martedì, aprile 03, 2007

Il discorso di Sergej Lavrov, Ministro degli Esteri russo

Discorso di Sergej Lavrov, Ministro degli Esteri della Federazione Russa, alla XV Assemblea del Consiglio per la Politica Estera e la Difesa, 17 marzo 2007.

Egregi colleghi e amici,

Il tema dell'Assemblea di oggi è importante e attuale. Il mondo non è più quello che era qualche anno fa. Si sono comprese molte cose. E si è compreso soprattutto che non c'è stato - e non avrebbe potuto esserci - l'avvento di un mondo unipolare, data l'insufficienza di risorse militari, politiche, finanziarie, economiche e d'altro tipo per la costruzione di un impero nel contesto della globalizzazione. In effetti la mitologia di un "mondo unipolare" ha per qualche tempo dominato lo spirito e la condotta di molti Stati, che vi hanno creduto e vi hanno investito politicamente.

La "riduzione" del ruolo ipertrofico degli Stati Uniti negli affari mondiali, il chiarirsi del significato reale del fattore russo nella politica mondiale, compresi 15 anni d'esperienza, forniscono una base sufficiente per una seria analisi della fase attuale delle relazioni internazionali. Ho analizzato attentamente le tesi del documento del Consiglio per la Politica Estera e la Difesa e ritengo che si tratti di un serio tentativo di comprendere le nuove realtà internazionali e di formulare su quella base delle raccomandazioni per la politica estera del paese. Vi sono tuttavia degli elementi con i quali non posso trovarmi d'accordo, compresi un allarmismo e un pessimismo eccessivi.
Credo che lo sviluppo degli avvenimenti mondiali, la diplomazia russa degli ultimi anni, i discorsi del Presidente russo Vladimir Putin sulla politica estera e in particolare quello di Monaco non lascino spazio ai dubbi: la direzione politica del paese dispone di una strategia internazionale attentamente pensata e sperimentata. Lo testimonia, tra le altre cose, il rapporto sulla politica estera del Ministero degli Esteri commissionato dal Presidente.

La principale conclusione è che la scelta da noi compiuta nel 2000 a favore del pragmatismo, della "multivettorialità" e della difesa ferma - per quanto non conflittuale - degli interessi nazionali nel contesto degli affari internazionali è stata pienamente giustificata. Credo che a suo tempo qualcuno possa aver pensato che la Russia avesse fatto una scelta a favore di una politica moderata e della diplomazia multilaterale da una posizione di debolezza. Ma la Russia di oggi, più forte e più sicura di sé, non per questo rinuncia a questi principi fondamentali della sua politica estera.

Alla base della nostra visione del mondo di allora c'erano il buon senso e una comprensione ragionevole e realistica delle tendenze che determinano lo sviluppo del mondo contemporaneo. La storia, se così si può chiamare un periodo di 6-7 anni, ci ha dato ragione. A proposito, si scrivono già brevi storie degli inizi del XXI secolo. Per esempio, Thomas Friedman nel suo libro è giunto alla conclusione che il mondo è diventato "piatto", e cioè che la globalizzazione, essendo andata oltre il contesto della civiltà occidentale, non lascia spazio ad alcun tipo di struttura gerarchica. Sono i collegamenti orizzontali, che determinano l'essenza delle relazioni internazionali attuali, a far sì che necessitiamo di una diplomazia di rete.

Voglio anche citare la famosa frase di Richard Haas, secondo il quale "se gli Stati Uniti non hanno bisogno del permesso del mondo per agire, hanno però bisogno dell'appoggio per mondo per riuscire". Se è così, allora è necessario accordarsi su ciò che bisogna fare, e come. Monaco ha aperto gli occhi a molte persone. Per esempio il Boston Globe, analizzando il discorso del Presidente Putin, ha scritto: "Mosca, prima di Washington, è giunta a comprendere un fatto cruciale: Il mondo sta diventando una poliarchia, un sistema internazionale guidato da numerosi e diversi attori, le cui alleanze e dipendenze reciproche cambiano con caleidoscopica velocità."

E qui non posso in alcun modo essere d'accordo con la tesi che una reale alternativa al "mondo unipolare" sia la "caoticizzazione" delle relazioni internazionali come risultato di un "vuoto" di governabilità e di sicurezza. Penso che si tratti piuttosto di un vuoto nella coscienza delle élite di questo o quello Stato. Perché - lo prova in modo convincente ciò a cui abbiamo più di una volta assistito - è stata la reazione unilaterale, soprattutto quella basata sull'uso della forza, a portare a un aumento della tendenza al conflitto nella politica mondiale e all'aggiunta di nuovi problemi a quelli precedenti, che, parlando in senso stretto, è il meccanismo di espansione dello spazio di conflitto nella politica mondiale.

Posso capire che coloro che stanno dall'altra parte dell'Atlantico non possano ancora giungere a pronunciare il termine "multipolare". Non capisco perché si dovrebbe considerare il multipolarismo come una disposizione allo scontro. Certo, stanno entrando in scena nuovi centri di potere. Sono in competizione, soprattutto per l'accesso alle risorse naturali. È sempre stato così, e non c'è niente di fatale in questo.

Credo che l'informale leadership collettiva dei maggiori Stati del mondo che sta emergendo possa offrire una soluzione all'attuale questione della governabilità del mondo. Un altro fatto è che sarebbe così esclusa l'affermazione di una singola leadership - che si tratti degli Stati Uniti, dell'Unione Europea o della Russia - e della sua pretesa alla verità.

Ritengo che il paradigma delle relazioni internazionali contemporanee sia determinato proprio dalla competizione nel suo senso più ampio, soprattutto quando coinvolge la scelta di valori e i modelli di sviluppo. Tutto questo non implica affatto uno scontro. La novità della situazione consiste nel fatto che l'Occidente sta perdendo il suo monopolio sui processi di globalizzazione. Evidentemente da questo derivano i tentativi di presentare ciò che sta accadendo come una minaccia all'Occidente, ai suoi valori e al suo stile di vita.
La Russia si oppone ai tentativi che mirano a dividere il mondo tra la cosiddetta "umanità civilizzata" e tutti gli altri. Questo condurrebbe a una catastrofe globale che solo l'inerzia intellettuale e i pregiudizi della Guerra Fredda possono suggerire. Ecco perché oggi nella politica mondiale è fondamentale superare l'eredità intellettuale e psicologica lasciata dalla Guerra Fredda. Noi non ci lasceremo trascinare in uno scontro con il mondo islamico. Sono persuaso che la scelta della Russia e di altri grandi Stati, compresi gli Stati generatori di civiltà come l'India e la Cina, a favore di una politica unificatrice sarà il principale fattore che impedirà una scissione del mondo per uno scontro di civiltà.

La globalizzazione pone all'umanità questioni realmente esistenziali. È già ovvio che le risorse naturali sono limitate, il che rende semplicemente impossibile garantire a tutti il consumo allo stesso livello dei paesi industrialmente sviluppati. Farò riferimento all'autorità di Papa Benedetto XVI che nel suo discorso all'Accademia Cattolica bavarese del gennaio 2004 parlò della necessità di auto-limitarsi. Fu anche critico nei confronti della manifestazione della "superbia occidentale", riferendosi alle pretese di universalità di "entrambe le grandi culture occidentali, la cultura della fede cristiana e quella del razionalismo secolare". Nelle condizioni di oggi è difficile non essere d'accordo con un'altra affermazione dell'attuale capo del Vaticano, secondo il quale "la dottrina dei diritti umani dovrebbe essere integrata con una dottrina dei doveri umani e dei limiti dell’uomo". Sono convinto che su queste linee si potrebbe rifondare il comune denominatore morale delle maggiori religioni mondiali". Senza questo, lo sviluppo armonioso dell'intera umanità sarebbe impossibile.

Devo dire che gli argomenti del documento del Consiglio presentano in modo ipertrofico la minaccia terroristica, specialmente nel nostro paese. La questione è trattata in maniera contraddittoria. Da un lato, si esagera la possibilità della formazione di un consolidato fattore islamico nella politica mondiale, e dall'altro si parla delle profonde contraddizioni tra gli Stati islamici. Comprendo però che il principale errore è che la questione viene esaminata isolandola completamente dalla necessità di risolvere i problemi reali, soprattutto in Medio Oriente, che ostacolano la realizzazione del potenziale che consentirebbe al mondo arabo-musulmano di affrontare con successo le sfide della modernizzazione. Complessivamente sottovaluta le possibilità della politica nella soluzione delle crisi che alimentano questo male. Queste possibilità consistono nella rinuncia alla politica della forza e nell'adozione di misure che potrebbero contribuire alla soluzione del problema della povertà su scala globale.

L'esperienza degli ultimi sei anni dimostra in modo convincente che i tentativi di aggirare la realtà del mondo multipolare sono destinati a fallire. Qualunque sia l'esempio che scegliamo: l'Iraq, il Libano, ed è difficile dire come andrà a finire in Somalia - la conclusione è la stessa: i problemi contemporanei non hanno soluzioni basate sull'uso della forza. I tentativi di risolverli con l'uso della forza non fanno che esacerbare la situazione e condurla verso lo stallo. La sensazione di una mancanza di sicurezza è anche causata dalla stagnazione della sfera del disarmo, che esaspera la minaccia della proliferazione delle armi di distruzione di massa.

Credo che l'imposizione al mondo di un significato esagerato del fattore della forza sia un fenomeno temporaneo. Obiettivamente il ruolo della forza nella politica mondiale è in declino. Qui possiamo tracciare un parallelismo con le elezioni presidenziali del 1992 negli Stati Uniti, quando non tutti colsero l'importanza del fattore economico: "È l'economia, stupido!" Ora, già a livello globale, giunge in primo piano la necessità di assicurare lo sviluppo economico sostenibile degli Stati, anche per quanto riguarda la soddisfazione dei fabbisogni energetici.
È l'aumentata interdipendenza economica che funziona come importante fattore per il mantenimento della stabilità internazionale. Neanche su questo ho trovato delle riflessioni adeguate nel documento del Consiglio. Né l'uso della forza, né l'occupazione, né la presenza militare all'estero possono risolvere questi problemi.

Il ricorso alla forza è secondo noi il principale difetto della politica dei nostri partner. Esso viene fatto a scapito del "potere morbido", la cui importanza è invece in crescita. La fase attribuita a Stalin, "Quante divisioni ha il Papa?" esemplifica questa mentalità del passato. Ora, quando discutiamo dell'Iraq, ci sentiamo spesso chiedere: "La Russia è pronta a mandare le proprie truppe in Iraq?" Questo atteggiamento pesa molto sulla politica estera di Washington.

È necessario respingere i tentativi di ri-ideologizzazione e ri-militarizzazione delle relazioni internazionali, rafforzandone invece i principi legali e collettivi.

Uno degli elementi fondamentali della realtà odierna è che il mondo dev'essere libero, e che tutti gli Stati devono essere in grado di decidere da soli, in linea con la loro comprensione dei propri interessi nazionali nelle nuove condizioni. Nessun tipo di disciplina di blocco o ideologica funziona più automaticamente, anche se assistiamo a tentativi di rimpiazzarla con la solidarietà di un'unica civiltà contro tutte le altre.

Quando parliamo di sviluppo interno di ciascun paese ci riferiamo anche alla libertà intellettuale, alla "libertà d'espressione". La repressione del dissenso e la tendenza a nascondere le divergenze hanno conseguenze negative su tutta la comunità internazionale. È anche libertà di perseguire una condotta politica irrazionale. Ma nelle condizioni attuali tutti ne fanno le spese.

L'incertezza sulla futura configurazione mondiale era ampiamente dovuta all'indebolimento della Russia nel periodo dopo la disintegrazione dell'URSS. Si aveva l'impressione che la Russia si fosse ridotta a semplice oggetto di una nuova suddivisione politica e territoriale del mondo: una prospettiva con la quale il nostro paese si era già scontrato, per esempio, all'inizio del XVIII secolo. All'epoca il problema era stato risolto grazie alla modernizzazione accelerata del paese. Anche oggi rispondiamo alle sfide attuali attuando delle riforme politiche ed economiche radicali che, come allora, vanno nella direzione della scelta europea ma conservano le secolari tradizioni della Russia. Così la Russia ha finalmente riguadagnato una politica estera indipendente.

È ampiamente grazie a questo che per la prima volta negli ultimi quindici anni si è formato un ambiente davvero competitivo sul mercato delle idee per un modello mondiale adeguato alla scena contemporanea dello sviluppo mondiale. La nascita di nuovi centri globali di influenza e di crescita e la più uniforme distribuzione delle risorse di sviluppo e controllo sulla ricchezza naturale hanno fornito la base materiale per un ordine mondiale multipolare.

L'insieme di questi e altri fattori ha determinato l'incipiente transizione verso una nuova fase dello sviluppo mondiale. La base obiettiva di un'ampia cooperazione internazionale resta la necessità di contrastare le sfide e le minacce del nostro tempo. La diplomazia multilaterale sta ottenendo riconoscimento, come efficace strumento per disciplinare le relazioni internazionali ai livelli globale e regionale. Cresce il ruolo delle Nazioni Unite, che godono di una legittimità unica. Dunque non posso trovarmi d'accordo nella sottovalutazione del significato di questo organismo mondiale nel documento del Consiglio per la Politica Estera e la Difesa. La vita stessa induce ciascuno, compresi coloro che non sono disposti a riconoscere i meriti delle Nazioni Unite, a lavorare nell'organizzazione e ad agire attraverso i suoi meccanismi.

Naturalmente un oggetto di attenta analisi è il nostro accresciuto ruolo nella geopolitica energetica. In primo luogo, nessuno ha ancora dimostrato alcun "ricatto energetico" da parte nostra. In secondo luogo, vi sono al proposito delle insidie nascoste. Facendo uso di psicologia inversa stanno cercando di imporci il dubbio status di "superpotenza dell'energia", che contribuirebbe solo al rafforzamento della posizione della Russia nella nicchia dei materiali energetici grezzi nella divisione internazionale del lavoro. È invece vero che le possibilità fornite dai profitti ottenuti con la vendita delle risorse energetiche e il rafforzamento delle posizioni delle nostre compagnie nella finanza transnazionale devono essere necessariamente usati per lo sviluppo delle nostre dinamiche di integrazione nell'economia globale e per porre la nostra economia sulla strada dell'innovazione e dello sviluppo.

Le ben note divergenze con l'Ucraina, la Bielorussia e altri stati della CSI avrebbero dovuto convincere l'Occidente che non abbiamo ambizioni imperiali, ma stiamo semplicemente costruendo con i paesi vicini normali relazioni basate su principi di mercato. Era la politicizzazione dei rapporti economici ad alimentare i sospetti nei confronti della Russia. Ora questo non esiste più ma aleggiano ancora i sospetti, per cui si può concludere che nello spazio della CSI si svolgano "giochi" geopolitici, con l'uso di uno strumento come la "democratizzazione". Parlando francamente, il principale criterio del livello di evoluzione di una democrazia consiste nell'esser preparati a mettersi sulla scia dell'altrui politica estera.

Nello spazio della CSI coltiviamo in forme bilaterali e differenziate elementi di obiettiva condivisione e interdipendenza - economica, civile e culturale, e d'altro genere - tra i nostri paesi. Niente più di questo, ma neanche meno. Tra le altre cose, i nostri partner occidentali devono diventare consapevoli del fatto che è futile cercare di tenere la Russia in un "guscio" regionale. Nel nostro sviluppo ne siamo già usciti da molto tempo. Speriamo che tutto questo faciliti l'instaurazione di relazioni non politicizzate con fattori esterni al fine di stabilizzare questa regione e rinunciare alla tattica di "azioni di disturbo" nei confronti della Russia.

Siamo pronti a collaborare per portare a una conclusione positiva progetti avviati unilateralmente. Mi riferisco innanzitutto all'Iraq, dove la situazione può essere ancora salvata. È difficile dissentire dalla tesi di Henry Kissinger, secondo il quale prima o poi "l'Iraq dev'essere riportato nella comunità internazionale" e che "gli altri paesi devono essere preparati a condividere delle responsabilità per la pace nella regione". Ma la condivisione della responsabilità presuppone una ricerca comune di soluzioni ottimali.

Ci viene detto che la situazione in Iraq è ora una nostra "comune disgrazia". Concordo completamente. La cattiveria, il desiderio di approfittare delle disavventure altrui, ci è sempre stata estranea. Ma a questo proposito è indispensabile che i nostri partner americani alterino radicalmente la loro strategia in Iraq rendendola conforme alle analisi prevalenti sia all'interno del paese, sia nelle altre capitali. In questo spirito si è posta la conferenza multilaterale tenutasi a Baghdad giorni fa. Questo processo va usato per elaborare una nuova strategia collettiva in Iraq.

Una correzione realistica del corso della coalizione in Iraq contribuirebbe a realizzare in pratica la condivisione obiettiva degli interessi di Washington e Teheran, che puntano su un unico governo in quel paese. Non c'è dubbio che in Iran esista un reale processo politico. Realizzare le potenzialità delle forze politiche moderate iraniane e influenzare il comportamento di quel paese nello spirito necessario è possibile solo mediante il coinvolgimento.

Per quanto importanti siano i continui sforzi multilaterali per trovare una via d'uscita dall'attuale situazione attorno al programma nucleare dell'Iran, è necessario capire che una parte significativa del problema, come nel caso del problema nucleare della Penisola Coreana, deriva dalla riluttanza degli Stati Uniti a normalizzare le sue relazioni bilaterali con Teheran sulla base di principi generalmente accettati. Gli Stati Uniti hanno mostrato flessibilità e pragmatismo nell'affrontare i problemi con la Corea del Nord, e il risultato non si è fatto attendere. Lo stesso è ora necessario per la questione iraniana. Non c'è bisogno di inventarsi nulla: la coesistenza pacifica è stata in grado di affrontare questo genere di problemi nel passato recente. Allora perché non vivere e lasciar vivere?

Allo stesso tempo sono importanti la coerenza e la logica da parte dei nostri partner. Se con il pretesto di una "minaccia iraniana" vengono schierati vicino ai nostri confini occidentali elementi del sistema missilistico di difesa degli Stati Uniti e se si impongono sanzioni alla compagnie russe, allora perché darsi tanto da fare nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite? Spero che i nostri interlocutori americani ci rifletteranno su. Soprattutto visto che ci stanno esortando a combattere una minaccia teorica mentre di fatto creano una minaccia reale per la nostra sicurezza.
Professiamo un approccio complesso ai problemi della regione euro-atlantica. Potrebbe trattarsi di un'ampia cooperazione trilaterale - tra Russia, Unione Europea e Stati Uniti - sull'intero spettro delle questioni in gioco. Una tale cooperazione già esiste in pratica, nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU, nella cornice del G8, nel Quartetto di mediatori internazionali per il Medio Oriente o nel gruppo dei Sei per il programma nucleare dell'Iran. È importante soprattutto che questo gruppo dissipi le inutili reciproche diffidenze su ciò che accade tra gli altri due membri del "triangolo". La Russia non ha alcuna intenzione di causare fratture nelle relazioni transatlantiche. È, del resto, impossibile causar loro più danni di quanti ne stiano creando le divergenze a proposito dell'Iraq. Ma quello che noi non vogliamo è che il legame transatlantico si rafforzi a nostre spese.

Applicata ai rapporti russo-americani, l'attuale fase critica nella formazione dell'architettura globale della sicurezza ci pone di fronte al problema principale. Esso consiste essenzialmente nel definire le modalità dei nostri rapporti negli affari internazionali. È il famoso modus operandi senza il quale, è ormai evidente, non riusciremo mai a progredire. È alla discussione su questo tema che il Presidente Putin, a Monaco, ha invitato tutti i nostri interlocutori.

La Russia non rivendica dei diritti particolari sullo scacchiere internazionale. Semplicemente non abbiamo ragione di calarci nel ruolo di chi si fa comandare. L'uguaglianza totale, soprattutto nell'analisi dei pericoli e dei processi decisionali, è il minimo indispensabile. Una caratteristica della politica estera russa è anche che forse per la prima volta nella nostra storia noi cominciamo a difendere pienamente i nostri interessi nazionali utilizzando i nostri punti di forza concorrenziali.

Ci sono politologi americani e russi che evocano una "pausa" inevitabile nello sviluppo delle nostre relazioni bilaterali, dovuta ai cicli elettorali dei nostri paesi. Penso che non sarebbe una buona idea. Sarebbe auspicabile che gli Stati Uniti non si ripiegassero su se stessi di fronte alla catastrofe irachena, ma che si impegnassero nel rilancio del partenariato con la Russia sulla base dell'uguaglianza e del vantaggio reciproco. Poi si spera che il passaggio a una "politica più unitaria e razionale" avverrà presto.

Buone possibilità di evoluzione positiva dei rapporti russo-americani si aprono nel contesto dell'implementazione congiunta dell'Iniziativa Globale per la Lotta al Terrorismo Nucleare, delle proposte avanzate dai Presidenti russo e americano sullo sviluppo sicuro dell'energia nucleare e l'accesso di tutti gli Stati interessati ai suoi benefici, a condizione che rispettino i loro impegni riguardo la non-proliferazione. La firma con gli Stati Uniti del protocollo bilaterale sull'adesione della Russia all'Organizzazione Mondiale del Commercio è un'altra testimonianza della nostra capacità di giungere a un'intesa. La lotta al terrorismo, la non-proliferazione delle armi di distruzione di massa, la soluzione dei conflitti regionali e naturalmente la stabilità strategica sono al centro del nostro intenso dialogo. Ove non si riesca a giungere a soluzioni reciprocamente accettabili, gli "accordi nominali" sono una buona alternativa. Noi non contestiamo agli Stati Uniti il diritto di decidere per sé, ma in questo caso devono agire a proprio rischio e pericolo e a proprie spese.

Parlando a Monaco, Vladimir Putin non ha detto il famigerato "net". L'approccio negativista è fondamentalmente estraneo alla nostra politica estera. Abbiamo promosso e continueremo a promuovere un'agenda positiva di relazioni internazionali e alternative costruttive nella gestione dei problemi esistenti. In ciò consiste lo spirito di quello che il Presidente ha detto. Sono completamente d'accordo con Sergej Karaganov sul fatto che "a Monaco Putin ha dato voce all'amara realtà sul presente e il recente passato". Ma noi andiamo oltre questa constatazione, offrendo realistiche vie d'uscita dalla situazione che si è creata, e una soluzione congiunta ai problemi.

I nostri rapporti con gli Stati Uniti sono estranei alla retorica dello scontro. Di conseguenza, non può esserci questione di una nuova guerra fredda, per la quale non esiste alcun motivo oggettivo. Sfortunatamente la critica della politica estera americana nel documento del Consiglio per la Politica Estera e la Difesa sconfina nel fatalismo, e nella predestinazione del messianismo americano. Allo stesso tempo sottovaluta il pragmatismo degli americani, che storicamente li ha portati ad adottare strategie di diverso genere in politica estera. E qui vorrei richiamarmi al ruolo di Franklin D. Roosevelt nel contesto della coalizione anti-hitleriana. Voglio dire che gli americani sono anche in grado di tener conto delle circostanze, quando queste dettano una scelta a favore di una politica moderata e di una linea d'azione in accordo con gli altri Stati alla guida del mondo.

Per quanto riguarda l'anti-americanismo: l'anti-americanismo è rischioso e intellettualmente dannoso. Al contempo, il problema va risolto "alla fonte", e con ciò mi riferisco alla condotta degli Stati Uniti negli affari internazionali. La globalizzazione non lascia spazio all'isolazionismo, se non altro per la dipendenza dell'economia statunitense da iniezioni finanziarie dall'esterno (circa 1 trilione di dollari l'anno) e da risorse energetiche esterne. Nel nostro atteggiamento verso gli Stati Uniti deve prevalere una visione ampia e oggettiva. Il fatto che l'Amministrazione americana si sia piegata alla volontà di un gruppo di "neo-conservatori" non deve determinare il nostro atteggiamento fondamentale verso l'America.

Ci opponiamo a "giochi strategici" in Europa che abbiano come obiettivo quello di creare, a partire dal nulla, uno scontro potenziale e di plasmare una politica europea basata sul principio "nostro/loro". Il progetto degli Stati Uniti di dispiegare in Europa elementi del loro sistema di difesa antimissile può portare solo a questo. Possiamo solo considerarlo una provocazione sulla scala della politica europea e globale. Tanto più che questo progetto unilaterale ha un'alternativa collettiva sotto forma di sistema di difesa antimissile di teatro in Europa, con la partecipazione della NATO e della Russia. L'approccio collettivo eliminerebbe il problema. Il dispiegamento del sistema antimissile americano in Europa è inaccettabile, questo è il problema. E inciderà sui nostri rapporti con la NATO. Se l'Alleanza è inadeguata come organizzazione di sicurezza collettiva e si trasforma in un paravento per delle misure unilaterali pregiudizievoli per la sicurezza della Russia, che senso possono avere le nostre relazioni con essa? Qual è il valore aggiunto del Consiglio Russia-NATO? I nuovi missili in Europa sono un déjà vu con conseguenze piuttosto prevedibili del tipo dei primi anni Ottanta.
Tuttavia noi capiamo le difficoltà che la NATO sta attraversando. Siamo pronti ad aiutare in Afghanistan, per esempio, dove l'Alleanza vede messa alla prova la propria efficienza. Stiamo puntando molto sul successo degli sforzi multilaterali in quel paese, perché si tratta di assicurare i nostri interessi in tema di sicurezza in una regione importante e critica. Abbiamo seriamente investito in questa operazione in varie fasi, e abbiamo preso decisioni non facili per noi. Abbiamo dunque il diritto di contare su un risultato positivo. E se la presenza militare internazionale "presiederà" una situazione che assisterà al ritorno al potere dei talebani, anche questo avrà conseguenze gravissime per le nostre relazioni con l'Alleanza.

In linea di principio ciò che ci rende cauti è che le entità e gli strumenti da noi ereditati dal passato - la NATO, l'OCSE, il Trattato sulle Forze Armate Convenzionali e altri ancora - nella realtà si stanno trasformando in strumenti per riprodurre la politica dei blocchi nelle condizioni attuali. Essenzialmente, si sta facendo blocco contro la Russia. Chi ha bisogno di questo? Sono persuaso che questa situazione non possa durare. Non essendo stata portata a termine la riforma dell'architettura della sicurezza europea, esiste il concreto pericolo che la situazione degeneri per portare a una reale scissione dell'Europa che potrà durare decenni. È qui il punto critico della fase attuale della politica europea.
La nostra politica estera è pienamente conforme alla fase attuale del nostro sviluppo interno. L'ampio consenso sociale sulle questioni cruciali della politica estera lo dimostra. La Conferenza Interpartitica sulla Politica Estera, di recente creazione, contribuirà indubbiamente al suo mantenimento e rafforzamento. Auguriamo anche al resto del mondo quello che auspichiamo per noi stessi, e cioè uno sviluppo evolutivo privo di sconvolgimenti.

È diventato di moda fare richieste eccessive e unilaterali alla Russia e alla sua politica estera. Ci sentiamo accusare di mancanza di un'ideologia, che sarebbe dimostrata dal nostro pragmatismo in politica estera. Ma noi ci basiamo sulla realtà e non escludiamo che dalla pratica e dalle necessità del reale possa emergere un'ideologia. Per ora l'ideologia del buon senso ci si addice completamente. Fa da solida base dottrinale alla nostra politica estera moderata e non conflittuale che viene compresa dalla grande maggioranza dei nostri partner internazionali. A dire il vero, si vorrebbe che rinunciassimo a un ruolo indipendente negli affari internazionali. Questi tentativi continueranno.

A conclusione del mio discorso vorrei dire che la Russia si è davvero trovata in una situazione internazionale favorevole. Ma questo, come sappiamo, non va dato per scontato in una situazione internazionale in evoluzione. Possiamo solo mantenere e rafforzare i risultati positivi acquisiti attraverso un impegno vigoroso e attivo negli affari internazionali.
Non coltiviamo illusioni sulle difficoltà che ci aspettano. Ma siamo convinti che nella politica globale si siano già cristallizzate molte cose. Sul piano della politica estera il nostro paese è preparato ai cambiamenti che verranno.

Originale: http://www.mid.ru

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