giovedì, febbraio 22, 2007

La Russia: amica, non nemica

La Russia: amica, non nemica
di Nicolai N. Petro
Originale: Asia Times, 16 febbraio 2007.

Raramente la leadership russa è stata così ampiamente ingiuriata in Occidente, ma raramente l'Occidente ha avuto più bisogno dell'amicizia della Russia.

La ragione più ovvia per cui l'Occidente ha bisogno della Russia è l'abbondanza di risorse naturali di quest'ultima. Per decenni i governi occidentali hanno pensato che queste risorse sarebbero rimaste sempre a disposizione delle loro industrie. L'Europa ha quasi imparato a dare per scontata questa dipendenza, contando sul fatto che nei tre secoli precedenti la classe dominante russa aveva sempre aderito ai valori e alla cultura europei. Le voci occasionali che in Russia premevano per un riorientamento verso la Siberia, o a sud verso l'Asia Centrale, erano sempre state influenze politiche o culturali marginali.

Fino a oggi. Adesso che due terzi del prodotto interno lordo mondiale vengono generati nell'arena dell'Asia/Pacifico e le élite europea e americana esibiscono sempre più la propria ostilità nei confronti della rinascita politica ed economica russa, perfino un fervente eurofilo come Vladimir Putin trova difficile sostenere che il destino del suo paese è legato all'Europa. Tradotto in semplici termini geopolitici, se l'Occidente non riesce a convincere la Russia di meritare un "rapporto speciale", nei prossimi vent'anni saranno la Cina e l'India, più che l'Europa, a diventare i principali beneficiari delle abbondanti risorse russe, e l'asse dello sviluppo politico ed economico globale si sposterà.

Difficile immaginare le conseguenze per l'Occidente di tale spostamento. Porterebbe prima al declino dell'Europa e poi inevitabilmente a quello dell'alleato più stretto dell'Europa, gli Stati Uniti. In ultima analisi, la scelta della Russia (e chiaramente questo dipende solo dalla Russia) di allinearsi o no con l'Occidente si dimostrerà in importante elemento di equilibrio nelle prospettive a lungo termine della civiltà occidentale moderna.

Data la posta in gioco, gli Stati Uniti e l'Europa dovrebbero cercare a tutti i costi l'amicizia della Russia. A più di quindici anni dal crollo dell'Unione Sovietica è giunta l'ora di accantonare le ostilità e di affrontare il principale ostacolo al conseguimento di una vera amicizia: una paura eccessiva e spesso irrazionale della Russia.

Le paure hanno motivazioni oggettive e soggettive, spesso inestricabili. Di conseguenza, le componenti soggettive delle nostre paure a volte persistono ben oltre la realtà oggettiva; pensate, per esempio, a come gli adulti reagiscono spesso in modo viscerale a cose che temevano da bambini.

Così accade oggi con la Russia. Se confrontato con quello dell'Unione Sovietica di trent'anni fa, il decimato esercito russo - che anche dopo gli ultimi aumenti della spesa militare non spende più del 5% degli stanziamenti militari degli Stati Uniti - non è una minaccia militare per la NATO. Inoltre la principale ambizione economica e politica della Russia dal 1991 non è la conquista globale, ma l'integrazione nell'economia del mercato globale (facendo di Mosca, tra l'altro, il quinto mercato azionario del mondo). Tuttavia, anche se la Russia è passata attraverso cambiamenti che sarebbero stati inconcepibili solo una generazione fa, molti esperti occidentali sembrano temerla più di quanto temessero l'Unione Sovietica, e sono soliti paragonare il presidente Putin ora a Stalin, ora a Mussolini, e perfino a Hitler.

Un livello così alto di paura dev'essere legato all'immagine di sé: a un'identità culturale così profondamente radicata che molti occidentali non riescono a pensare di rinunciarvi. Quell'identità culturale, basata sulla separazione della Russia dall'Occidente, negli anni della Guerra Fredda è servita all'Occidente per rafforzare le sue difese psicologiche contro un implacabile nemico ideologico. Ora, però, sta intralciando la nostra capacità di vedere i profondi cambiamenti che hanno avuto luogo nella società russa, e dobbiamo liberarcene.

Tra i molti fattori che plasmano la percezione del mondo che ci circonda, i mass media giocano un ruolo eccezionalmente importante. I sociologi ci dicono che consideriamo le persone "informate" quando le loro opinioni corrispondono alle categorie stabilite dai media. Quando si sfidano queste categorie, dunque, si corre di rischio che le proprie posizioni siano considerate "contrarie al comune buon senso".

Nei resoconti sulla Russia vediamo fin troppo spesso che quando la realtà diverge dai nostri preconcetti i media lavorano per rinforzare i nostri stereotipi. La triste verità è che più una storia sulla Russia è negativa, più sappiamo che è vera: un assioma tossico che ha generato un ritratto surreale della Russia contemporanea.

Ecco solo alcuni degli esempi più evidenti:

LA CECENIA
Le informazioni occidentali sulla Cecenia si sono concentrate sulla devastazione della guerra e del terrorismo. Oggi questo è ancora l'argomento principale sul quale si concentrano i media, anche se più di 7500 ribelli hanno deposto le armi, gli attacchi terroristici sono praticamente scesi a zero, i morti tra i militari russi siano calati da 1400 nel 2000 a 28 nel 2005, e nell'agosto del 2006 la Russia ha smobilitato i quartieri generali delle sue operazioni antiterrorismo nel Caucaso Settentrionale e trasferito le funzioni di sicurezza alla milizia locale cecena. Dopo il ritorno di quasi un milione di profughi sono nate più di tremila nuove imprese. Oggi ci sono zone di Groznyj in cui i prezzi degli immobili sono più alti che a Mosca. In tutta la repubblica funzionano regolarmente nuove istituzioni politiche e finanziarie.

Non voglio suggerire che ora nel Caucaso Settentrionale vada tutto bene: la disoccupazione è ancora alta; molti casi di rapimento rimangono insoluti. Tuttavia è chiaramente una distorsione fingere che negli ultimi cinque anni non ci sia stato un evidente progresso nella regione. La Russia ha vinto la guerra contro i ribelli ceceni e possiamo affermare con una certa tranquillità che la maggior parte degli occidentali non ne è al corrente.

IL SISTEMA LEGALE
Le informazioni occidentali sul sistema legale russo sono piene di racconti sulla corruzione, gli omicidi e le pressioni politiche. Non che questi aspetti non esistano, ma sotto Putin sono diventati più l'eccezione che la norma.

Leggendo la stampa occidentale non si sa che da quando Putin è presidente il ricorso alla giustizia da parte dei cittadini è aumentato di sette volte, e che il 71% di chi fa ricorso contro il governo vince la causa.

Ampiamente a nostra insaputa, il panorama legale russo sta sensibilmente cambiando. Solo nel 2006 sono state passate leggi che eliminano praticamente i processi a porte chiuse, ampliano il diritto degli imputati a chiamare testimoni a loro carico, specificano che le autorità sono tenute a rispondere alle richieste dei cittadini entro 30 giorni, creano un tribunale nazionale per i minori e aumentano in misura significativa la tutela della privacy dei singoli. Nei prossimi cinque anni saranno investiti nel sistema giudiziario circa due miliardi di dollari per migliorarne la trasparenza e l'accessibilità. L'Associazione degli avvocati russi ha ricevuto dallo stato dei finanziamenti per creare una rete nazionale di centri di supporto che forniscano ai cittadini consulenza legale gratuita.

Certo, questi cambiamenti di per sé non garantiranno il completo trionfo della giustizia nei tribunali russi, ma sono un chiaro segnale che le cose si stanno muovendo nella giusta direzione, e questa non è l'impressione che si riceve dai mezzi di informazione occidentali.

I MEDIA
Le tipiche discussioni sui media russi danno per scontato che il controllo dello stato sia totale, mentre in realtà oggi in Russia ci sono più mezzi di informazione privati di quanti ce ne siano mai stati. Nel 1997 i periodici registrati erano solo poco più di 21.000, praticamente non esistevano media elettronici, e c'erano meno di cento compagnie televisive. Più della metà dei media erano di proprietà dello stato. Dieci anni dopo ci sono più di 58.000 periodici, 14.000 pubblicazioni elettroniche e 5500 compagnie radiotelevisive. La quota dello stato nel mercato dei quotidiani e delle riviste nel 2006 è stimata attorno al 10%, mentre nei media elettronici, che oggi hanno un pubblico di 25 milioni di utenti, la quota statale è ancora più bassa. Oggi sono le compagnie straniere, e non lo stato russo, a possedere azioni di più della metà di tutte le compagnie radiotelevisive russe.

I detrattori, però, si sono concentrati sull'unica area dei media in cui la presenza dello stato è ancora predominante: la televisione nazionale. Controllando le cariche nei consigli di amministrazione delle società di capitali che controllano le corporazioni dei media che possiedono particolari stazioni radiotelevisive, si dice, il governo eserciterebbe un'indebita influenza sui canali televisivi nazionali.

Cosa c'è di vero, in questo?

Nel gennaio del 2007 Medialogia (www.medialogia.ru), la principale società privata russa di ricerca sui media, ha diffuso il suo quarto rapporto annuale. Vi si legge che nel 2006 i partiti filogovernativi hanno avuto il 54,9% del tempo di trasmissione dedicato ai maggiori partiti politici, e fino al 45,4% nel 2005. Il rapporto rivela anche la frequenza con cui si è discusso negativamente o positivamente dei partiti politici su sette canali televisivi nazionali. Lo scorso anno il partito che appoggia Putin, Russia Unita, è stato nominato con una frequenza raddoppiata rispetto a tutti gli altri partiti messi insieme. Questa preponderanza, tuttavia, è leggermente fuorviante. Riflette il fatto che Russia Unita è stata nominata molto più di ogni altro partito, ma non sempre in senso favorevole. Un raffronto diretto mostra che i riferimenti in senso positivo superano di poco quelli negativi: il 58% rispetto al 42%.

Le statistiche di Medialogia demoliscono anche il mito secondo il quale Putin dominerebbe la televisione nazionale e non permetterebbe un'informazione critica. Nel 2006, per esempio, alla televisione nazionale Putin ha raccolto più di un terzo delle citazioni totali tra le dieci figure più popolari, mentre il suo rapporto tra citazioni positive e negative è stato solo di 3:1.

Troppo alto o troppo basso? A quanto pare gli spettatori della televisione russa lo considerano giusto. Nel 2005 due terzi hanno detto che non vedevano cambiamenti nel trattamento televisivo di Putin e l'hanno giudicato normale. Inoltre, secondo un rapporto di 4 a 1, hanno detto che i partiti dell'opposizione possono liberamente esprimere le loro opinioni alla televisione e sui quotidiani nazionali. Dato interessante: il 56% dei votanti del Partito Comunista si è detto d'accordo.

Questi risultati non sorprenderanno coloro che hanno familiarità con la varietà di opzioni informative a disposizione della maggior parte dei russi. Queste opzioni comprendono le stazioni radiotelevisive locali, metà delle quali sono private, il network privato Ren-TV che raggiunge circa 113 milioni di utenti della CSI attraverso le sue 406 stazioni commerciali, e i canali via satellite e via cavo dei quali usufruisce circa il 20% della popolazione.

Sotto Putin, per la prima volta nella storia moderna della Russia, i media indipendenti sono diventati redditizi. Il tipico conglomerato dei media russi oggi è un insieme di investitori stranieri, banche russe e amministrazioni locali. Se un progetto locale diventa nazionale, com'è accaduto lo scorso anno per il Quinto Canale di San Pietroburgo, le azioni possedute dalle amministrazioni locali vengono spesso acquistate da investitori privati. La Russia ha già più organi di informazione di qualsiasi altro paese europeo, e finché i proventi pubblicitari continueranno ad aumentare del 15% e anche più ogni anno (l'87% all'anno su internet), la privatizzazione proseguirà inarrestabile.

LA DEMOCRAZIA E LA SOCIETÀ CIVILE
Sicuramente una delle accuse più in malafede rivolte a Putin è che ha minato la democrazia abolendo le elezioni dirette dei governatori regionali. Ecco come funzionano in realtà le cose. I partiti che hanno conquistato dei seggi in una legislatura regionale possono candidare delle persone per la carica di governatore di fronte a un commissione presidenziale, che esamina le candidature ed emana delle raccomandazioni per il Presidente. Il Presidente poi inoltra la sua scelta al parlamento locale perché la ratifichi. A meno che non ci siano gravi obiezioni, viene nominato il candidato proposto dal capo del partito che ha vinto le elezioni.

Chi è contrario dice che questo viola la separazione dei poteri insita nella costituzione russa. La Corte Costituzionale ha esaminato questo argomento alla fine del 2005 e si è dichiarata in disaccordo perché "la decisione finale... è presa specificatamente dal corpo legislativo". La Commissione di Venezia, organo consultivo del Consiglio d'Europa in materia legale, e il Congresso dei Poteri Locali e Regionali d'Europa hanno a loro volta esaminato la questione e concluso che il nuovo sistema è conforme alle norme europee.

Ma mentre l'attenzione dei media si è concentrata sulla nomina dei governatori locali, non si è praticamente parlato dell'enorme espansione dell'autonomia delle amministrazioni locali simultaneamente introdotta da Putin. Lo scorso anno decine di migliaia di nuove comunità civiche hanno cominciato a operare indipendentemente dal governo centrale, portando a un aumento dell'iniziativa civica e della filantropia. Per citare un portavoce dell'Iniziativa Civica Siberiana: "Molti osservatori hanno l'impressione che il clima in Russia per le ONG che ricevono aiuti da donatori internazionali sia peggiorato nell'ultimo anno. È in realtà migliorato per quelle che hanno sviluppato competenze nella costruzione di strutture democratiche partendo da zero, perché di questo hanno bisogno i governi locali. Il governo dice alle ONG, 'aiutateci, non sappiamo fare questa cosa', e le ONG generano redditi fornendo i propri servizi".

Continuando a parlare di ONG, è molto diffusa l'opinione che siano minacciate, ma nessuno dei principali organi di informazione si è preso la briga di specificare come il loro numero sia aumentato da 100.000 quando Putin divenne presidente a più di 600.000 oggi. Gli aiuti finanziari occidentali non spiegano quest'aumento, perché le donazioni dall'estero costituiscono solo l'8,4% di tutte le donazioni alle organizzazioni civiche. Potrebbe essere che la criticata legislazione sulle ONG del dicembre 2005 si sia dimostrata un beneficio?

Si potrebbe continuare a lungo, ma questi esempi dovrebbero essere sufficienti a dare un'idea degli ostacoli che perfino il pubblico più serio e informato deve affrontare quando cerca di capire i cambiamenti che hanno avuto luogo in Russia da quando Putin è diventato presidente. Non nominerò nemmeno il miracolo economico russo: otto anni di ininterrotta crescita economica che hanno portato a un aumento di cinque volte del prodotto interno lordo. Voglio solo mettere in luce un punto molto indicativo. Le persone si meravigliano quando apprendono che la redditività degli investimenti stranieri in Russia è più alta che in Cina, e che a partire dal 2001 le compagnie straniere che hanno investito in Russia hanno avuto risultati migliori di quelle che hanno investito in Cina.

Il fatto che la Cina sia ampiamente considerata come una migliore opportunità di investimento rispetto alla Russia nonostante i profitti di molto inferiori e pur avendo più corruzione, minore libertà politica e un futuro politico incerto, dimostra ampiamente il ruolo dei preconcetti culturali alimentati dai media nei nostri rapporti con la Russia.

LA RUSSIA COME PARTE DELL'OCCIDENTE
Se i principali ostacoli dei nostri rapporti derivano da un profondo disagio al pensiero che la Russia sta diventando rapidamente come noi, allora il compito fondamentale che abbiamo davanti consiste nel cercare di immaginare la Russia come parte dell'Occidente.

Suona semplicistico e ingenuo dire che l'ostilità nei confronti della Russia è radicata in un'immagine mentale. Quanto può essere difficile cambiare un'immagine? Molti studiosi hanno concluso che l'"invenzione della tradizione", per usare la felice espressione di Eric Hobsbawm, ha sempre stabilito i termini per ciò che è il discorso politico accettato. Le persone non hanno problemi ad aderire a una tradizione o una storia completamente inventate, purché siano sostenute da messaggi coerenti. Ecco perché, realisticamente, non possiamo aspettarci che nel prossimo futuro le percezioni occidentali della Russia possano cambiare. Ma questo non significa che i tentativi siano inutili. Indipendentemente da ciò che alcuni vogliono credere, la Russia si è già evoluta così tanto dall'Unione Sovietica che la nostra lotta concettuale per mantenere un collegamento tra le due è destinata a fallire. L'unico dubbio è se noi occidentali saremo capaci di cambiare la nostra immagine culturale della Russia in tempi brevi, a un costo inferiore per le nostre relazioni, o in tempi lunghi, con un costo ben maggiore.

Possiamo consolarci pensando che tutto questo è già successo. Riflettendo sui cambiamenti che avevano segnato il mondo durante la sua vita, lo storico britannico Sir Herbert Butterfield ricorda che:

"Nei giorni della mia infanzia erano ancora gli inglesi contro i francesi, essendo questi ultimi il nostro tradizionale nemico. Ricordo ancora che sui libri di scuola gli inglesi dovevano la libertà alla fratellanza con i tedeschi, giacché quella libertà risaliva ai teutoni nelle loro foreste antichissime. La Riforma, l'emancipazione della religione, erano venute da Lutero, e i tedeschi avevano da lungo tempo goduto di una forma di governo federale e avuto città libere, indipendenti e autonome come Amburgo. L'antitesi era rappresentata dai paesi latini. Ricordo ancora come ciò veniva espresso: l'Italia era il Papato, la Spagna aveva avuto l'Inquisizione, mentre la Francia aveva scelto di vivere sotto la dittatura napoleonica, un male che ai miei tempi non aveva paralleli in altri paesi".

Oggi, come allora, bisogna riconoscere che il patrimonio culturale del nostro ex-nemico non è solo simile al nostro, ma è di fatto il nostro. Solo quando riconosceremo questo principio fondamentale saremo in grado di riscrivere il copione della "democrazia occidentale" per includervi anche la Russia, come l'abbiamo riscritto per comprendervi la Germania e il Giappone.

Nicolai N. Petro è stato assistente speciale del Dipartimento di Stato americano per i rapporti con l'Unione Sovietica sotto George H.W. Bush e ora insegna politica internazionale all'Università di Rhode Island.

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