleari. Sarebbe inconcepibile che non stessero in qualche modo imbrogliando. Non c'è bisogno di un programma segreto per essere preoccupati delle ambizioni nucleari iraniane. Abbiamo sufficienti informazioni per essere preoccupati anche senza un programma segreto. Non è a prova d'errore ma ci siamo vicini."

Ci sono, comunque, altre possibili ragioni per l'ostinazione iraniana. Il programma nucleare – pacifico o meno – è una fonte di orgoglio nazionale, e l'appoggio del presidente Ahmadinejad lo ha aiutato a raggiungere un'enorme popolarità. (Saddam Hussein alimentò la confusione per anni, dentro e fuori il suo paese, a proposito del dubbio se l'Iraq avesse davvero armi di distruzione di massa, o se fosse solo un modo di accreditare la propria forza) Secondo l'ex ufficiale dei servizi, il rapporto della CIA suggerirebbe che l'Iran potrebbe avere alcuni benefici da un attacco militare limitato – specialmente se non riuscisse a distruggere completamente il suo programma nucleare – dato che un attacco potrebbe migliorare la sua immagine nel mondo islamico. "L'hanno imparato dagli avvenimenti iracheni e poi dal Libano meridionale", ha detto l'ex ufficiale. In entrambi i casi, una forza militare molto più potente ha avuto problemi a raggiungere i propri obiettivi militari o politici; in Libano, la guerra israeliana contro Hezbollah non ne ha distrutto l'intero arsenale di missili ma ha aumentato la popolarità del suo leader, Hassan Nasrallah.

L'ex ufficiale ha aggiunto che il rapporto della CIA ha sollevato la possibilità che un attacco americano all'Iran possa servire da punto di incontro unificante per le popolazioni sunnite e sciite. "Un attacco americano metterà da parte ogni differenza nel mondo arabo, e avremo siriani, iraniani, Hamas e Hezbollah a combattere contro di noi – e i sauditi e gli egiziani potrebbero mettere in discussione i propri legami con l'occidente. È il peggior incubo degli analisti – per la prima volta dalla fine del Califfato ci sarà una causa comune nel Medio Oriente" (Un califfato islamico ha governato il Medio Oriente per seicento anni, fino al tredicesimo secolo).

Secondo il consulente del Pentagono, "Il punto di vista della CIA è che, senza altre informazioni a riguardo, un bombardamento su larga scala non fermerebbe il programma nucleare iraniano. E una campagna di basso profilo per rovesciare il governo sarebbe una manna per gli iraniani – rafforzando il supporto verso la leadership religiosa e la montante rabbia musulmana antiamericana."

Il consulente del Pentagono ha detto che lui e molti dei suoi colleghi nell'Esercito credono che l'Iran sia intenzionato a sviluppare un potenziale nucleare. Ma ha aggiunto che le opzioni dell'amministrazione Bush nell'affrontare una simile minaccia sono diminuite, per la mancanza di buone informazioni e anche perché "abbiamo gridato al lupo" troppo presto.

Mentre il rapporto della CIA stava circolando nel governo, verso la fine di quest'estate, attuali ed ex ufficiali e consulenti militari mi hanno detto che è improvvisamente emerso un nuovo elemento: rapporti di spie israeliane che operano all'interno dell'Iran sostengono che l'Iran abbia sviluppato e testato un dispositivo per l'innesco di una bomba atomica. La provenienza e il significato di simili notizie degli agenti segreti (o HUMINT), sono controversi. "Il problema è che nessuno può verificarli", mi ha riferito l'ex ufficiale dei servizi. "Non sappiamo quale sia la fonte israeliana. Le informazioni dicono che gli iraniani stanno testando meccanismi di innesco" – simulando un'esplosione nucleare a bassa intensità, in assenza di plutonio o uranio -- "ma non ci sono diagrammi né fatti significativi. Dov'è il luogo del test? Ogni quanto tempo ne fanno? Quanto è grande la testata -- come un contenitore per il pane o come un frigorifero? Non lo dicono". Però, ha detto, il rapporto era stato usato dai falchi della Casa Bianca all'interno dell'amministrazione per "provare la teoria della Casa Bianca che gli iraniani sono sulla strada per farcela. E i test non lasciano tracce radioattive, ecco perché non se ne trovano". Tuttavia, ha detto, "L'agenzia sta mantenendo la propria posizione".

Il consulente del Pentagono, comunque, mi ha detto che lui e altri membri dei servizi credono che i dati dell'intelligence israeliana dovrebbero essere presi più seriamente. "Viviamo in un'epoca in cui i dati tecnici dei servizi segreti nazionali" – dati presi dai satelliti e sensori a terra – "non ci danno quello di cui abbiamo bisogno. HUMINT può non essere in grando di fornire prove sicure secondo questi standard, ma molto spesso sono le migliori informazioni che possiamo ottenere." Ha aggiunto, con ovvia esasperazione, che all'interno della comunità dei servizi segreti "l'anno prossimo potremmo combattere una battaglia sulla qualità delle informazioni." Una ragione per la disputa, ha detto, è che la Casa Bianca ha chiesto di vedere il rapporto israeliano originale, senza analisi o verifiche da parte degli esperti. Un simile passaggio di informazioni non sottoposte a controlli ha portato a conclusioni sbagliate sulle inesistenti armi di distruzione di massa prima della guerra irachena del 2003. "Molti presidenti del passato hanno fatto la stessa cosa", ha detto il consulente, "ma i professionisti dei servizi sono sempre rimasti esterrefatti quando i presidenti hanno chiesto di poter consultare il materiale grezzo. È come se un bambino delle medie chiedesse di leggere 'Ulisse'".

Un HUMINT può essere difficile da accertare. Alcuni dei più politicamente significativi – e inaccurati – rapporti dei servizi sulle presunte armi di distruzione di massa irachene provenivano da un agente operativo, conosciuto come "Curveball", che inizialmente fu segnalato alla CIA dai servizi tedeschi. Ma il consulente del Pentagono ha insistito sul fatto che, in questo caso, "i rapporti israeliani sono apparentemente solidi". Ha detto che le informazioni riguardo il dispositivo di detonazione erano state confermate da un altro genere di dati altamente riservati, conosciuti come MASINT (Measuring and Signature Intelligence), e cioè informazioni basate su misurazioni e tracciati nel campo acustico e delle radiazioni. La Defense Intelligence Agency è il punto centrale di controllo e diffusione di simili rapporti, che includono l'uso di dati radar, radio, nucleari e elettro-ottici. Il consulente ha detto che il MASINT indicava attività che "non sono compatibili coi programmi" che l'Iran ha dichiarato all'AIEA. "I rapporti suggeriscono molta più sofisticazione e uno sviluppo più avanzato", ha detto il consulente. "Le indicazioni non hanno senso, a meno che non stiano andando più in là in alcuni aspetti del programma nucleare che conosciamo".

All'inizio del 2004, John Bolton, che allora era il Sottosegretario di Stato per il controllo delle armi (e poi ambasciatore alle Nazioni Unite), ha comunicato privatamente all'AIEA il sospetto che l'Iran stesse conducendo ricerche nella detonazione di esplosivi convenzionali di cui avevano bisogno per innescare una testata nucleare a Parchin, uno stabilimento a venti miglia a sud di Teheran che serve come centro per l'organizzazione delle industrie di difesa iraniane. Questo stabilimento produce un'ampia varietà di munizioni chimiche e di carburanti, così come di missili anticarro e terra-aria, e le immagini del satellite sembrano mostrare un bunker utilizzabile per testare grandi esplosioni.

Un alto diplomatico di Vienna mi ha detto che, in seguito a questa comunicazione, gli ispettori dell'AIEA sono andati a Parchin nel novembre del 2005, dopo mesi di trattative. Una squadra di ispettori ha avuto il permesso di selezionare uno specifico sito della base e ha ottenuto l'accesso ad alcuni stabilimenti del complesso. "Non abbiamo trovato prove di materiali nucleari," ha detto il diplomatico. Gli ispettori hanno esaminato il cratere sotterraneo di un test di esplosione che, ha detto, "sembrava quello del Sudafrica quando ha sviluppato le armi nucleari", trent'anni fa. Il cratere avrebbe potuto essere usato per il genere di ricerche necessarie per testare un innesco nucleare. Ma, come molti stabilimenti militari con un potenziale doppio uso, "poteva anche essere utilizzato per altre cose", come testare carburante per razzi, come accade normalmente a Parchin. "Gli iraniani hanno dimostrato che possono arricchire l'uranio", ha aggiunto il diplomatico, "e test di innesco senza materiale nucleare sono concessi. Ma è un processo molto sofisticato – è conosciuto come test idrodinamico – e solo paesi con impianti nucleari avanzati e provvisti delle necessarie competenze scientifice possono farcela. Sono molto scettico che l'Iran possa farlo".

Questo mese i sospetti riguardo Parchin sono riemersi quando Yediot Ahronot, il più diffuso giornale israeliano, ha riportato che recenti immagini da satellite mostrano nuovi "grandi lavori di costruzione" a Parchin, suggerendo che si potesse trattare di un ampliamento di tunnel e camere sotterranei. Il giornale ha pesantemente criticato i metodi di ispezione dell'AIEA e il suo direttore, Mohamed el Baradei, per la sua insistenza nell'"usare parole molto neutrali per le sue scoperte e le sue conclusioni".

Patrick Clawson, esperto di Iran che ora è vice direttore per le ricerche al Washington Institute for Near East Policy (Istituto di Washington per la Politica Medio Orientale), un think tank neoconservatore, mi ha detto che il "maggiore momento" di tensione deve ancora arrivare: "Come fanno gli Stati Uniti a impedire che Israele giunga a un punto di decisione per noi prematuro?" Clawson ha notato che non ci sono prove che l'Iran sia stato rallentato da problemi tecnici nella costruzione e messa in opera di due piccole centrifughe a cascata, che sono essenziali per la produzione pilota di uranio arricchito. Entrambe ora sono sotto la supervisione dell'AIEA. "Perché sono così lenti nel mettere su la seconda cascata e renderla operativa?" ha chiesto Clawson. "E perché non hanno fatto partire la prima come hanno detto che avrebbero fatto? Ci lasciano più tempo?"

"Perché parlare di guerra?" ha detto. "Con la Corea del Nord o col Venezuela non parliamo di guerra. Non è detto che l'Iran abbia avviato il programma delle armi, ed è concepibile - semplicemente concepibile - che l'Iran non abbia ancora un programma di armi nucleari. Possiamo rallentarli – costringerli a perdere tempo – senza bombardamenti, specialmente se le condizioni internazionali migliorano".

Clawson ha aggiunto che il segretario di stato Rice ha "messo in gioco la propria reputazione nella diplomazia, e non rischierà la sua carriera senza l'esistenza di prove. La sua squadra sta dicendo 'Che fretta c'è?', mentre il presidente vuole risolvere la questione iraniana prima di lasciare l'incarico, ma potrebbe dover dire, 'Maledizione, vorrei averla risolta'".

Quest'anno il governo del primo ministro israeliano Ehud Olmert ha creato una commissione per coordinare tutte le informazioni d'intelligence disponibili sull'Iran. La commissione, guidata dal Generale Maggiore Eliezer Shkedi, capo dell'Israeli Air Force, risponde direttamente al primo ministro. Verso la fine di ottobre, Olmert ha nominato Ephraim Sneh, membro laburista della Knesset, vice ministro della Difesa. Sneh, che ha ricoperto quel ruolo sotto Ehud Barak, per anni ha sostenuto che bisognava intraprendere un'azione per evitare che l'Iran si dotasse della bomba. In un'intervista rilasciata questo mese al Jerusalem Post, Sneh ha espresso scetticismo riguardo l'efficacia della diplomazia o delle sanzioni internazionali nell'ottenere la vittoria sull'Iran:

Il pericolo non è tanto che Ahmadinejad decida di lanciare un attacco ma il fatto che Israele viva sotto un'oscura nuvola di paura di un capo di stato devoto alla sua distruzione… la maggioranza degli israeliani preferirebbe non vivere qui; la maggioranza degli ebrei preferirebbe non andare a vivere qui con le proprie famiglie, e quelle che possono trasferirsi lo faranno… temo che Ahmadinejad sarà in grado di uccidere il sogno sionista senza premere un bottone. Ecco perché dobbiamo evitare a qualsiasi costo che questo regime sviluppi un potenziale nucleare.

Benjamin Netanyahu, leader del Likud, ha mandato un messaggio simile in un discorso tenuto la scorsa settimana a Los Angeles. "È il 1938, e l'Iran è la Germania. E l'Iran ha iniziato la corsa alla bomba atomica", ha detto, aggiungendo che c'era "ancora tempo" per fermare gli iraniani.

Il consulente del Pentagono mi ha detto che, anche se possono esserci pressioni da parte degli israeliani, "non faranno nulla senza che noi gli diamo il via libera". Questa assicurazione, dice, "viene dall'ufficio di Cheney. È Cheney stesso ad aver detto 'non vi abbandoneremo, ma non andate senza di noi.'" Secondo un alto diplomatico europeo, "Per Israele è una questione di vita o di morte. Gli Stati Uniti non vogliono andare in Iran, ma, se Israele si sentirà sempre più messo con le spalle al muro, potrebbe non esserci altra scelta".

Un Iran dotato di armi nucleari non minaccerebbe solo Israele. Potrebbe scatenare una corsa alle armi strategiche in tutto il Medio Oriente, dal momento che Arabia Saudita, Giordania e Egitto – tutti guidati da governi sunniti – sarebbero spinti a difendersi. L'amministrazione Bush, se cominciasse azioni militari contro l'Iran, avrebbe l'appoggio sia dei democratici che dei repubblicani. La senatrice Hillary Clinton, dello stato di New York, e Evan Bayh, dell'Indiana, potenziali candidati democratici alla Casa Bianca, hanno avvertito che l'Iran non può permettersi di costruire la bomba e che – come ha detto la Clinton all'inizio dell'anno – "Non possiamo escludere nessuna opzione". Anche Howard Dean, portavoce del Comitato Nazionale Democratico, ha sostenuto questo punto di vista. Lo scorso maggio, a Olmert è stata riservata un'accoglienza entusiastica quando si è rivolto ad una sessione riunita del congresso e dichiarando che "Un Iran nucleare significa che uno stato terrorista potrebbe riuscire nello scopo principale per i quali i terroristi vivono e muoiono – la distruzione di massa di vite innocenti. L'occidente non può permettersi di perdere questo genere di sfida, che io considero la prova cruciale della nostra epoca".

Nonostante una simile retorica, Leslie Gelb, ex ufficiale del Dipartimento di Stato che è presidente emerito del Council on Foreing Relations, ha detto che crede che, "quando verrà il momento, gli israeliani avranno problemi a diffondere l'idea che il potenziale nucleare iraniano sia un problema imminente. L'esercito e il Dipartimento di Stato saranno nettamente contrari a una campagna di bombardamento preventivo". Gelb ha detto che sperava che la nomina di Gates avrebbe dato peso alle questione più pressanti per l'America – "porre qualche limitazione al controllo iraniano dell'Iraq. Nei prossimi uno o due anni, sarà meglio negoziare con l'Iran che bombardarlo".

L'amministrazione Bush rimane pubblicamente propensa a una soluzione diplomatica dell'impasse nucleare iraniana, e ha lavorato con Cina, Russia, Francia e Germania e Gran Bretagna per far partire i negoziati. Fino ad ora, gli sforzi si sono arenati; il più recente giro di colloqui è fallito all'inizio di novembre, tra crescenti disaccordi di Russia e Cina sulla necessità di imporre pesanti sanzioni delle Nazioni Unite al regime iraniano. Il presidente Bush è ostinatamente convinto che l'Iran debba fermare i suoi programmi di arricchimento dell'uranio prima che possano cominciare dialoghi diretti che coinvolgano gli Stati Uniti.

Il diplomatico europeo mi ha detto che il presidente francese, Jacques Chirac, e il presidente Bush si sono incontrati a New York il 19 settembre, quando è cominciata la nuova sessione delle Nazioni Unite, e si sono trovati d'accordo su quello che i francesi hanno chiamato l'approccio "Big bang" per rompere l'impasse con l'Iran. Ad Ali Larijani, capo negoziatore iraniano per le questioni nucleari, è stato presentato uno scenario. La delegazione occidentale si sarebbe seduta al tavolo dei negoziati con l'Iran. Il diplomatico mi ha detto "Avremmo detto 'cominciamo i negoziati senza precondizioni,' e gli iraniani avrebbero risposto 'sospenderemo'. La nostra parte avrebbe manifestato grande soddisfazione, e gli iraniani avrebbero accettato le ispezioni AIEA nei loro stabilimenti di arricchimento dell'uranio. E l'occidente avrebbe annunciato, in cambio, la sospensione delle sanzioni ONU". Gli Stati Uniti non si sarebbero seduti al tavolo delle trattative all'inizio dei colloqui ma l'avrebbero successivamente fatto. Larijani ha portato l'offerta a Teheran; la risposta, come riferita da Larijani, è stata no, ha detto il diplomatico. "Stavamo cercando un compromessi, per tutte le parti in gioco, ma Mahmoud Ahmadinejad non sembrava voler salvare la faccia", ha detto il diplomatico. "Questo 'meraviglioso' scenario non ha portato a nulla".

La scorsa settimana ci si aspettava che l'Iraq Study Group emanasse una serie si raccomandazioni che avrebbero dovuto ricevere un consenso bipartisan e guidare l'America fuori dal pantano iracheno. Fonti con conoscenza diretta delle procedure mi hanno detto che il gruppo, circa alla metà di novembre, ha escluso un immediato e completo ritiro americano ma avrebbe raccomandato di focalizzarsi su un migliore addestramento delle forze irachene e un ridispiegamento delle truppe americane. Nella raccomandazione più significativa, ci si aspettava che Baker e Hamilton facessero pressioni sul presidente Bush perché facesse quello che aveva rifiutato sino a quel momento – portare la Siria e l'Iran ad una conferenza regionale per aiutare la stabilizzazione dell'Iraq.

Non è chiaro se l'amministrazione sarà ricettiva a questo riguardo. In agosto, secondo l'ex ufficiale dei servizi, Rumsfeld ha chiesto agli Stati Maggiori di escogitare piani alternativi per l'Iraq, prendere in considerazione nuove proposte, che queste vengano dalla maggioranza democratica o dall'Iraq Study Group. "L'ultima opzione è di spostare le forze americane fuori dalle città e ricollocarle lungo i confini siriano e iraniano," ha detto l'ex ufficiale. "Per l'addestramento della polizia irachena sarebbero impegati dei civili, con lo scopo finale di separare la polizia locale dai militari iracheni. La Casa Bianca crede che se le truppe americane restano in Iraq abbastanza a lungo – un numero sufficiente di soldati – i "cattivi" finiranno per uccidersi tra di loro, e i cittadini iracheni, stanchi degli scontri interni, troveranno una soluzione. Ci vorrà molto tempo per spostare le truppe e addestrare la polizia. Potrebbe durare all'infinito".

In una successiva intervista, l'ex funzionario dell'amministrazione Bush ha dichiarato che anche a lui risultava che il Pentagono fosse al lavoro su un piano per l'Iraq che sollecitava un ritiro militare dalle principali aree urbane verso una serie di basi fortificate vicino al confine. L'ipotesi di lavoro presupponeva che, con le truppe americane lontane dai luoghi più popolati, la violenza settaria si sarebbe "estinta". "La Casa Bianca pensa che questo stabilizzerà il paese", ha detto l'ex alto funzionario, "ma potrebbe stabilizzarlo nella maniera sbagliata."

Un problema insito nella proposta di una trattativa con l'Iran sul conflitto in Iraq è che non è chiaro se l'Iran sarebbe interessato, specialmente se l'obiettivo è aiutare l'amministrazione Bush a districarsi da questa brutta situazione.

"L'Iran sta emergendo come potenza dominante del Medio Oriente", mi è stato detto da un esperto di Medio Oriente ed ex alto funzionario dell'amministrazione. "Con un programma nucleare e la capacità di interferire all'interno della regione, sta praticamente dettando legge. Perché dovrebbe collaborare con noi sull'Iraq?" Mi ha riferito di un recente incontro con Mahmoud Ahmadinejad, che ha sfidato il diritto di Bush di dire all'Iran che non può arricchire uranio. "Perché l'America non smette di arricchire uranio?" ha chiesto il presidente iraniano. Ha riso, e aggiunto, "Lo arricchiremo per voi e ve lo venderemo con lo sconto del cinquanta per cento".

Originale: New Yorker

martedì, dicembre 05, 2006

Guida al memorandum Hadley, di Laura Rozen

Per capire il memo
Una guida alla lettura delle riflessioni di Stephen Hadley sull'Iraq.
di Laura Rozen
American Prospect, 30 novembre 2006

Lo scorso mercoledì, proprio quando il Presidente Bush stava per incontrare il primo ministro iracheno Nour Al Maliki in Giordania, il New York Times ha pubblicato un documento riservato elaborato dal consigliere per la Sicurezza Nazionale Stephen Hadley e dal suo staff dopo il recente viaggio di Hadley in Iraq. Il documento espone seri dubbi sulla capacità e volontà di Maliki di contrastare la crescente violenza in Iraq. Rivela inoltre un'amministrazione che sta cercando disperatamente di escogitare il modo per sostenere Maliki come capo di un ricostituito governo di unità nazionale, ma fa intendere anche un altro aspetto cruciale delle recenti discussioni interne alla Casa Bianca su come procedere in Iraq: e cioè che la raccomandazione Hadley non è l'unica opzione considerata attivamente dall'amministrazione. Anzi, se diventerà improponibile sostenere un governo di unità nazionale - cosa che gli autori del documento credono possa accadere - ci sono elementi dell'amministrazione favorevoli ad abbandonare completamente l'unità a favore degli sciiti iracheni.

Durante il fine settimana del Veterans' Day, la squadra della sicurezza nazionale al completo si è riunita, per volontà della Casa Bianca, per discutere a riguardo della strategia in Iraq, come è stato riferito da Robin Wright del Washington Post. Secondo le mie fonti il documento, datato 8 novembre (due giorni prima del Veterans' Day), era considerato un punto di partenza per quelle discussioni. Anche se non riflette tutte le posizioni all'interno dell'amministrazione sulla gestione della guerra in Iraq, il documento Hadley offre indicazioni sul merito della discussione. Ecco dunque una guida ai piani che stanno emergendo come dominanti:

Opzione 1: Status quo con aggiunta. Questa opzione, così come viene delineata dal documento Hadley, sarebbe l'estremo tentativo di puntellare un ricostituito governo iracheno di unità nazionale con altri 20.000 soldati a presidiare Baghdad. "L'ovvio obiettivo nell'immediato è mettere al sicuro Baghdad," dice l'analista militare Tom Donnelly del Centro Studi Strategici e Internazionali. "Per ottenere ciò sarebbe preferibile aumentare gli uomini, ma se costretti li si potrebbe spostare dalla provincia di Anbar [Iraq occidentale]... Penso che se non otteniamo risultati positivi a Baghdad in sei mesi la guerra è finita."

Il piano consisterebbe nel tentare di formare una coalizione di governo più efficace che comprendesse i sunniti, i curdi e gli sciiti, cercando al contempo di allontanare da Sadr la coalizione sciita di Maliki e di avvicinarla al capo sciita Ayatollah Abdul Aziz Hakim, che presiede il Consiglio Supremo per la Rivoluzione Islamica in Iraq (SCIRI) e la milizia della Brigata Badr. (Una visita ufficiale di Hakim a Washington è attesa per la prossima settimana). La milizia del Mahdi leale al giovane leader radicale sciita Moqtada al Sadr continuerebbe a rappresentare il nemico. Washington dovrebbe anche chiedere all'Arabia Saudita e ai paesi vicini di incoraggiare l'appoggio a Maliki, e far pressioni su Siria e Iran perché limitino il sostegno ai combattenti.
"C'è qualcuno che a questo stadio pensi che siamo capaci di costruire una base politica tra i moderati?" chiede l'analista militare Andrew Bacevich, docente dell'Università di Boston, riflettendo sul documento. "Abbiamo tentato di farlo negli ultimi tre anni. Sembra dunque che la strategia consista in un 'su, cercate di fare di più. D'accordo, non ha funzionato negli ultimi tre anni, ma riprovateci con maggiore impegno.'

Opzione 2: schierarsi con gli sciiti. Tra le idee avanzate durante la discussione svoltasi durante il finesettimana del Veterans' Day ce n'era una apparentemente in contrasto con lo spirito del documento Hadley: secondo questa opzione, che mi è stata descritta come una posizione di ripiego caldeggiata dall'ufficio di Cheney e da alcuni elementi del Consiglio della Sicurezza Nazionale, gli Stati Uniti dovrebbero abbandonare l'obiettivo immediato della riconciliazione nazionale e scegliere di schierarsi con gli sciiti. In base all'opzione "via libera agli sciiti" gli Stati Uniti sosterrebbero una coalizione sciita che includesse il capo del SCIRI e le sue Brigate Badr come nucleo di un esercito iracheno sotto il controllo diretto del primo ministro Maliki. Anche se gli Stati Uniti si schierassero con gli sciiti, il documento Hadley specifica che gli USA dovrebbero comunque premere su Maliki perché prendesse le distanze da Sadr e dalla milizia del Mahdi. Notate in particolare il linguaggio del documento Hadley quando si tratta dell'importanza di aumentare le dimensioni dell'esercito iracheno e il controllo di Maliki su di esso: "Cercare modi per rendere subito Maliki più forte dandogli ulteriore controllo sulle forze irachene, anche se dobbiamo riconoscere che al momento dovremmo essere in grado di dargli più autorità riguardo le forze esistenti, piuttosto che più forze ." In seguito Hadley aggiunge, "Chiedere a Casey di sviluppare un piano per aumentare il potere di Maliki, comprese... più forze sotto il controllo e il comando di Maliki." Fonti militari dicono che la chiave di questo controllo è costituita dalle Brigate Badr.

Sentiamo sempre più spesso elementi del Pentagono e della comunità dell'intelligence usare espressioni come "scegliere il vincitore" e "sostenere gli sciiti o presidiare una guerra civile". "La situazione richiede che l'amministrazione abbandoni il suo vecchio obiettivo della riconciliazione nazionale e 'scelga un vincitore' in Iraq", ha detto lunedì un ufficiale dell'intelligence citato da Thomas Ricks e Robin Wright del Post. "Ha detto di capire che ciò significa che i sunniti probabilmente abbandoneranno il già fragile governo. 'È il prezzo da pagare', ha detto."

Opzione 3: Ridurre le truppe americane, correre ai ripari, gestire la guerra civile con obiettivi e aspettative ampiamente ridotti. Questa è l'opzione che più si avvicina alla strategia di "Reimpiego e Contenimento" che verrebbe esaminata dal Gruppo di Studio sull'Iraq, e secondo la quale le truppe statunitensi dovrebbero spostarsi in basi fortificate all'interno o al di fuori dell'Iraq, uscendone periodicamente per lanciare attacchi contro al-Qaeda nella provincia occidentale irachena di Anbar, e fornire addestramento intensivo e supporto logistico alle forze irachene, diminuendo i soldati in Iraq a 60-70.000 per l'anno venturo. Il documento Hadley, che propone di impiegare altri 20.000 soldati in Iraq nelle prossime settimane, suggerirebbe che la Casa Bianca non è disposta ad accettare questa opzione senza un altro sforzo per aumentare le truppe che presidiano Baghdad.

In questo momento non è chiaro chi abbia fatto filtrare il documento Hadley e perché. Ma una possibilità è che rientri in una battaglia tra opposte fazioni per far sì che si parlì dell'inconsistenza dell'Opzione 1, cioè la riconciliazione nazionale, con l'intento di accelerare le Opzioni 2 o 3. Anche se non fosse così, il risultato è questo: poche ore dopo la pubblicazione del documento, l'incontro di Bush con Maliki - programmato da tempo - è stato rinviato. Alla domanda se il ritardo fosse dovuto al fatto che il memo aveva rivelato la scarsa fiducia della Casa Bianca nei confronti di Maliki, secondo il Washington Post il consigliere della Casa Bianca Dan Bartlett ha dichiatato "Assolutamente no." Una rara esibizione pubblica di certezza in un panorama sempre più confuso.

Originale: http://www.prospect.org