lunedì, ottobre 29, 2007

Un paese in guerra

Un paese in guerra

di Ziauddin Sardar

New Statesman, 25 ottobre 2007

traduzione di Andrej Andreevič

Il Pakistan, paese in prima fila nella guerra al terrore, sta precipitando sempre più nella violenza e nel caos, mentre prepara un'offensiva totale contro i militanti jihaddisti trincerati nel Waziristan, l'anarchica provincia settentrionale del paese. Nel tentativo di lanciare una guerra totale contro i taliban e al-Qaeda, il presidente Musharraf sta progettando di portare l'intera regione sotto controllo militare. Questa è una strategia ad alto rischio, dal momento che le conseguenze di un fallimento potrebbero essere devastanti per il Pakistan. Potrebbero addirittura portare alla distruzione del paese.

Dietro le quinte, le contraddizioni e le tensioni sono giunte all'estremo. L'arrivo di Benazir Bhutto, che avrebbe dovuto aiutare le forze moderate e riformiste, ha invece aumentato l'instabilità politica. I sostenitori dell'altro ex primo ministro, Nawaz Sharif (che sta progettando un secondo tentativo di ritornare in Pakistan dal suo esilio nella prima settimana di novembre), stanno preparando una campagna di massa contro Musharraf che potrebbe portare a un blocco politico. Inoltre lo stesso presidente ha dichiarato un'amnistia generale per i politici corrotti, atto che è stato interpretato come la concessione di una tabula rasa a ladri e assassini.

Bhutto è tornata in Pakistan sulla base di un "patto per la divisione dei poteri" mediato da Washington e salutato dai media internazionali come un passo concreto verso la democrazia. Ma in realtà è poco più che un intreccio di interessi personali. Musharraf descrive l'accordo come una "troika" che coinvolge il presidente, il primo ministro e il capo dell'esercito. I poteri del presidente, compreso quello di rimuovere a proprio piacimento il primo ministro, dovrebbero rimanere tali per il prossimo mandato di cinque anni. Qualsiasi primo ministro avrebbe dunque scarso potere effettivo e sarebbe costretto ad assecondare gli altri due membri della troika. Un primo ministro docile e partiti politici selezionati significano quindi che Musharraf rimarrà in carica. L'attuale status quo rimane intatto.

In cambio della disponibilità a prendere parte all'accordo, sono state esaudite le due principali richieste di Bhutto: i suoi conti bancari in Svizzera sono stati sbloccati, potrà tenersi il grattacielo a Dubai e le proprietà in Inghilterra e negli Stati Uniti, e la legge che impedisce un terzo mandato come primo ministro è stata abrogata.

I piani di Musharraf per il prossimo futuro hanno due componenti. Primo, ora che Bhutto è tornata, è deciso a far svolgere le elezioni nella prima metà di gennaio. Saranno "gestite", così come lo sono state le elezioni del 2002, tramite "assegnazione dei seggi", questa volta a vantaggio del partito di Bhutto. Musharraf si aspetta che Bhutto possa portare i voti dei suoi più convinti sostenitori delle province del Sind e del Punjab, in gran parte contadini poveri alle dipendenze dei padroni terrieri feudali. I servizi e l'esercito faranno il resto e assicureranno i risultati desiderati.

Comunque, dopo il bagno di sangue a Karachi per il ritorno di Bhutto il 19 ottobre, è difficile immaginare che, visto l'attuale clima, le elezioni si potranno tenere. "Le manifestazioni politiche saranno aperte sia agli attacchi dei militanti che ai sabotaggi degli elementi deviati dei servizi", dice Rashed Rahman, editore del Post, il quotidiano di Lahore. "E visto che i servizi sono il principale sospettato degli attacchi, tutte le ipotesi di un probabile ritorno al potere di Bhutto sono incerte".

La paura di attentati suicidi condizionerà pesantemente gli elettori che vorranno recarsi ai seggi. E dal momento che ampie parti della Provincia del Nord sono zone a rischio, sarà quasi impossibile che si possano tenere elezioni in quella regione. "Con una percentuale di votanti attorno al 20% delle elezioni non possono essere considerate credibili", dice Rahman, indipendentemente da come le elezioni saranno "gestite".

In secondo luogo, da giorni è previsto un attacco in grande stile contro il Waziristan. "Ora è diventato inevitabile", ha dichiarato un alto ufficiale militare al New Statesman. "Ogni giorno abbiamo delle vittime. Se non togliamo di mezzo con la forza i militanti, il morale dell'esercito diminuirà ulteriormente". A differenza delle operazioni precedenti, che avevano per obiettivo preciso basi dei militanti o cercavano di bloccare i movimenti della guerriglia tra Pakistan e Afghanistan, "ora l'obiettivo è di pacificare l'intera provincia".

Le forze armate saranno dispiegate in tutte le più grandi città, come Mir Ali, Angor Ada e Magaroti, con lo scopo di stabilire basi militari permanenti attrezzate per ospitare migliaia di militari e paramilitari. L'intera regione cadrà sotto il controllo militare pakistano e sarà amministrata sotto il comando diretto del nuovo vice-capo dell'esercito, il generale Ashfaq Pervez Kiani (quando e se Musharraf lascerà l'uniforme, Kiani ne prenderà il posto come capo dell'esercito). "Stimiamo che un assalto totale distruggerà la struttura centrale di comando di al-Qaeda e dei taliban, rendendo le loro operazioni sporadiche e largamente inefficaci", ha detto l'ufficiale militare.

Il linguaggio della liberazione

Comunque, dati i precedenti cattivi risultati dell'esercito pakistano in Waziristan, la previsione sembra eccessivamente ottimistica. I militanti quasi certamente resisteranno e combatteranno fino all'ultimo. Il Pakistan ha perso quasi più di mille soldati; più di trecento sono tenuti ostaggio. I combattenti Pashtun, inclusi i taliban afghani, conoscono molto bene la regione. Sono abituati alla guerriglia e considerano la morte in battaglia un grande onore e una strada diretta per il paradiso. La maggior parte della popolazione locale li supporta. Le possibilità che l'esercito pakistano "pacifichi" la regione sono bassissime.

Non si tratta solo di terrorismo. L'orgoglioso e indipendente popolo Pashtun vede le forze americane e britanniche nel confinante Afghanistan come invasori. Una guerra civile si trasformerà in una guerra di "liberazione nazionale". Molti leader tribali parlano spesso di liberarsi dall'"amministrazione pakistana". Il risultato finale potrebbe essere una nuova ondata di attacchi suicidi e atti di sabotaggio in tutto il Pakistan.

Musharraf ha cominciato ad attuare la propria strategia due settimane fa. Il 5 ottobre si è assicurato che passasse la cosiddetta Ordinanza di Riconciliazione Nazionale (ORN), che ha fatto cadere tutte le imputazioni di corruzione contro i politici di "tutti i partiti". "Abbiamo deciso di condonare tutti i casi pendenti degli ultimi quindici anni", ha detto Musharraf, sostenendo che avrebbe posto fine alle politiche di vendetta e vittimizzazione del paese. L'ORN ha sgomberato la strada per il ritorno di Bhutto e tolto ogni residua imputazione contro suo marito, Asif Ali Zardani, rilasciato su cauzione nel 2004 dopo otto anni trascorsi in prigione. Il giorno successivo Musharraf è stato rieletto presidente per un altro mandato dall'attuale parlamento-fantoccio.

Ma l'amnistia garantita dall'ORN non riguarda Nawaz Sharif, capo della Lega Musulmana, il secondo più grande partito politico pakistano. Politico conservatore e fortemente antiamericano, Sharif crede che democrazia e dittatori militari non vadano d'accordo. Gode di un enorme supporto sia tra la classe media sia tra i gruppi religiosi ed è il più probabile vincitore di eventuali elezioni libere. Sharif, deposto nel 1999 da un colpo di stato incruento, è determinato a far cadere Musharraf. Durante il suo primo tentativo di tornare in Pakistan, il 10 settembre, è stato arrestato all'aeroporto di Karachi e gli sono state date due opzioni: la prigione o ritornare in esilio in Arabia Saudita. Le accuse contro Sharif sono ancora in piedi davanti alla Corte Suprema. Però, nonostante gli sforzi di Musharraf, la Corte ha rifiutato di emettere nuovi mandati di arresto contro di lui. Se Sharif dovesse farcela e tornare, l'accordo Bhutto/Musharraf potrebbe avere grandi problemi.

"Le probabilità che un'alleanza del genere tenga sono scarse", dice Rahman. Per cominciare, i due si detestano. Il Partito Popolare Pakistano non è tanto un partito quanto un'istituzione feudale che Bhutto governa come fosse una sua proprietà, e il suo prossimo problema potrebbe essere soffocare il dissenso tra le fila più importanti del partito. Molti sostenitori del PPP credono che il patto di condivisione dei poteri con Musharraf stia rovinando la reputazione del partito e le sue possibilità elettorali. Un certo numero di membri della famiglia Bhutto ha espresso apertamente le proprie critiche. La poetessa e opinionista Fatima Bhutto, nipote di Benazir, ritene la zia responsabile delle morti a Karachi, dovute alla sua predilezione per il "teatro politico".

Le percentuali di gradimento di Bhutto nei sondaggi tenuti dopo l'emanazione della ORN sono crollate. Alcuni alti membri del PPP speravano che il suo ritorno avrebbe dato una nuova vita al partito, se si fosse comportata come una statista matura, capace di lasciare la guida nelle mani dei politici più giovani. C'è quindi una seria possibilità che il PPP possa dividersi, come è già successo alle scorse elezioni. E se Bhutto non dovesse vincere queste elezioni, anche dopo le "manipolazioni dei seggi", Musharraf la abbandonerà con la stessa facilità con la quale ha abbandonato gli altri partiti.

Finora Musharraf ha fatto a modo suo. L'unico ostacolo che gli resta è un processo attualmente in atto alla Corte Suprema riguardo alla possibilità di continuare a fare il presidente senza abbandonare l'uniforme. Questo però non è poi un ostacolo tanto grande, dal momento che l'attuale situazione gli permetterebbe di conservare il potere anche se dovesse abbandonare la propria posizione militare.

L'accordo per la divisione dei poteri è stato percepito come un tentativo di nascondere le divisioni nel paese. Dopo gli avvenimenti di Karachi, invece, sembra preludere a un'altra fase pericolosa e turbolenta per il Pakistan. I servizi segreti, alcuni elementi dei quali potrebbero essere responsabili dell'attacco contro il corteo di Bhutto, sono fuori controllo. I bombardamenti suicidi sono diventati parte della strategia militante in Waziristan, sia per minare le fondamenta del processo politico, sia per demoralizzare l'esercito. Se uno dei protagonisti (entrambi decisamente filoamericani) della spartizione dei poteri sia in grado di mantenere il controllo di questa situazione esplosiva, è un punto controverso.


Originale da: http://www.newstatesman.com/200710250025


Tradotto dall'inglese da Andrej Andreevič per Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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