domenica, gennaio 21, 2007

Petraeus! Baghdad brucia?

Di Stan Goff

traduzione di Andrej Andreevič


"Jodl! Parigi brucia?"
- Adolf Hitler
25 agosto 1944

Retroscena
Gli Stati Uniti hanno il 5% della popolazione del pianeta, ma nel complesso consumiamo più del 25% dell'energia fossile. Questo riguarda più o meno tutte e tre le forme di combustibile fossile – petrolio, gas naturale e carbone.
Il carbone viene normalmente dalle terre che abbiamo fatto cedere agli abitanti della Virginia, dove gli operai ora tagliano le cime delle montagne per arrivare ai filoni di carbone e gettano gli scarti nei corsi d'acqua vicini. È da lì che viene la maggior parte della nostra elettricità. Il Canada ci vende la maggioranza del gas naturale che usiamo… quasi il 90%.
Il problema è che la nostra flotta nazionale di trasporti è quasi completamente dipendente da quell'altro deposito di antica luce solare, il petrolio. Né il gas naturale né il carbone possono far funzionare i nostri trattori, treni, aerei e 250 milioni di veicoli (circa 98 milioni dei quali sono Suv e mezzi più grandi di questi). Nemmeno il carbone o il gas naturale riescono a far andare le navi, i carri armati o gli elicotteri da guerra.
L'altra cosa per la quale abbiamo bisogno di petrolio è il cibo… più di quanto la gente possa pensare. Ne "The Omnivore's Dilemma" (Il dilemma dell'onnivoro), Michael Pollan fa risalire la catena alimentare statunitense ai campi petroliferi passando per le piantagioni di mais, che sono la base della maggior parte dei nostri alimenti, per quindi tornare ai pozzi petroliferi. È ampiamente noto che ogni caloria di cibo consumata nel mondo oggi rappresenta una spesa di 10 calorie di energia fossile, ma le osservazioni di Pollan a proposito di un appezzamento di terra destinato all'alimentazione del bestiame, dove i capi destinati alla macellazione sono stati sottoposti ad alimentazione forzata con mais prodotto da Cargill e Archer Daniels Midland, servono più di qualsiasi statistica:

Non ho un'immaginazione abbastanza vivida per guardare un manzo e vedere un barile di petrolio, ma il petrolio è uno degli ingredienti più importanti della moderna produzione della carne, e il Golfo Persico è sicuramente un anello nella catena alimentare che attraversa questa (o qualsiasi) stalla per l'allevamento intensivo. Il manzo numero 534 ha iniziato la sua vita come parte della catena alimentare che ha preso la propria energia dal sole, che ha nutrito l'erba che ha nutrito lui e sua madre. Quando 534 è passato dal ranch all'allevamento intensivo, dall'erba ai cereali, è entrato a far parte di un ciclo alimentare industriale alimentato dal combustibile fossile - e quindi difeso dai soldati americani, un altro costo non calcolato degli alimenti a basso prezzo.

I serbatoi e le pance vuote non base di stabilità politica o di profitto, qui negli Stati Uniti d'America, dove l'appropriazione di un'immensa quantità di spazio e tempo, usando questo antico deposito di luce solare, è considerata quasi un nostro diritto dalla nascita.

La legge degli idrocarburi
Il motivo per cui ho iniziato una discussione sul programma militare dell'amministrazione Bush che prevede un incremento delle forze militari in Iraq parlando dei combustibili fossili è che né il governo né i media sembrano propensi a parlarne. La disperata escalation di follia criminale in arrivo non è basata su una qualche fantasia ma su una reale imminente competizione fra gli Stati Uniti e praticamente tutti gli altri per questi depositi di energia, mentre la maggior parte degli esperti concorda sul fatto che l'attuale produzione mondiale di petrolio è arrivata al limite e comincerà un declino verticale inesorabile e irreversibile. Il tentativo di stabilire basi militari statunitensi permanenti nella zona del Golfo Persico e di installare governi compiacenti (la vera motivazione della guerra, fin dall'inizio) ha a che fare con la necessità di assicurarsi il controllo della regione.
Il programma di incremento delle forze è un'opzione militare penosamente contorta, ma non capisce bene cosa la governi. Persino ora sarebbe possibile conseguire la stabilità in Iraq, con precipitoso riposizionamento delle forze militari anglo-americane. Lo strano fattore – strano principalmente perché i media non vi accennano mai - è "la prima legge del dopoguerra sugli idrocarburi," che dovrebbe "formare un comitato costituito da esperti altamente qualificati per velocizzare le offerte d'appalto e la firma dei contratti con le compagnie petrolifere internazionali per lo sviluppo dei giacimenti di petrolio iracheni ancora non sfruttati." Questa legge, che equivale a una privatizzazione con una concessione perpetua agli anglo-americani, è quello che vogliono gli Stati Uniti: lo prova il fatto che è l'unico punto sul quale concordano l'amministrazione Bush e il cosiddetto Iraq Study Group, i cui scontri retorici non riguardano il cosa, ma il come.
Prima che possa essere compiuta qualsiasi valutazione dell'equilibrio delle forze in Iraq da una prospettiva puramente militare (non sarà mai possibile, poiché il successo militare è misurato sempre in rapporto agli obiettivi politici), è essenziale esaminare le posizioni dei principali attori militari e politici iracheni riguardo la "legge del petrolio" proposta. Se la massima priorità è salvaguardare l'accesso futuro degli Stati Uniti agli idrocarburi estratti in Iraq, allora il requisito fondamentale è un governo iracheno "stabile" che sostenga questo accesso. Il principale guastafeste è rappresentato da qualsiasi capo o coalizione che si oppongano a questo programma.
Il problema per gli Stati Uniti è che i capi iracheni che supportano la legge degli idrocarburi non hanno la legittimità per garantire una certa stabilità, ed i capi che hanno la legittimità popolare per creare stabilità non supportano né l'occupazione né la legge degli idrocarburi.
Guardando la situazione da questo punto di vista, possiamo saltare tutte le chiacchere dei mistificatori mediatici e del governo sulla stabilità regionale per il bene la popolazione, sulla democrazia, il terrorismo eccetera. Queste cortine di fumo retoriche stanno nascondendo due fatti inevitabili: (1) Gli Stati Uniti hanno perso la guerra in Iraq e (2) il miglior riposizionamento possibile consiste nel salvare la bozza di legge sugli idrocarburi.

Il "Governo" sciita
Ciò spiega, in buona parte, perchè gli Stati Uniti rapiscono diplomatici iraniani pur corteggiando Abdul Aziz Al-Hakim, capo del Consiglio Supremo per la Rivoluzione islamica in Iraq (SCIRI), in quanto capo del partito Dawa e possibile rimpiazzo del Primo Ministro Nouri Al-Maliki. Hakim, in fondo, è praticamente un cittadino iraniano. Perché l'amministrazione Bush dovrebbe corteggiare il capo più pro-iraniano fra le varie fazioni sciite quale successore nel caso in cui Maliki non riuscisse a dimostrarsi all'altezza delle aspettative degli Stati Uniti? Perché Hakim è stato un forte e coerente sostenitore della legge sugli idrocarburi.
Il capo sciita che con maggior veemenza si è opposto a questa legge e all'occupazione statunitense è stato Muqtada Al-Sadr. La stampa ha ritratto frequentemente Sadr come pro-iraniano, e niente potrebbe essere più lontano dalla verità. Lo SCIRI ha chiesto molto aggressivamente di dividere l'Iraq in una federazione di stati estrememente decentrati e di trasformare il sud-est dell'Iraq in un avamposto iraniano. Sadr ha richiesto l'unificazione irachena, lasciando la porta aperta ai sunniti per un'alleanza anti-occupazione, ha denunciato la legge sugli idrocarburi e ha modellato la sua direzione politica e militare su quella di Hezbollah.
E qui arriviamo al nocciolo della questione dell'incremento delle truppe, e del perché probabilmente segni la morte politica di Nouri Al-Maliki. Lo scopo principale del "Surge" è minare il potere di Muqtada Al-Sadr. Sadr non ha solo i seggi nel Parlamento Potemkin iracheno che ha messo Maliki (capo in un partito sciita relativamente piccolo, il Dawa) al potere contro lo SCIRI (la più grande fazione parlamentare); ha la forte lealtà di due milioni e mezzo di persone e una milizia di 80.000 persone concentrata ad un tiro di schioppo dalla zona verde di Baghdad protetta dagli statunitensi. Baghdad ha circa 6 milioni di persone; New York City 8 milioni, giusto per fare un confronto. La popolazione di Sadr City, "il quartiere" sotto il comando di Sadr, è approssimativamente quella di Brooklyn.
Rendersi conto di questo aiuta a capire le considerazioni che entrano in gioco nella pianificazione di un'operazione militare. Abbiamo bisogno di un certo tipo di scala comparativa per capire realmente la pericolosa follia dell'aumento di truppe. In realtà, al momento non esiste un governo iracheno. C'è questa formazione all'interno della zona verde. Maliki non può lasciare la zona verde senza una scorta di veicoli corazzati e di elicotteri da guerra. Se qualcuno sa spiegarmi come questo possa significare "avere il controllo", sono tutto orecchi.
I resoconti dei media e del Congresso si riferiscono costantemente al governo iracheno come all'entità che ha bisogno dell'aiuto militare degli Stati Uniti per diventare il garante della sicurezza irachena. Ma il governo Maliki - o qualunque altro governo che dipenda dalla protezione militare degli Stati Uniti per sopravvivere più di una settimana - può contare soltanto sulla lealtà di una frazione dei gruppi armati iracheni e si posiziona tatticamente contro la maggior parte degli altri gruppi armati. Le forze armate che sono addestrate per quel "governo" sono esse stessi leali a fazioni con propri piani politici, e queste forze sono piene di opportunisti e di infiltrati. Considerare questi fatti: il settanta per cento degli iracheni sta chiedendo la fine dell'occupazione anglo-americana (quel numero aumenta considerevolmente se si tolgono i curdi). E gli iracheni non sono soltanto sunniti o sciiti (come i resoconti semplificati riportano sempre) ma sono identificati in tre importanti fazioni armate sciite, due principali fazioni armate sunnite, e una milizia curda di 100.000 uomini che risiede al nord ed è suddivisa in due fazioni. Alla luce di questa realtà non è possibile che una fazione guadagni il consenso di tutta la popolazione irachena e delle varie fazioni armate che esprimono le divisioni della popolazione. Il programma "Surge" di Bush è nato per eliminare l'opposizione sciita a Maliki all'interno di Baghdad, cioè Sadr ed il suo Esercito del Mahdi.

Il campo di battaglia
Il fatto che su Baghdad si sia concentrata la maggior parte degli sforzi militari degli Stati Uniti in Iraq è la prova materiale delle dimensioni della sconfitta degli Stati Uniti; è inoltre un'indicazione esatta di quanto disperata sia la nozione di "surge".
Mentre il numero delle truppe statunitensi è di circa 130.000 uomini (con circa 25.000 mercenari come truppe aggiuntive), il numero reale di truppe da combattimento è di circa 70.000. Prima di poter cominciare a suddividere queste forze per le eventuali operazioni necessarie ad assaltare e radere al suolo Sadr City, dobbiamo mettere in conto le operazioni di base e della protezione delle forze militari a nove principali basi statunitensi permanenti all'interno dell'Iraq, almeno cinque grandi basi temporanee di supporto e un numero sconosciuto di più piccole basi operative. Al solo Camp Anaconda a Balad sono stanziati almeno 25.000 uomini.
Secondo Globalsecurity.org:

La base è così grande da essere suddivisa in quartieri. Questi includono: "KBR-land" (un filiale Halliburton); "CJSOTF", sede di un'unità operazioni speciali, la Combined Joint Special Operation Force, circondata da muri altissimi e, secondo il Washington Post, così protetta che persino il capo degli Affari Pubblici della base non c'è mai entrato. C'è un un negozio di panini della catena Subway, un Pizza Hut, un fast-food Popeyes, un Burger King aperto 24 ore su 24, due negozi di articoli militari che vendono una quantità impressionante di merci, quattro mense, un minigolf e un ospedale. All'interno della base c'è il limite di velocità, fatto rispettare rigorosamente, di 10 miglia orarie.

L'aumento di truppe previsto porterebbe molti meno uomini di quanti sono richiesti per mantenere un "campo". Se si confrontano i 21.400 uomini previsti dal "surge" con il numero di residenti ostili di Sadr City, il rapporto è di circa 112 iracheni per ogni americano. Ciò può significare soltanto una cosa: attacchi aerei, seguiti da uno spietato assalto casa per casa. Sadr City potrebbe essere un'altra Fallujah.
Per coloro che sono sensibili alla personificazione della guerra, cioè tendono a ridurre intere popolazioni ad un singolo capo – qualcosa come "faremo fuori Saddam" - ricorderò ai lettori che Sadr City significa uomini e donne, con il 40 per cento della popolazione sotto i 14 anni. Un milione di bambini. Sadr City copre più di tre milioni di metri quadrati. Ha una densità demografica di un bambino per 3 metri quadrati – meno che una stanza di 3 metri per tre. Il raggio letale delle cosiddette armi di precisione sganciate da un velivolo è al minimo di circa 20 metri. Anche un semplice lanciagranate da fanteria spara M406, così descritto nel manuale:

Il proiettile HE (High-Explosive), ha un rivestimento di alluminio grigio-verde, marcature dorate e punta gialla. Ha un raggio d'azione compreso tra 14 e 27 metri, l'impatto al suolo causa incidenti all'interno di un raggio di 130 metri ed ha un raggio letale di 5 metri.

Fate i vostri conti.
A Fallujah, prima dell'assalto alla città è stata organizzata un'evacuazione totale. Questa evacuazione obbligatoria è passata attraverso i punti di controllo del cordon sanitaire americano. Mentre alle donne ed i bambini e alle persone molto anziane è stato permesso di uscire, tutti gli "uomini in età da combattimento" sono stati rimandati dentro la città, che, appena cominciato l'assalto, si è trasformata in una zona di fuoco libero [un'area designata in cui ogni sistema armato può sparare senza ulteriore coordinazione con i quartieri generali, n.d.T], e quegli uomini sono stati trattati come gli ebrei di Varsavia. Migliaia di persone si sono rifiutate di lasciare la città per vari motivi e si sono ritrovate coinvolte nel massacro. Questo è il probabile scenario per Sadr City.

L'altra matematica
C'è un altro calcolo connesso all'incremento delle truppe: il dopo. Muqtada Al-Sadr è stato efficacemente demonizzato negli Stati Uniti, ma è enormemente popolare ed influente in Iraq, particolarmente nell'Iraq del sud-est, che in passato ha mostrato la minor resistenza all'occupazione anglo-americana. Secondo voci insistenti, in un attacco a Sadr City saranno anche usate le milizie curde peshmerga, una mossa politica stupida. Se gli americani procedono in quello che sembra essere un piano crudele e assurdo (certamente pensato dalla cerchia di Dick Cheney) ci sarà una possibilità di innescare la Madre di Tutti gli Incubi Tattici per gli Stati Uniti: una rivolta armata generale sciita nel sud-est.
Maliki naturalmente lo sa, ed ha strenuamente obiettato – solo per venire poi cacciato come un insetto fastidioso dalla gestione Bush e dal nuovo circolo di generali compiacenti. Il Generale David Petraeus, autore di un ennesimo manuale militare statunitense sulle controinsorgenze (nessuno dei quali ha mai funzionato, proprio mai), è il paladino eletto a questa disgraziata impresa che gli sta guadagnando la quarta stelletta, rendendolo un vero Generale.
"A Petraeus è stata servita una mano perdente" ha notato l'ex Generale Barry McCaffrey. "Lo dico con riluttanza. La guerra sta andando senza ombra di dubbio nel senso sbagliato. Le uniche buone notizie in tutto questo sono che Petraeus è incredibilmente intelligente e creativo… Sono sicuro che si dirà, "non sarò l'ultimo soldato a lasciare il tetto dell'ambasciata nella zona verde.""
È questa la cosa più incoraggiate che si possa sentir dire da un collega?
La preoccupazione principale di McCaffrey, naturalmente, è condivisa anche da generali. La guerra in Iraq è persa, ma il risultato di quell'ulteriore perdita è stata la pesante degradazione delle forze di terra statunitensi dell'esercito e dei Marines. L'ultimo aumento di truppe a Baghdad è avvenuto in agosto, quando 10.000 soldati sono stati riposizionati in Iraq per riprendere il controllo della città, e i morti statunitensi sono aumentati. Ora si dispiegano altre truppe, e i soldati in ciclo di riposo sono stati richiamati per essere rapidamente riposizionati. Il morale è sceso costantemente; il tasso di divorzi è salito; le truppe della Protezione Nazionale hanno appena saputo che il presidente ha aumentato a 24 mesi il tempo di dispiegamento; e il materiale è usato più del dovuto o è già logoro.
Neil Abercrombie, rappresentante democratico delle Hawaii, presidente dell'House Armed Services Committee's Readiness Subcommittee , e Solomon Ortiz, rappresentante democratico del Texas, presidente dell'Air-Land Subcommittee, hanno scritto il 17 dicembre:

La crisi della prontezza militare è ben più vasta e più profonda del numero di uomini e di donne in uniforme. L'aumento di dimensioni dell'Esercito, che tra l'altro è stato autorizzato dal Congresso parecchi anni fa ma non è stato mai effettuato, è un punto necessario. Tuttavia, di per sè, questo non serve ad aumentare la qualità, il livello di addestramento o lo stato delle apparecchiature dell'esercito nel suo complesso.
L'effetto della guerra in Iraq sull'esercito e i Marines è stato terribile ed inutilmente distruttivo. È cominciato con la pianificazione militare che ha permesso che l'invasione fosse usata come test per la forza "trasformazionale" del Segretario della difesa Donald Rumsfeld…

-- Due terzi delle unità dell'esercito negli Stati Uniti non sono pronte al combattimento a causa della scarsità di apparecchiature, addestramento e uomini.
-- Non una sola squadra di combattimento degli Stati Uniti è completamente addestrata e equipaggiata per affrontare tutti i tipi potenziali di intervento.
-- L'esercito ha dovuto aumentare gli schieramenti di combattimento in Iraq per mantenere l'attuale livello di forza.
-- I marines hanno dovuto richiamare in servizio attivo 2.500 riservisti per equipaggiare le unità in Iraq. Questi riservisti avevano già svolto servizio attivo e stavano cercando di tornare alla vita civile.
-- L'esercito ha dovuto pagare più di 40.000 dollari di bonus di riarruolamento per non perdere personale militare altamente addestrato.
-- Il clima iracheno, contrassegnato da temperature estreme e da frequenti tempeste di sabbia, causa un'usura anomala dei componenti di precisione, quali le turbine ad alta velocità dei motori dei carri armati e degli elicotteri. A complicare la questione, quando avviene l'avvicendamento delle truppe molte unità devono lasciare il loro equipaggiamento alle unità che le rimpiazzeranno. Di conseguenza, il 40 per cento di tutto l'equipaggiamento dell'esercito è ora in Iraq o in Afghanistan. Quello significa un uso continuativo più prolungato e meno manutenzione e riparazione.

I nichilisti
Non sto sostenendo che bisogna aumentare la prontezza militare per poter attaccare altri paesi stranieri in futuro; penso che nessuno costituisca una minaccia militare credibile per gli Stati Uniti; e credo che "la guerra globale contro il terrorismo" sia una pericolosa impostura. Ma queste preoccupazioni di generali e politici riflettono una situazione reale. Le forze di terra statunitensi stanno per essere schiacciate in un guerra ormai persa in Iraq. La ragione per cui né l'opinione pubblica né gran parte delle truppe stesse riescono a vedere questa sconfitta è che sono stati indottrinati a interpretare la sconfitta come sinonimo di resa. Non è così. La sconfitta è la mancata realizzazione degli obiettivi politici di una guerra. Questo è accaduto anni fa.
Il "surge" è l'ultima mossa disperata e criminale che costerà le vite di soldati da entrambe le parti di questa occupazione e un numero incalcolabile di vite civili, e che potrebbe anche portare a scene umilianti come quella all'ambasciata di Saigon nel 1975.
Il 25 agosto 1944, schiacciato fra l'Armata Rossa che attraversava il Danubio e le truppe francesi, americane e senegalesi che marciavano sugli Champs Elysees, Hitler capì che la fine del Terzo Reich si stava avvicinando. Aveva dato l'ordine al Generale Dietrich von Choltitz, "governatore" tedesco di Parigi, di distruggere la città piuttosto che lasciarla cadere nelle mani degli alleati. Quando la voce dell'entrata degli alleati a Parigi raggiunse Hitler, si dice che abbia chiesto al suo capo di stato maggiore, il generale Alfred Jodl: "Jodl! Parigi brucia?" Riesco quasi a sentire l'eco proveniente dall'ufficio di Cheney, le tende tirate, la bieca presenza maligna che scruta nell'oscurità: "Petraeus! Baghdad brucia?"


Stan Goff è un veterano in pensione delle Forze Speciali dell'Esercito degli Stati Uniti. Ha prestato servizio attivo dal 1970 il 1996, nella Delta Force e nei Rangers, ed è stato in Vietnam, nel Guatemala, a Granada, a El Salvador, in Colombia, in Perù, in Somalia ed a Haiti. È un veterano del Centro di Addestramento per le Operazioni nella Giungla di Panama e ha insegnato scienza militare all'Accademia Militare degli Stati Uniti a West Point. Goff è l'autore dei libri Hideous Dream—A Soldier's Memoir of the U.S. Invasion of Haiti, Full Spectrum Disorder—The Military in the New American Century e Sex & War .

Fonte: Truthdig (prima e seconda parte)

martedì, gennaio 16, 2007

La Russia è davvero così autoritaria? di Anna Arutunyan

La Russia, secondo i mezzi di informazione occidentali, starebbe sempre più scivolando verso il totalitarismo. A tenere le fila di tutto sarebbe il Presidente russo Vladimir Putin, ex-uomo del KGB e straordinario apparatčik. Questa visione distorta di Putin come potente dittatore che ha un controllo assoluto sui cittadini è ormai profondamente radicata, ed è un mito condiviso da giornalisti e politici.

Secondo Le Point, "Putin esibisce incessantemente il proprio potere". Il suo governo, secondo Marc Rice-Oxley di The Guardian, è più "sfrontato e sicuro di sé" di quegli degli anni Novanta. Max Boot ha ribadito in un altro articolo che "Dopo essere salito al potere in una nascente democrazia sei anni fa, Putin ha ristabilito il controllo autoritario". E per "rafforzare" quel "controllo", scrive The Independent in un suo editoriale, Putin "sapeva a chi chiedere aiuto", e cioè nientemeno che ai siloviki (l'élite del potere) dell'ex-KGB. Putin è, per citare i senatori Lindsey Graham e Joseph Biden, "una dittatura formata da un solo uomo" che "continua a consolidare il proprio potere" in Russia.

Se è vero che tutti i miti, compreso questo, hanno origine in fatti reali, il presunto potere di Putin può portare i politici a pericolose semplificazioni. Ma come nascono queste percezioni, qual è il vero stato dell'amministrazione Putin, e quanto può nuocere questo mito del controllo totale a coloro che prendono le decisioni politiche a Washington e in Europa?

Origini del mito

I giornalisti che si occupano di Russia non vanno completamente biasimati quando intervistano le fonti che hanno sotto mano: solitamente persone che parlano bene l'inglese, hanno contatti con l'Occidente e una profonda sfiducia verso il Cremlino. Anche quando agisce in buona fede, questa linea editoriale, soprattutto nel caso dei media americani, tende ad abbassare il livello di ciò che non riesce a comprendere. Così i media censurano spesso concetti che non rientrano nella familiare dicotomia dittatura/democrazia. Naturalmente questa semplificazione si applica praticamente a tutti i paesi non occidentali. Ma per le sue dimensioni e per il suo potenziale energetico la Russia è un terreno particolarmente fertile per le teorie e i miti che riguardano le prese di potere e i leader senza scrupoli.

La colpa non è solo dei giornalisti che semplificano troppo. Il mito deriva anche dall'atteggiamento manipolatorio dei riformisti russi falliti. "L'opposizione liberale della Russia ha interesse ad alimentare questo mito", dice Boris Kagarlitskij, importante esperto (ed ex-dissidente) dell'istituto degli Studi sulla Globalizzazione. "In primo luogo, li aiuta a ricevere appoggi dall'estero. In secondo luogo, contribuisce a giustificare i fallimenti dell'opposizione stessa. Invece di dire, 'Non abbiamo saputo offrire nulla che la gente potesse approvare e per questo motivo abbiamo fallito', finiscono per dire che un regime fascista li ha ostacolati e che la situazione è così terribile che non hanno potuto farci nulla".

Date queste prospettive, l'Occidente percepisce ancora la sfera politica russa principalmente come la sede di una lotta tra le forze favorevoli al Cremlino e un'opposizione filo-occidentale, liberale, liberista. Ma in Russia l'opposizione liberale è marginalizzata. I mezzi di informazione, quando la considerano, esagerano la sua influenza tra la popolazione.

Chi governa la Russia?

Invece di una dittatura costituita da un solo uomo, gli esperti vicini all'amministrazione del Cremlino e gli ideologi filo-cremliniani descrivono una corporazione spaccata e tormentata che nel migliore del casi sta tentando di diventare più trasparente e nel peggiore agisce direttamente contro l'interesse della nazione. Il fatto che la "macchina propagandistica" del Cremlino sia disposta a dare una simile interpretazione della situazione dovrebbe essere un segnale del fatto che il potere di Putin e il governo della Russia sono molto meno forti e stabili di quanto gli osservatori occidentali vogliano ammettere.

Stanislav Belkovskij dell'Istituto di Strategia Nazionale è forse il principale fautore di questa visione. Quello che viene attribuito al passato di Putin nel KGB e al suo governo saturo di siloviki, dice Belkovskij, è di fatto un'eredità della condotta "liberale" di El'cin. "All'inizio degli anni Novanta, quando il KBG - che era sembrato immortale - crollò, molti agenti cominciarono a essere richiesti al di fuori del sistema... per il loro valore come... forza lavoro qualificata", scrive Belkovskij. "Mentre le strutture di sicurezza post-sovietiche entravano nel caos, gli specialisti che erano sopravvissuti fisicamente allo sfascio cominciarono a lasciare la Lubjanka e ad accettare lavori civili, non solo nel governo ma anche in strutture puramente imprenditoriali".

Riguardo alle accuse di illiberalismo rivolte a Putin, Belkovskij spiega come sotto l'attuale amministrazione "la privatizzazione sia andata oltre quello che [l'ex-vice primo ministro Anatolij] Čubais avrebbe potuto immaginare durante i primi anni Novanta". L'affare Jukos, nel quale il governo russo ha mandato in carcere il capo della compagnia Michail Chodorkovskij, non è stato tanto il risultato di un rafforzamento del controllo politico quanto della competizione tra vari clan, ciascuno dei quali aspirava a una fetta di torta.

Ma allora Putin è un potente amministratore delegato che controlla la sua compagnia o un leader debole tenuto in ostaggio da una burocrazia sempre più potente? "La burocazia si sta espandendo", mi ha detto Kagarlitskij. "È molto immischiata negli affari. L'Occidente percepisce questo come una mancanza di libertà imprenditoriale in Russia, come se gli affari fossero controllati dalla burocrazia. In realtà è vero il contrario: più la burocrazia è coinvolta negli affari, più ciascun burocrate diventa ostaggio degli interessi imprenditoriali in cui è coinvolto". Alla fine, è difficile dire se Putin controlli Gazprom e Lukoil o se Gazprom e Lukoil controllino Putin.

Anche secondo Viktor Militarev, collega di Belkovskij all'Istituto di Strategia Nazionale, le possibilità di Putin sono limitate. Pur riconoscendo un aumento delle tendenze autoritarie nel corso dell'amministrazione Putin, Militarev rileva che "una maggioranza della popolazione sarebbe disposta a perdonare a Putin questa 'gestione della democrazia' se quelle tendenze molto autoritarie portassero a un miglioramento del tenore di vita". Per quanto riguarda il presunto consolidamento della verticale del potere da parte di Putin, Militarev aggiunge, "Quelle sono tutte sciocchezze occidentali. Putin non può nemmeno mandare a casa [Michail] Zurabov", attuale ministro della salute e dello sviluppo sociale, malgrado il partito di maggioranza al parlamento abbia chiesto le sue dimissioni dopo una serie di scandali per corruzione.

Se questo è vero, il controllo di Putin è notevolmente limitato. Non può emanare direttive da far seguire ai suoi ministri in parte perché neanche i suoi ministri hanno il controllo sui loro uomini. In altre parole, la catena di comando è spezzata. Il fallimento nello stabilire gerarchie verticali è testimoniato dalla nuova pratica di nominare i governatori regionali anziché ricorrere a un meccanismo elettivo. In questo senso, i nuovi governatori affrontano a livello locale lo stesso problema che Putin ha al vertice. Come dice Kagarlitskij, "O il nuovo governatore deve licenziare tutti per nominare i suoi, oppure deve rassegnarsi a controllare quello che succede nel suo ufficio, e non quello che accade veramentemente". Il sitema stalinista fondato sul governo di un solo uomo e perfino il concetto leninista di partijnost' (cioè l'obbedienza alle direttive del partito) qui non si applicano. Qui ci sono diverse burocrazie che lottano per il potere. E l'autorità della quale Putin disponeva quando ha formato le coalizioni è considerevolmente diminuita quando ha annunciato che nel 2008 si farà da parte.

Le ex-repubbliche

Un'altra percezione occidentale è che il Cremlino di Putin stia mostrando i muscoli nei suoi rapporti con i territori postsovietici, noti in Russia come bližnee zarubež'e e cioè i "paesi stranieri vicini" (le repubbliche dell'ex-URSS). Il governo attuale ha fatto credere di voler ristabilire la propria infuenza nelle ex-repubbliche sovietiche, soprattutto quelle più filo-occidentali come la Georgia e l'Ucraina, con l'uso di una retorica aggressiva. L'atteggiamento della Russia nei confronti dei suoi vicini ha dimostrato di preoccupare l'Europa e gli Stati Uniti più della sua politica interna.

Ma alcuni analisti russi stanno mettendo in discussione anche questo. Secondo l'analista politico Aleksandr Chramčichin, che scrive per Russkij Žurnal, appartenente a un think tank filo-cremliniano chiamato Fond Effektivnoj Politiki (Fondazione per una Politica Efficace), il declino del prestigio russo in politica estera è avvenuto non sotto El'cin ma sotto Gorbačev e il suo ministro degli esteri Ševardnadze. Sarebbe stato El'cin, e non Putin, a ristabilire il ruolo predominante della Russia nell'arena mondiale. Chramčichin cita "successi" come l'ingresso della Russia nel Gruppo degli Otto e l'uso della flotta del Mar Nero per soffocare i moti in Georgia nel 1993. "Fu allora che i garanti della pace russi fecero la loro comparsa nella Comunità degli Stati Indipendenti e dimostrarono di essere i soli efficaci garanti della pace nel mondo", scrive Chramčichin. "I soldati russi erano preparati a uccidere e ad essere uccisi, ed è proprio così che furono in grado di fermare la carneficina in Georgia, Moldova e Tajikistan".

Indipendentemente dalla validità di questo giudizio sulle operazioni di El'cin nelle ex-repubbliche (e dal confronto con le truppe della NATO sul Kosovo), un tale attivismo contrasta nettamente con l'amministrazione Putin, che ha fatto concessioni per ritirare delle basi dalla Georgia e da altri paesi della CSI. "Fu Putin ad attribuire a Washington la facoltà di legittimare i regimi post-sovietici", concorda Belkovskij. "Perfino sotto El'cin la fonte di quella legittimità era Mosca: non c'era un solo leader dell'ex-URSS che avrebbe potuto voltare le spalle al Cremlino con tranquillità. Ora... la posizione del Cremlino non interessa più a nessuno".

Per quanto riguarda le recenti "guerre del gas", unanimamente viste come un esempio della volontà della Russia di imporsi, l'analista Michail Deljagin, che lamenta la perdita di controllo sulla sfera post-sovietica da parte della Russia, scrive sull'Ežednevnyj Žurnal: "L'atteggiamento di principio della burocrazia russa nei confronti della Comunità di Stati Indipendenti è del tutto corretto: se siete davvero indipendenti pagate il vostro gas come nazioni indipendenti e non come satelliti". Secondo l'interpretazione occidentale la Russia sta agendo con prepotenza nei confronti dei paesi vicini minacciando di aumentare il prezzo del gas destinato alle ex-repubbliche. Ma è esattamente il contrario. A "guerre del gas" concluse e ad accordi firmati, l'Ucraina e la Bielorussia si ritrovano senza i benefici di cui godevano come satelliti. In senso economico Mosca perde potere. Togliendo all'Ucraina e alla Bielorussia il gas agevolato e costringendo gradualmente questi "stati sovrani" a pagare le risorse energetiche come gli altri paesi, Mosca mina la coesione della CSI e fa capire chiaramente ai suoi ex-"satelliti" che ora sono autonomi. Senza le concessioni di gas a prezzi di favore, Mosca può chiedere in cambio ben poco.

Si può certamente discutere se sia più saggia la politica di El'cin o quella di Putin. Resta il fatto che l'Occidente, con la sua paura di una dilagante influenza russa, dimostra di reagire non tanto all'aggressività politica del Cremlino quanto alla sua aggressività retorica. Quella retorica, a sua volta, può di fatto riflettere una perdita di controllo più che un aumento di potere.

I pericoli di un'interpretazione errata

La Russia non è né la prima né l'ultima nazione a essere tremendamente fraintesa dall'Occidente. In questo caso, ciò che rende unica la Russia sono le sue dimensioni e il suo potenziale energetico, e anche il fatto che il governo di Putin guarda ancora a occidente, nonostante quello che va brontolando al pubblico televisivo russo. La destabilizzazione della Russia dopo le elezioni del 2008 significa la destabilizzazione di un produttore mondiale di petrolio, con conseguenze enormi sull'economia mondiale.

I pericoli di un'interpretazione errata sono duplici. In primo luogo, un argomento debole genera spesso una risposta debole. Con una campagna mediatica così negativa, alcuni finiscono per essere indulgenti nei confronti di un presidente che presumibilmente non è più autoritario della sua controparte americana, e accusare gli Stati Uniti di giudicare la Russia usando due pesi e due misure. Invece di considerare la Russia come un paese a sé, costoro la strumentalizzano per accusare l'amministrazione Bush. Neil Clark, del Guardian, scrive per esempio: "Anche se Putin ha accettato l'influenza americana nell'ex-repubblica sovietica, i piccoli passi che il presidente russo ha intrapreso per difendere gli interessi del suo paese si sono dimostrati eccessivi per gli imperialisti di Washington". Secondo questo punto di vista, la prima cosa da prendere in considerazione nell'"attuale ondata di attacchi contro Putin" è quali siano i secondi fini dei "russofobi". Quando ci si limita a criticare Putin perché è un dittatore o a difenderlo per lo stesso motivo, non resta molto spazio per una pacata discussione sulla direzione che la Russia sta prendendo.

In secondo luogo, quando gli opinionisti occidentali chiedono un atteggiamento più duro nei confronti della leadership russa in vista di summit o visite ufficiali, e quando quotidiani come il Guardian pubblicano editoriali con titoli come "Ascesa e ancora ascesa del potere di Putin", il segnale che viene dato agli statisti occidentali è chiaro: c'è molto da temere da una Russia forte guidata da un presidente maniaco del controllo. In ultima analisi, questa sopravvalutazione del potere di Putin e del Cremlino nel dettare il fato di 140 milioni di persone oscura i concreti rischi di una Russia debole e perdente. I dibattiti su una nazione che si sta trasformando in uno stato di polizia, i recenti scontri etnici a Kondopoga, il crimine e la corruzione rampanti, un esercito demoralizzato che finisce sui giornali solo quando è protagonista di incidenti brutali, tutto ciò suggerisce che il controllo dello stato da parte della polizia è ben inferiore a quello che gli opinionisti occidentali o la Russia stessa vorrebbero credere.

Ma soprattutto i politici e gli imprenditori occidentali stanno investendo in un sistema di gestione deterministico e verticistico della Russia, finendo così per perpetuarlo. Gli abusi dei diritti umani denunciati dai gruppi umanitari e dai mezzi di informazione esistono, e Vladimir Putin, come presidente, ne viene considerato responsabile. Una cosa però è credere che il governo di Putin sia una dittatura, e un'altra cosa è ritenere che gli omicidi, la corruzione e gli arresti dei giornalisti cesserebbero se solo Putin lo volesse. La tremenda realtà è che le pressioni su Putin non potranno alleviare dei problemi che hanno altre cause oltre a Putin stesso.

La Russia userà anche una forte retorica. Ma una buona politica estera deve tener conto della sua insita debolezza. Un governo che, come dice Viktor Militarev, sta attraversando una "crisi di gestione corporativa", dovrebbe poter usare una medicina migliore del reiterato appello a un "corso democratico".

Se c'è davvero una tale crisi, come può Washington contribuire a correggerla? Ironicamente, comprendendo che la cosa migliore è non fare niente. L'esperto di Russia Stephen Cohen ha scritto in The Nation quest'estate, "Non fatele del male! Non fate nulla per minare la fragile stabilità [della Russia], nulla per distogliere il Cremlino dalla priorità di riparare le barcollanti infrastrutture del paese". Secondo Cohen, è stato l'atteggiamento aggressivo di Washington nel "cortile" della Russia a generale la retorica protezionistica di Mosca. Continuando a interferire, l'Occidente può finire per provocare quell'atteggiamento sospettoso e isolazionista che biasima.

Indipendentemente dalle mancanze di Putin e dalla debolezza della sua amministrazione, il cambio di regime non è certo l'opzione migliore per la futura stabilità e la crescita interna della Russia. In questi sette anni il governo di Putin ha fatto progressi, per quanto piccoli, nel ricostruire le infrastrutture del paese. È difficile immaginare come un successore più liberale e filo-occidentale, la cui priorità sarebbe una riorganizzazione totale dell'apparato di governo, potrebbe continuare positivamente questo processo. È perfino più difficile immaginare come una tale riorganizzazione potrebbe risolvere il problema immediato della corruzione. In questo senso, le Organizzazioni Non Governative straniere intente a rafforzare presunte forze di opposizione liberali sono nel migliore dei casi uno spreco di tempo e di risorse, e nel peggiore dei casi un potenziale catalizzatore di instabilità. I programmi mirati a stimolare lo sviluppo interno della Russia farebbero meglio a dare meno importanza all'opposizione e a stimolare la piccola imprenditorialità e le organizzazioni di base.

Infine, l'Occidente è comprensibilmente preoccupato da quelle che percepisce come tendenze isolazioniste della Russia. Ma ancora una volta le guerre del gas rivelano la complessità dell'integrazione della Russia sulla base dei rapporti energetici. La recente impennata dei prezzi nelle forniture del gas alla Bielorussia (e la reazione europea) indicano un problema paradossale e duplice. Da un lato l'Occidente, già dipendente dall'energia russa, ha a che fare con una potenza mondiale apparentemente integrata. Ma dall'altro lato le relazioni della Russia con la Bielorussia e il loro impatto mostrano quanto sia stato incompleto il passaggio dalla potenza Sovietica a una sconnessa confederazione. Possiamo pensare che la Russia stia facendo la voce grossa per riportare all'ordine un ex-satellite. Oppure possiamo considerare il conflitto come un necessario tentativo di disegnare i limiti della propria sovranità e fondare l'identità della Russia mediante la ridefinizione dei suoi rapporti con le ex-repubbliche. Se è così, qualsiasi interferenza da parte di forze esterne non farà che perpetuare il vecchio e spesso tragico paradosso della Russia: la sua lotta costante per diventare una grande protagonista nell'arena mondiale sacrificando lo sviluppo interno e la sua identità nazionale.

Anna Arutunyan è una giornalista freelance; scrive per Moscow News.

Originale: http://www.fpif.org/fpiftxt/3899