giovedì, dicembre 06, 2007

Il nuovo rapporto sull'Iran delle spie americane

Il nuovo rapporto sull'Iran delle spie americane

di Kaveh L. Afrasiabi

traduzione di Andrej Andreevič

Due anni dopo l'ultimo rapporto National Intelligence Estimate (NIE), che sosteneva che "attualmente l'Iran è determinato senza ombra di dubbio a sviluppare armi nucleari, nonostante i suoi obblighi e la pressione internazionale", il NIE per il 2007 redatto dalle 16 agenzie di spionaggio dice tutt'altro. Cioè, che l'Iran avrebbe "sospeso" il suo programma segreto nell'autunno del 2003. Dando il merito di questo alla pressione della comunità internazionale, la nuova relazione è chiaramente orientata a sostenere la barcollante coalizione delle Nazioni Unite sull'Iran.

Come previsto, Washington, che ha diffuso il rapporto con molta pubblicità, è stata rapida nell'inquadrarlo all'interno di una cornice appropriata, facendo parlare il Consigliere per la sicurezza nazionale Stephen Hadley: "Questo conferma che abbiamo avuto ragione ad essere preoccupati in merito al tentativo iraniano di sviluppare armi nucleari", ha detto Hadley. "Il rapporto ci dice che abbiamo fatto dei progressi nel tentativo di assicurare che questo non avvenga. Ma l'intelligence ci dice anche che il rischio di trovarci davanti un Iran dotato di armi nucleari rimane un problema molto grave".

In altre parole, non mettiamo da parte le sanzioni, la cui efficacia è stata dimostrata dal nuovo rapporto.

Il nuovo NIE riporta l'"elevata fiducia" che il programma condotto dall'esercito sia stato chiuso nel 2003, e si conclude con la "moderata fiducia" che non sia ricominciato a partire dalla metà del 2007.

Il momento scelto per diffondere la relazione è curioso, dato che coincide sia con la cruciale riunione del presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad con i capi di Stato del Consiglio di Cooperazione del Golfo, dove Ahmadinejad ha compiuto notevoli progressi nell'aumentare la fiducia, avanzando l'idea di sicurezza e cooperazione economica nella regione, sia con le discussioni dei paesi del cosiddetto "Cinque più Uno" sulle prossime azioni delle Nazioni Unite contro l'Iran. Il gruppo Cinque più Uno comprende i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Russia e Cina) più la Germania.

A prescindere dai commenti di Hadley, in realtà il nuovo NIE mina la logica che ha portato gli USA a spingere per un terzo round di sanzioni americane contro l'Iran, contraddicendo nettamente ciò che fino ad oggi è stato affermato, come un articolo di fede, da parte degli Stati Uniti e gran parte dei mezzi di informazione e dei politici statunitensi. Cioè, l'idea che l'Iran, attraverso il suo programma di arricchimento e ritrattamento dell'uranio, abbia perseguito un programma per la costruzione di armi.

Gettando pesanti dubbi sulla difettosa teoria del "paradigma della verità" [1], il nuovo NIE ricicla l'ostentata certezza e la mancanza di minimi dubbi delle precedenti relazioni e presenta le sue nuove scoperte, che sono in netto contrasto, se non evidente contraddizione, con la relazione precedente. Questi repentini cambiamenti di dati sull'Iran riducono la credibilità di tutte le informazioni sul paese da parte di Washington e sollevano dubbi a livello internazionale sulle sue reali intenzioni.

Pertanto, date le lacune di credibilità nelle informazioni statunitensi sull'Iran, la vera questione è se la nuova relazione aiuti o comprometta i tentativi USA di aumentare le sanzioni contro l'Iran o meno. Si tratta di una questione importante dal momento che le relazioni indicano forti riserve da parte di Cina e Russia ad applicare ulteriori sanzioni, imposte unilateralmente o multilateralmente.

Per dare un avvertimento, l'ex consigliere della sicurezza nazionale degli Stati Uniti, Zbingnew Brzezinski ha scritto un articolo sui media americani affermando che la Cina, raffigurata come una "potenza geopoliticamente in equilibrio ", sarebbe incline ad accettare altre sanzioni e anche i più "revisionisti" russi potranno essere persuasi con la giusta "paziente diplomazia".

Brzezinski non menziona l'alleanza tra Cina e Russia all'interno della Shanghai Cooperation Organization, l'alleanza anti-NATO che ha accordato all'Iran lo status di osservatore, e ricorre convenientemente a un'immagine caricaturale dei progetti e delle intenzioni della Cina come potenza mondiale.

Cercare alleati contro l'Iran attraverso analisi favorevoli o dubbi rapporti d'intelligence non funzionerà, e gli Stati Uniti oggi hanno disperato bisogno di un serio ripensamento delle proprie politiche a lungo termine e intenzioni in Medio Oriente, trovandosi in questo momento davanti ad un "Iran in ascesa".

In assenza di un tale ripensamento, la non realistica speranza di "zero centrifughe" continuerà ad esistere. Invece, gli Stati Uniti potrebbero contemplare l'utilità di un'alternativa, una diplomazia con l'Iran non coercitiva, centrata su interessi paralleli e condivisi con gli Stati Uniti, cioè gli interessi di entrambe le nazioni per i flussi di petrolio dell'OPEC che partono dal Golfo Persico per arrivare al mercato internazionale, nonché per un monitoraggio internazionale del programma nucleare iraniano. In altre parole, negli USA è giunto il momento di puntare sul "realismo, non l'idealismo" per quanto riguarda la politica del programma nucleare iraniano. [2]

L'autore di questo articolo aveva già trattato in precedenza dei decision makers sul nucleare iraniano, in particolare nel 2004 e 2005, in articoli che non lasciano alcun dubbio sul fatto che l'affermazione del rapporto statunitense secondo la quale l'Iran avrebbe "bloccato" certe attività nucleari in seguito a pressioni esterne debba essere presa con le pinze. E questo tenendo conto del fatto che le esaurienti ispezioni dell'AIEA non hanno prodotto tali conclusioni ma, al contrario, hanno comunque rafforzato le dichiarazioni iraniane che il programma non sarebbe mai stato deviato verso scopi militari.

I diversi programmi che l'Iran ha fermato nel 2004-2005, a seguito di intensi negoziati con la troika europea, Francia, Germania e Gran Bretagna, sono stati "volontarie e non giuridicamente vincolanti" misure di fiducia, e non attività militari illecite come quelle alle quali accenna il nuovo rapporto di intelligence USA. Se questo fosse vero, allora la comunità mondiale ha bisogno di sapere quali attività specifiche furono coinvolte e perché gli Stati Uniti non abbiano finora condiviso queste informazioni, per esempio con l'AIEA. Dopo tutto, il capo dell'AIEA Mohamad ElBaradei in sue recenti interviste è stato molto chiaro riguardo l'assenza di informazioni sul perseguimento da parte iraniana delle armi atomiche.

Quello che è preoccupante del nuovo rapporto NIE è che gli alti funzionari dell'intelligence degli Stati Uniti hanno continuato a fare dichiarazioni pubbliche, per esempio nella loro testimonianza congressuale, promettendo di evitare gli errori del passato messi in evidenza riguardo l'Iraq e una raccolta di intelligence selettiva sull'Iran, e persino minacciando di dimettersi se queste notizie di intelligence raccolte in maniera selettiva fossero state utilizzate per avventure militari contro l'Iran.

Con la comunità di intelligence degli Stati Uniti sulla difensiva dopo rivelazioni emerse dopo l'invasione dell'Iraq che ancora affliggono l'amministrazione di George W. Bush, quest’ultima potrebbe aver gestito un mini-golpe all'interno della comunità di intelligence procurando una nuova relazione che conferma l'esistenza un programma nucleare iraniano, pur specificando che è stato "fermato".

Se il documento fosse seguito da una relazione secondo la quale l'Iran sarebbe pronto a cambiare rotta e ricominciare l'attività interrotta allora, teoricamente parlando, questo darebbe ampia giustificazione a Washington per pianificare "attacchi preventivi" contro l'Iran, per non parlare di ulteriori sanzioni. Eppure, anche in mancanza di un tale ipotetico aggiornamento, l'attuale stato d'animo sull'Iran alimentato dal nuovo rapporto di intelligence è sufficientemente paranoico da giustificare nuove azioni contro Teheran.

Ma questa nuova relazione rappresenta realmente un miglioramento dell'intelligence degli Stati Uniti sull'Iran? O è lo stesso atteggiamento che continua a rifiutare di riconoscere i legittimi diritti e necessità nucleari dell'Iran a scopi pacifici e l'efficacia dei meccanismi di verifica dell'AIEA, per non parlare della proposta di altre "garanzie oggettive" che l'Iran ha messo sul tavolo?

A parte questo, gli Stati Uniti hanno per ora fatto un passo indietro dal punto di vista qualitativo a proposito dell'opzione militare rendendo pubblica questa nuova relazione che dichiara in modo inequivocabile il congelamento iraniano dell'impulso alla proliferazione, dando contemporaneamente all'opzione militare nuovi orizzonti di vita attraverso la denuncia delle passate attività.

Nel complesso, tuttavia, questo pone l'atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti dell'Iran dietro una spessa nube di incertezza, per non parlare di calo di credibilità, come un pendolo che può oscillare in diverse direzioni, quasi capricciosamente. Il fatto è che grazie al suo vasto gruppo di "alchimisti" dell'intelligence gli Stati Uniti e i loro politici ancor più creduloni, si stanno predisponendo a un'altra disastrosa mossa nel mutevole Medio Oriente.

Nel congelamento temporaneo dell'opzione militare derivante dal nuovo rapporto di intelligence è annidato il suo contrario, e il tutto può essere visto come parte integrante di un modo tortuoso di gestire la "minaccia nucleare" iraniana. Si tratta, di fatto, di uno sviluppo minaccioso.


Note:

1. Debunking the Iran nuclear mythmakers, Asia Times Online, 25 gennaio 2007 e Iran, nuclear challenges The Iranian Journal Of International Affairs, Primavera 2007.

2. Realism, not idealism, Harvard International Review, maggio 2007.

Originale: http://www.atimes.com/atimes/Middle_East/IL05Ak01.html

Articolo originale pubblicato il 5 dicembre 2007

Kaveh L. Afrasiabi, dottore in filosofia, è l'autore di After Khomeini: New Directions in Iran's Foreign Policy (Westview Press) e coautore di "Negotiating Iran's Nuclear Populism", Brown Journal of World Affairs, con Mustafa Kibaroglu. Ha inoltre scritto "Keeping Iran's nuclear potential latent", Harvard International Review, ed è autore di Iran's Nuclear Program: Debating Facts Versus Fiction.

Tradotto dall'inglese da Andrej Andreevič per Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft per ogni uso non-commerciale: è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne l'autore e la fonte.

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