martedì, dicembre 04, 2007

Entra in gioco il fattore Sharif

Entra in gioco il fattore Sharif
di M. K. Bhadrakumar

traduzione di Andrej Andreevič

Gli Stati Uniti stanno guardando con ansia alla dolorosa marcia del Pakistan verso la democrazia, e non ne gradiscono l'aspetto. Il ritorno dell'ex primo ministro Nawaz Sharif in Pakistan ha alterato completamente i calcoli politici e colto Washington di sorpresa.

Insistendo per il ritorno di Sharif in Pakistan, l'Arabia Saudita ha preso la questione nelle proprie mani. Washington avrebbe dovuto leggere i segnali del fatto che qualcosa stava accadendo a Riyadh quando, due settimane prima, l'ambasciatore saudita in Pakistan ha dimostrato pubblicamente di poter intervenire con il presidente e generale Pervez Musharraf per il rilascio dell'ex direttore generale dell'ISI, Hamid Gul, dalla detenzione scattata in seguito all'imposizione del draconiano stato di emergenza imposto questo mese.

Gul non è una persona qualunque. Ha un passato notevole (sia come membro in servizio che come generale in congedo) di campagne per il destino del Pakistan all'interno di un arco di paesi islamici che va dall'Afghanistan alla Turchia. Ha coerentemente proposto una sfida strategica con gli Stati Uniti. Vent'anni fa è stato co-autore di un ripensamento strategico ("documento per il consenso regionale strategico") mentre serviva come capo dell'ISI sotto la presidenza di Zia ul-Haq, preparando il Pakistan per la fase del post-jihad afghano, quando gli Stati Uniti lo avrebbero scaricato come alleato.

Gul è un convinto sostenitore della "bomba islamica". Ovviamente, era il periodo in cui negli ultimi anni ottanta, quando il Pakistan stava considerando la possibilità di "vendere" una bomba nucleare all'Arabia saudita per sbarazzarsi della fastidiosa dipendenza dall'aiuto americano, oltre che preparare la fornitura all'Arabia Saudita di missili a lunga gittata a capacità nucleare CSS-II. Gul ha un'instancabile fede nel jihad. Si dice che avrebbe portato personalmente Osama bin Laden ad incontrare Nawaz Sharif.

L'ascesa del nazionalismo islamico
Invece Washington non ha prestato attenzione quando Musharraf ha accettato la richiesta saudita di liberare Gul. La prontezza con la quale il desiderio saudita è stato esaudito dall'establishment pakistano avrebbe dovuto mettere in allarme gli Stati Uniti.

Non sorprendentemente, la questione che tormenta l'amministrazione Bush è se il testimone della trasformazione democratica pakistana passerà nelle mani delle forze islamiche conservatrici e nazionaliste o in quelle dei "liberali moderati" (cioè Benazir Bhutto) scelti da Washington. Bush ha ammesso il suo personale senso di frustrazione quando ha detto all'Associated Press: "Non lo conosco [Sharif] molto bene". A proposito dei legami di Sharif con i partiti islamici in Pakistan, Bush ha aggiunto: "Dovrei essere molto preoccupato se ci fosse un leader in Pakistan che non dovesse capire la natura del mondo nel quale viviamo oggi".

Sharif, da parte sua, rifiuta nettamente di riconoscere i recenti sforzi di Bush per portare avanti la trasformazione democratica del Pakistan. Ricorda i suoi contatti col presidente Bill Clinton e continua a dire di non conoscere Bush. Mercoledì Sharif ha toccato l'argomento della "guerra al terrore" di Bush. Riferendosi alla repressione militare nella valle pakistana dello Swat, Sharif ha detto che Islamabad dovrebbe riflettere prima di obbedire alle richieste delle potenze straniere. Ha aggiunto causticamente: "Questo è il nostro paese, e sappiamo meglio di loro come risolvere i nostri problemi".

Sharif prevedeva che la sua osservazione avrebbe trovato forte risonanza nell'opinione pubblica pakistana. Anonimi ufficiali statunitensi, in risposta, hanno rivelato ai grandi giornali americani (inclusi il New York Times, il Wall Street Journal, il San Francisco Chronicle) che l'amministrazione Bush crede che Sharif possa porre un ostacolo alla "guerra al terrore".

Dipingono Sharif come un politico conservatore che ha complottato in favore della proliferazione nucleare con Abdul Qadeer Khan, grande amico dei Taliban e al-Qaeda, e sostengono che si opporrà all'emancipazione delle donne pakistane. Selezionano alcuni aspetti della tumultuosa vita politica di Sharif e gli attribuiscono le responsabilità di tutto quello che è andato male in Pakistan negli ultimi due-tre decenni. Ma questo è scorretto. Mentre era in carica Sharif non ha fatto quasi nulla che Bhutto non avesse già tentato.

L'amministrazione Bush è messa in imbarazzo dal fatto che le sue tecniche di amministrazione politica abbiano fallito contro il formidabile establishment pakistano. La rapidità dello svolgersi degli eventi politici ad Islamabad ha lasciato Bush senza opzioni, lasciandolo da solo ad elogiare le qualità di comando di Musharraf, anche quando il generale ha sistematicamente respinto tutte le prospettive politiche di Bhutto. Forse la visione apocalittica di un Pakistan governato da Sharif potrebbe aiutare a giustificare il supporto a Musharraf.

Le attuali richieste di Washington hanno portato ad un virtuale alleggerimento delle leggi d'emergenza in Pakistan, qualcosa che Musharraf è in ogni caso pronto a fare. Nei fatti Musharraf non ha più giustificazioni per l'uso della legislazione d'emergenza ora che ha superato le sfide dell'apparato giudiziario che minacciavano di impedirgli di diventare presidente civile. Rimane ostinato solo nel suo rifiuto di reintegrare i magistrati che ha licenziato dopo il 3 novembre. Gli stessi partiti politici sono divisi sulla questione.

Le opzioni di Sharif
Sezioni dell'establishment si aspettano che Sharif possa unificare le fazioni della Lega Musulmana Pakistana (PML-Q) per vanificare ogni residua possibilità da parte di Bhutto di prendere il potere. Cercano di replicare la grande alleanza dell'IJI (Islami Jamhuriat Itehad, o Alleanza Islamica Democratica) del 1988, che era un'alleanza del PML-Q e dei partiti islamici con l'aiuto dell'esercito e dell'ISI. Il punto è che anche se Sharif dovesse avere un aspro contenzioso con Musharraf, questo non diminuirebbe la sua accettabilità all'interno dell'establishment pakistano, per il quale resta un ex alleato.

Probabilmente, la naturale inclinazione di Sharif lo porterebbe verso un patto con l'establishment militare e dell'intelligence. Ma ora è troppo presto per dirlo. Sharif sta tastando il terreno. È estremamente cauto. Si sta ricollegando con la propria base nel Punjab. Sta calcolando cosa possa riservargli le elezioni. Ma la sua candidatura sarà accettata, dal momento che è stato condannato dalla magistratura? La costituzione gli impedisce di diventare primo ministro una terza volta.

Nel frattempo alcune questioni sono state chiarite. Anzitutto, Sharif potrebbe non ricorrere a politiche di agitazione. Potrebbe facilmente diventare un sobillatore, ma i sauditi non vogliono che faccia niente del genere per destabilizzare l'ordine politico esistente a Islamabad. Gli interessi sauditi si basano sul non mettere a repentaglio il Pakistan, fornito di armi nucleari, ma essere in grado di pilotarlo se l'influenza politica dell'Iran sciita dovesse continuare a diffondersi nella regione.

Sharif non ritiene Bhutto degna di fiducia; fa pieno affidamento sul funzionamento del PML-Q all'interno di un fronte unito sotto le insegne del Movimento Democratico di Tutti i Partiti (MDTP), ma non può assicurare la coesione dell'alleanza, specialmente dei partiti islamici. In precedenza era l'ISI a occuparsi di queste questioni per suo conto. Rifiuta anche una completa incorporazione del suo partito nel partito di governo PML-Q ma non ha problemi a cooptare fuoriusciti del "partito del Re" nelle sue fila. L'MDTP ha annunciato giovedì un boicottaggio delle elezioni parlamentari di gennaio (cosa che invece Bhutto non ha fatto), ma questo atto non è necessariamente la fine della questione.

All'interno di questo codice di condotta non è sorprendente che Musharraf abbia deciso di poter imparare a convivere con la retorica infiammata di Sharif finché non saranno tenute le elezioni. Musharraf ha ripetuto giovedì che, subito dopo aver giurato come presidente civile, è determinato a tenere le elezioni l'otto gennaio, non importa cosa accadrà nel frattempo. La grande domanda comunque è se i principali grandi partiti politici parteciperanno. La legittimità derivante dalle elezioni dovrebbe alleggerire la pressione della comunità internazionale su Musharraf.

Il potente capo del PML-Q, Chaudhry Shujaat Hussain, e il suo cugino e capo del ministero del Punjab Chaudhry Pervaiz Elahi (che fino a poco tempo fa era considerato il possibile futuro primo ministro) hanno fatto capire che un accordo post-elettorale con Sharif non potrà essere fatto. Sheikh Rashid, vicino a Musharraf, ha detto di "Non potere prevedere nulla in Pakistan. Se Musharraf può incontrare Bhutto e se Nawaz Sharif può tornare in Pakistan prima delle elezioni, allora tutto è possibile".

Musharraf stesso ha accennato ai maneggi politici cui si è trovato di fronte quando ha auspicato che i politici non avrebbero riesumato la cultura politica degli anni novanta. Giovedì, di fronte ad un'eminente platea a Islamabad, ha teso una sorta di metaforico rametto d'ulivo quando ha detto speranzoso che "personalmente" pensa che il ritorno di Sharif in Pakistan sia una cosa "buona" per il paese.

Musharraf vs Kiani
Musharraf ha annunciato giovedì che la fase 3 di questo programma di transizione democratica è cominciata. Chiaramente le attuali speculazioni sul Pakistan (come l'inevitabilità di uno scontro di personalità tra Musharraf e il capo appena nominato dell'esercito, il generale Ashfaq Parvez Kiani) trascurano completamente la realtà evidente che questi due protagonisti sono uniti come gemelli siamesi nello scenario del dopo elezioni in Pakistan.

I loro interessi fondamentali sono inestricabilmente intrecciati. L'esercito pakistano non potrà mai sperare di avere un presidente tanto profondamente impegnato nella salvaguardia dei propri interessi corporativi come Musharraf. Per quanto riguarda Musharraf, al quale manca una base politica, dovrebbe essere abbastanza intelligente da riconoscere i limiti del proprio potere presidenziale.

In ogni caso, l'ultima cosa che un soldato come Musharraf farebbe sarebbe di aggirare gli interessi militari in favore della "supremazia civile". Storicamente la cosa più vicina ad un'intesa cordiale con la Presidenza che i militari possano arrivare a gestire nel quadro della troika del Pakistan (che comprende il presidente, il primo ministro e il capo dell'esercito) si è verificata quando il burocrate per eccellenza, Ghulam Ishaq Khan, è subentrato a Zia ul-Haq in seguito alla sua morte in un incidente aereo nell'agosto 1988. Ma Khan doveva ancora ingraziarsi l'allora capo dell'esercito, Aslam Beg.

Musharraf e Kiani si sono ritrovati a ripercorrere la stessa strada di un tempo. Cioè, i metodi con i quali l'esercito ha tentato di assicurarsi che Bhutto non diventi parte della troika di Islamabad, come è successo già 19 anni fa, devono essere messi nella giusta prospettiva. Musharraf e Kiani perseguono un piano comune dopo aver determinato ciò che è meglio per la stabilità politica del Pakistan. L'esercito è riuscito con successo a impedire a Washington di imporre Bhutto contro il regime. Un tipo di alleanza di governo in stile IJI sarebbe perfetto per l'esercito in questo frangente.

Implicazioni regionali
Le implicazioni regionali e internazionali saranno di vasta portata. Se la strategia degli Stati Uniti, sotto la facciata della creazione di un regime "veramente democratico" in Pakistan, è stata di creare una troika facilmente manipolabile a Islamabad, le cose non hanno funzionato proprio come si aspettavano. L'esercito del Pakistan rimarrà la forza dominante nella vita nazionale del paese. Ma gli Stati Uniti dovranno continuare a negoziare la cooperazione del Pakistan per la "guerra al terrore".

Il nuovo capo dell'esercito condivide con Musharraf i principali punti di vista e, più importante, condivide i limiti di Musharraf nel collaborare con gli Stati Uniti contro i Taliban e al Qaeda. Washington non può permettersi di danneggiare i suoi rapporti con l'esercito pakistano minacciando di tagliargli gli aiuti, né di violare l'integrità territoriale del Pakistan con le Forze Speciali statunitensi. Gli Stati Uniti farebbero altrettanto bene a non spingere involontariamente l'esercito in scontri con i propri leader tribali.

Gli Stati Uniti saranno costretti a mettere meglio in conto l'atteggiamento accusatorio dell'esercito pakistano in merito all'India, atteggiamento che comprende anche un certo risentimento circa la incostanza dell'amicizia americana e, più di recente, la percezione dell'inclinazione degli Stati Uniti verso l'India come partner strategico preferito della regione. Ad un certo punto, Washington potrebbe essere costretta a rivedere il suo rifiuto di entrare in cooperazione nucleare con il Pakistan, sul modello della sua proposta di accordo con l'India.

India in guardia
Una diminuzione della capacità Washington di influenzare la politica del Pakistan sul Kashmir o le sua attività di frontiera volte a colpire l'India causerebbero disagio a Delhi. In questi ultimi anni, Delhi si è cullata nell'idea che Washington potesse tenere efficacemente a bada il regime di Musharraf e impedirgli di aumentare le tensioni con l'India. Ma tra gli analisti di sicurezza di Delhi circola anche l'idea che la permanente presenza militare americana in Afghanistan sia una buona cosa, in quanto rende Musharraf più pronto a trattare con l'India. Per loro, la "guerra al terrorismo" in Afghanistan è importante perché l'esercito americano ostacola quello pakistano.

Delhi avrà anche preso atto del fatto che, per la prima volta, un ex capo dell 'ISI, l'agenzia che calibra le tensioni con l'India, è salito ai vertici dell'esercito. Kiani ha avuto una lunga esperienza nel trattare con l'India a vario titolo - come direttore generale delle operazioni militari durante i colloqui col suo omologo in seguito all'attacco terroristico del dicembre 2001 al Parlamento di Nuova Delhi, come Comandante generale delle dodici divisioni dell'esercito pakistano di Muzzafarabad, palcoscenico delle insurrezioni nel Jammu e Kashmir, e come capo dell'ISI.

I Taliban vinceranno
Di certo il rafforzamento della struttura di potere a Islamabad si svolge in un momento in cui in Afghanistan si sta cercando un qualche genere di accordo con i Taliban.

Si potrebbe anche ignorare il recente rapporto del Senlis Council secondo il quale i Taliban sono presenti sul 54% dell'Afghanistan, controllando "vaste aree del territorio, compreso quello rurale, alcuni centri periferici, e di importanti arterie stradali", o la sua affermazione secondo la quale i rivoltosi sarebbero in grado di esercitare "una quantità significativa di controllo psicologico, guadagnando sempre una legittimità politica sempre maggiore, sulla mente del popolo afghano". Ma anche così è difficile discutere l'affermazione del gruppo londinese che "la questione ora sembra essere non se i Taliban vogliano tornare a Kabul, ma... quando e in quale forma. L'obiettivo dichiarato spesso di raggiungere la città nel 2008 appare più che mai probabile".

Quindi se adesso un governo democraticamente eletto sul genere dell'IJI dovesse prendere il potere a Islamabad, questo sarebbe ottimo per i Taliban. Un simile governo comprenderebbe i leader politici che hanno avuto ampi rapporti coi Taliban negli anni '90. Analogamente, un governo del genere non vedrebbe di buon occhio il modo in cui gli Stati Uniti conducono la "guerra al terrorismo" in Afghanistan, o l'approccio globale americano secondo il quale "non vi è quasi nessun problema in tutta la regione che non possa essere risolto con un bombardamento" (per citare un commentatore britannico).

Il cambio di governo a Islamabad potrebbe rivelarsi particolarmente importante in un momento in cui non vi sono segni che il presidente Hamid Karzai abbia cominciato a chiedersi se ci possa essere una soluzione afghana alla guerra. Karzai deve certamente valutare l'elevata probabilità che il prossimo governo di Islamabad sia profondamente radicato nel nazionalismo islamico. Gli Stati Uniti (o la NATO) non avrebbero la capacità di bloccare qualsiasi accordo politico che questo governo rappresentativo civile di Islamabad potrebbe cercare con i Taliban, sia a livello locale che a livello nazionale. In sintesi, gli sviluppi politici a Islamabad, nelle prossime settimane, potrebbero accelerare il ritorno dei Taliban a Kabul. Karzai si sta già preparando.

Le motivazioni saudite
In linea di principio, l'insistenza dell'Arabia Saudita sul ritorno di Sharif, è stata, almeno in parte, motivata dal suo scetticismo sull'efficacia del progetto di democratizzazione dell'amministrazione Bush per il Pakistan. I sauditi, che hanno buona memoria, si ricordano quello che un altro progetto democratico dell'amministrazione Carter ha portato al vicino Iran: la rivoluzione islamica del 1979.

Inoltre, l'Arabia Saudita è delusa dal sanguinoso pasticcio che la "guerra contro il terrore" dell'amministrazione Bush ha creato nella regione. La criticità della situazione afgana è resa ancora più preoccupante dal momento che concerne la sicurezza nazionale saudita. Riyadh stima sia ormai venuto il tempo per trovare una soluzione islamica alla crisi (il presidente islamico della Turchia, Abdullah Gul, arriverà a Islamabad martedì, poche settimane dopo la visita del re saudita Abdullah ad Ankara).

L'influenza saudita sarà predominante su qualsiasi governo in stile IJI a Islamabad. L'intenzione saudita sarebbe di lavorare verso un accordo politico coi Taliban, come un passo per isolare gli elementi radicali che hanno acquisito potere in Afghanistan, Pakistan e nelle regioni di confine.

Gli Stati Uniti devono ripensare la propria strategia
In sintesi, il piano mal concepito dell'amministrazione Bush per creare un regime transitorio congiunto tra l'esercito pakistano e il "centro politico" ha fallito. Gli Stati Uniti hanno perseguito il proprio progetto di partnership, anche quando è diventato evidente che i militari non potevano convivere con Bhutto. Il risultato è stato quasi uno stallo.

I sauditi a questo punto sono entrati in gioco con una nuova strategia di transizione in sintonia con la realtà del Pakistan. Così come l'esercito pakistano comprende l'imperativo strategico di mantenere un rapporto di collaborazione con gli Stati Uniti e si rende conto che tutto il resto sarebbe catastrofico per gli interessi del Pakistan, per Washington è urgente rendersi conto che ci sono dei limiti oltre i quali non può spingere il quartier generale di Rawalpindi.

Analogamente, Washington deve accettare il nazionalismo islamico, che è una caratteristica permanente della vita nazionale pakistana. L'Occidente non può imporre dei propri cloni nella vita democratica del Pakistan. C'è un'alta probabilità che Nawaz Sharif rappresenti il futuro del Pakistan.

In occasioni passate l'atteggiamento di Washington verso Sharif è assai meno che corretto. La debolezza di Washington per Bhutto è enorme. E d'accordo, Sharif avrà studiato solo a Lahore e non avrà contatti con una rete di importanti think-tank petroliferi a Washington; potrà non aver condiviso il proprio spazzolino da denti con Peter Galbraith o non essere amico di Zalmay Khalilzad, l'importantissimo ambasciatore statunitense. Sharif potrà non ritenere abbastanza importante reclutare note agenzie di pubbliche relazioni per migliorare la propria "immagine" sui media statunitensi. Ma anche in questo caso l'amministrazione Bush non dovrebbe continuare a fissarsi sul fatto che Sharif non era tra le sue scelte come leader della transizione democratica pakistana. La vita deve continuare. Inoltre, è la scelta del popolo pakistano che dovrebbe importare.

Robert Oakley, che ha servito nell'amministrazione di Ronald Reagan e nel Consiglio di sicurezza nazionale del Pakistan durante il jihad afghano negli anni '80 e, successivamente, ha lavorato come ambasciatore a Islamabad, ha scritto che Washington deve prepararsi ad accettare la leadership di Sharif in Pakistan. "[Sharif] ha un forte seguito e, cosa più importante, è sempre stato fortemente sostenuto dai servizi di Intelligence Militare del Pakistan", ha concluso Oakley.

Oakley ha suggerito che Washington dovrebbe facilitare le discussioni tra i leader militari e civili riguardo la nomina di un civile che abbia il ruolo di presidente ad interim, in sostituzione di Musharraf. "Un presidente ad interim potrebbe veramente preparare elezioni libere ed eque ed un ritorno allo stato di diritto". In sostanza, consiglia a Washington un alibi per riconciliarsi con Sharif. Ma purtroppo sarebbe anche un alibi per il continuo intervento americano negli affari interni del Pakistan.

Originale: http://www.atimes.com/atimes/South_Asia/IL01Df03.html

M. K. Bhadrakumar ha lavorato come diplomatico di carriera nell'Indian Foreign Service per più di 29 anni, ricoprendo posti come quelli di ambasciatore in Uzbekistan (1996-98) e in Turchia (1998-2001) .

Tradotto dall'inglese da Andrej Andreevič per Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft per ogni uso non-commerciale: è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne l'autore e la fonte.

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