sabato, giugno 16, 2007

Un puntino sul radar, di Sergej Roj

Un puntino sul radar
La mossa di Putin a Heiligendamm sa di puro genio
di Sergej Roj

13 giugno 2007

So di essere stato aspramente critico nei confronti di Vladimir Putin agli inizi del suo mandato. Con il passare del tempo questa asprezza ha lasciato spazio al rispetto, anche mio malgrado. Tuttavia, in un paio di occasioni mi sono rifiutato di includerlo nella piccola categoria di grandi statisti come Churchill, Roosevelt o De Gaulle, soprattutto perché non ha l'aria di voler mettere in pratica il mio piano prediletto: soppiantare Sergej Mironov a capo di "Russia Giusta" nel 2008, trasformare il partito in un mammut politico e usarlo per ripulire le stalle di Augia in cui la governabilità russa è impantanata. Mi correggo: è impantanata da qualcosa come tre secoli, se non di più. Questo permetterebbe di liberare la nazione dalla morsa del mostro a due teste, la burocrazia-oligarchia, e fare strada alla vera democrazia - del popolo, per il popolo - in questo paese una volta per tutte.

Adesso però non sono troppo sicuro del mio piano prediletto e delle conseguenze che comporterebbe, e dunque neanche del mio giudizio sullo statista Putin. Forse Putin ha ragione e io, o piuttosto tutti noi intellettuali sognatori e costruttori di audaci nuovi mondi, abbiamo torto.

Dopo tutto questa è la Russia. Avviate una rivoluzione morbida o di velluto qui e vedrete cosa vi aspetta. Già una volta il sogno di una società priva di classi e di sfruttamento ha messo in moto un processo che ha generato una tirannia rigidamente stratificata e schiavista con una specie di Faraone al suo vertice.

In un'altra e più recente occasione altri sognatori, me incluso, che aspiravano a una società libera, aperta e democratica lanciarono un movimento che si trasformò in un ricettacolo di arraffoni e banditi e in un caos nel quale piombò un intero paese. Perfino i suoi ultimi scampoli stavano per mandare in rovina tra sofferenze indicibili milioni di persone. Per aggiungere la beffa al danno, il caos e il saccheggio furono chiamati "riforma economica" e "democrazia".

Dunque pare che il sogno di un apparato di governo limpido, responsabile nei confronti del popolo e da esso controllato debba essere accantonato per un po', se non si vuole provocare una baraonda sociopolitica dalle conseguenze imprevedibili. Putin deve lavorare con le risorse umane che ha a disposizione, facendo tesoro dei suoi due maggiori successi - la stabilità politica e la ripresa e crescita economica - senza mai perdere di vista la grande questione inderogabile: la sopravvivenza della Russia come entità integra in un contesto tutt'altro che amichevole.

Non è una novità che l'ambiente che circonda qualsiasi stato in qualsiasi epoca non sia mai esattamente traboccante d'affetto e amicizia: il mondo abitato dalle nazioni è rigidamente darwiniano. E va benissimo, finché queste tendenze darwiniane non diventano aperta aggressione, in particolare quando una nazione e i suoi satelliti aspirano al dominio del mondo.

Sfortunatamente ora viviamo proprio all'ombra di una tale minaccia. Gli Stati Uniti non hanno solo dichiarato che l'intero mondo rientra nella loro sfera di interessi (il termine "interesse" va qui inteso soprattutto in senso materiale, indipendentemente da ogni mascheramento ideologico), ma agiscono coerentemente da una posizione di forza, rozza forza militare, dispiegando i loro strumenti militari ovunque, si tratti della terraferma, degli oceani o dello spazio.

L'ovvio obiettivo di questo dispiegamento è la capacità dell'egemone di imporre la propria volontà su tutte le porzioni del mondo. Tanto per fare un esempio a caso: se la Russia dichiara che il suo interesse è vendere gas a un certo paese a un prezzo stabilito, questo può essere definito dalla potenza egemone un'"aggressione" che merita una risposta decisa: la rappresaglia o la minaccia di una rappresaglia militare. Per rendere più efficace questa minaccia, è utile avere elementi del sistema nazionale di difesa antimissile degli Stati Uniti sulla soglia della Russia, e al diavolo l'accordo Russia-NATO che proibisce espressamente il posizionamento di basi NATO sul suolo dei paesi dell'ex patto di Varsavia.

Cosa poteva fare Putin in questa situazione? Ha fatto due cose che hanno dimostrato chiaramente come gli europei possano permettere solo a proprio rischio e pericolo lo spostamento delle basi americane verso la Russia. Ha annunciato una moratoria sul trattato che regola l'impiego delle forze convenzionali in Europa (un trattato che comunque la Russia è la sola a rispettare); e ha parlato della possibilità di puntare i missili russi su varie zone dell'Europa (oltre al Regno Unito).

Nessuna delle due mosse si è dimostrata molto efficace in senso geopolitico (altro discorso è la loro efficacia ultima e reale, che richiederebbe uno scenario apocalittico che qualunque essere ragionevole sembra voler rifuggire). Gli europei possono preoccuparsi, ma cos'altro potrebbero fare? Fanno parte della NATO, e nella NATO c'è solo un padrone con un rapporto molto speciale con il suo leccapiedi. Il 65% dei cechi può essere contrario alla costruzione di un radar sul suo territorio, ma a chi interessa quello che va dicendo un branco di cechi?

A Heiligendamm però Putin ha messo in pratica una terza mossa, e questa sa di puro genio (non importa che l'idea sia venuta da qualche oscuro funzionario: Putin deve avere avuto a disposizione una decina o più di opzioni simili, eppure ha scelto quella più efficace prendendosene la piena responsabilità). Mi riferisco, naturalmente, alla proposta dell'uso congiunto Russia-USA della stazione radar costruita in epoca sovietica nel distretto di Gabala, in Azerbaijan. Quella stazione, ha detto Putin, proteggerebbe tutta l'Europa e non solo una parte di essa come avrebbe fatto la struttura progettata dagli Stati Uniti nella Repubblica Ceca.

La soluzione di Gabala è perfetta per lo scopo apparente del radar ceco, e cioè difendere l'Europa contro i missili (attualmente inesistenti e comunque mitici) a lunga gittata iraniani. È a poche migliaia di chilometri dal confine iraniano, si potrebbe dire proprio nel cortile dell'Iran; l'uso congiunto dissiperebbe i sospetti della Russia sul fatto che il radar ceco possa essere in realtà diretto contro la Russia (e lo sarà, tecnicamente); e la NATO non sarebbe costretta a violare il proprio impegno firmato e controfirmato a non usare gli ex territori del blocco sovietico per scopi militari, un accordo sul quale regna l'assoluto silenzio in tutte le discussioni occidentali su questi temi.

E la reazione degli Stati Uniti alla proposta di Putin che ha rubato loro la scena a Heiligendamm? "Interessante", ha borbottato il presidente Bush prima di essere messo a terra dal mal di pancia. "Audace e interessante", ha detto Stephen J. Hadley, il consigliere di Bush per la sicurezza nazionale. Ma sì, ficchiamola in una commissione di esperti per "una serie di discussioni strategiche", come ha detto Bush.

Bene, ha detto Putin, ma "speriamo che questi negoziati non servano solo a nascondere azioni unilaterali che vengono intraprese nel frattempo".

Putin doveva avere davanti una sfera di cristallo.

La vera risposta americana è venuta, subito dopo, dal Segretario di Stato Condoleeza Rice. Venerdì, mettendo in mostra tutti i suoi denti, la signorina Rice ha detto all'Associated Press letteralmente questo: "Gli Stati Uniti perseguiranno il loro piano di collocare una difesa missilistica in Europa Orientale nonostante la proposta russa di posizionarla al di fuori della regione".

Questa dichiarazione ha reso le "discussioni strategiche" così inconsistenti da farle sembrare un completo esercizio di futilità. Solo un puntino sul radar di Gabala. L'egemone procede sfacciatamente con i suoi egemonici progetti mirati a ottenere la sottomissione della Russia mediante la paura.

Posso solo dire che farà bene al morale della Russia. Non siamo stati noi a inventare l'espressione "fair play", ma questo non significa che non proviamo un acuto disgusto per l'ingiustizia, la prepotenza e il gioco sporco.

Date solo un'occhiata all'indice di popolarità di Putin all'interno del suo paese.


Originale: http://guardian.psj.ru/text/200706131337.htm

Sergej Roj, giornalista, scrittore e traduttore, è redattore capo del giornale online Guardian/Hranitel, che si propone come scopo quello di rinforzare la sicurezza individuale e collettiva in una Russia in preda a flagelli sociali e politici.

Tradotto dall'inglese da Mirumir, un membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft per ogni uso non-commerciale: è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne l'autore e la fonte.

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