lunedì, settembre 03, 2007

La stanchezza di Beslan

La stanchezza di Beslan
Anna Rudnickaja

A tre anni dalla strage la città è rimasta priva di forze e di coscienza. Si sono versate lacrime, pronunciate maledizioni e giurate vendette, ma senza alcun sollievo.

Beslan - Mosca, 30 agosto 2007
L'edificio della scuola numero 1, trivellato di colpi, martoriato dalle fiamme e semidistrutto sorge in mezzo alle case della via. La decisione di demolirlo è già stata presa: verrà lasciata in piedi solo la palestra che dovrebbe diventare parte di un tempio. Ma non si placano le discussioni sul progetto (ad alcuni non va bene che sia un tempio ortodosso perché tra le vittime c'erano anche dei musulmani, altri vogliono demolire tutto compresa la palestra), e per ora l'edificio resta lì. Tre anni dopo è ancora possibile entrare nelle aule, dove i pavimenti sono ancora ricoperti di calcinacci, di pezzi di intonaco, di macchie di sangue, dove sono sparsi qua e là quaderni e libri di testo e sui muri sono appesi, perfettamente conservati, i materiali didattici come il manifesto "Salute: i denti e il sistema digestivo". Si ha la sensazione fuori luogo che la tragedia abbia comunque qualcosa di cinematografico. Accanto a queste rovine pascolano le mucche e i bambini giocano a pallone.

A Beslan dopo la strage sono state costruite due nuove scuole.

Una è diventata la numero 8, l'altra viene chiamata da tutti la numero 1, ma nei documenti ufficiali figura come " GU SOŠ [scuola media statale] via Komintern". Il Ministero dell'istruzione della repubblica non ha permesso che la nuova scuola prendesse il vecchio numero: per "non causare traumi". Ma gli insegnanti dell'ex-scuola numero 1, molti dei quali vi avevano lavorato per più di un decennio, sono stati ugualmente traumatizzati da quella decisione. "Nei primi mesi dopo la strage abbiamo lavorato nell'edificio della scuola numero 6, e siamo rimasti la scuola numero 1. Com'è che quando ci siamo trasferiti nel nuovo edificio siamo diventati la numero 9? Le nostre autorità hanno completato quello che i terroristi avevano cominciato, cioè l'eliminazione della scuola", dice l'insegnante di storia Nadežda Caloeva, che è stata tra gli ostaggi, ha perso due figli nell'assedio e ora sta creando nella nuova scuola un museo della memoria.

Gli insegnanti rifiutano recisamente la nuova denominazione di scuola numero 9. Gli studenti scrivono sui quaderni "scuola numero 1". La prima scuola di Beslan veniva considerata la migliore della città, ci venivano perfino i bambini dei villaggi vicini.

... La piccola stanza al primo piano dell'edificio di cinque piani sulla strada Oktjabr'skaja è un ufficio a tutti gli effetti: computer, attrezzature per ufficio, tapparelle. La porta è sempre aperta. Qui ha sede il comitato "Madri di Beslan", guidato da Susanna Dudieva. L'atmosfera è tranquilla: nella stanza ci sono solo due donne, Filisa Batagova (che ha perso la nipotina, la sorella e la bambina di quest'ultima) e Rita Sedakova (che ha perso l'unica figlia). Susanna si trova in Italia per qualche convegno, qualcosa come "I bambini del mondo" o "Il mondo dei bambini". Altre due donne sono andate a Nal'čik ad assistere al processo contro i poliziotti. Filisa e Rita erano andate tutti i giorni ad assistere al processo di Kulaev [Nur-Paši Kulaev, l'unico partecipante all'atto terroristico ad essere stato catturato vivo, n.d.T.]. Il verdetto non diede loro alcuna consolazione.

- Se, a parte lui, nessun altro è colpevole, tanto vale rimetterlo in libertà, - dicono.

L'ex-poliziotto El'brus Tetdov, attualmente direttore responsabile del quotidiano di Beslan "Žizn' Pravoberež'ja" conserva nel suo ufficio i frammenti di proiettili trovati tra le rovine della scuola in cui è morto il suo bambino di dieci anni. Con tre compagni di sventura El'brus ha condotto un'indagine sull'accaduto ed è giunto alla stessa conclusione delle "Madri di Beslan": le prime esplosioni, quelle a cui ha fatto seguito l'irruzione nell'edificio, risuonarono all'esterno; al momento dell'irruzione nella scuola furono usati i lanciafiamme. Ora vuole che la Procura generale si dichiari d'accordo con le sue conclusioni. Fino a quel momento è pronto a montare personalmente la guardia alle rovine della scuola perché non vengano rimosse. "Sanno che se manderanno le ruspe io le farò saltare in aria", dice il direttore del giornale.

L'ex-sommergibilista e già giornalista del quotidiano "Žizn' Pravoberež'ja" Murat Kaboev in occasione dell'anniversario dell'assedio ha pubblicato il libro Una pioggia di fredde lacrime . Il volume è diviso in tre parti: la cronaca dell'atto terroristico, i ritratti degli ostaggi uccisi e un capitolo dedicato all'eroismo di alcuni protagonisti. "È un'esaltazione della vita", spiega l'autore settantenne, asciugandosi le lacrime. Alcune storie sono basate sui racconti dei familiari delle persone uccise, ad altre hanno contribuito alcune alunne delle classi superiori della scuola cittadina. Ma è stato un compito molto difficile, non resistevano a lungo.
Oltre a El'brus e ai comitati "Madri di Beslan" e "Voce di Beslan" c'è un'altra persona impegnata a condurre le proprie indagini sull'accaduto. È Valerij Karlov: nella scuola ha perso il padre, che lavorava nel locale delle caldaie e ha salvato 17 ostaggi. Tutte queste persone agiscono indipendentemente, quasi senza comunicare tra loro.

Murat ha stampato i racconti a casa, con un vecchio computer. È stato allontanato dal giornale in cui lavorava: evidentemente era troppo intransigente, anche per uno come El'brus Tetdov. Un giorno il computer si è rotto e il lavoro ha subito un'interruzione, tanto più che non c'erano comunque i soldi per stampare il libro. Il 19 giugno gli ha telefonato il presidente della repubblica Tajmuraz Mamsurov e "ha insistito molto" affinché il libro fosse pronto in occasione dell'anniversario. Murat gli ha descritto la situazione. La sera gli hanno portato a casa un nuovo computer. Anche se adesso lavora per il quotidiano "Osetia. Svobodnyj Vzgljad", che viene considerato d'opposizione, Murat si definisce indipendente.

I tre anni che sono seguiti all'atto terroristico non hanno unito gli abitanti di Beslan, al contrario. Sembra che le persone che hanno perso tutto abbiano qualcosa da spartire. I soldi, certo. Gli indennizzi ricevuti dai familiari delle vittime hanno causato comprensibili invidie. A Beslan, a dire il vero, la parola "indennizzo" non è amata. "Lo stato ci ha dato centomila ciascuno, tutto il resto viene dalla solidarietà di persone di tutto il mondo, ma le autorità hanno semplicemente spartito tutto senza dimenticarsi delle proprie tasche", spiegano gli ex- ostaggi.

Ma non si tratta solo di denaro.

Gli insegnanti sopravvissuti della scuola numero 1 e soprattutto la direttrice Lidija Calieva sono considerati dei nemici da molte madri che hanno perso i figli nell'assedio. I muri dell'edificio distrutto sono ricoperti di minacce e insulti nei confronti della direttrice. E nessuno li cancella, diversamente dagli insulti contro autorità come Dzasochov o Putin. Incolpano la direttrice di aver lasciato entrare i terroristi travestiti da operai addetti alle riparazioni, dando loro modo di nascondere nella scuola le armi e gli esplosivi. Al processo contro Kulaev nessuno ha confermato di aver visto quell'arsenale, ma i membri del comitato "Madri di Beslan" non hanno neanche partecipato alla cerimonia di scopertura della targa in memoria degli insegnanti uccisi, tenutasi nell'atrio della scuola media di via Komintern.
Una giusta indagine sull'atto terroristico dovrebbe diventare il principale obiettivo di tutti coloro che ne hanno subito le conseguenze, ma chi vi prende parte sembra agire ciascuno per conto proprio. Le "Madri di Beslan", che sono il gruppo più duro e intransigente, suscitano in città sentimenti contrastanti: la loro reputazione è stata danneggiata non solo dai rapporti con Grabov [Nel 2005 alcune donne del comitato si erano recate a Mosca da Grigorij Grabov, sensitivo, che aveva promesso di resuscitare i loro bambini, n.d.T.] ma anche dall'entusiasmo con cui si recano all'estero e partecipano ad azioni politiche. Probabilmente ha ragione El'brus Tetdov quando dice che Beslan è oggi "la città più apolitica del mondo": "Ma quale Putin! La gente qui si preoccupa dell'aumento delle tariffe degli autobus".

Lo stesso El'brus Tetdov ha allontanato dal giornale Murat Kaboev benché entrambi vogliano la stessa cosa: che coloro che si occupano delle indagini ufficiali riconoscano alcune cose ormai ovvie. Il più saggio di tutti sembra essere l'autore della cronaca di Beslan: "Avremmo dovuto diventare un solo pugno, perché il colpo fosse più forte. E invece ci siamo divisi. Ci hanno divisi".

Beslan non dà l'impressione di essere una città in lutto. Per le sue belle e verdi vie la gente passeggia, chiacchiera ad alta voce, ride. Il tempo delle emozioni forti per Beslan è passato, ma non è subentrata la pace. Da tre anni qui si aspetta che l'incubo di quel settembre 2004 abbia fine. All'inizio si pensava che sarebbe accaduto con il processo contro Kulaev, poi con il processo contro i poliziotti. Ma la fine non è arrivata. "Se nessuno è colpevole significa che siamo noi stessi colpevoli?!" È possibile sentire questa frase da quasi tutti gli abitanti di Beslan.

Nessuno, però, conosce la risposta.

Originale: Russkij Reporter

Tradotto dal russo da Mirumir, un membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft per ogni uso non-commerciale: è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne l'autore e la fonte.

1 commento:

la Parda Flora ha detto...

Ciao Miru: letto e linkato. grazie come al slito per il tuo lavoro.
f.