venerdì, novembre 02, 2007

Divorzio di velluto in Cina

Divorzio di velluto in Cina
di M. K. Bhadrakumar

Pechino ha saggiamente scelto una città sub-provinciale sulle rive del fiume Songhua, nell'estremo angolo nord-orientale della Cina, come sede del terzo incontro trilaterale con i ministri degli esteri di Russia e India, ospitato per la prima volta la scorsa settimana dalla Cina.
Harbin, soprannominata la "Mosca d'Oriente", è una città alla quale la Russia e la sua cultura sono state a lungo intimamente associate. Gli stranieri che viaggiavano sulla ferrovia transiberiana alla fine degli anni Ottanta non potevano credere di trovarsi in Cina quando sei giorni dopo la partenza da Mosca arrivavano a Harbin. La chiesa di San Basilio nel centro cittadino, una copia dell'insieme architettonico della moscovita Piazza Rossa; la cucina russa; e perfino il dialetto locale infarcito di parole russe: tutto ricordava al viaggiatore la comunità bianca in fuga dalla furia della rivoluzione bolscevica del 1917.

Pechino ha sottilmente approfittato della vicinanza senza precedenti che oggi caratterizza le relazioni sino-russe. Ai margini dell'incontro trilaterale, il ministro degli esteri Yang Jiechi si è preso una pausa per inaugurare con la sua controparte russa Sergej Lavrov un nuovo monumento ai soldati sovietici caduti nella cina nord-orientale nel 1945, durante la seconda guerra mondiale, combattendo contro "l'attacco militarista del Giappone contro la Cina... quando gli occupanti furono cacciati dal territorio cinese".

Giusto perché il simbolismo politico non sfuggisse a nessuno, durante la cerimonia Lavrov ha detto: "In alcuni paesi ci sono figure che stanno tentando di riscrivere la storia". Era chiara la frecciata contro il Giappone: un paese che si sta sempre più legando all'India su questioni di sicurezza asiatica. L'osservazione era dunque fortemente allusiva. Il fatto è che in questo curioso tango tra l'orso, il drago e l'elefante, negli ultimi tempi Nuova Delhi si trova sempre più distante da Mosca e Pechino sulle questioni della sicurezza e della stabilità globali e asiatiche.

La formula trilaterale Russia-Cina-India può anche essere stata un'idea di Mosca, ma il Cremlino non si attribuisce più il ruolo di catalizzatore per incentivare la comprensione tra Cina e India. Ciò che emerge è che la Russia è riuscita molto meglio dell'India ad accettare l'ascesa della Cina. L'incontro di Harbin ha messo in evidenza il fatto che la formula trilaterale è più che mai un accordo freddamente pragmatico, sebbene il portavoce del ministro degli esteri russo abbia affermato che "la piattaforma del dialogo in questa formula [diviene] già in sé un fattore importante dei processi politici nel mondo contemporaneo".

La divisione sulle sanzioni all'Iran
Il dialogo strategico trilaterale è stato messo alla prova, di fatto, già a 48 ore dall'incontro di Harbin. E l'ha fallita. I tre ministri degli esteri erano appena rientrati nelle loro capitali quando l'amministrazione Bush ha annunciato un regime di sanzioni senza precedenti contro l'Iran, etichettando gli organi di sicurezza iraniani come sostenitori del terrorismo internazionale e di fatto rendendo l'Iran un paese nemico in base alla legge statunitense.

Si è trattato proprio di quel genere di mossa "unilaterale" nella condotta degli affari internazionali che la trilaterale Russia-Cina-India apparentemente vuole condannare. Il comunicato congiunto dell'incontro di Harbin aveva appena sottolineato che "la globalizzazione ha portato a interrelazioni e interdipendenze più strette tra tutti i paesi e che bisognerebbe promuovere il multilateralismo e l'azione collettiva nell'affrontare questioni urgenti e nuove sfide e minacce".

Aspetto ancora più importante, i tre ministri degli esteri avevano appena sottolineato che "le Nazioni Unite sono l'organizzazione internazionale più rappresentativa e autorevole" nella gestione dei problemi e delle sfide che attendono la comunità mondiale. Dovrebbe essere chiarissimo che l'amministrazione Bush ha ancora una volta eluso le Nazioni Unite.

Non sorprende che Russia e Cina siano partite in quarta, criticando immediatamente la mossa statunitense. L'India invece è stata zitta. Che deliziosa ironia, qui. Ad Harbin i ministri degli esteri cinese e russo avevano appena ripetuto che attribuiscono "importanza alla posizione dell'India negli affari internazionali e comprendono e appoggiano la aspirazioni dell'India a un ruolo più importante nelle Nazioni Unite". O i due ministri degli esteri non avevano ben capito le "aspirazioni" della loro controparte indiana, o Nuova Delhi ha paura di alzare la voce contro l'amministrazione Bush. L'ultimo caso sembra il più probabile.

Il primo ministro indiano Manmohan Singh ha recentemente descritto Bush come il presidente americano più "amichevole" che l'India abbia mai conosciuto. Delhi è comprensibilmente innervosita dal fatto che i negoziati sul patto nucleare tra India e Stati Uniti attraversino un momento delicato. Delhi non vorrebbe irritare la potente lobby israeliana negli Stati Uniti, che chiede a gran voce un cambio di regime in Iran. Dunque Delhi stima scaltramente che le relazioni con Teheran non siano poi così rilevanti se paragonate con ciò che può offrire il patto nucleare.

Sia Pechino che Mosca hanno osservato che l'ultima mossa di Bush contro il regime di Teheran non farebbe che complicare la soluzione della questione nucleare iraniana. Se Pechino ha espresso la sua disapprovazione, quella di Mosca è stata una sonora condanna. Nella sua dichiarazione il ministro degli esteri russo ha puntato il dito contro l'unilateralismo statunitense e ha ammonito "O lavoriamo insieme prendendo decisioni congiunte, o questa interazione [nella cornice del 'Cinque più Uno', i membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite più la Germania] non avrà alcun senso".

Commentando la questione durante una visita in Portogallo, il presidente russo Vladimir Putin è stato anche più tagliente: "Perché esacerbare adesso la situazione, spingendola in un vicolo cieco e minacciando sanzioni e azioni militari? Non credo che correre in giro come un pazzo con un rasoio in mano e brandendolo in tutte le direzioni sia il metodo migliore per risolvere problemi di questo tipo".

Emergono i limiti della trilaterale
La disarmonia sulla questione nucleare iraniana, o piuttosto le diverse priorità di relazione con gli Stati Uniti mettono in luce i limiti della formula trilaterale Russia-Cina-India. Il comunicato di Harbin conteneva una piccola curiosa frase che catturava l'essenza del momento. La cooperazione trilaterale, diceva il comunicato, "Cerca di ampliare il terreno comune tra interessi divergenti" (la frase era espressa in un inglese così lineare da far sospettare che fosse stata formulata dagli indiani).

Resta poco chiaro come sia possibile restare partner strategici pur perseguendo "interessi divergenti". Eppure proprio questo è alla base del dilemma che i tre paesi si trovano ad affrontare. È un'espressione del tutto nuova che non figurava nei due incontri trilaterali precedenti tra i ministri degli esteri di Russia, Cina e India svoltisi nel giugno del 2005 a Vladivostok e nel febbraio del 2007 a Nuova Delhi.

A un esame ravvicinato, appare chiaro che nel periodo successivo all'incontro di Vladivostok, la formula trilaterale Russia-Cina-India ha subito una trasformazione qualitativa costituita da una costante erosione. Contrariamente all'usuale tendenza alla coesione che caratterizza tali processi multilaterali, sembra che stia accadendo l'opposto. Ad Harbin il processo è entrato visibilmente in crisi.

Il comunicato di Vladivostok diceva che "L'India, la Russia e la Cina condividono un approccio comune ai cruciali sviluppi globali del 21° secolo e sono a favore di una democratizzazione delle relazioni internazionali mirata a costruire un giusto ordine mondiale basato sull'osservanza della legge internazionale, sull'equità, il rispetto, la cooperazione e il perseguimento del multipolarismo".

Tuttavia, quando i tre paesi si sono incontrati a Nuova Delhi, lo scorso febbraio, questa dichiarazione si era già diluita e ed era diventata una "convinzione che la democratizzazione delle relazioni internazionali sia la chiave per costruire un ordine mondiale sempre più multipolare basato sui principi dell'uguaglianza tra le nazioni - grandi e piccole -, del rispetto per la sovranità e l'integrità territoriale dei paesi, la legge internazionale e il mutuo rispetto".

Il comunicato di Harbin adotta una prospettiva completamente diversa quando dice che "Lo sviluppo della Cina, della Russia e dell'India è un importante contributo alla pace e allo sviluppo della regione e del mondo e giova al processo del multipolarismo globale. I tre paesi hanno scelto i propri rispettivi percorsi di sviluppo secondo la loro situazione interna e le esperienze passate... Con il loro costante sviluppo e il ruolo crescente negli affari internazionali, la Cina, la Russia e l'India contribuiranno ulteriormente alla pace, alla sicurezza, alla stabilità e alla prosperità del mondo".

Vale a dire che i tre paesi hanno optato per le proprie rispettive scelte indipendenti sulla scena internazionale in accordo con le loro circostanze peculiari, mentre si spera che il loro ruolo negli affari mondiali si accrescerà. Ma che ne è dell'"approccio comune" sottolineato a Vladivostok come leitmotiv?

Punti di vista sulla sicurezza asiatica
L'incontro di Harbin evidenzia che sulle questioni vitali della sicurezza asiatica la Russia e la Cina la pensano allo stesso modo, mentre l'India si trova a una certa distanza dai due partner. La prima questione riguarda lo sviluppo dei sistemi statunitensi di difesa anti-missile in Asia. Alla vigilia dell'incontro di Harbin, Lavrov ha sottolineato le preoccupazioni che la Russia condivide con la Cina a proposito della cooperazione tra Giappone e Stati Uniti sul programma di difesa missilistica.

Ha dichiarato: "Ci opponiamo alla costruzione di sistemi di difesa anti-missile volti a conseguire superiorità militare. L'impiego di questo genere di sistemi può innescare una corsa agli armamenti su scala regionale e globale. Si minano così le basi della stabilità strategica, con un aumento dell'imprevedibilità nell'importantissimo ambito del mantenimento dell'equilibrio globale.

Lavrov si è interrogato sugli "scopi reali" di Giappone e Stati Uniti e ha poi osservato: "Molti esperti suggeriscono che un tale sistema di difesa missilistica, essendo un elemento dello scudo missilistico globale americano, potrebbe essere usato anche contro le armi strategiche russe e cinesi".

In seguito, in una conferenza stampa con le controparti russa e indiana, Yang ha analogamente criticato i piani degli Stati Uniti volti a dispiegare un sistema di difesa anti-missile nell'Europa Centrale, dicendo che questo non solo mancherebbe di alleviare le preoccupazioni sulla sicurezza globale, ma minerebbe l'equilibrio strategico mondiale. Invece il ministro degli esteri indiano si è limitato a dire che l'India non aveva progetti di cooperazione con il sistema di difesa anti-missile statunitense. Ha dunque mantenuto un atteggiamento reticente per non essere trascinato in una critica dei piani USA.

Il problema per la Russia e la Cina è che la posizione indiana resta ambigua. Certo, per ora l'India non ha alcuna collaborazione in quanto tale con il sistema anti-missile americano, che è ancora in fase di sviluppo. Però il governo indiano continua a discutere con gli Stati Uniti sull'ambito di questa collaborazione. Nelle dichiarazioni al parlamento indiano il governo ha riconosciuto che con il Pentagono sono in corso discussioni di questo tipo. Un alto funzionario del Dipartimento di stato americano, durante una recente visita a Nuova Delhi, ha detto chiaramente che l'India dovrebbe appoggiare il sistema di difesa anti-missile americano, che la metterebbe in grado di fronteggiare efficacemente la minaccia missilistica cinese.

In secondo luogo, dal punto di vista di Cina e Russia, una questione altrettanto grave è costituita dalla crescente militarizzazione del Giappone all'interno dell'alleanza militare tra Giappone e Stati Uniti. Alla vigilia del suo arrivo ad Harbin, Lavrov si è particolarmente risentito della decisione congiunta di Washington e Tokyo di ampliare la loro alleanza militare per includere anche le questioni della sicurezza globale e regionale.

Ha affermato che per essere fattibile la cooperazione in materia di sicurezza dovrebbe funzionare in collaborazione con "altre strutture e altri protagonisti della regione" e dovrebbe essere "sincronizzata con impegni collettivi volti a mantenere la sicurezza nella regione". Lavrov ha ammonito che la militarizzazione del Giappone potrebbe "avere conseguenze negative sulla stabilità della regione" e suscitare una reazione russa.

In terzo luogo, Lavrov si è anche espresso sulla logica del nuovo "triangolo politico-militare" nella regione Asia-Pacifico che coinvolge Stati Uniti, Giappone e Australia. Lavrov ha evitato qualsiasi riferimento diretto all'India, anche se la portata di quanto ha dichiarato non è sicuramente sfuggita a Nuova Delhi. L'India ha preso parte a un "dialogo strategico" con questi tre paesi dell'Asia-Pacifico. Recentemente l'India ha partecipato a esercitazioni navali su vasta scala con questi paesi nel Golfo del Bengala: si è trattato della prima esercitazione militare indiana di stampo multilaterale, con la partecipazione di portaerei e sottomarini americani.

Lavrov ha espresso la critica che una "struttura chiusa" nell'Asia-Pacifico (gli analisti strategici indiani la definiscono curiosamente un'"alleanza quadripartita" o una "NATO asiatica") non può condurre alla stabilità regionale. Ha dichiarato che "Una struttura chiusa di alleanze politiche e militari fa sì che i paesi vicini che non ne fanno parte si interroghino sulle motivazioni di queste alleanze e sui loro nemici".

La disarmonia russo-indiana
Lavrov ha praticamente riecheggiato la protesta diplomatica cinese di qualche mese fa contro Washington, Tokyo, Canberra e Nuova Delhi sulla ragion d'essere del loro dialogo strategico. Ha poi proseguito liquidando la nuova struttura d'alleanza nell'Asia-Pacifico come "approccio controproducente che non sarà in grado di accrescere la fiducia nella regione e assai probabilmente porterà a risultati contrari alle aspettative dei paesi partecipanti".

Lavrov ha poi riecheggiato nuovamente il pensiero di Pechino quando ha criticato il Giappone per la sua concezione di un "arco di libertà e prosperità" nell'Asia-Pacifico (idea vigorosamente esposta dal primo ministro giapponese Shinzo Abe nel suo discorso al Parlamento indiano, in agosto). Lavrov ha consigliato a Tokyo di assimilare bene quello che è accaduto in Iraq, di "distanziarsi dall'ideologia e concentrarsi invece su comprensibili e reali interessi". Ha ammonito che il perseguimento da parte del Giappone di relazioni con i paesi del cosiddetto arco non dovrebbe "interferire con gli interessi di altri" nella regione.

È estremamente significativo che Lavrov sia rimasto fedele a questa linea anche mentre Stati Uniti, Giappone, Australia e India stavano verosimilmente per avviare il quarto round del loro nuovo dialogo strategico. Secondo i giapponesi, c'è perfino l'intento di portare l'intesa a livello ministeriale.

Forse mai prima nella saga delle relazioni russo-indiane è apparsa una tale grave contraddizione tra i rispettivi punti di vista sulla sicurezza asiatica. Mosca ha praticamente dichiarato il proprio allineamento con Pechino in qualsivoglia strategia di "contenimento" nei confronti della Cina ispirata dagli Stati Uniti. Dal tenore degli esaurienti commenti di Lavrov è chiaro che Nuova Delhi dovrà impegnarsi molto per stabilire i pro e i contro di un ulteriore coinvolgimento nell'intesa tra Stati Uniti, Giappone e Australia.

Ciò che bisogna comprendere è che alla base della potenziale divergenza tra India e Russia ci sono i rispettivi punti di vista sull'ascesa della Cina. Come l'India, anche la Russia capisce che l'influenza della Cina nell'Asia-Pacifico è cresciuta in misura impressionante in tempi recenti. La Russia ha preso nota di una Cina ottimista e fiduciosa, che soprattutto nell'anno o nei due anni passati ha cominciato a mostrare una nuova strategia e una nuova comprensione della sicurezza asiatica in termini di cooperazione economica e commerciale basata sulla capacità della Cina di contribuire alla generale prosperità dell'Asia. Chiaramente la situazione economica asiatica non sarebbe più così florida in assenza della Cina.

Ma i punti di vista della Russia e dell'India al proposito divergono in quanto la Russia non ritiene che una più forte influenza della Cina nella regione possa indebolire in alcun modo l'influenza russa. Anzi, Mosca stima che un ruolo più importante della Cina in Asia aumenti l'influenza della Russia in quella regione. E sarà sempre più così, dal punto di vista russo, quanto più la cooperazione regionale nell'ambito della Shanghai Cooperation Organization acquista forza e i rapporti di collaborazione tecnico-militare a vari livelli tra la Russia e la Cina diventano più stretti. Come ha scritto recentemente un opinionista russo, "Il successo della Cina [in Asia] non ha lasciato nessuno a mani vuote".

Questo, naturalmente, non è l'unico fattore che sta dietro l'indebolimento della trilaterale Russia-Cina-India evidenziato dall'incontro di Harbin. Bisogna tener conto di altri due fattori. Innanzitutto Mosca ha cominciato a notare la graduale trasformazione della politica estera indiana sotto l'attuale governo, che soprattutto negli ultimi due o tre anni è incline ad attribuire priorità all'intesa strategica con gli Stati Uniti.

Mosca non ignora, storicamente parlando, che la scelta naturale dell'élite politica anglofona di Delhi è sempre stata guidata dall'affinità con l'Occidente, e che semmai era l'Occidente a non essere pronto ad accogliere l'India nel periodo della Guerra Fredda. Mosca può anche aver previsto che nell'attuale epoca di globalizzazione l'Occidente avrebbe rivalutato l'India. Allo stesso modo, la Russia non è estranea alla mentalità asiatica e dovrebbe essersi accorta di ciò che era così evidente, e cioè che la crescente emigrazione degli strati sociali più alti verso il Nord America avrebbe infine spinto l'élite indiana ad avvicinarsi agli Stati Uniti.

Mosca però fino a poco tempo fa tendeva a credere che l'India sarebbe stata capace di conservare una politica estera indipendente, anche se il pragmatismo richiedeva legami più stretti con gli Stati Uniti dopo la fine della Guerra Fredda. Sembra che Mosca recentemente abbia cominciato a chiedersi se l'India si stia sventuratamente accingendo a diventare un alleato dell'America.

Mosca sa anche che Delhi ultimamente ha consentito che le relazioni russo-indiane scivolassero in uno stallo. Le relazioni economiche ristagnano. Le relazioni tra i popoli si sono atrofizzate e gli scambi politici hanno perso brio. La cooperazione militare ha incontrato dei problemi. Mosca deve aver cominciato a percepire che il patto nucleare tra India e Stati Uniti fornisce a questi ultimi la possibilità di entrare alla grande nel mercato delle armi indiano e di stabilire sinergie tra le forze armate dei due paesi. Ciò di fatto significherà un'erosione del ruolo tradizionale della Russia nella fornitura d'armi all'India.

Ciò che sconcerta Mosca è soprattutto il fatto che la collaborazione strategica tra Stati Uniti e India e il costante avvicinamento dell'India all'orbita geo-strategica americana si stiano verificando proprio mentre le relazioni tra Stati Uniti e Russia continuano a peggiorare. Un'India non allineata, che nel proprio interesse nazionale stringesse legami con gli Stati Uniti, non sarebbe un problema per la Russia. La Russia ha invece dei problemi ad accettare l'idea di un'India spinta ad armonizzare la propria politica estera con le strategie globali americane, cosa che sembra sempre più probabile.

Crisi dei legami sino-indiani
Anche le recenti tensioni nei rapporti tra India e Cina hanno cominciato a gettare la propria ombra sulla trilaterale Russia-India-Cina. L'ottimismo del periodo 2000-2005 a proposito di un possibile balzo in avanti nelle relazioni sino-indiane è ormai sfumato. Anche la Cina percepisce che gli Stati Uniti stanno "tirando dentro l'India come strumento per il proprio schema strategico globale", anche se la Cina ama ancora ribadire la propria fiducia nel fatto che "il DNA dell'India non permetterà che diventi un alleato subordinato agli Stati Uniti come il Giappone o la Gran Bretagna".

Riassumendo, sia la Russia che la Cina valuteranno molto attentamente come il patto nucleare tra India e Stati Uniti e i crescenti legami strategici tra i due paesi influiranno sull'equilibrio strategico asiatico. L'India, d'altro canto, è più che mai decisa a evitare che la sua partecipazione alla trilaterale con Russia e Cina possa essere fraintesa dagli americani come una sfida asiatica alle strategie globali statunitensi.

A Harbin Yang ha fatto capire che la Cina è pronta ad aspettare l'India e che non ha fretta. Facendosi forte del proprio ruolo di anfitrione, ha affermato che "La cooperazione trilaterale ha fatto importanti progressi... negli ultimi anni sta aumentando il consenso sulle questioni internazionali e si stanno gradualmente sviluppando scambi pragmatici e una cooperazione non esclusivamente nel settore economico. L'incontro trilaterale è già diventato un'importante piattaforma grazie alla quale i tre paesi possono incentivare la reciproca fiducia politica, ampliare gli scambi e la collaborazione".

Yang ha anche detto che la cooperazione trilaterale ha "potenzialmente grandi prospettive" e che dunque è "necessario" rafforzarla. Lavrov finora è rimasto il più ottimista. Sulla scia dell'ottimismo di Yang ha affermato che "La piattaforma della troika sta davvero diventando un ulteriore punto di attrazione reciproca tra i nostri paesi e uno strumento per sviluppare la nostra reciprocamente vantaggiosa cooperazione". Ha sottolineato le posizioni comuni ai tre paesi su "questioni di principio come il rafforzamento del ruolo delle Nazioni Unite e l'approccio multilaterale negli affari mondiali, la necessità di riconoscere le realtà del multipolarismo, di democratizzare le relazioni internazionali e di combattere tutti i problemi attuali con strumenti collettivi".

Si è fatta notare la laconicità di Mukherjee alla conferenza stampa, dove ha evidentemente ridimensionato la portata della formula trilaterale affermando che l'incontro di Harbin aveva semplicemente facilitato uno scambio di punti di vista su questioni regionali e internazionali. Ha detto che la trilaterale "migliora la comprensione e la fiducia reciproca" in merito alle sfide comuni rappresentate dai conflitti regionali, dal terrorismo, dal narcotraffico, dal sottosviluppo, dalla povertà e dai cambiamenti climatici, e ha parlato dello sviluppo di "settori di interesse economico comune" e di "cooperazione in aree come l'agricoltura, la gestione dei disastri naturali e la salute".

Mukherjee ha riassunto l'incontro di Harbin definendolo un'"interazione molto utile". Ha aggirato questioni spinose come il multipolarismo e l'unilateralismo. È stato anche ben attento a non usare espressioni problematiche come "doppi criteri di giudizio".

L'ex primo ministro russo e importante orientalista Evgenij Primakov non avrebbe potuto prevedere un simile disparato esito quando dieci anni fa durante una visita a Nuova Delhi lanciò l'idea della trilaterale Russia-Cina-India.

M. K. Bhadrakumar ha lavorato come diplomatico di carriera nell'Indian Foreign Service per più di 29 anni, ricoprendo posti come quelli di ambasciatore in Uzbekistan (1996-98) e in Turchia (1998-2001) .

Originale da: http://www.atimes.com/atimes/China/IJ31Ad01.html

Articolo originale pubblicato il 30 ottobre 2007

Tradotto dall'inglese da Manuela Vittorelli per Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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