lunedì, dicembre 03, 2007

Chi ha fatto fuori l'OSCE?

Chi ha fatto fuori l'OSCE?
Ex capo missione OSCE rivela le "pressioni" subite per coprire le irregolarità delle elezioni del '96

di Alexander Zaitchik e Mark Ames

"Una vittoria per la democrazia russa"
Titolo di un editoriale del New York Times, alcuni giorni dopo le elezioni presidenziali del 1996 approvate dall'ODIHR.

"La democrazia russa esce di scena"
Titolo di un editoriale del New York Times, alcuni giorni prima delle elezioni della Duma boicottate dall' ODIHR.

Quando la Russia lo scorso mese ha comunicato all'OSCE che la sua missione di monitoraggio delle elezioni sarebbe stata pesantemente limitata, è sembrato che Putin avesse scagliato un fulmine autoritario a ciel sereno, rivelando una volta per tutte il proprio animo stalinista. L'Occidente ha reagito come se l'OCSE fosse il crocifisso della democrazia e il rifiuto di quel crocifisso da parte di Putin fosse il male che respingeva il bene.

Be', è un punto di vista possibile. Un altro è che il recente scontro tra Russia e OCSE sia l'esito inevitabile di anni di cinica manipolazione occidentale di un'organizzazione che un tempo godeva di grandissimo credito e impeccabili credenziali, ma che è ora giustamente vista come uno strumento propagandistico dell'Occidente.

Se questa frase sembra il delirio paranoico di un silovik revanchista dell'era putiniana, fate meglio a ripensarci. È l'opinione dell'uomo che guidò la missione OCSE in occasione delle elezioni russe del 1996, Michael Meadowcroft.

"L'Occidente ha tradito la Russia, ed è un peccato," ha detto Meadowcroft, ex parlamentare britannico e membro di 48 missioni di monitoraggio elettorale in 35 paesi.

In una recente intervista telefonica con The eXile, Meadowcroft ha spiegato come avesse subito le pressioni delle autorità dell'OCSE e dell'Unione Europea per ignorare gravi irregolarità nella vittoria elettorale del 1996 pesantemente manipolata da Boris El'cin, e come i funzionari dell'UE avessero occultato un rapporto sul quasi totale asservimento dei media russi alle forze filo-el'ciniane.

"Fino all'ultimo fui sottoposto alle pressioni di [dei pezzi grossi dell'OCSE a] Varsavia perché cambiassi quello che intendevo dichiarare", ha detto Meadowcroft. "Per quanto riguarda ciò che l'OSCE era pronto a dire pubblicamente sulle elezioni, basti sapere che erano molto contrari a qualsiasi allusione al fatto che le elezioni fossero state manipolate".

Di fatto, dice, l'OSCE e l'Occidente avevano già deciso prima del voto che l'elezione di Boris El'cin sarebbe stata meravigliosamente libera e giusta.

"L'assemblea parlamentare dell'OSCE, che simpatizzava appassionatamente per El'cin, aveva una missione separata", racconta. "Così c'erano due missioni OSCE per le elezioni, una delle quali arrivò già pronta a dire che tutto era filato liscio". L'altra invece subì pressioni per dichiararsi d'accordo.

Le chiare frodi, come il fatto che intere città cecene avessero votato tutte compatte per El'cin, spinsero Meadowcroft a paragonare le elezioni del 1996 a quelle delle dittature africane". In Cecenia sono stati bombardati senza pietà e chissà come votano tutti per El'cin. È come il Camerun", disse.

Mentre l'Occidente dipinge lo screzio tra Russia e OSCE semplicemente come una battaglia tra fulgida democrazia e oscura autocrazia, l'élite russa ha una visione profondamente cinica dell'OSCE che si basa sulle esperienze personali. Come a Meadowcroft non fu consentito di dire all'epoca, la vittoria di El'cin nel 1996 pullulava di brogli. Fondamentali per l'esito furono mesi e mesi di servizi televisivi favorevoli a El'cin e una campagna di "propaganda nera" contro il suo rivale comunista, Gennadij Žjuganov; e la carta stampata non fu da meno. Le elezioni non furono una "vittoria degli ottimisti", come scrisse allora il famigerato fan di El'cin Michael McFaul dell'Hoover Institute. Piuttosto la tecnologia delle elezioni fraudolente, con la benedizione dell'Occidente, servì da schema per le elezioni successive. Ma se a Occidente sono in pochi a saperlo è perché l'OSCE e i media occidentali hanno cominciato a sottolineare i sistematici brogli elettorali e la manipolazione dei media in Russia solo a partire dal 2003.

"[L'Occidente] non voleva critiche [pre-elettorali] sulla manipolazione del voto per paura che i Comunisti ne traessero vantaggio", ha detto Meadowcroft. "E loro [il Partito Comunista] davano per scontato che non avrebbero avuto un trattamento equo. Quando andai dalla squadra di Žjuganov mi dissero, 'Oh darle il dossier [sui brogli elettorali] sarebbe uno spreco di tempo, comunque non ne fareste nulla'".
Ha aggiunto che l'Unione Europea cercò di occultare un rapporto sulla manipolazione dei media sottoposto da un collega belga che lavorava per un'istituzione dell'UE. Quando gli fu impedito di diffondere il rapporto lo passò a Meadowcroft, il quale a sua volta lo passò ai media come privato cittadino. All'epoca pochi lo notarono o vi prestarono attenzione.
Ecco invece quello che il pubblico occidentale si sorbì dopo le elezioni del 1996:

"La conclusione preliminare della delegazione dell'IRI è che le elezioni sono state le migliori mai svoltesi in Russia e riflettono i grandi passi avanti fatti dal popolo russo nell'istituzionalizzazione della democrazia". L'osservatore americano William Ball III, dell'International Republican Institute, ONG finanziata dagli Stati Uniti, luglio 1996.

"Il voto si è svolto... in modo democratico, imparziale e corretto". Ernst Meulemann, osservatore del Consiglio Europeo, luglio 1996.

"È vero che il presidente El'cin ha sfruttato la sua posizione a proprio vantaggio. È anche vero che il candidato comunista, Žjuganov, ha sfruttato a proprio vantaggio il fatto che il Partito Comunista ha un'imponente base popolare, ed è di gran lunga la migliore, la più grande e la più complessa organizzazione russa. Ma molti osservatori internazionali hanno giudicato che si è trattato di elezioni libere e corrette". Vice Segretario di Stato Strobe Talbott, luglio 1996.

"Malgrado la sfiducia e il sospetto reciproci che hanno preceduto le elezioni, c'è stato consenso da parte del governo, dell'opposizione comunista e degli osservatori internazionali sul fatto che le elezioni di domenica sono state per la maggior parte libere e corrette". New York Times, 18 giugno 1996

"OSCE: ELEZIONI GENERALMENTE LIBERE E CORRETTE. Già prima della formalizzazione dei risultati finali, il 17 giugno una delegazione di 500 osservatori elettorali dell'OSCE ha diffuso una dichiarazione preliminare secondo la quale la prima tornata delle elezioni presidenziali russe sarebbe stata 'libera e corretta'". Radio Free Europe/Radio Liberty Europe, giugno 1996.

Meadowcroft è ancora sconvolto dalla manipolazione della sua valutazione delle elezioni. "Non dissi mai 'libere e corrette'. Le parole ambigue che usai erano qualcosa come 'un passo avanti per la democrazia', ma certamente non dissi 'libere e corrette'", ha affermato.
L'OSCE ha continuato a somministrare rapporti ottimistici anche durante l'era di Putin. Nel 2000 si affrettò ad archiviare la vittoria di Putin nonostante gli evidenti e diffusi brogli elettorali, alcuni dei quali smascherati dal Moscow Times. "L'OSCE non avrebbe dovuto approvare [le elezioni del 2000]," ha detto a The eXile Sergej Loktënov, portavoce del partito Jabloko, dopo la rielezione del 2003. "Difficile dire perché l'abbia fatto".

Difficile? Nel 2000 Putin era ancora visto come un "riformatore", come l'uomo dell'Occidente. Non aveva ancora cominciato a interferire con gli interessi petroliferi occidentali o a riaffermare una politica estera forte e indipendente. Ma nel 2003 la musica dell'OSCE è cambiata.

L'OSCE non ha semplicemente distrutto la propria credibilità con gli strani criteri usati per giudicare alcune elezioni russe giuste e altre no. Mentre Mosca accusa gli Stati Uniti di indebite pressioni sull'organizzazione, vale la pena di rispolverare uno dei grandi "successi" dell'OSCE. Mentre si preparava la guerra del Kosovo, l'organizzazione fu usata come un fronte della CIA per consegnare apparecchiature per le comunicazioni all'Esercito per la Liberazione del Kosovo e per raccogliere informazioni in vista della campagna di bombardamento della NATO. Come scriveva il New York Times nel marzo del 2000:

"Quando l'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), che coordinava il monitoraggio [sui diritti umani], lasciò il Kosovo una settimana prima dell'inizio dei bombardamenti, un anno fa, molti dei suoi telefoni satellitari e sistemi di posizionamento globale furono segretamente passati all'UCK, per far sì che i capi della guerriglia potessero tenersi in contatto con la NATO e con Washington. Diversi capi dell'UCK avevano il numero di cellulare del generale Wesley Clark, il comandante della NATO. I diplomatici europei che all'epoca lavoravano per l'OSCE sostengono che fu tradita da una politica americana che rese inevitabili i bombardamenti. Alcuni hanno messo in dubbio i moventi e le lealtà di William Walker, il capo missione OSCE americano. 'Gli Stati Uniti miravano ad avere osservatori diplomatici, cioè la CIA, che operassero su basi completamente diverse rispetto al resto dell'Europa e all'OSCE,' disse un inviato europeo".

Agli occhi di professionisti della democrazia e esperti osservatori come Meadowcroft, questo cinico sfruttamento del buon nome dell'organizzazione segnò l'inizio del declino dell'OSCE, un declino la cui responsabilità viene attribuita ora a paesi non membri della NATO, cioè quella sorta di "piccoli fratelli" che si trovano sul fianco orientale dell'OSCE.

"La cosa più triste è che l'OSCE, agendo in modo non trasparente, ha offerto un argomento in più ai detrattori del monitoraggio elettorale", ha detto Meadowcroft riflettendo sull'attuale screzio tra il Cremlino e l'organizzazione. "È questo l'aspetto sconfortante. Mi sento come se anch'io fossi compromesso per non essere stato abbastanza inflessibile. Ma è difficile quando mancano cinque minuti alla conferenza stampa e un tizio ti telefona da Varsavia per dirti 'Non puoi dirlo!'. Io dissi, 'Senta, parlerò alla stampa'. La reazione fu 'No, non può'. Fu molto difficile".
Le rivelazioni di Meadowcroft sono importanti per una serie di motivi. Innanzitutto qui a The eXile ci stiamo tutti chiedendo come mai nessuno dei principali mezzi di informazione si sia preso la briga di contattare l'uomo che aveva guidato la missione di osservazione durante le elezioni più "libere e corrette" della storia russa post-comunista.

Queste rivelazioni consentono anche di porre nella giusta prospettiva quello che sta davvero succedendo nell'esperimento russo con la democrazia. Il nuovo minimo toccato ora non è un'invenzione di Putin e della sua cricca di siloviki, ma piuttosto il risultato di un'impresa comune in cui entrambe le parti hanno dato il peggio di sé. La democrazia allevata e nutrita sotto El'cin sembrava il mostruoso semi-aborto di Eraserhead. L'élite dell'era el'ciniana era convinta che la democrazia fosse una gran scocciatura che dovesse essere tenuta in vita per le delegazioni occidentali in visita che arrivavano, guardavano il feto gracchiante e sputacchioso coperto di marciume e di limo e dichiaravano: "Somiglia proprio alla nostra Signora Libertà!"

Meadowcroft ha raccontato alcune delle sue esperienze personali con i "giovani riformatori" di El'cin e i loro burattinai occidentali, che chiama "mafia economica".

"Quello che mi dissero nel 1996 fu... 'Perché ci scocci con le elezioni? Non lasceremo che tutto questo vada a pezzi. Ci stiamo facendo su troppi soldi. Che ce ne importa delle elezioni?"

Il suo racconto dipinge un quadro familiare anche se spesso ignorato, che vede l'Occidente responsabile del crollo della credibilità dell'OSCE in particolare e del neo-comatoso stato della democrazia russa in generale. Non sarebbe giusto incolpare solo l'Occidente dei mali della Russia; ma è altrettanto scorretto negare il ruolo dell'Occidente nell'incasinare tutto. L'attuale fiaba di un passato fatto di felicità e di giuste elezioni e di un presente oscuro privo di democrazia è facile da bere ma distruttiva nella misura in cui accresce le incomprensioni e la paranoia di entrambe le parti in gioco. Inutile dire che va a tutto vantaggio di coloro che a Ovest ci stanno trascinando in una Guerra Fredda basata parzialmente sulla fantasia di un glorioso passato democratico che non è mai esistito, o almeno non da quando El'cin ha preso a cannonate il parlamento nel 1993.

Il punto non è che l'Occidente avrà torto quando condannerà il voto di questo finesettimana. Nel gergo dell'OSCE, le elezioni della Duma saranno "fondamentalmente viziate". "Disattenderanno" gli standard, se non le aspettative, occidentali. Non è un segreto che i media russi controllati dallo Stato siano grottescamente filo-putiniani. O che le leggi elettorali siano state cambiate per escludere i partiti d'opposizione. O che, come in precedenti elezioni, in provincia ci saranno probabilmente un po' di brogli alla vecchia maniera.

Non per la prima volta, il Moscow Times ha contribuito a far chiarezza sugli intrighi elettorali in corso nel paese. In un articolo pubblicato il 27 novembre scorso, il quotidiano descriveva brogli e pressioni (ma anche intimidazioni e minacce) sperimentati da alcuni russi, costretti dai loro datori di lavoro a votare per Russia Unita, il partito di Putin, il 2 dicembre.

Comunque vogliamo definire queste elezioni, tutti concordano sul fatto che non saranno esattamente "svedesi". Ma tra tutte le affermazioni fatte a proposito della "gestione della democrazia" di Putin, quella che riguarda il boicottaggio dell'ODIHR dell'OSCE è considerata la più profonda. Di certo è la più influente. L'ODIHR è ancora visto dai custodi della democrazia come l'incarnazione della regola aurea. Quando disse che Boris El'cin fu eletto con metodi giusti e democratici nel 1996, il New York Times e la maggior parte dei media occidentali si affrettarono a dichiarare una "Vittoria per la democrazia russa". Quando la stessa organizzazione decise di non onorare la Russia della propria presenza, quest'anno, tutti hanno dichiarato che la democrazia del paese è "Uscita di scena".

La verità è che non ci è mai entrata. Ma gli esperti dell'OSCE non se ne preoccupavano.

Come si è giunti a questo?

Meadowcroft ha presto parte a missioni di osservazione in Russia e nei paesi della CSI a partire dal 1989. All'inizio, ha detto, gli osservatori elettorali internazionali erano visti come "i buoni". Le cose hanno cominciato a cambiare quando l'OSCE ha strappato alle Nazioni Unite il controllo sulle procedure di monitoraggio alle elezioni regionali. È lì che si sarebbe insinuato il marciume ideologico.

"Si può far risalire il sovvertimento dell'OSCE al momento in cui l'ONU ha dovuto passare all'OSCE le operazioni di sorveglianza elettorale della sua area", dice Meadowcroft. "A un certo punto la divisione elettorale dell'ONU non è stata abbastanza forte per continuare a svolgere missioni nella regione OSCE. È stata così costretta a passare la missione all'OSCE. La divisione per gli affari elettoratali dell'ONU faceva originariamente parte del dipartimento politico delle Nazioni Unite, che era molto potente. E fu estromessa. L'ONU fu in effetti politicamente costretta a lasciare che l'OSCE conducesse le proprie operazioni nella sua area. Si trattò di un'iniziativa prevalentemente americana".
Alla fine della Guerra Fredda, quando l'OSCE era ancora nota come Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa, si nutrivano grandi speranze. La CSCE era il punto di incontro della forze tese ad alleviare le tensioni tra le superpotenze e preparavano la fine della Guerra Fredda, dalla Dichiarazione di Helsinki sui Diritti Umani ai primi negoziati del Trattato sulle Forze Armate Convenzionali in Europa.
"C'era questa idea che la CSCE sarebbe stata una specie di 'ONU per l'Europa'. Havel sarebbe stato il suo padrino, gli americani l'avrebbero appoggiata, e si sarebbe insediata nel vecchio edificio del Parlamento Federale di Praga quando la Cecoslovacchia si divise", ha detto Christopher Lord, ex direttore di Perspectives: A Central European Journal of Eastern European Affairs ed ex consigliere del ministero degli affari esteri ceco.
"Fu fatta fuori dalla proliferazione dei paesi, con la frammentazione del Blocco Orientale", ha detto Lord. "Il crollo della Jugoslavia mise in luce tutta la fragilità della CSCE. Esposto alle tensioni di una vera guerra, il dinosauro della guerra fredda crollò e morì. L'urgenza della situazione fece sì che l'attenzione dei ministeri degli esteri tornasse a concentrarsi sulle Nazioni Unite, e soprattutto sulla NATO. La CSCE, come l'Unione Europea, un'altra struttura che poteva contenderle il potere, non ce la fecero. "La metà degli anni Novanta vide un'espansione dei programmi dell'OSCE e l'inizio di uno spostamento di interessi. Per la maggior parte dei suoi 20 anni, la CSCE si era dedicata soprattutto a grandi questioni di sicurezza, più che di democrazia e di diritti umani. Nella ribattezzata OSCE, il neonato Ufficio per le Istituzioni Democratiche e i Diritti Umani cominciò rapidamente a succhiare risorse ed energie. Da allora i membri orientali hanno cominciato a stancarsi della molta attenzione prestata alla parte più "soft" dell'equazione, quella riguardante la democrazia e i diritti umani.
Le tensioni tra Est e Ovest all'interno dell'OSCE sono maturate per anni. Ora la Russia e la maggior parte dei paesi della CSI si sono stufati di ricevere lezioni di democrazia e vogliono che l'attenzione torni sui problemi della sicurezza. L'OSCE è, dopo tutto, l'unica organizzazione pan-europea in cui sono, almeno in teoria, a tutti gli effetti membri alla pari.

Dietro le quinte della frattura OSCE-Mosca uno scontro più ampio avrà luogo a Madrid alla fine del mese, all'incontro di fine anno dell'OSCE. Lì un nuovo gruppo di paesi OSCE, guidati dalla Russia, cercherà di indirizzare il futuro dell'organizzazione verso un'altra direzione.

In un intervento sull'Eurasia Daily Monitor, Vladimir Socor descrive gli obiettivi del nuovo raggruppamento:

"Il blocco guidato dalla Russia chiede che l'OCSE si concentri nuovamente sulla dimensione politico-militare... Questa mossa è la continuazione dei tentativi di Mosca di attribuire all'OSCE funzioni che potrebbero duplicare o interferire con quelle della NATO e mantenere nell'Europa Orientale un'area grigia influenzata dalla Russia. I nuovi elementi sono la mentalità del blocco e l'ambito esteso delle proposte. La Russia spera di trasformare l'OSCE in un corpo di sicurezza europeo e di contrapporla alla NATO, soprattutto nell'Est europeo. Questo è il motivo per cui la maggior parte dei paesi occidentali ha fatto sempre resistenza all'idea di trasformare l'OSCE in un'organizzazione operativa a tutti gli effetti".
Il gruppo guidato dalla Russia sta anche proponendo nuove regole per la sorveglianza delle elezioni. Vuole indebolire ciò che considera il controllo occidentale dell'ODIHR, rallentare i tempi di reazione per la diffusione dei rapporti elettorali e disseminare le missioni d'osservazione in modo più uniforme nell'area OSCE, che notoriamente si estende "da Vancouver a Vladivostok." Di certo il blocco capeggiato dalla Russia è molto determinato e disposto a fare ostruzionismo finché non si accetterà di discutere su un serio progetto di riforma.

Tutto ciò significa che il giudizio dell'OSCE sulle elezioni del finesettimana è irrilevante. E lo è anche l'OSCE come noi la conosciamo.

Originale da: The eXile

Articolo originale pubblicato il 30 novembre 2007

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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