domenica, dicembre 02, 2007

OSCE: osservatori o spie?

Osservatori o spie?
di Andrej Vavra, commentatore politico di Ria Novosti

L'Ufficio per le Istituzioni Demoratiche e i Diritti Umani dell'OSCE (ODIHR) si è rifiutato di inviare in Russia i propri osservatori. La decisione è stata presa perché la Russia solitamente invita un numero maggiore di osservatori e gli inviti arrivano normalmente diversi mesi prima delle elezioni, cosa che consente di sorvegliare non solo il voto ma anche la campagna elettorale. Questa volta gli inviti sono stati fatti solo alla fine di ottobre.
In questo contesto, la Commissione Elettorale Centrale ha diviso la quota dell'ODIHR tra gli osservatori di altre organizzazioni internazionali. Dunque, per fare un esempio, l'Assemblea Parlamentare dell'OSCE invierà 40 osservatori invece della trentina che aveva inizialmente previsto.
Il primo gruppo di osservatori stranieri è già arrivato in Russia e non vede l'ora di cominciare il proprio lavoro. Perché questa situazione di routine sa portando al conflitto?
Il presidente Putin ha detto che secondo alcune informazioni il rifiuto dell'ODIHR è stato architettato da Washington, in particolare dal Dipartimento di Stato. Sembra che l'Occidente sia nuovamente scontento del livello di democrazia della Russia.
Il nostro sospetto è che gli europei, che erano già scettici in merito alle elezioni russe, stessero per lanciare un'umiliante procedura di meticolose verifiche su vasta scala. Ma cosa avrebbero verificato se sanno già che in Russia non c'è democrazia o non ce n'è abbastanza? È il solito problema delle definizioni: il bicchiere è mezzo vuoto o mezzo pieno?

Alcuni osservatori vengono in Russia, altri stanno cercando dei pretesti per non venirci. Questi due processi sono paralleli: c'è chi lavora per promuovere la cooperazione tra l'Europa e la Russia e è chi è interessato esclusivamente a giudicare se la Russia corrisponda o meno agli standard democratici. Per farlo è stato scelto il particolare momento delle elezioni.

È superfluo dire che le elezioni devono conformarsi a standard democratici prefissati, ma è anche vero che questi standard non vanno trasformati in istruzioni minuziose più simili alla procedura di richiesta di un visto, in cui ogni minima violazione fa subito scattare rimproveri e rampogne.

Lo ripeto: gli standard sono una cornice di riferimento, non un bastone con cui colpire le persone non gradite; tanto più che gli autori di queste istruzioni spesso non sono essi stessi in grado di soddisfare i requisiti di democrazia. Questa situazione è assurda perché a) è comunemente noto a tutti da molto tempo che non esistono standard uniformi di democrazia; b) perfino coloro che hanno approvato gli standard spesso li violano.

Questa tendenza a storcere il naso e a rimproverare la Russia per le sue mancanze e inadempienze non può in alcun modo rallegrarci. Essa in sostanza non porterà da nessuna parte. Nessuno stato che si rispetti potrà mai permettere che gli si insegni a "vivere correttamente". Tanto meno potrà farlo la Russia, un paese rimasto profondamente ferito nell'orgoglio in tempi non troppo lontani. E soprattutto quando si parla tanto volentieri di democrazia con riferimento all'Afghanistan, all'Iraq, alla Georgia e al Kosovo. È in questo contesto che il pregiudizio nei confronti della Russia non può che suscitare la più dura reazione.

Sia come sia, il 2 di dicembre voteremo per il partito che preferiamo, malgrado alcuni atteggiamenti scettici dell'Occidente nei confronti della nostra democrazia.

Originale da: Ria Novosti

Articolo originale pubblicato il 28 novembre 2007

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