venerdì, aprile 20, 2007

La Russia di Putin: democrazia o dittatura?

La Russia di Putin: verso la democrazia o la dittatura?
di Stephen Kotkin
Marzo 2007

La risposta alla domanda della discussione di oggi, "La Russia: verso la democrazia o la dittatura?" è "né l'una, né l'altra". La Russia non è una democrazia e non è neanche una dittatura. La Russia, come la maggior parte dei paesi del mondo, ha un sistema autoritario traballante con elementi democratici (alcuni dei quali significativi). La Russia non è in transizione da qualcosa o verso qualcosa. La Russia è quello che è.

Qui negli Stati Uniti sembra più difficile di quanto dovrebbe essere ottenere buone informazioni e analisi sulla Russia. Per esempio, se gli Stati Uniti sono al primo posto per numero di immigranti che vi giungono ogni anno, la Russia è al secondo. Forse lo sapevate, ma probabilmente no. Oggi negli Stati Uniti non consideriamo e comprendiamo la Russia come "nazione di immigranti". La maggior parte dei suoi immigranti viene dalle ex-repubbliche sovietiche come l'Ucraina, l'Armenia o il Tajikistan, benché ve ne sia un certo numero proveniente dalla Corea del Nord e dalla Cina. Oggi si stima che a Mosca risiedano più di 500.000 e forse perfino un milione di musulmani. Al contempo, più di 250.000 russi vivono a Londra. Questi schemi migratori sono la conseguenza di grandi cambiamenti. Sono collegati alla storia dell'economia russa, che è transregionale e globale, ma che ci viene spesso mostrata attraverso la lente della politica.

I nostri servizi giornalistici sulla Russia sono generalmente ossessionati dal Cremlino e dal suo capo Vladimir Putin. Putin domina lo spazio dedicato dai media americani alla Russia ben più di quanto domini la stessa Russia. Complessivamente, i mezzi di informazione americani raramente citano dei russi che non siano i soliti personaggi televisivi lontani da quella sfera politica che è ossessivamente al centro dell'attenzione. Su questioni politiche non sono mai citati (per nome o anonimamente) "alti funzionari del Cremlino". Né si citano i pezzi grossi della finanza, o funzionari pubblici con riferimento a casi legali o fiscali. Spesso i servizi non citano neanche i portavoce delle agenzie. Certo, alcuni giornalisti stranieri che lavorano in inglese sulla Russia fanno un lavoro di ricerca, riferiscono molte fonti vicine ai fatti e contribuiscono alla comprensione di questioni al di là degli interessi del governo americano e delle relazioni bilaterali. E si spera che le circostanze di una campagna elettorale presidenziale semicompetitiva o anche solo simulata facciano sì che venga garantita dall'interno una certa misura di accesso ai media stranieri.
L'accesso non garantisce a sua volta la comprensione - come sappiamo dai servizi di Washington - ma la maggioranza degli articoli sulla Russia continua praticamente a essere priva di fonti. Se interrogati sui problemi dell'accesso alla realtà russa e della mancanza di buone fonti, i giornalisti americani che si occupano della Russia potrebbero attribuirli all'inclinazione tipicamente russa alla segretezza. Non avrebbero tutti i torti. Il reticentissimo governo russo è un incubo a livello di marketing, e ha guadagnato al paese una reputazione ben peggiore di quella che si merita.

Nella mia trattazione - che si basa su osservazioni dirette e su discussioni con funzionari russi - presento alcuni commenti generali su tre dimensioni di comprensione della Russia: il fenomeno della cosiddetta Cremlino S.p.a., e cioè l'idea oggi di moda che il regime di Putin sia una specie di grande unica corporazione statale; la natura straordinariamente stabile della società russa attuale, della quale sappiamo molto poco; e infine la nuova assertività della Russia, che ha colto molti di sorpresa e che viene in qualche modo percepita come una nuova minaccia.

La Cremlino S.p.a.
"Cremlino S.p.a." è un concetto comprensibile a tutti. Significa che un gruppo putiniano dominato dal KGB ha preso il comando della Russia e controlla il paese politicamente ed economicamente. È una storia meravigliosamente semplice, forse quella dominante tra i commentatori americani. Ma la Cremlino S.p.a. è una pericolosa mezza verità.

Il sistema politico russo è privo di partiti politici funzionanti o di altri meccanismi istituzionalizzati di reclutamento delle élite del potere. Al contrario, possiede un sistema estremamente personalistico. I capi russi tendono ad affidare le cariche ai loro ex-compagni di scuola, concittadini, ex-colleghi. Vladimir Putin veniva da San Pietroburgo. Inoltre aveva assunto cariche molto elevate a Mosca per un periodo molto breve prima di diventare presidente. Per affermare il controllo operativo sulle istituzioni dello stato centrale e sulle corporazioni statali tende a nominare persone che gli sono leali (a volte è fortunato, e ne riceve in cambio sia competenza che lealtà, altre volte ottiene solo lealtà). Queste persone vengono ovviamente dalla sua città natale e dai suoi posti di lavoro precedenti, che erano il KGB di Leningrado e l'amministrazione comunale di San Pietroburgo.

(Nota: ci sono due principali aspiranti successori di Putin per la carica di presidente, nel 2008. L'uno, Sergej Ivanov, viene dal KGB di Leningrado, mentre l'altro, Dmitrij Medvedev, viene dall'amministrazione comunale di San Pietroburgo. Chi è addentro ai giochi della politica russa, sospetta che ci sarà un candidato a sorpresa dell'ultima ora, come accadde quando fu eletto Putin e in conformità con il suo stesso operato; altri sospettano che Putin nel 2008 si farà da parte solo formalmente. Solo una persona sa - sempre che lo sappia - chi sarà scelto come suo successore).

La popolare idea di una presa di potere del sistema politico russo da parte del KGB non è campata in aria. Il KGB sovietico era un'istituzione imponente che impiegava tantissime persone, dunque è inevitabile che molti pezzi grossi di oggi vengano da lì. Ma se Putin avesse lavorato al ministero della difesa, adesso sarebbe stato il ministero della difesa a "prendere il comando" della Russia. È sbagliato dedurre che solo perché Putin e i suoi fedeli vengono dal KGB l'intero sistema sia automaticamente avviato a diventare un regime dei servizi. C'è del vero. Molti dei colleghi di Putin condividono a volte una certa mentalità - la diffidenza nei confronti dell'Occidente - ma è ben più significativo che essi appartengano a fazioni rivali.

E questo è il punto cruciale. "Cremlino S.p.a." implica che vi sia una squadra unita in un'impresa comune, mentre molti alti funzionari russi si disprezzano reciprocamente. Sono avversari, i loro feudi sono spesso in competizione e in conflitto, e cercano di distruggersi a vicenda. Il corso-base di dittatura insegna che un dittatore necessita di funzionari che diffidino gli uni degli altri e che poi vadano a far la spia da lui. Il governante dirà "Non preoccuparti, di lui mi occupo io, non ti darà più fastidi". A volte il governante imporrà una tregua. Spesso, tuttavia, istigherà ulteriori conflitti, mettendo l'uno contro l'altro interessi già antagonistici per fare in modo che corrano tutti da lui alla ricerca di protezione, e ne siano dipendenti.

Il regime di Putin è ben lontano dal diventare una dittatura - nelle condizioni caotiche del disfunzionale stato russo e della relativamente aperta società russa - ma la strategia di governo di Putin ubbidisce in pieno al corso-base di dittatura. Vista dal di fuori, questa strategia sembra consistere nell'accentramento del potere in una piramide disciplinata, ma vista dall'interno consiste nell'accertarsi che la "squadra", lungi dall'essere unita, sia in permanente stato di conflitto. La "Cremlino S.p.a.", dunque, è un sistema politico fatto di stabilità superficiale e di intrinseco disordine. I suoi membri sono in costante competizione, e nella politica russa la miglior difesa è l'attacco: quindi tutti attaccano attivamente le proprietà personali e gli uomini dei rivali (in un cosiddetto naezd) prima che questi possano fare lo stesso.

Ciò che impedisce a questa entità divisa, turbolenta, instabile erroneamente chiamata "Cremlino S.p.a." di sfuggire completamente al controllo è la dipendenza da Putin. Eliminate quell'unico pezzo e il caos scoppierà davanti agli occhi di tutti anziché restare prevalentemente celato. Ma Putin ha promesso molte volte che non si presenterà per il terzo mandato, cosa del resto vietata dalla Costituzione del 1993. Ha fatto di frequente questa promessa anche se avrebbe potuto stare zitto. L'ha ripetuta in patria e all'estero, privatamente e in pubblico. Molti commentatori ipotizzano che Putin intenda creare una crisi e poi usare quella crisi per rimanere al potere. In realtà, però, non ne ha bisogno. Gode dell'80% dei consensi dell'elettorato. Putin può essenzialmente fare quello che gli pare. Non ha neanche bisogno di violare la costituzione. Se vuole, la Duma cambierà la costituzione in un batter d'occhio e lui potrà ricandidarsi con il consenso dell'opinione pubblica. Invece continua a dire pubblicamente che non si ricandiderà.

L'insistenza di Putin sul fatto che si farà da parte sta spaventando la finanza russa, quella internazionale, e anche molti politici sul piano internazionale. Ci sono persone che temono davvero che Putin si farà da parte. Se lo farà, le fazioni della cosiddetta Cremlino S.p.a. - autentici scorpioni chiusi in una bottiglia - si attaccheranno reciprocamente in pubblico. Alcuni di essi si rifiuteranno di mettersi al servizio di un'altra persona. Alcuni vorranno essere quest'altra persona. Molti vogliono che Putin rimanga, per evitare gli incerti di una lotta per stabilire un nuovo primus inter pares, o una figura dominante. Di certo non tutti sperano che si ricandiderà; ma Putin ha fatto sì che una gran parte della popolazione russa letteralmente conti in una transizione morbida da lui pilotata. Ma visto che il sistema politico russo è così litigioso e dipendente da un'unico uomo, tutto può ancora succedere prima di marzo 2008. Tutto tranne la democrazia e il governo della legge.

Dal punto di vista di molti osservatori interni, il problema è: come farà Putin a gestire una transizione nella quale è stato lui stesso ad alimentare i conflitti, e a evitare che questi conflitti gli sfuggano di mano? Porre la questione in questo modo non deve essere vista come un argomento a favore del terzo mandato e contro la possibilità che in Russia si svolgano delle vere elezioni. È semplicemente un'osservazione sullo stato delle cose: il regime è instabile perché tutti i regimi autoritari sono fondamentalmente instabili, e perché il presidente continua a insistere pubblicamente sul fatto che rispetterà la Costituzione e si farà da parte, esponendo così la tremenda instabilità insita nel suo regime esteriormente stabile.

La prevalente stabilità della società russa
La parte stabile della Russia è la società. La società russa è enormemente dinamica. Secondo studi dell'Istituto di Sociologia dell'Accademia Russa delle Scienze, un buon 20-25% della società russa si qualifica come solida classe media. Altri studi - che misurano anch'essi tutti gli aspetti, dal livello di istruzione alla conoscenza delle lingue straniere e ai viaggi, dal salario allo stile di vita e soprattutto i beni di proprietà - confermano questo quadro generale. Ma della classe media russa sappiamo troppo poco (diversamente da quella di Cina e India, per esempio), mentre sentiamo molto parlare di "oligarchi". Questi ultimi sono poche dozzine, mentre la classe media è costituita da dozzine di milioni.

La classe media russa non è confinata alla capitale, anche se lì è più numerosa. La si vede in tutti i centri regionali con un'economia dinamica. La si vede nella Siberia occidentale, a San Pietroburgo e nella zona a nord attorno a San Pietroburgo, in sacche della Russia centrale e in alcune aree di confine. Questo non significa che la società non conosca la povertà, che non ci siano gravi problemi come il declino demografico, con una popolazione che è scesa a 142 milioni e sta diminuendo nonostante l'immigrazione. Però il paese ha una società stabile, dinamica. Noi tendiamo a dare per scontato che non vi possa essere proprietà privata in assenza del principio di legalità. Ma se così fosse la società cinese e quella russa non esisterebbero. E invece esistono. Non c'è principio di legalità, ma c'è una grande diffusione della proprietà privata. Nonostante i profondi problemi sociali - dalla tubercolosi resistente ai farmaci all'alcolismo - la società russa è simultaneamente una fonte di dinamismo e di stabilità.

Circa la metà della classe media russa lavora per lo stato. Sono burocrati e funzionari, poliziotti ed esattori delle tasse, ispettori e sovrintendenti all'istruzione. Lavorano nell'erede del KGB, l'FSB, e nelle compagnie petrolifere, energetiche, automobilistiche o della difesa, di proprietà dello stato. In Russia c'è un'economia privata gigantesca (l'economia russa è più privata di quella cinese). Ma anche coloro che lavorano nelle compagnie private solitamente lavorano all'interno di grandi corporazioni. Un piccolo settore della classe media lavora in proprio, ma in generale la classe media non è costituita da piccoli o medi imprenditori indipendenti. Se negli Stati Uniti e nell'Europa Occidentale il 70% dell'occupazione è costituita da piccole e medie imprese, la Russia non si avvicina neanche al 25%. E tuttavia la Russia ha una classe media aziendale e statale stabile, dinamica, in crescita, ed enormemente interessata alla stabilità del paese.

A Putin va dato un certo credito per l'attuale desiderio di stabilità sociale, e lo riceve dai russi che appartengono alla classe media o che aspirano a farne parte. Ancora una volta, però, gli stranieri tendono a fraintendere questo aspetto perché cercano la democrazia. La scienza politica americana insegna che un paese che riesca ad avere una classe media stabile è sulla strada della legalità e della democrazia. Ciò è vero, eccetto in quei casi in cui non lo è, e cioè nella maggior parte del mondo. La classe media russa conosce l'Europa di prima mano perché ci ha viaggiato, e la maggior parte dei suoi membri si identifica nei valori e nelle istituzioni dell'Europa democratica. Ma la classe media russa è intelligente, e sa che se si politicizza rischia di perdere il benessere e lo status sociale. I singoli individui rispondono molto bene agli incentivi (gli economisti non hanno tutti i torti), e la maggior parete della classe media russa non è ancora pronta a sacrificare la propria posizione per ottenere la legalità e la democrazia; è invece interessata a mantenere il proprio benessere, e all'accesso privilegiato agli istituti d'educazione e alle carriere professionali per i propri figli. Dunque in Russia né la classe alta né quella media premono per la democrazia, anche se la classe media si identifica per lo più con i valori e le istituzioni degli europei.

Però non sta avvenendo neanche un consolidamento della dittatura, e anche in questo la società gioca un ruolo importante. La Russia non ha un'ideologia come il comunismo in grado di unificare il popolo attorno a un uomo forte, lo stato russo non ha la capacità di imporsi una disciplina di stampo militare e il paese ha un'economia di mercato estremamente complessa, parzialmente perché globalizzata. Anche se nella società russa c'è una forte corrente che apprezza l'ordine, pochi scambiano l'ordine per una dittatura. Anzi, nelle conversazioni si sentono frequenti critiche nei confronti di Putin e della direzione che il paese sta prendendo. Nel frattempo la società russa sta trasformando il panorama socioeconomico del paese con il lavoro, con le iniziative imprenditoriali, con gli schemi di consumo e i gusti, la domanda d'istruzione, i viaggi all'estero, e sta costruendo una rete di relazioni sul piano nazionale e su quello globale. La trasformazione sociale della Russia è un fatto di prima grandezza che si nasconde, ancora una volta, davanti agli occhi di tutti. Basta guardare la pubblicità commerciale sui media, compresa la televisione filo-governativa, per rendersi conto che gli interessi imprenditoriali sono rivolti a qualcosa che i commentatori continuano a ignorare: la classe media.

La zappa sui piedi
Negli anni Novanta aveva senso difendere l'espansione della NATO in quanto avrebbe aumentato la forza e la capacità della NATO stessa. L'espansione però non ha prodotto questo effetto. Al contrario, si potrebbe dire che l'espansione ha indebolito la NATO perché gli eserciti che vi sono entrati non soddisfano le specifiche della NATO e vi contribuiscono ben poco. Un argomento cruciale contro l'espansione della NATO negli anni Novanta era "Farà infuriare i russi, che reagiranno di conseguenza. Tranquillizzate i russi e non espandete la NATO". Ho sempre trovato sbagliato questo ragionamento (ero contrario all'espansione della NATO, ma perché pensavo che fosse un male per la NATO). Ma ne è passata di acqua sotto i ponti, come si dice. Tuttavia, quando oggi la gente dice "La Russia sta mostrando i muscoli, vuole essere di nuovo presente in tutte le aree del mondo, la NATO non avrebbe dovuto espandersi", la mia risposta è che se non ci fosse stata un'espansione della NATO avremmo comunque quello che stiamo vedendo ora in Russia: un potenza rinata, assertiva, piena di risentimento.

Non bisogna temere questa Russia assertiva, rinata, piena di risentimento. La Russia ha interessi di stato che sono diversi da quelli degli Stati Uniti (o del Giappone, o della Cina). I Russi esprimono i loro interessi in maniera più incalzante, ma quali risultati ottengono? Chiudendo il gas all'Ucraina hanno persuaso l'Europa di essere un partner energetico o si stanno dando la zappa sui piedi? Ecco quello che sta facendo la politica estera russa: si sta dando la zappa sui piedi.

La fornitura degli idrocarburi sembra essere un grosso punto di vantaggio per la Russia; solo che l'energia è un mercato, e in quanto tale comporta delle relazioni di dipendenza reciproca. I fornitori russi devono trovare dei compratori, e quei compratori non devono avere alternative, né in altri fornitori di idrocarburi né in altre forme. Parlare di un "OPEC del gas" - la Russia si è rifiutata di aderire all'OPEC - è un discorso ozioso che manca spesso di elencare i motivi per cui un OPEC del gas è impraticabile, e di rilevare come l'idea - non liquidata da Putin - vada benissimo a Teheran. Si perde di vista un fatto ancora più importante, e cioè che la Russia non può più essere la vecchia economia sovietica alla quale eravamo abituati. La Russia può formare tutte le grandi compagnie di stato che vuole, me se le compagnie statali della Russia non riescono a rendere in condizioni di mercato, il mercato le punirà. C'era una vecchia storiella sulla Commissione Statale per la Pianificazione, la cosiddetta Gosplan: se affidavi loro il Sahara ci sarebbe stata penuria di sabbia. A Gazprom, il monopolio del gas, è affidato circa il 33% delle riserve mondiali di gas, e la Russia può ritrovarsi senza gas. Il problema con un'economia di mercato è che bisogna gestire una compagnia come un business, altrimenti se ne pagano le conseguenze.

Quando il governo russo diventa assertivo, per lo più retoricamente, non c'è motivo di preoccuparsi o addirittura di reagire. Certo, altri paesi devono cercare di capire quali sono gli interessi della Russia, così che si possano sviluppare delle relazioni tra stati basate sui rispettivi interessi. Ma è lo stesso per le relazioni con la Cina, l'India e tutti gli altri grandi paesi che cercano un posto in un sistema internazionale che non hanno contribuito a creare ma che non può funzionare senza che ne facciano parte. Una nuova guerra fredda non nasce solo perché la Russia sta tornando a essere un po' assertiva. L'esercito russo è un disastro. Il territorio russo è di molto ridotto, non controlla né un impero né dei paesi satelliti, e ha a malapena una sfera di influenza. Non ha alleati significativi. Il suo attuale modello politico-economico non attrae paesi in via di sviluppo. È vero che il prodotto interno lordo della Russia è aumentato a ritmo sostenuto negli ultimi otto anni, ma questo è un bene. Quando si riconosce tardivamente che la Russia è uno stato del petrolio, spesso non si parla del grado di diversificazione della sua economia (biotecnologie, software, aerospazio, industria militare, industria alimentare). Questo, e non le prese di posizione retoriche, sarà alla base del potere della Russia, o della sua assenza.

Riflessioni conclusive
Una visione d'insieme della Russia, dunque, mostra in primo luogo una falsa stabilità e un'effettiva instabilità del regime. In vista del 2008 (elezioni presidenziali) tutti vedono Putin come una soluzione, ma può essere Putin stesso a mandare all'aria queste aspettative. In secondo luogo, la Russia ha una classe media dinamica stabile e prevalentemente apolitica. La classe media russa comprende che per ora l'assenza di politicizzazione è una strategia vincente, e dunque la persegue con buona pace degli attivisti che si battono per la difesa della democrazia e dei diritti umani. In terzo luogo, il mondo dovrà abituarsi a questa nuova Russia assertiva. La Russia non è più quello che era negli anni Novanta, quando era in caduta libera, in pieno crollo post-sovietico; è invece una potenza strategica in un contesto molto importante, con propri interessi che saranno a volte destinati a scontrarsi con quelli di altri paesi. Non c'è però alcun motivo d'allarme. Il problema del considerare la Russia una grande minaccia è che è una minaccia più per se stessa che per il resto del mondo.

La Russia si sta dando la zappa sui piedi in quasi tutti i contesti della politica internazionale. È inoltre priva di amici. L'unico vero amico della Russia è la politica straniera degli Stati Uniti, che riesce benissimo ad acuire l'anti-americanismo. L'anti-americanismo esiste già; non è la politica estera degli Stati Uniti a crearlo. La politica estera americana dovrebbe mirare ad attenuare l'anti-americanismo. Invece Washington sembra incline a fare il contrario. Questo è alla base di buona parte della diplomazia russa. Ovunque l'anti-americanismo vada aumentando, la Russia vede un'opportunità di intervento su temi e scenari globali. Quindi una politica tesa a diminuire l'anti-americanismo sarà di fatto una politica tesa a diminuire l'influenza russa nel mondo. E anche così, il potere della Russia - come quello della Cina, dell'India, del Giappone o della Germania - continuerà a farsi sentire in misura considerevole.

Il Prof. Kotkin è docente di storia e direttore del programma di Studi Russi ed Eurasiatici all'Università di Princeton. Tra i suoi libri, si ricordano Magnetic Mountain: Stalinism as a Civilization e Armageddon Averted: The Soviet Collapse, 1970-2000. Presiede il comitato editoriale della Princeton University Press ed è consulente dell'Open Society Institute e di altre fondazioni attive in Eurasia. Recensisce libri sulla finanza per il New York Times on Sundays. Suoi saggi sono apparsi sul New Yorker, il Washington Post, il Financial Times e The New Republic. Questo saggio è basato sull'intervento tenuto dal Prof. Kotkin il 15 febbraio 2007 a Filadelphia, nell'ambito di una conferenza sponsorizzata dal Foreign Policy Research Institute e dal Mid-Atlantic - Russia Business Council.

Originale: http://www.fpri.org

1 commento:

gabriella ha detto...

ho letto oggi questo articolo, mi piacerebbe sapere se chi ha scritto la pensa ancora così su La Russia e su Putin