martedì, gennaio 16, 2007

La Russia è davvero così autoritaria? di Anna Arutunyan

La Russia, secondo i mezzi di informazione occidentali, starebbe sempre più scivolando verso il totalitarismo. A tenere le fila di tutto sarebbe il Presidente russo Vladimir Putin, ex-uomo del KGB e straordinario apparatčik. Questa visione distorta di Putin come potente dittatore che ha un controllo assoluto sui cittadini è ormai profondamente radicata, ed è un mito condiviso da giornalisti e politici.

Secondo Le Point, "Putin esibisce incessantemente il proprio potere". Il suo governo, secondo Marc Rice-Oxley di The Guardian, è più "sfrontato e sicuro di sé" di quegli degli anni Novanta. Max Boot ha ribadito in un altro articolo che "Dopo essere salito al potere in una nascente democrazia sei anni fa, Putin ha ristabilito il controllo autoritario". E per "rafforzare" quel "controllo", scrive The Independent in un suo editoriale, Putin "sapeva a chi chiedere aiuto", e cioè nientemeno che ai siloviki (l'élite del potere) dell'ex-KGB. Putin è, per citare i senatori Lindsey Graham e Joseph Biden, "una dittatura formata da un solo uomo" che "continua a consolidare il proprio potere" in Russia.

Se è vero che tutti i miti, compreso questo, hanno origine in fatti reali, il presunto potere di Putin può portare i politici a pericolose semplificazioni. Ma come nascono queste percezioni, qual è il vero stato dell'amministrazione Putin, e quanto può nuocere questo mito del controllo totale a coloro che prendono le decisioni politiche a Washington e in Europa?

Origini del mito

I giornalisti che si occupano di Russia non vanno completamente biasimati quando intervistano le fonti che hanno sotto mano: solitamente persone che parlano bene l'inglese, hanno contatti con l'Occidente e una profonda sfiducia verso il Cremlino. Anche quando agisce in buona fede, questa linea editoriale, soprattutto nel caso dei media americani, tende ad abbassare il livello di ciò che non riesce a comprendere. Così i media censurano spesso concetti che non rientrano nella familiare dicotomia dittatura/democrazia. Naturalmente questa semplificazione si applica praticamente a tutti i paesi non occidentali. Ma per le sue dimensioni e per il suo potenziale energetico la Russia è un terreno particolarmente fertile per le teorie e i miti che riguardano le prese di potere e i leader senza scrupoli.

La colpa non è solo dei giornalisti che semplificano troppo. Il mito deriva anche dall'atteggiamento manipolatorio dei riformisti russi falliti. "L'opposizione liberale della Russia ha interesse ad alimentare questo mito", dice Boris Kagarlitskij, importante esperto (ed ex-dissidente) dell'istituto degli Studi sulla Globalizzazione. "In primo luogo, li aiuta a ricevere appoggi dall'estero. In secondo luogo, contribuisce a giustificare i fallimenti dell'opposizione stessa. Invece di dire, 'Non abbiamo saputo offrire nulla che la gente potesse approvare e per questo motivo abbiamo fallito', finiscono per dire che un regime fascista li ha ostacolati e che la situazione è così terribile che non hanno potuto farci nulla".

Date queste prospettive, l'Occidente percepisce ancora la sfera politica russa principalmente come la sede di una lotta tra le forze favorevoli al Cremlino e un'opposizione filo-occidentale, liberale, liberista. Ma in Russia l'opposizione liberale è marginalizzata. I mezzi di informazione, quando la considerano, esagerano la sua influenza tra la popolazione.

Chi governa la Russia?

Invece di una dittatura costituita da un solo uomo, gli esperti vicini all'amministrazione del Cremlino e gli ideologi filo-cremliniani descrivono una corporazione spaccata e tormentata che nel migliore del casi sta tentando di diventare più trasparente e nel peggiore agisce direttamente contro l'interesse della nazione. Il fatto che la "macchina propagandistica" del Cremlino sia disposta a dare una simile interpretazione della situazione dovrebbe essere un segnale del fatto che il potere di Putin e il governo della Russia sono molto meno forti e stabili di quanto gli osservatori occidentali vogliano ammettere.

Stanislav Belkovskij dell'Istituto di Strategia Nazionale è forse il principale fautore di questa visione. Quello che viene attribuito al passato di Putin nel KGB e al suo governo saturo di siloviki, dice Belkovskij, è di fatto un'eredità della condotta "liberale" di El'cin. "All'inizio degli anni Novanta, quando il KBG - che era sembrato immortale - crollò, molti agenti cominciarono a essere richiesti al di fuori del sistema... per il loro valore come... forza lavoro qualificata", scrive Belkovskij. "Mentre le strutture di sicurezza post-sovietiche entravano nel caos, gli specialisti che erano sopravvissuti fisicamente allo sfascio cominciarono a lasciare la Lubjanka e ad accettare lavori civili, non solo nel governo ma anche in strutture puramente imprenditoriali".

Riguardo alle accuse di illiberalismo rivolte a Putin, Belkovskij spiega come sotto l'attuale amministrazione "la privatizzazione sia andata oltre quello che [l'ex-vice primo ministro Anatolij] Čubais avrebbe potuto immaginare durante i primi anni Novanta". L'affare Jukos, nel quale il governo russo ha mandato in carcere il capo della compagnia Michail Chodorkovskij, non è stato tanto il risultato di un rafforzamento del controllo politico quanto della competizione tra vari clan, ciascuno dei quali aspirava a una fetta di torta.

Ma allora Putin è un potente amministratore delegato che controlla la sua compagnia o un leader debole tenuto in ostaggio da una burocrazia sempre più potente? "La burocazia si sta espandendo", mi ha detto Kagarlitskij. "È molto immischiata negli affari. L'Occidente percepisce questo come una mancanza di libertà imprenditoriale in Russia, come se gli affari fossero controllati dalla burocrazia. In realtà è vero il contrario: più la burocrazia è coinvolta negli affari, più ciascun burocrate diventa ostaggio degli interessi imprenditoriali in cui è coinvolto". Alla fine, è difficile dire se Putin controlli Gazprom e Lukoil o se Gazprom e Lukoil controllino Putin.

Anche secondo Viktor Militarev, collega di Belkovskij all'Istituto di Strategia Nazionale, le possibilità di Putin sono limitate. Pur riconoscendo un aumento delle tendenze autoritarie nel corso dell'amministrazione Putin, Militarev rileva che "una maggioranza della popolazione sarebbe disposta a perdonare a Putin questa 'gestione della democrazia' se quelle tendenze molto autoritarie portassero a un miglioramento del tenore di vita". Per quanto riguarda il presunto consolidamento della verticale del potere da parte di Putin, Militarev aggiunge, "Quelle sono tutte sciocchezze occidentali. Putin non può nemmeno mandare a casa [Michail] Zurabov", attuale ministro della salute e dello sviluppo sociale, malgrado il partito di maggioranza al parlamento abbia chiesto le sue dimissioni dopo una serie di scandali per corruzione.

Se questo è vero, il controllo di Putin è notevolmente limitato. Non può emanare direttive da far seguire ai suoi ministri in parte perché neanche i suoi ministri hanno il controllo sui loro uomini. In altre parole, la catena di comando è spezzata. Il fallimento nello stabilire gerarchie verticali è testimoniato dalla nuova pratica di nominare i governatori regionali anziché ricorrere a un meccanismo elettivo. In questo senso, i nuovi governatori affrontano a livello locale lo stesso problema che Putin ha al vertice. Come dice Kagarlitskij, "O il nuovo governatore deve licenziare tutti per nominare i suoi, oppure deve rassegnarsi a controllare quello che succede nel suo ufficio, e non quello che accade veramentemente". Il sitema stalinista fondato sul governo di un solo uomo e perfino il concetto leninista di partijnost' (cioè l'obbedienza alle direttive del partito) qui non si applicano. Qui ci sono diverse burocrazie che lottano per il potere. E l'autorità della quale Putin disponeva quando ha formato le coalizioni è considerevolmente diminuita quando ha annunciato che nel 2008 si farà da parte.

Le ex-repubbliche

Un'altra percezione occidentale è che il Cremlino di Putin stia mostrando i muscoli nei suoi rapporti con i territori postsovietici, noti in Russia come bližnee zarubež'e e cioè i "paesi stranieri vicini" (le repubbliche dell'ex-URSS). Il governo attuale ha fatto credere di voler ristabilire la propria infuenza nelle ex-repubbliche sovietiche, soprattutto quelle più filo-occidentali come la Georgia e l'Ucraina, con l'uso di una retorica aggressiva. L'atteggiamento della Russia nei confronti dei suoi vicini ha dimostrato di preoccupare l'Europa e gli Stati Uniti più della sua politica interna.

Ma alcuni analisti russi stanno mettendo in discussione anche questo. Secondo l'analista politico Aleksandr Chramčichin, che scrive per Russkij Žurnal, appartenente a un think tank filo-cremliniano chiamato Fond Effektivnoj Politiki (Fondazione per una Politica Efficace), il declino del prestigio russo in politica estera è avvenuto non sotto El'cin ma sotto Gorbačev e il suo ministro degli esteri Ševardnadze. Sarebbe stato El'cin, e non Putin, a ristabilire il ruolo predominante della Russia nell'arena mondiale. Chramčichin cita "successi" come l'ingresso della Russia nel Gruppo degli Otto e l'uso della flotta del Mar Nero per soffocare i moti in Georgia nel 1993. "Fu allora che i garanti della pace russi fecero la loro comparsa nella Comunità degli Stati Indipendenti e dimostrarono di essere i soli efficaci garanti della pace nel mondo", scrive Chramčichin. "I soldati russi erano preparati a uccidere e ad essere uccisi, ed è proprio così che furono in grado di fermare la carneficina in Georgia, Moldova e Tajikistan".

Indipendentemente dalla validità di questo giudizio sulle operazioni di El'cin nelle ex-repubbliche (e dal confronto con le truppe della NATO sul Kosovo), un tale attivismo contrasta nettamente con l'amministrazione Putin, che ha fatto concessioni per ritirare delle basi dalla Georgia e da altri paesi della CSI. "Fu Putin ad attribuire a Washington la facoltà di legittimare i regimi post-sovietici", concorda Belkovskij. "Perfino sotto El'cin la fonte di quella legittimità era Mosca: non c'era un solo leader dell'ex-URSS che avrebbe potuto voltare le spalle al Cremlino con tranquillità. Ora... la posizione del Cremlino non interessa più a nessuno".

Per quanto riguarda le recenti "guerre del gas", unanimamente viste come un esempio della volontà della Russia di imporsi, l'analista Michail Deljagin, che lamenta la perdita di controllo sulla sfera post-sovietica da parte della Russia, scrive sull'Ežednevnyj Žurnal: "L'atteggiamento di principio della burocrazia russa nei confronti della Comunità di Stati Indipendenti è del tutto corretto: se siete davvero indipendenti pagate il vostro gas come nazioni indipendenti e non come satelliti". Secondo l'interpretazione occidentale la Russia sta agendo con prepotenza nei confronti dei paesi vicini minacciando di aumentare il prezzo del gas destinato alle ex-repubbliche. Ma è esattamente il contrario. A "guerre del gas" concluse e ad accordi firmati, l'Ucraina e la Bielorussia si ritrovano senza i benefici di cui godevano come satelliti. In senso economico Mosca perde potere. Togliendo all'Ucraina e alla Bielorussia il gas agevolato e costringendo gradualmente questi "stati sovrani" a pagare le risorse energetiche come gli altri paesi, Mosca mina la coesione della CSI e fa capire chiaramente ai suoi ex-"satelliti" che ora sono autonomi. Senza le concessioni di gas a prezzi di favore, Mosca può chiedere in cambio ben poco.

Si può certamente discutere se sia più saggia la politica di El'cin o quella di Putin. Resta il fatto che l'Occidente, con la sua paura di una dilagante influenza russa, dimostra di reagire non tanto all'aggressività politica del Cremlino quanto alla sua aggressività retorica. Quella retorica, a sua volta, può di fatto riflettere una perdita di controllo più che un aumento di potere.

I pericoli di un'interpretazione errata

La Russia non è né la prima né l'ultima nazione a essere tremendamente fraintesa dall'Occidente. In questo caso, ciò che rende unica la Russia sono le sue dimensioni e il suo potenziale energetico, e anche il fatto che il governo di Putin guarda ancora a occidente, nonostante quello che va brontolando al pubblico televisivo russo. La destabilizzazione della Russia dopo le elezioni del 2008 significa la destabilizzazione di un produttore mondiale di petrolio, con conseguenze enormi sull'economia mondiale.

I pericoli di un'interpretazione errata sono duplici. In primo luogo, un argomento debole genera spesso una risposta debole. Con una campagna mediatica così negativa, alcuni finiscono per essere indulgenti nei confronti di un presidente che presumibilmente non è più autoritario della sua controparte americana, e accusare gli Stati Uniti di giudicare la Russia usando due pesi e due misure. Invece di considerare la Russia come un paese a sé, costoro la strumentalizzano per accusare l'amministrazione Bush. Neil Clark, del Guardian, scrive per esempio: "Anche se Putin ha accettato l'influenza americana nell'ex-repubblica sovietica, i piccoli passi che il presidente russo ha intrapreso per difendere gli interessi del suo paese si sono dimostrati eccessivi per gli imperialisti di Washington". Secondo questo punto di vista, la prima cosa da prendere in considerazione nell'"attuale ondata di attacchi contro Putin" è quali siano i secondi fini dei "russofobi". Quando ci si limita a criticare Putin perché è un dittatore o a difenderlo per lo stesso motivo, non resta molto spazio per una pacata discussione sulla direzione che la Russia sta prendendo.

In secondo luogo, quando gli opinionisti occidentali chiedono un atteggiamento più duro nei confronti della leadership russa in vista di summit o visite ufficiali, e quando quotidiani come il Guardian pubblicano editoriali con titoli come "Ascesa e ancora ascesa del potere di Putin", il segnale che viene dato agli statisti occidentali è chiaro: c'è molto da temere da una Russia forte guidata da un presidente maniaco del controllo. In ultima analisi, questa sopravvalutazione del potere di Putin e del Cremlino nel dettare il fato di 140 milioni di persone oscura i concreti rischi di una Russia debole e perdente. I dibattiti su una nazione che si sta trasformando in uno stato di polizia, i recenti scontri etnici a Kondopoga, il crimine e la corruzione rampanti, un esercito demoralizzato che finisce sui giornali solo quando è protagonista di incidenti brutali, tutto ciò suggerisce che il controllo dello stato da parte della polizia è ben inferiore a quello che gli opinionisti occidentali o la Russia stessa vorrebbero credere.

Ma soprattutto i politici e gli imprenditori occidentali stanno investendo in un sistema di gestione deterministico e verticistico della Russia, finendo così per perpetuarlo. Gli abusi dei diritti umani denunciati dai gruppi umanitari e dai mezzi di informazione esistono, e Vladimir Putin, come presidente, ne viene considerato responsabile. Una cosa però è credere che il governo di Putin sia una dittatura, e un'altra cosa è ritenere che gli omicidi, la corruzione e gli arresti dei giornalisti cesserebbero se solo Putin lo volesse. La tremenda realtà è che le pressioni su Putin non potranno alleviare dei problemi che hanno altre cause oltre a Putin stesso.

La Russia userà anche una forte retorica. Ma una buona politica estera deve tener conto della sua insita debolezza. Un governo che, come dice Viktor Militarev, sta attraversando una "crisi di gestione corporativa", dovrebbe poter usare una medicina migliore del reiterato appello a un "corso democratico".

Se c'è davvero una tale crisi, come può Washington contribuire a correggerla? Ironicamente, comprendendo che la cosa migliore è non fare niente. L'esperto di Russia Stephen Cohen ha scritto in The Nation quest'estate, "Non fatele del male! Non fate nulla per minare la fragile stabilità [della Russia], nulla per distogliere il Cremlino dalla priorità di riparare le barcollanti infrastrutture del paese". Secondo Cohen, è stato l'atteggiamento aggressivo di Washington nel "cortile" della Russia a generale la retorica protezionistica di Mosca. Continuando a interferire, l'Occidente può finire per provocare quell'atteggiamento sospettoso e isolazionista che biasima.

Indipendentemente dalle mancanze di Putin e dalla debolezza della sua amministrazione, il cambio di regime non è certo l'opzione migliore per la futura stabilità e la crescita interna della Russia. In questi sette anni il governo di Putin ha fatto progressi, per quanto piccoli, nel ricostruire le infrastrutture del paese. È difficile immaginare come un successore più liberale e filo-occidentale, la cui priorità sarebbe una riorganizzazione totale dell'apparato di governo, potrebbe continuare positivamente questo processo. È perfino più difficile immaginare come una tale riorganizzazione potrebbe risolvere il problema immediato della corruzione. In questo senso, le Organizzazioni Non Governative straniere intente a rafforzare presunte forze di opposizione liberali sono nel migliore dei casi uno spreco di tempo e di risorse, e nel peggiore dei casi un potenziale catalizzatore di instabilità. I programmi mirati a stimolare lo sviluppo interno della Russia farebbero meglio a dare meno importanza all'opposizione e a stimolare la piccola imprenditorialità e le organizzazioni di base.

Infine, l'Occidente è comprensibilmente preoccupato da quelle che percepisce come tendenze isolazioniste della Russia. Ma ancora una volta le guerre del gas rivelano la complessità dell'integrazione della Russia sulla base dei rapporti energetici. La recente impennata dei prezzi nelle forniture del gas alla Bielorussia (e la reazione europea) indicano un problema paradossale e duplice. Da un lato l'Occidente, già dipendente dall'energia russa, ha a che fare con una potenza mondiale apparentemente integrata. Ma dall'altro lato le relazioni della Russia con la Bielorussia e il loro impatto mostrano quanto sia stato incompleto il passaggio dalla potenza Sovietica a una sconnessa confederazione. Possiamo pensare che la Russia stia facendo la voce grossa per riportare all'ordine un ex-satellite. Oppure possiamo considerare il conflitto come un necessario tentativo di disegnare i limiti della propria sovranità e fondare l'identità della Russia mediante la ridefinizione dei suoi rapporti con le ex-repubbliche. Se è così, qualsiasi interferenza da parte di forze esterne non farà che perpetuare il vecchio e spesso tragico paradosso della Russia: la sua lotta costante per diventare una grande protagonista nell'arena mondiale sacrificando lo sviluppo interno e la sua identità nazionale.

Anna Arutunyan è una giornalista freelance; scrive per Moscow News.

Originale: http://www.fpif.org/fpiftxt/3899

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