giovedì, febbraio 22, 2007

La Russia: amica, non nemica

La Russia: amica, non nemica
di Nicolai N. Petro
Originale: Asia Times, 16 febbraio 2007.

Raramente la leadership russa è stata così ampiamente ingiuriata in Occidente, ma raramente l'Occidente ha avuto più bisogno dell'amicizia della Russia.

La ragione più ovvia per cui l'Occidente ha bisogno della Russia è l'abbondanza di risorse naturali di quest'ultima. Per decenni i governi occidentali hanno pensato che queste risorse sarebbero rimaste sempre a disposizione delle loro industrie. L'Europa ha quasi imparato a dare per scontata questa dipendenza, contando sul fatto che nei tre secoli precedenti la classe dominante russa aveva sempre aderito ai valori e alla cultura europei. Le voci occasionali che in Russia premevano per un riorientamento verso la Siberia, o a sud verso l'Asia Centrale, erano sempre state influenze politiche o culturali marginali.

Fino a oggi. Adesso che due terzi del prodotto interno lordo mondiale vengono generati nell'arena dell'Asia/Pacifico e le élite europea e americana esibiscono sempre più la propria ostilità nei confronti della rinascita politica ed economica russa, perfino un fervente eurofilo come Vladimir Putin trova difficile sostenere che il destino del suo paese è legato all'Europa. Tradotto in semplici termini geopolitici, se l'Occidente non riesce a convincere la Russia di meritare un "rapporto speciale", nei prossimi vent'anni saranno la Cina e l'India, più che l'Europa, a diventare i principali beneficiari delle abbondanti risorse russe, e l'asse dello sviluppo politico ed economico globale si sposterà.

Difficile immaginare le conseguenze per l'Occidente di tale spostamento. Porterebbe prima al declino dell'Europa e poi inevitabilmente a quello dell'alleato più stretto dell'Europa, gli Stati Uniti. In ultima analisi, la scelta della Russia (e chiaramente questo dipende solo dalla Russia) di allinearsi o no con l'Occidente si dimostrerà in importante elemento di equilibrio nelle prospettive a lungo termine della civiltà occidentale moderna.

Data la posta in gioco, gli Stati Uniti e l'Europa dovrebbero cercare a tutti i costi l'amicizia della Russia. A più di quindici anni dal crollo dell'Unione Sovietica è giunta l'ora di accantonare le ostilità e di affrontare il principale ostacolo al conseguimento di una vera amicizia: una paura eccessiva e spesso irrazionale della Russia.

Le paure hanno motivazioni oggettive e soggettive, spesso inestricabili. Di conseguenza, le componenti soggettive delle nostre paure a volte persistono ben oltre la realtà oggettiva; pensate, per esempio, a come gli adulti reagiscono spesso in modo viscerale a cose che temevano da bambini.

Così accade oggi con la Russia. Se confrontato con quello dell'Unione Sovietica di trent'anni fa, il decimato esercito russo - che anche dopo gli ultimi aumenti della spesa militare non spende più del 5% degli stanziamenti militari degli Stati Uniti - non è una minaccia militare per la NATO. Inoltre la principale ambizione economica e politica della Russia dal 1991 non è la conquista globale, ma l'integrazione nell'economia del mercato globale (facendo di Mosca, tra l'altro, il quinto mercato azionario del mondo). Tuttavia, anche se la Russia è passata attraverso cambiamenti che sarebbero stati inconcepibili solo una generazione fa, molti esperti occidentali sembrano temerla più di quanto temessero l'Unione Sovietica, e sono soliti paragonare il presidente Putin ora a Stalin, ora a Mussolini, e perfino a Hitler.

Un livello così alto di paura dev'essere legato all'immagine di sé: a un'identità culturale così profondamente radicata che molti occidentali non riescono a pensare di rinunciarvi. Quell'identità culturale, basata sulla separazione della Russia dall'Occidente, negli anni della Guerra Fredda è servita all'Occidente per rafforzare le sue difese psicologiche contro un implacabile nemico ideologico. Ora, però, sta intralciando la nostra capacità di vedere i profondi cambiamenti che hanno avuto luogo nella società russa, e dobbiamo liberarcene.

Tra i molti fattori che plasmano la percezione del mondo che ci circonda, i mass media giocano un ruolo eccezionalmente importante. I sociologi ci dicono che consideriamo le persone "informate" quando le loro opinioni corrispondono alle categorie stabilite dai media. Quando si sfidano queste categorie, dunque, si corre di rischio che le proprie posizioni siano considerate "contrarie al comune buon senso".

Nei resoconti sulla Russia vediamo fin troppo spesso che quando la realtà diverge dai nostri preconcetti i media lavorano per rinforzare i nostri stereotipi. La triste verità è che più una storia sulla Russia è negativa, più sappiamo che è vera: un assioma tossico che ha generato un ritratto surreale della Russia contemporanea.

Ecco solo alcuni degli esempi più evidenti:

LA CECENIA
Le informazioni occidentali sulla Cecenia si sono concentrate sulla devastazione della guerra e del terrorismo. Oggi questo è ancora l'argomento principale sul quale si concentrano i media, anche se più di 7500 ribelli hanno deposto le armi, gli attacchi terroristici sono praticamente scesi a zero, i morti tra i militari russi siano calati da 1400 nel 2000 a 28 nel 2005, e nell'agosto del 2006 la Russia ha smobilitato i quartieri generali delle sue operazioni antiterrorismo nel Caucaso Settentrionale e trasferito le funzioni di sicurezza alla milizia locale cecena. Dopo il ritorno di quasi un milione di profughi sono nate più di tremila nuove imprese. Oggi ci sono zone di Groznyj in cui i prezzi degli immobili sono più alti che a Mosca. In tutta la repubblica funzionano regolarmente nuove istituzioni politiche e finanziarie.

Non voglio suggerire che ora nel Caucaso Settentrionale vada tutto bene: la disoccupazione è ancora alta; molti casi di rapimento rimangono insoluti. Tuttavia è chiaramente una distorsione fingere che negli ultimi cinque anni non ci sia stato un evidente progresso nella regione. La Russia ha vinto la guerra contro i ribelli ceceni e possiamo affermare con una certa tranquillità che la maggior parte degli occidentali non ne è al corrente.

IL SISTEMA LEGALE
Le informazioni occidentali sul sistema legale russo sono piene di racconti sulla corruzione, gli omicidi e le pressioni politiche. Non che questi aspetti non esistano, ma sotto Putin sono diventati più l'eccezione che la norma.

Leggendo la stampa occidentale non si sa che da quando Putin è presidente il ricorso alla giustizia da parte dei cittadini è aumentato di sette volte, e che il 71% di chi fa ricorso contro il governo vince la causa.

Ampiamente a nostra insaputa, il panorama legale russo sta sensibilmente cambiando. Solo nel 2006 sono state passate leggi che eliminano praticamente i processi a porte chiuse, ampliano il diritto degli imputati a chiamare testimoni a loro carico, specificano che le autorità sono tenute a rispondere alle richieste dei cittadini entro 30 giorni, creano un tribunale nazionale per i minori e aumentano in misura significativa la tutela della privacy dei singoli. Nei prossimi cinque anni saranno investiti nel sistema giudiziario circa due miliardi di dollari per migliorarne la trasparenza e l'accessibilità. L'Associazione degli avvocati russi ha ricevuto dallo stato dei finanziamenti per creare una rete nazionale di centri di supporto che forniscano ai cittadini consulenza legale gratuita.

Certo, questi cambiamenti di per sé non garantiranno il completo trionfo della giustizia nei tribunali russi, ma sono un chiaro segnale che le cose si stanno muovendo nella giusta direzione, e questa non è l'impressione che si riceve dai mezzi di informazione occidentali.

I MEDIA
Le tipiche discussioni sui media russi danno per scontato che il controllo dello stato sia totale, mentre in realtà oggi in Russia ci sono più mezzi di informazione privati di quanti ce ne siano mai stati. Nel 1997 i periodici registrati erano solo poco più di 21.000, praticamente non esistevano media elettronici, e c'erano meno di cento compagnie televisive. Più della metà dei media erano di proprietà dello stato. Dieci anni dopo ci sono più di 58.000 periodici, 14.000 pubblicazioni elettroniche e 5500 compagnie radiotelevisive. La quota dello stato nel mercato dei quotidiani e delle riviste nel 2006 è stimata attorno al 10%, mentre nei media elettronici, che oggi hanno un pubblico di 25 milioni di utenti, la quota statale è ancora più bassa. Oggi sono le compagnie straniere, e non lo stato russo, a possedere azioni di più della metà di tutte le compagnie radiotelevisive russe.

I detrattori, però, si sono concentrati sull'unica area dei media in cui la presenza dello stato è ancora predominante: la televisione nazionale. Controllando le cariche nei consigli di amministrazione delle società di capitali che controllano le corporazioni dei media che possiedono particolari stazioni radiotelevisive, si dice, il governo eserciterebbe un'indebita influenza sui canali televisivi nazionali.

Cosa c'è di vero, in questo?

Nel gennaio del 2007 Medialogia (www.medialogia.ru), la principale società privata russa di ricerca sui media, ha diffuso il suo quarto rapporto annuale. Vi si legge che nel 2006 i partiti filogovernativi hanno avuto il 54,9% del tempo di trasmissione dedicato ai maggiori partiti politici, e fino al 45,4% nel 2005. Il rapporto rivela anche la frequenza con cui si è discusso negativamente o positivamente dei partiti politici su sette canali televisivi nazionali. Lo scorso anno il partito che appoggia Putin, Russia Unita, è stato nominato con una frequenza raddoppiata rispetto a tutti gli altri partiti messi insieme. Questa preponderanza, tuttavia, è leggermente fuorviante. Riflette il fatto che Russia Unita è stata nominata molto più di ogni altro partito, ma non sempre in senso favorevole. Un raffronto diretto mostra che i riferimenti in senso positivo superano di poco quelli negativi: il 58% rispetto al 42%.

Le statistiche di Medialogia demoliscono anche il mito secondo il quale Putin dominerebbe la televisione nazionale e non permetterebbe un'informazione critica. Nel 2006, per esempio, alla televisione nazionale Putin ha raccolto più di un terzo delle citazioni totali tra le dieci figure più popolari, mentre il suo rapporto tra citazioni positive e negative è stato solo di 3:1.

Troppo alto o troppo basso? A quanto pare gli spettatori della televisione russa lo considerano giusto. Nel 2005 due terzi hanno detto che non vedevano cambiamenti nel trattamento televisivo di Putin e l'hanno giudicato normale. Inoltre, secondo un rapporto di 4 a 1, hanno detto che i partiti dell'opposizione possono liberamente esprimere le loro opinioni alla televisione e sui quotidiani nazionali. Dato interessante: il 56% dei votanti del Partito Comunista si è detto d'accordo.

Questi risultati non sorprenderanno coloro che hanno familiarità con la varietà di opzioni informative a disposizione della maggior parte dei russi. Queste opzioni comprendono le stazioni radiotelevisive locali, metà delle quali sono private, il network privato Ren-TV che raggiunge circa 113 milioni di utenti della CSI attraverso le sue 406 stazioni commerciali, e i canali via satellite e via cavo dei quali usufruisce circa il 20% della popolazione.

Sotto Putin, per la prima volta nella storia moderna della Russia, i media indipendenti sono diventati redditizi. Il tipico conglomerato dei media russi oggi è un insieme di investitori stranieri, banche russe e amministrazioni locali. Se un progetto locale diventa nazionale, com'è accaduto lo scorso anno per il Quinto Canale di San Pietroburgo, le azioni possedute dalle amministrazioni locali vengono spesso acquistate da investitori privati. La Russia ha già più organi di informazione di qualsiasi altro paese europeo, e finché i proventi pubblicitari continueranno ad aumentare del 15% e anche più ogni anno (l'87% all'anno su internet), la privatizzazione proseguirà inarrestabile.

LA DEMOCRAZIA E LA SOCIETÀ CIVILE
Sicuramente una delle accuse più in malafede rivolte a Putin è che ha minato la democrazia abolendo le elezioni dirette dei governatori regionali. Ecco come funzionano in realtà le cose. I partiti che hanno conquistato dei seggi in una legislatura regionale possono candidare delle persone per la carica di governatore di fronte a un commissione presidenziale, che esamina le candidature ed emana delle raccomandazioni per il Presidente. Il Presidente poi inoltra la sua scelta al parlamento locale perché la ratifichi. A meno che non ci siano gravi obiezioni, viene nominato il candidato proposto dal capo del partito che ha vinto le elezioni.

Chi è contrario dice che questo viola la separazione dei poteri insita nella costituzione russa. La Corte Costituzionale ha esaminato questo argomento alla fine del 2005 e si è dichiarata in disaccordo perché "la decisione finale... è presa specificatamente dal corpo legislativo". La Commissione di Venezia, organo consultivo del Consiglio d'Europa in materia legale, e il Congresso dei Poteri Locali e Regionali d'Europa hanno a loro volta esaminato la questione e concluso che il nuovo sistema è conforme alle norme europee.

Ma mentre l'attenzione dei media si è concentrata sulla nomina dei governatori locali, non si è praticamente parlato dell'enorme espansione dell'autonomia delle amministrazioni locali simultaneamente introdotta da Putin. Lo scorso anno decine di migliaia di nuove comunità civiche hanno cominciato a operare indipendentemente dal governo centrale, portando a un aumento dell'iniziativa civica e della filantropia. Per citare un portavoce dell'Iniziativa Civica Siberiana: "Molti osservatori hanno l'impressione che il clima in Russia per le ONG che ricevono aiuti da donatori internazionali sia peggiorato nell'ultimo anno. È in realtà migliorato per quelle che hanno sviluppato competenze nella costruzione di strutture democratiche partendo da zero, perché di questo hanno bisogno i governi locali. Il governo dice alle ONG, 'aiutateci, non sappiamo fare questa cosa', e le ONG generano redditi fornendo i propri servizi".

Continuando a parlare di ONG, è molto diffusa l'opinione che siano minacciate, ma nessuno dei principali organi di informazione si è preso la briga di specificare come il loro numero sia aumentato da 100.000 quando Putin divenne presidente a più di 600.000 oggi. Gli aiuti finanziari occidentali non spiegano quest'aumento, perché le donazioni dall'estero costituiscono solo l'8,4% di tutte le donazioni alle organizzazioni civiche. Potrebbe essere che la criticata legislazione sulle ONG del dicembre 2005 si sia dimostrata un beneficio?

Si potrebbe continuare a lungo, ma questi esempi dovrebbero essere sufficienti a dare un'idea degli ostacoli che perfino il pubblico più serio e informato deve affrontare quando cerca di capire i cambiamenti che hanno avuto luogo in Russia da quando Putin è diventato presidente. Non nominerò nemmeno il miracolo economico russo: otto anni di ininterrotta crescita economica che hanno portato a un aumento di cinque volte del prodotto interno lordo. Voglio solo mettere in luce un punto molto indicativo. Le persone si meravigliano quando apprendono che la redditività degli investimenti stranieri in Russia è più alta che in Cina, e che a partire dal 2001 le compagnie straniere che hanno investito in Russia hanno avuto risultati migliori di quelle che hanno investito in Cina.

Il fatto che la Cina sia ampiamente considerata come una migliore opportunità di investimento rispetto alla Russia nonostante i profitti di molto inferiori e pur avendo più corruzione, minore libertà politica e un futuro politico incerto, dimostra ampiamente il ruolo dei preconcetti culturali alimentati dai media nei nostri rapporti con la Russia.

LA RUSSIA COME PARTE DELL'OCCIDENTE
Se i principali ostacoli dei nostri rapporti derivano da un profondo disagio al pensiero che la Russia sta diventando rapidamente come noi, allora il compito fondamentale che abbiamo davanti consiste nel cercare di immaginare la Russia come parte dell'Occidente.

Suona semplicistico e ingenuo dire che l'ostilità nei confronti della Russia è radicata in un'immagine mentale. Quanto può essere difficile cambiare un'immagine? Molti studiosi hanno concluso che l'"invenzione della tradizione", per usare la felice espressione di Eric Hobsbawm, ha sempre stabilito i termini per ciò che è il discorso politico accettato. Le persone non hanno problemi ad aderire a una tradizione o una storia completamente inventate, purché siano sostenute da messaggi coerenti. Ecco perché, realisticamente, non possiamo aspettarci che nel prossimo futuro le percezioni occidentali della Russia possano cambiare. Ma questo non significa che i tentativi siano inutili. Indipendentemente da ciò che alcuni vogliono credere, la Russia si è già evoluta così tanto dall'Unione Sovietica che la nostra lotta concettuale per mantenere un collegamento tra le due è destinata a fallire. L'unico dubbio è se noi occidentali saremo capaci di cambiare la nostra immagine culturale della Russia in tempi brevi, a un costo inferiore per le nostre relazioni, o in tempi lunghi, con un costo ben maggiore.

Possiamo consolarci pensando che tutto questo è già successo. Riflettendo sui cambiamenti che avevano segnato il mondo durante la sua vita, lo storico britannico Sir Herbert Butterfield ricorda che:

"Nei giorni della mia infanzia erano ancora gli inglesi contro i francesi, essendo questi ultimi il nostro tradizionale nemico. Ricordo ancora che sui libri di scuola gli inglesi dovevano la libertà alla fratellanza con i tedeschi, giacché quella libertà risaliva ai teutoni nelle loro foreste antichissime. La Riforma, l'emancipazione della religione, erano venute da Lutero, e i tedeschi avevano da lungo tempo goduto di una forma di governo federale e avuto città libere, indipendenti e autonome come Amburgo. L'antitesi era rappresentata dai paesi latini. Ricordo ancora come ciò veniva espresso: l'Italia era il Papato, la Spagna aveva avuto l'Inquisizione, mentre la Francia aveva scelto di vivere sotto la dittatura napoleonica, un male che ai miei tempi non aveva paralleli in altri paesi".

Oggi, come allora, bisogna riconoscere che il patrimonio culturale del nostro ex-nemico non è solo simile al nostro, ma è di fatto il nostro. Solo quando riconosceremo questo principio fondamentale saremo in grado di riscrivere il copione della "democrazia occidentale" per includervi anche la Russia, come l'abbiamo riscritto per comprendervi la Germania e il Giappone.

Nicolai N. Petro è stato assistente speciale del Dipartimento di Stato americano per i rapporti con l'Unione Sovietica sotto George H.W. Bush e ora insegna politica internazionale all'Università di Rhode Island.

martedì, febbraio 13, 2007

Il discorso di Putin a Monaco

Discorso di Vladimir Vladimirovič Putin alla 43ma Conferenza sulla Sicurezza.

Monaco, 10 febbraio 2007

Egregi Cancelliere Federale, Signor Teltschik, signore e signori, vi ringrazio.

Sono molto grato di essere stato invitato a una conferenza così rappresentativa che riunisce politici, militari, imprenditori ed esperti provenienti da più di 40 paesi. La struttura di questa conferenza mi permette di evitare gli "inutili convenevoli" e la necessità di usare formule diplomatiche piacevoli e altisonanti ma fondamentalmente vuote. La struttura di questa conferenza mi permetterà di dire quello che penso realmente dei problemi della sicurezza internazionale. E se i miei commenti sembreranno ai miei colleghi inutilmente polemici, tendenziosi oppure inesatti, prego loro di non incollerirsi con me. Dopo tutto questa è solo una conferenza. E spero dunque che dopo i primi due o tre minuti del mio discorso il signor Teltschik non accenderà la "luce rossa".

Dunque. È ben noto che la problematica della sicurezza internazionale non si limita alle questioni della stabilità politica e militare. Essa comprende la stabilità dell'economia globale, il superamento della povertà, la sicurezza economica e lo sviluppo di un dialogo tra civiltà.

Questo carattere universale, indivisibile della sicurezza si esprime anche nel suo principio fondamentale secondo il quale "la sicurezza di uno è la sicurezza di tutti". Come disse Franklin D. Roosevelt durante i primi giorni della seconda guerra mondiale: "Ovunque sia spezzata la pace, la pace di tutti i paesi del mondo si trova minacciata".

Queste parole conservano ancora oggi tutta la loro attualità. Lo dimostra anche il tema della nostra conferenza: "Le crisi globali, la responsabilità globale".

Solo due decenni fa il mondo era diviso ideologicamente ed economicamente, e la sua sicurezza era garantita dagli enormi potenziali strategici di due superpotenze.

Questa contrapposizione globale marginalizzò i più acuti problemi economici e sociali nelle considerazioni della comunità internazionale e nell'agenda mondiale. E, come ogni altra guerra, la Guerra Fredda ci lasciò anche le "munizioni vive", metaforicamente parlando. Mi riferisco agli stereotipi ideologici, ai doppi criteri di giudizio e ad altri aspetti tipici del pensiero della Guerra Fredda.

Anche il mondo unipolare proposto dopo la Guerra Fredda è venuto meno alle aspettative.

La storia dell'umanità ha certamente conosciuto periodi di unipolarismo e aspirazioni alla supremazia mondiale. E cosa non ha conosciuto, la storia dell'umanità?

Tuttavia, cos'è un mondo unipolare? Per quanto si possa abbellire questo termine, esso si riduce in pratica a una sola cosa: un unico centro di potere, un unico centro di forza, un unico centro decisionale.

È un mondo in cui c'è un solo padrone e un solo sovrano. E in definitiva ciò è un pericolo non solo per coloro che si trovano a vivere dentro questo sistema, ma anche per quella stessa entità sovrana, la quale finisce per distruggersi dall'interno.

E questo di certo non ha nulla a che vedere con la democrazia. Perché, come sapete, la democrazia è il potere di una maggioranza che tenga conto degli interessi e delle opinioni della minoranza.

A tale proposito, alla Russia - a noi - vengono costantemente date lezioni di democrazia. Ma, chissà perché, coloro che ce le impartiscono non sono molto disposti a impararle.

Io ritengo che il modello unipolare non sia solo inaccettabile ma anche impossibile nel mondo attuale. E non solo perché se a guidare il mondo di oggi - e soprattutto di oggi - ci fosse un'unica potenza le risorse militari, politiche ed economiche non sarebbero sufficienti. Ancora più importante è il fatto che il modello stesso è difettoso, perché alla sua base non ci sono e non ci possono essere i principi morali della civiltà moderna.

Inoltre, ciò che ora sta accadendo nel mondo - e abbiamo appena cominciato a discuterne - è la conseguenza del tentativo di introdurre nelle relazioni internazionali proprio questo concetto di mondo unipolare.

E qual è il risultato?

Le azioni unilaterali e spesso illegittime non hanno risolto alcun problema. Inoltre hanno generato nuove tragedie umanitarie e creato nuovi focolai di tensione. Giudicate voi: le guerre e i conflitti locali e regionali non sono diminuiti. Il signor Teltschik vi ha accennato molto blandamente. E in questi conflitti non muoiono meno persone di prima; ne muoiono di più. Considerevolmente di più, considerevolmente di più!

Oggi stiamo assistendo a un uso quasi incontenibile e ipertrofico della forza negli affari internazionali, di una forza militare che sta spingendo il mondo in un abisso fatto di un conflitto dopo l'altro. Ne consegue che non abbiamo le capacità sufficienti per trovare una soluzione articolata ad alcuno di questi conflitti. Trovare una soluzione politica diventa ugualmente impossibile.

Stiamo osservando un disprezzo sempre maggiore dei principi basilari della legge internazionale. E le norme legali indipendenti si stanno di fatto sempre più avvicinando al sistema legale di un unico stato, e precisamente gli Stati Uniti, i quali hanno varcato i propri confini nazionali in tutte le sfere: economica, politica e umanitaria - e si sono imposti sugli altri stati. A chi va bene, questo? A chi va bene?

Nelle relazioni internazionali vediamo sempre più il desiderio di risolvere questo o quel problema secondo le cosiddette regole dell'opportunità politica, cioè basandosi sul clima politico attuale.

Naturalmente questa tendenza è estremamente pericolosa. Fa sì che nessuno di fatto si senta sicuro. Voglio sottolinearlo: nessuno si sente sicuro! Perché nessuno può ripararsi dietro la legge internazionale come se si trattasse di un muro di pietra in grado di proteggerlo. Naturalmente una tale politica diventa il catalizzatore della corsa agli armamenti.

Il prevalere del fattore-forza incoraggia inevitabilmente una serie di paesi ad acquisire armi di distruzione di massa. Inoltre sono emerse nuove minacce: malgrado fossero ben note in precedenza, ora hanno assunto un carattere globale, come il terrorismo.

Ne sono certo: siamo giunti al momento critico in cui dobbiamo occuparci seriamente dell'architettura della sicurezza globale.

E dobbiamo procedere cercando un equilibrio ragionevole tra gli interessi di tutti i soggetti delle relazioni internazionali. Tanto più ora che il "panorama internazionale" è così vario e muta così rapidamente: muta in rapporto allo sviluppo dinamico di tutta una serie di paesi e di regioni.

Il Cancelliere Federale ne ha già parlato. Il prodotto interno lordo complessivo di Cina e India per parità di potere d'acquisto è già maggiore di quello degli Stati Uniti. Calcolandolo secondo lo stesso principio, il prodotto interno lordo dei paesi del BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) supera il prodotto interno lordo complessivo dell'Unione Europea. E secondo gli esperti questo divario è destinato ad accrescersi nel futuro.

Non c'è ragione di dubitare che il potenziale economico dei nuovi centri di crescita mondiale si tradurrà inevitabilmente in influenza politica e rafforzerà il multipolarismo.

In relazione a ciò, sta crescendo fortemente il ruolo della diplomazia multilaterale. La franchezza, la trasparenza e la prevedibilità sono in politica dei principi incontestabili, e l'impiego della forza dovrebbe essere davvero una misura eccezionale, paragonabile all'uso della pena di morte nei sistemi giudiziari di alcuni stati.

Oggi, al contrario, stiamo osservando la tendenza opposta, e cioè una situazione in cui paesi che escludono la pena di morte anche in caso di omicidi e altri gravissimi crimini partecipano tranquillamente a operazioni militari che è arduo definire legittime. E in questi conflitti vengono uccise delle persone: centinaia, migliaia di civili!

Ma allo stesso tempo sorge un problema: dovremmo restare indifferenti ed estranei ai vari conflitti interni che affliggono alcuni paesi, ai regimi autoritari, ai dittatori e alla proliferazione delle armi di distruzione di massa? Questo problema era già al centro della domanda posta dall'egregio collega signor Lieberman al Cancelliere Federale. [Rivolgendosi al signor Lieberman] Ho compreso correttamente la sua domanda? Allora è una domanda molto seria! Possiamo osservare con indifferenza quello che sta accadendo? Cercherò anch'io di rispondere alla sua domanda: naturalmente non possiamo restare indifferenti. Naturalmente no.

Ma abbiamo i mezzi per contrastare queste minacce? Certamente. Basta guardare alla storia recente. Il nostro paese è stato protagonista di una transizione pacifica verso la democrazia. Si è verificata una trasformazione pacifica del regime sovietico: una trasformazione pacifica! E che regime! Con che arsenale, compreso quello nucleare! Perché adesso dovremmo cominciare a bombardare e a sparare appena se ne presenta l'occasione?

In assenza della minaccia della reciproca distruzione non abbiamo forse una sufficiente cultura politica e un fondamentale rispetto per i valori democratici e per la legge?

Ne sono convinto: l'unico meccanismo che possa prendere decisioni sull'uso della forza militare come ultima risorsa è la Carta delle Nazioni Unite. E a proposito di questo, o non ho compreso quello che ha appena detto il nostro collega, il ministro italiano della difesa, o si è espresso in modo inesatto. In ogni caso, ho capito che l'uso della forza può essere considerato legittimo solo quando la decisione venga presa dalla NATO, dall'Unione Europea o dalle Nazioni Unite. Se davvero è così, la pensiamo diversamente. Oppure ho sentito male. Il ricorso alla forza può essere considerato legittimo solo se la decisione è stata presa nell'ambito delle Nazioni Unite. E non abbiamo la necessità di sostituire le Nazioni Unite con la NATO o con l'Unione Europea. Quando le Nazioni Unite uniranno davvero le forze della comunità internazionale e potranno realmente reagire ad eventi che accadono in vari paesi, quando ci lasceremo alle spalle il disprezzo della legge internazionale, allora la situazione potrà cambiare. Altrimenti la situazione risulterà in un vicolo cieco, e il numero di gravi errori si moltiplicherà. Inoltre bisogna naturalmente assicurarsi che la legge internazionale abbia carattere universale sia nella sua concezione, sia nell'applicazione delle sue norme.

E non bisogna scordare che una condotta politica democratica si accompagna alla discussione e a un laborioso processo decisionale.

Egregi signore e signori!

Il potenziale rischio di destabilizzazione delle relazioni internazionali è connesso anche con l'ovvia stagnazione sulla questione del disarmo.

La Russia appoggia un rinnovato dialogo su questo cruciale problema.

È importante conservare la stabilità del quadro legale internazionale relativamente alla distruzione delle armi e dunque assicurare continuità al processo di riduzione delle armi nucleari.

Con gli Stati Uniti d'America abbiamo concordato di ridurre il nostro potenziale missilistico nucleare strategico a 1700-2000 testate nucleari entro il 31 dicembre 2012. La Russia intende tener rigorosamente fede all'impegno preso. Speriamo che anche i nostri interlocutori agiscano in modo trasparente e non mettano da parte "per le giornate nere" un paio di centinaia di testate nucleari superflue. E se oggi il nuovo ministro della difesa americano dichiara che gli Stati Uniti non nasconderanno queste testate superflue né nei depositi, né - per così dire - "sotto il cuscino" o "sotto la coperta", allora io propongo a tutti di alzarci in piedi e plaudire alle sue parole. Sarebbe una dichiarazione molto importante.

La Russia aderisce rigorosamente e intende continuare ad aderire al Trattato sulla Non-Proliferazione delle Armi Nucleari e al regime di supervisione multilaterale per le tecnologie missilistiche. I principi incorporati in questi documenti hanno carattere universale.

A tale proposito vorrei ricordare che negli anni Ottanta l'Unione Sovietica e gli Stati Uniti firmarono un accordo per la distruzione di un'intera classe di missili a breve e media gittata, ma questi documenti non avevano carattere universale.

Oggi molte altre nazioni possiedono questi missili, compresa la Repubblica Democratica Popolare di Corea, la Repubblica Coreana, l'India, l'Iran, il Pakistan e Israele. Molti paesi stanno lavorando a questi sistemi e progettano di introdurli nel loro arsenale militare. E solo gli Stati Uniti e la Russia hanno preso l'impegno di non creare questi sistemi d'arma.

È ovvio che in queste condizioni dobbiamo pensare a garantirci la sicurezza.

Al contempo è impossibile permettere la comparsa di nuove e destabilizzanti armi ad alta tecnologia, specialmente nello spazio. Le guerre stellari non sono più una fantasia, ma una realtà. Già alla metà degli anni Ottanta i nostri interlocutori americani sono stati in grado di mettere in pratica l'intercettazione di un loro satellite.

Secondo la Russia la militarizzazione dello spazio potrebbe avere conseguenze imprevedibili per la comunità internazionale, provocando niente meno che l'inizio di un'era nucleare. Noi abbiamo più volte proposto iniziative volte a impedire l'uso di armi nello spazio.

Oggi vorrei informarvi che abbiamo preparato il progetto di un accordo per la prevenzione dell'impiego di armi nello spazio. Prossimamente sarà mandato ai nostri interlocutori sotto forma di proposta ufficiale. Lavoriamoci assieme.

I piani per estendere all'Europa certi elementi del sistema di difesa missilistica non possono non allarmarci. A chi serve che si proceda a un'inevitabile corsa agli armamenti? Dubito profondamente che si tratti degli europei.

Armi missilistiche con una portata di cinque-ottomila chilometri in grado di minacciare realmente l'Europa non esistono in alcuna delle cosiddette nazioni problematiche. E nel vicino futuro e in prospettiva questo non accadrà e non è nemmeno prevedibile. E qualsiasi ipotetico lancio, per esempio, di un missile nordcoreano sul territorio americano attraverso l'Europa occidentale sarebbe in evidente contraddizione con le leggi della balistica. Come diciamo in Russia, sarebbe come "usare la mano destra per toccarsi l'orecchio sinistro".

E trovandomi qui in Germania non posso non parlare della crisi in cui versa il Trattato sulle Forze Armate Convenzionali in Europa.

Il Trattato Adattato sulle Forze Armate Convenzionali in Europa è stato firmato nel 1999. Teneva conto di una nuova realtà geopolitica, e cioè l'eliminazione del blocco di Varsavia. Da allora sono passati sette anni e solo quattro stati hanno ratificato questo documento, compresa la Federazione Russa.

I paesi della NATO hanno dichiarato apertamente che non ratificheranno questo trattato, comprese le misure più restrittive per i fianchi (che riguardano l'impiego di un certo numero di forze armate nei fianchi della NATO), finché la Russia non smantellerà le sue basi militari nella Georgia e nella Moldova. Il nostro esercito sta lasciando la Georgia, perfino più in fretta del previsto. Abbiamo risolto i problemi che avevamo con i nostri colleghi georgiani, come è risaputo. Nella Moldova ci sono ancora 1500 uomini impegnati in operazioni di mantenimento della pace e a proteggere i depositi di munizioni che risalgono ai tempi dell'Unione Sovietica. Discutiamo continuamente di questa questione con il signor Solana, che conosce la nostra posizione. Siamo pronti a continuare a lavorare in questa direzione.

Ma cosa sta succedendo, nello stesso tempo? Nello stesso tempo in Bulgaria e in Romania compaiono le cosiddette basi americane avanzate con circa cinquemila uomini ciascuna. Risulta che la NATO ha dispiegato ai nostri confini le sue forze avanzate mentre noi, continuando a rispettare gli impegni del trattato, non reagiamo in alcun modo.

Penso che sia ovvio che l'espansione della NATO non ha niente a che fare con la modernizzazione dell'Alleanza stessa o con la necessità di rendere più sicura l'Europa. Al contrario, rappresenta un grave fattore di provocazione che riduce il livello di fiducia reciproca. E noi abbiamo il diritto di chiedere: contro chi si sta svolgendo questa espansione? E che ne è stato delle dichiarazioni fatte dai nostri interlocutori occidentali dopo la dissoluzione del Patto di Varsavia? Dove sono oggi quelle dichiarazioni? Nessuno se ne ricorda nemmeno. Ma io mi permetterò di ricordare a questo uditorio quello che era stato detto. Vorrei citare il discorso del Segretario Generale della NATO Woerner a Bruxelles il 17 maggio 1990. Egli disse allora che: "il solo fatto che siamo disposti a non dispiegare le truppe della NATO fuori dal territorio tedesco fornisce all'Unione Sovietica salde garanzie di sicurezza". Dove sono queste garanzie?

Le pietre e i muri di cemento del Muro di Berlino si sono già dispersi da molto tempo in forma di souvenir. Ma non dovremmo dimenticare che il crollo del Muro di Berlino fu possibile grazie a una scelta storica fatta anche dal nostro popolo, il popolo russo: una scelta a favore della democrazia, della libertà, della trasparenza e di una sincera collaborazione con tutti i membri della grande famiglia europea.

E ora stanno già cercando di imporci nuove divisioni e nuovi muri, benché virtuali, ma sempre in grado di dividere e tagliare il nostro continente comune. Ed è mai possibile che ci vogliano nuovamente molti anni e decenni, e diverse generazioni di politici, per distruggere e smantellare questi muri?

Egregi signore e signori!

Noi sosteniamo con insistenza il rafforzamento del regime di non-proliferazione. Gli attuali principi legali internazionali ci permettono di sviluppare tecnologie per produrre combustibile nucleare per scopi pacifici. E molti paesi hanno tutte le ragioni per voler produrre energia nucleare come base per la loro autonomia energetica. Ma capiamo anche che queste tecnologie possono essere rapidamente trasformate per la produzione di armi nucleari.

Questo crea gravi tensioni internazionali. Un chiaro esempio di ciò è rappresentato dal clima che circonda il programma nucleare iraniano. E se la comunità internazionale non troverà una soluzione ragionevole per risolvere questo conflitto di interessi il mondo continuerà ad essere afflitto da simili crisi destabilizzanti, perché ci sono altri paesi oltre all'Iran, e noi tutti lo sappiamo. Siamo destinati a continuare a confrontarci con la minaccia della proliferazione delle armi di distruzione di massa.

Lo scorso anno la Russia ha proposto di realizzare centri internazionali per l'arricchimento dell'uranio. Siamo aperti alla possibilità che simili centri vengano creati non solo in Russia ma anche in altri paesi dove ci sia una base legittima per l'uso dell'energia nucleare civile. I paesi che vogliono sviluppare la propria energia nucleare avrebbero la garanzia di ricevere il combustibile attraverso la partecipazione diretta a questi centri, che naturalmente opererebbero sotto la rigida supervisione dell'AIEA.

Le più recenti iniziative proposte dal presidente americano George W. Bush concordano con le proposte russe. Ritengo che la Russia e gli Stati Uniti siano oggettivamente e ugualmente interessati a rafforzare il regime di non-proliferazione delle armi di distruzione di massa e le modalità del loro impiego. Sono proprio i nostri paesi, che hanno il maggiore potenziale nucleare e missilistico, che devono guidare lo sviluppo di nuove e più rigide misure di non-proliferazione. La Russia è pronta per questo lavoro. Stiamo conducendo consultazioni con gli amici americani.

In generale dovremmo riuscire a realizzare un intero sistema di incentivi politici e di stimoli economici; stimoli grazie ai quali i paesi sarebbero interessati a non sviluppare un proprio ciclo energetico nucleare pur avendo comunque la possibilità di sviluppare energia nucleare e di rafforzare il loro potenziale energetico.

A tale proposito parlerò ora più dettagliatamente della cooperazione energetica internazionale. Anche il Cancelliere Federale ne ha parlato, seppur brevemente. Nel settore dell'energia la Russia è orientata alla creazione di principi di mercato uniformi e di condizioni trasparenti per tutti. È ovvio che i prezzi devono essere determinati dal mercato e non essere soggetti a speculazioni politiche, pressioni economiche o ricatti.

Siamo aperti alla collaborazione. Le compagnie straniere collaborano a tutti i nostri progetti energetici. Secondo diverse stime, fino al 26% dell'estrazione del petrolio in Russia - il 26%, badate - viene fatto con capitali stranieri. Provate, provate a trovare un esempio simile di ampia partecipazione delle compagnie russe in settori chiave dell'economia dei paesi occidentali. Un tale esempio non esiste! Non esiste, un tale esempio.

Voglio anche ricordare il rapporto tra gli investimenti stranieri in Russia e gli investimenti della Russia all'estero. Il rapporto è di circa quindici a uno. E qui avete un esempio tangibile dell'apertura e della stabilità dell'economia russa.

La sicurezza economica è il settore in cui tutti devono aderire a principi uniformi. Siamo pronti a competere lealmente.

Per questa ragione nell'economia russa appaiono possibilità sempre maggiori. Gli esperti e i nostri partner occidentali stanno valutando obiettivamente questi cambiamenti. Così recentemente l'OECD ha rialzato il rating creditizio della Russia, che è passata dal quarto al terzo gruppo. E oggi a Monaco vorrei approfittare di questa occasione per ringraziare i nostri colleghi tedeschi per aver contribuito a questa decisione.

Inoltre, come sapete, il processo che porterà all'entrata della Russia nella WTO è giunto nelle fasi finali. Vorrei ora rilevare che durante i lunghi e difficili colloqui abbiamo più volte sentito parlare di libertà di espressione, libero mercato e pari opportunità, ma per qualche motivo solo ed esclusivamente a proposito del mercato russo.

E c'è un altro importante tema che influenza direttamente la sicurezza globale. Oggi molti parlano della lotta alla povertà. Cosa sta accadendo realmente in questa sfera? Da un lato si investe in programmi per aiutare i paesi più poveri, e a volte le risorse impiegate sono sostanziose. Ma ad essere sinceri - e molti qui lo sanno - questo spesso avviene con l'intervento di compagnie di quello stesso paese-donatore. Dall'altro lato, i paesi sviluppati conservano i propri sussidi agricoli e limitano l'accesso degli altri paesi alle alte tecnologie.

E diciamo le cose come stanno: una mano distribuisce le "elemosine" e l'altra non solo contribuisce a perpetuare l'arretratezza economica ma ne raccoglie anche i profitti. La nascente tensione sociale nelle regioni depresse risulta inevitabilmente nella crescita del radicalismo e dell'estremismo, alimenta il terrorismo e i conflitti locali. E se tutto questo avviene, diciamo, in una regione come il Medio Oriente dove si sta acuendo la percezione dell'ingiustizia e slealtà del resto del mondo, allora c'è il rischio di una destabilizzazione globale.

È ovvio che i principali paesi dovrebbero vedere questa minaccia. E di conseguenza fondare un sistema di relazioni economiche globali più giusto e democratico, un sistema che dia a tutti possibilità e occasioni di sviluppo.

Egregi signore e signori, parlando alla Conferenza sulla Sicurezza è impossibile non nominare le attività dell'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE). Com'è ben noto, questa organizzazione fu creata per esaminare tutti - sottolineo tutti - gli aspetti della sicurezza: gli aspetti militari, politici, economici, umanitari, nelle loro relazioni reciproche.

A cosa stiamo assistendo in pratica oggi? Oggi vediamo che questo equilibrio è chiaramente distrutto. Si sta cercando di trasformare l'OSCE in un volgare strumento di promozione degli interessi in materia di politica estera di un paese o di un gruppo di paesi. E per questo è stato "confezionato" anche l'apparto burocratico dell'OSCE, che non è assolutamente collegato in alcun modo con gli stati fondatori. I processi decisionali e il coinvolgimento della cosiddette organizzazioni non-governative indipendenti sono stati fatti su misura per quel compito. Formalmente queste organizzazioni sono indipendenti, sì, ma essendo finanziate appositamente sono in realtà sotto controllo.

Secondo i documenti fondatori, nella sfera umanitaria l'OSCE ha il compito di assistere i paesi membri nell'osservanza delle norme internazionali sui diritti umani, a loro richiesta. È un compito importante. Noi lo appoggiamo. Ma questo non significa interferire negli affari interni di altri paesi, e tanto meno dettare a questi paesi regole che determinino la loro vita e il loro sviluppo.

È ovvio che questa interferenza non promuove affatto lo sviluppo di stati democratici. Anzi, li rende dipendenti e conseguentemente instabili sul piano politico ed economico.

Contiamo sul fatto che l'OSCE adempia ai suoi scopi originari e stabilisca con stati sovrani relazioni basate sul rispetto, la fiducia e la trasparenza.

Egregi signore e signori!

Concludendo vorrei rilevare questo. Noi spesso - e io personalmente molto spesso - ci sentiamo dire dai nostri interlocutori, compresi quelli europei, che la Russia dovrebbe avere un ruolo sempre più attivo negli affari mondiali.

A tale proposito mi permetto di fare una piccola osservazione. Non c'è bisogno di spingerci e stimolarci a farlo. La Russia ha alle spalle una storia di più di mille anni e ha praticamente sempre goduto del privilegio di condurre una politica estera indipendente.

Non intendiamo venir meno a questa tradizione nemmeno oggi. Al contempo siamo tutti consapevoli di come il mondo sia cambiato e abbiamo una percezione realistica delle nostre possibilità e potenzialità. E, naturalmente, vorremmo interagire con interlocutori responsabili e indipendenti con cui collaborare alla costruzione di un ordine mondiale giusto e democratico che possa garantire sicurezza e prosperità non solo a pochi eletti, ma a tutti.

Grazie per l'attenzione.

Originale: http://www.kremlin.ru/

Tradotto dal russo all'italiano da Mirumir, un membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft per ogni uso non-commerciale: è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne l'autore e la fonte.