venerdì, aprile 20, 2007

La Russia di Putin: democrazia o dittatura?

La Russia di Putin: verso la democrazia o la dittatura?
di Stephen Kotkin
Marzo 2007

La risposta alla domanda della discussione di oggi, "La Russia: verso la democrazia o la dittatura?" è "né l'una, né l'altra". La Russia non è una democrazia e non è neanche una dittatura. La Russia, come la maggior parte dei paesi del mondo, ha un sistema autoritario traballante con elementi democratici (alcuni dei quali significativi). La Russia non è in transizione da qualcosa o verso qualcosa. La Russia è quello che è.

Qui negli Stati Uniti sembra più difficile di quanto dovrebbe essere ottenere buone informazioni e analisi sulla Russia. Per esempio, se gli Stati Uniti sono al primo posto per numero di immigranti che vi giungono ogni anno, la Russia è al secondo. Forse lo sapevate, ma probabilmente no. Oggi negli Stati Uniti non consideriamo e comprendiamo la Russia come "nazione di immigranti". La maggior parte dei suoi immigranti viene dalle ex-repubbliche sovietiche come l'Ucraina, l'Armenia o il Tajikistan, benché ve ne sia un certo numero proveniente dalla Corea del Nord e dalla Cina. Oggi si stima che a Mosca risiedano più di 500.000 e forse perfino un milione di musulmani. Al contempo, più di 250.000 russi vivono a Londra. Questi schemi migratori sono la conseguenza di grandi cambiamenti. Sono collegati alla storia dell'economia russa, che è transregionale e globale, ma che ci viene spesso mostrata attraverso la lente della politica.

I nostri servizi giornalistici sulla Russia sono generalmente ossessionati dal Cremlino e dal suo capo Vladimir Putin. Putin domina lo spazio dedicato dai media americani alla Russia ben più di quanto domini la stessa Russia. Complessivamente, i mezzi di informazione americani raramente citano dei russi che non siano i soliti personaggi televisivi lontani da quella sfera politica che è ossessivamente al centro dell'attenzione. Su questioni politiche non sono mai citati (per nome o anonimamente) "alti funzionari del Cremlino". Né si citano i pezzi grossi della finanza, o funzionari pubblici con riferimento a casi legali o fiscali. Spesso i servizi non citano neanche i portavoce delle agenzie. Certo, alcuni giornalisti stranieri che lavorano in inglese sulla Russia fanno un lavoro di ricerca, riferiscono molte fonti vicine ai fatti e contribuiscono alla comprensione di questioni al di là degli interessi del governo americano e delle relazioni bilaterali. E si spera che le circostanze di una campagna elettorale presidenziale semicompetitiva o anche solo simulata facciano sì che venga garantita dall'interno una certa misura di accesso ai media stranieri.
L'accesso non garantisce a sua volta la comprensione - come sappiamo dai servizi di Washington - ma la maggioranza degli articoli sulla Russia continua praticamente a essere priva di fonti. Se interrogati sui problemi dell'accesso alla realtà russa e della mancanza di buone fonti, i giornalisti americani che si occupano della Russia potrebbero attribuirli all'inclinazione tipicamente russa alla segretezza. Non avrebbero tutti i torti. Il reticentissimo governo russo è un incubo a livello di marketing, e ha guadagnato al paese una reputazione ben peggiore di quella che si merita.

Nella mia trattazione - che si basa su osservazioni dirette e su discussioni con funzionari russi - presento alcuni commenti generali su tre dimensioni di comprensione della Russia: il fenomeno della cosiddetta Cremlino S.p.a., e cioè l'idea oggi di moda che il regime di Putin sia una specie di grande unica corporazione statale; la natura straordinariamente stabile della società russa attuale, della quale sappiamo molto poco; e infine la nuova assertività della Russia, che ha colto molti di sorpresa e che viene in qualche modo percepita come una nuova minaccia.

La Cremlino S.p.a.
"Cremlino S.p.a." è un concetto comprensibile a tutti. Significa che un gruppo putiniano dominato dal KGB ha preso il comando della Russia e controlla il paese politicamente ed economicamente. È una storia meravigliosamente semplice, forse quella dominante tra i commentatori americani. Ma la Cremlino S.p.a. è una pericolosa mezza verità.

Il sistema politico russo è privo di partiti politici funzionanti o di altri meccanismi istituzionalizzati di reclutamento delle élite del potere. Al contrario, possiede un sistema estremamente personalistico. I capi russi tendono ad affidare le cariche ai loro ex-compagni di scuola, concittadini, ex-colleghi. Vladimir Putin veniva da San Pietroburgo. Inoltre aveva assunto cariche molto elevate a Mosca per un periodo molto breve prima di diventare presidente. Per affermare il controllo operativo sulle istituzioni dello stato centrale e sulle corporazioni statali tende a nominare persone che gli sono leali (a volte è fortunato, e ne riceve in cambio sia competenza che lealtà, altre volte ottiene solo lealtà). Queste persone vengono ovviamente dalla sua città natale e dai suoi posti di lavoro precedenti, che erano il KGB di Leningrado e l'amministrazione comunale di San Pietroburgo.

(Nota: ci sono due principali aspiranti successori di Putin per la carica di presidente, nel 2008. L'uno, Sergej Ivanov, viene dal KGB di Leningrado, mentre l'altro, Dmitrij Medvedev, viene dall'amministrazione comunale di San Pietroburgo. Chi è addentro ai giochi della politica russa, sospetta che ci sarà un candidato a sorpresa dell'ultima ora, come accadde quando fu eletto Putin e in conformità con il suo stesso operato; altri sospettano che Putin nel 2008 si farà da parte solo formalmente. Solo una persona sa - sempre che lo sappia - chi sarà scelto come suo successore).

La popolare idea di una presa di potere del sistema politico russo da parte del KGB non è campata in aria. Il KGB sovietico era un'istituzione imponente che impiegava tantissime persone, dunque è inevitabile che molti pezzi grossi di oggi vengano da lì. Ma se Putin avesse lavorato al ministero della difesa, adesso sarebbe stato il ministero della difesa a "prendere il comando" della Russia. È sbagliato dedurre che solo perché Putin e i suoi fedeli vengono dal KGB l'intero sistema sia automaticamente avviato a diventare un regime dei servizi. C'è del vero. Molti dei colleghi di Putin condividono a volte una certa mentalità - la diffidenza nei confronti dell'Occidente - ma è ben più significativo che essi appartengano a fazioni rivali.

E questo è il punto cruciale. "Cremlino S.p.a." implica che vi sia una squadra unita in un'impresa comune, mentre molti alti funzionari russi si disprezzano reciprocamente. Sono avversari, i loro feudi sono spesso in competizione e in conflitto, e cercano di distruggersi a vicenda. Il corso-base di dittatura insegna che un dittatore necessita di funzionari che diffidino gli uni degli altri e che poi vadano a far la spia da lui. Il governante dirà "Non preoccuparti, di lui mi occupo io, non ti darà più fastidi". A volte il governante imporrà una tregua. Spesso, tuttavia, istigherà ulteriori conflitti, mettendo l'uno contro l'altro interessi già antagonistici per fare in modo che corrano tutti da lui alla ricerca di protezione, e ne siano dipendenti.

Il regime di Putin è ben lontano dal diventare una dittatura - nelle condizioni caotiche del disfunzionale stato russo e della relativamente aperta società russa - ma la strategia di governo di Putin ubbidisce in pieno al corso-base di dittatura. Vista dal di fuori, questa strategia sembra consistere nell'accentramento del potere in una piramide disciplinata, ma vista dall'interno consiste nell'accertarsi che la "squadra", lungi dall'essere unita, sia in permanente stato di conflitto. La "Cremlino S.p.a.", dunque, è un sistema politico fatto di stabilità superficiale e di intrinseco disordine. I suoi membri sono in costante competizione, e nella politica russa la miglior difesa è l'attacco: quindi tutti attaccano attivamente le proprietà personali e gli uomini dei rivali (in un cosiddetto naezd) prima che questi possano fare lo stesso.

Ciò che impedisce a questa entità divisa, turbolenta, instabile erroneamente chiamata "Cremlino S.p.a." di sfuggire completamente al controllo è la dipendenza da Putin. Eliminate quell'unico pezzo e il caos scoppierà davanti agli occhi di tutti anziché restare prevalentemente celato. Ma Putin ha promesso molte volte che non si presenterà per il terzo mandato, cosa del resto vietata dalla Costituzione del 1993. Ha fatto di frequente questa promessa anche se avrebbe potuto stare zitto. L'ha ripetuta in patria e all'estero, privatamente e in pubblico. Molti commentatori ipotizzano che Putin intenda creare una crisi e poi usare quella crisi per rimanere al potere. In realtà, però, non ne ha bisogno. Gode dell'80% dei consensi dell'elettorato. Putin può essenzialmente fare quello che gli pare. Non ha neanche bisogno di violare la costituzione. Se vuole, la Duma cambierà la costituzione in un batter d'occhio e lui potrà ricandidarsi con il consenso dell'opinione pubblica. Invece continua a dire pubblicamente che non si ricandiderà.

L'insistenza di Putin sul fatto che si farà da parte sta spaventando la finanza russa, quella internazionale, e anche molti politici sul piano internazionale. Ci sono persone che temono davvero che Putin si farà da parte. Se lo farà, le fazioni della cosiddetta Cremlino S.p.a. - autentici scorpioni chiusi in una bottiglia - si attaccheranno reciprocamente in pubblico. Alcuni di essi si rifiuteranno di mettersi al servizio di un'altra persona. Alcuni vorranno essere quest'altra persona. Molti vogliono che Putin rimanga, per evitare gli incerti di una lotta per stabilire un nuovo primus inter pares, o una figura dominante. Di certo non tutti sperano che si ricandiderà; ma Putin ha fatto sì che una gran parte della popolazione russa letteralmente conti in una transizione morbida da lui pilotata. Ma visto che il sistema politico russo è così litigioso e dipendente da un'unico uomo, tutto può ancora succedere prima di marzo 2008. Tutto tranne la democrazia e il governo della legge.

Dal punto di vista di molti osservatori interni, il problema è: come farà Putin a gestire una transizione nella quale è stato lui stesso ad alimentare i conflitti, e a evitare che questi conflitti gli sfuggano di mano? Porre la questione in questo modo non deve essere vista come un argomento a favore del terzo mandato e contro la possibilità che in Russia si svolgano delle vere elezioni. È semplicemente un'osservazione sullo stato delle cose: il regime è instabile perché tutti i regimi autoritari sono fondamentalmente instabili, e perché il presidente continua a insistere pubblicamente sul fatto che rispetterà la Costituzione e si farà da parte, esponendo così la tremenda instabilità insita nel suo regime esteriormente stabile.

La prevalente stabilità della società russa
La parte stabile della Russia è la società. La società russa è enormemente dinamica. Secondo studi dell'Istituto di Sociologia dell'Accademia Russa delle Scienze, un buon 20-25% della società russa si qualifica come solida classe media. Altri studi - che misurano anch'essi tutti gli aspetti, dal livello di istruzione alla conoscenza delle lingue straniere e ai viaggi, dal salario allo stile di vita e soprattutto i beni di proprietà - confermano questo quadro generale. Ma della classe media russa sappiamo troppo poco (diversamente da quella di Cina e India, per esempio), mentre sentiamo molto parlare di "oligarchi". Questi ultimi sono poche dozzine, mentre la classe media è costituita da dozzine di milioni.

La classe media russa non è confinata alla capitale, anche se lì è più numerosa. La si vede in tutti i centri regionali con un'economia dinamica. La si vede nella Siberia occidentale, a San Pietroburgo e nella zona a nord attorno a San Pietroburgo, in sacche della Russia centrale e in alcune aree di confine. Questo non significa che la società non conosca la povertà, che non ci siano gravi problemi come il declino demografico, con una popolazione che è scesa a 142 milioni e sta diminuendo nonostante l'immigrazione. Però il paese ha una società stabile, dinamica. Noi tendiamo a dare per scontato che non vi possa essere proprietà privata in assenza del principio di legalità. Ma se così fosse la società cinese e quella russa non esisterebbero. E invece esistono. Non c'è principio di legalità, ma c'è una grande diffusione della proprietà privata. Nonostante i profondi problemi sociali - dalla tubercolosi resistente ai farmaci all'alcolismo - la società russa è simultaneamente una fonte di dinamismo e di stabilità.

Circa la metà della classe media russa lavora per lo stato. Sono burocrati e funzionari, poliziotti ed esattori delle tasse, ispettori e sovrintendenti all'istruzione. Lavorano nell'erede del KGB, l'FSB, e nelle compagnie petrolifere, energetiche, automobilistiche o della difesa, di proprietà dello stato. In Russia c'è un'economia privata gigantesca (l'economia russa è più privata di quella cinese). Ma anche coloro che lavorano nelle compagnie private solitamente lavorano all'interno di grandi corporazioni. Un piccolo settore della classe media lavora in proprio, ma in generale la classe media non è costituita da piccoli o medi imprenditori indipendenti. Se negli Stati Uniti e nell'Europa Occidentale il 70% dell'occupazione è costituita da piccole e medie imprese, la Russia non si avvicina neanche al 25%. E tuttavia la Russia ha una classe media aziendale e statale stabile, dinamica, in crescita, ed enormemente interessata alla stabilità del paese.

A Putin va dato un certo credito per l'attuale desiderio di stabilità sociale, e lo riceve dai russi che appartengono alla classe media o che aspirano a farne parte. Ancora una volta, però, gli stranieri tendono a fraintendere questo aspetto perché cercano la democrazia. La scienza politica americana insegna che un paese che riesca ad avere una classe media stabile è sulla strada della legalità e della democrazia. Ciò è vero, eccetto in quei casi in cui non lo è, e cioè nella maggior parte del mondo. La classe media russa conosce l'Europa di prima mano perché ci ha viaggiato, e la maggior parte dei suoi membri si identifica nei valori e nelle istituzioni dell'Europa democratica. Ma la classe media russa è intelligente, e sa che se si politicizza rischia di perdere il benessere e lo status sociale. I singoli individui rispondono molto bene agli incentivi (gli economisti non hanno tutti i torti), e la maggior parete della classe media russa non è ancora pronta a sacrificare la propria posizione per ottenere la legalità e la democrazia; è invece interessata a mantenere il proprio benessere, e all'accesso privilegiato agli istituti d'educazione e alle carriere professionali per i propri figli. Dunque in Russia né la classe alta né quella media premono per la democrazia, anche se la classe media si identifica per lo più con i valori e le istituzioni degli europei.

Però non sta avvenendo neanche un consolidamento della dittatura, e anche in questo la società gioca un ruolo importante. La Russia non ha un'ideologia come il comunismo in grado di unificare il popolo attorno a un uomo forte, lo stato russo non ha la capacità di imporsi una disciplina di stampo militare e il paese ha un'economia di mercato estremamente complessa, parzialmente perché globalizzata. Anche se nella società russa c'è una forte corrente che apprezza l'ordine, pochi scambiano l'ordine per una dittatura. Anzi, nelle conversazioni si sentono frequenti critiche nei confronti di Putin e della direzione che il paese sta prendendo. Nel frattempo la società russa sta trasformando il panorama socioeconomico del paese con il lavoro, con le iniziative imprenditoriali, con gli schemi di consumo e i gusti, la domanda d'istruzione, i viaggi all'estero, e sta costruendo una rete di relazioni sul piano nazionale e su quello globale. La trasformazione sociale della Russia è un fatto di prima grandezza che si nasconde, ancora una volta, davanti agli occhi di tutti. Basta guardare la pubblicità commerciale sui media, compresa la televisione filo-governativa, per rendersi conto che gli interessi imprenditoriali sono rivolti a qualcosa che i commentatori continuano a ignorare: la classe media.

La zappa sui piedi
Negli anni Novanta aveva senso difendere l'espansione della NATO in quanto avrebbe aumentato la forza e la capacità della NATO stessa. L'espansione però non ha prodotto questo effetto. Al contrario, si potrebbe dire che l'espansione ha indebolito la NATO perché gli eserciti che vi sono entrati non soddisfano le specifiche della NATO e vi contribuiscono ben poco. Un argomento cruciale contro l'espansione della NATO negli anni Novanta era "Farà infuriare i russi, che reagiranno di conseguenza. Tranquillizzate i russi e non espandete la NATO". Ho sempre trovato sbagliato questo ragionamento (ero contrario all'espansione della NATO, ma perché pensavo che fosse un male per la NATO). Ma ne è passata di acqua sotto i ponti, come si dice. Tuttavia, quando oggi la gente dice "La Russia sta mostrando i muscoli, vuole essere di nuovo presente in tutte le aree del mondo, la NATO non avrebbe dovuto espandersi", la mia risposta è che se non ci fosse stata un'espansione della NATO avremmo comunque quello che stiamo vedendo ora in Russia: un potenza rinata, assertiva, piena di risentimento.

Non bisogna temere questa Russia assertiva, rinata, piena di risentimento. La Russia ha interessi di stato che sono diversi da quelli degli Stati Uniti (o del Giappone, o della Cina). I Russi esprimono i loro interessi in maniera più incalzante, ma quali risultati ottengono? Chiudendo il gas all'Ucraina hanno persuaso l'Europa di essere un partner energetico o si stanno dando la zappa sui piedi? Ecco quello che sta facendo la politica estera russa: si sta dando la zappa sui piedi.

La fornitura degli idrocarburi sembra essere un grosso punto di vantaggio per la Russia; solo che l'energia è un mercato, e in quanto tale comporta delle relazioni di dipendenza reciproca. I fornitori russi devono trovare dei compratori, e quei compratori non devono avere alternative, né in altri fornitori di idrocarburi né in altre forme. Parlare di un "OPEC del gas" - la Russia si è rifiutata di aderire all'OPEC - è un discorso ozioso che manca spesso di elencare i motivi per cui un OPEC del gas è impraticabile, e di rilevare come l'idea - non liquidata da Putin - vada benissimo a Teheran. Si perde di vista un fatto ancora più importante, e cioè che la Russia non può più essere la vecchia economia sovietica alla quale eravamo abituati. La Russia può formare tutte le grandi compagnie di stato che vuole, me se le compagnie statali della Russia non riescono a rendere in condizioni di mercato, il mercato le punirà. C'era una vecchia storiella sulla Commissione Statale per la Pianificazione, la cosiddetta Gosplan: se affidavi loro il Sahara ci sarebbe stata penuria di sabbia. A Gazprom, il monopolio del gas, è affidato circa il 33% delle riserve mondiali di gas, e la Russia può ritrovarsi senza gas. Il problema con un'economia di mercato è che bisogna gestire una compagnia come un business, altrimenti se ne pagano le conseguenze.

Quando il governo russo diventa assertivo, per lo più retoricamente, non c'è motivo di preoccuparsi o addirittura di reagire. Certo, altri paesi devono cercare di capire quali sono gli interessi della Russia, così che si possano sviluppare delle relazioni tra stati basate sui rispettivi interessi. Ma è lo stesso per le relazioni con la Cina, l'India e tutti gli altri grandi paesi che cercano un posto in un sistema internazionale che non hanno contribuito a creare ma che non può funzionare senza che ne facciano parte. Una nuova guerra fredda non nasce solo perché la Russia sta tornando a essere un po' assertiva. L'esercito russo è un disastro. Il territorio russo è di molto ridotto, non controlla né un impero né dei paesi satelliti, e ha a malapena una sfera di influenza. Non ha alleati significativi. Il suo attuale modello politico-economico non attrae paesi in via di sviluppo. È vero che il prodotto interno lordo della Russia è aumentato a ritmo sostenuto negli ultimi otto anni, ma questo è un bene. Quando si riconosce tardivamente che la Russia è uno stato del petrolio, spesso non si parla del grado di diversificazione della sua economia (biotecnologie, software, aerospazio, industria militare, industria alimentare). Questo, e non le prese di posizione retoriche, sarà alla base del potere della Russia, o della sua assenza.

Riflessioni conclusive
Una visione d'insieme della Russia, dunque, mostra in primo luogo una falsa stabilità e un'effettiva instabilità del regime. In vista del 2008 (elezioni presidenziali) tutti vedono Putin come una soluzione, ma può essere Putin stesso a mandare all'aria queste aspettative. In secondo luogo, la Russia ha una classe media dinamica stabile e prevalentemente apolitica. La classe media russa comprende che per ora l'assenza di politicizzazione è una strategia vincente, e dunque la persegue con buona pace degli attivisti che si battono per la difesa della democrazia e dei diritti umani. In terzo luogo, il mondo dovrà abituarsi a questa nuova Russia assertiva. La Russia non è più quello che era negli anni Novanta, quando era in caduta libera, in pieno crollo post-sovietico; è invece una potenza strategica in un contesto molto importante, con propri interessi che saranno a volte destinati a scontrarsi con quelli di altri paesi. Non c'è però alcun motivo d'allarme. Il problema del considerare la Russia una grande minaccia è che è una minaccia più per se stessa che per il resto del mondo.

La Russia si sta dando la zappa sui piedi in quasi tutti i contesti della politica internazionale. È inoltre priva di amici. L'unico vero amico della Russia è la politica straniera degli Stati Uniti, che riesce benissimo ad acuire l'anti-americanismo. L'anti-americanismo esiste già; non è la politica estera degli Stati Uniti a crearlo. La politica estera americana dovrebbe mirare ad attenuare l'anti-americanismo. Invece Washington sembra incline a fare il contrario. Questo è alla base di buona parte della diplomazia russa. Ovunque l'anti-americanismo vada aumentando, la Russia vede un'opportunità di intervento su temi e scenari globali. Quindi una politica tesa a diminuire l'anti-americanismo sarà di fatto una politica tesa a diminuire l'influenza russa nel mondo. E anche così, il potere della Russia - come quello della Cina, dell'India, del Giappone o della Germania - continuerà a farsi sentire in misura considerevole.

Il Prof. Kotkin è docente di storia e direttore del programma di Studi Russi ed Eurasiatici all'Università di Princeton. Tra i suoi libri, si ricordano Magnetic Mountain: Stalinism as a Civilization e Armageddon Averted: The Soviet Collapse, 1970-2000. Presiede il comitato editoriale della Princeton University Press ed è consulente dell'Open Society Institute e di altre fondazioni attive in Eurasia. Recensisce libri sulla finanza per il New York Times on Sundays. Suoi saggi sono apparsi sul New Yorker, il Washington Post, il Financial Times e The New Republic. Questo saggio è basato sull'intervento tenuto dal Prof. Kotkin il 15 febbraio 2007 a Filadelphia, nell'ambito di una conferenza sponsorizzata dal Foreign Policy Research Institute e dal Mid-Atlantic - Russia Business Council.

Originale: http://www.fpri.org

mercoledì, aprile 18, 2007

Kasparov contro la Russia di Putin

Kasparov contro la Russia di Putin
di Uwe Klussmann, Der Spiegel

Con un'alleanza di liberali e di estremisti, l'ex-campione mondiale di scacchi Garry Kasparov e l'ex-primo ministro russo Michail Kas'janov sperano di rovesciare il presidente Vladimir Putin. L'impresa ha poche possibilità di riuscita, ma il Cremlino non ha comunque intenzione di correre rischi.

Garry Kasparov, l'ex-campione mondiale di scacchi, ha aperto la sua partita più rischiosa sulla via più sontuosa della Russia. Sulla Prospettiva Nevskij, a San Pietroburgo, città natale del presidente, una folla di circa 3000 seguaci di Kasparov ha intonato lo slogan "Via Putin dalla Russia!". In rapporto alla popolazione della seconda città più grande della Russia (4,6 milioni di abitanti), è stata una protesta di dimensioni relativamente piccole. Tuttavia era abbastanza grande da far sì che le autorità rispondessero con una dimostrazione del proprio potere: i reparti speciali dell'OMON hanno arrestato 113 manifestanti.
Non era la prima volta che Kasparov manifestava al freddo di fronte alla cattedrale di San'Isacco. Brandendo un megafono, il leader del Fronte Civile Unito, un'organizzazione che conta 5000 membri, ha accusato il presidente russo Putin di preparare un "insidioso colpo di stato".
Difficilmente il genio degli scacchi diventerà un potente leader d'opposizione con queste tattiche. Putin e i suoi sostenitori già da tempo si sono assicurati che i loro avversari non abbiano alcuna possibilità nelle elezioni parlamentari di dicembre e nelle presidenziali di tre mesi dopo. Hanno alzato al 7% lo sbarramento e hanno privato i governatori provinciali di molto del loro potere facendone praticamente delle figure designate dal governo. Controllano i network televisivi russi e i maggiori giornali. E come se ciò non fosse sufficiente mettono alle calcagna dei loro avversari politici ispettori fiscali e giudici. "La Russia non è una democrazia", ha dichiarato allo Spiegel Kasparov. Nonostante la sua posizione di svantaggio, Kasparov sta mettendo in pratica la sua abilità di scacchista per tentare alcune mosse a sorpresa.

Un'opposizione che ha fatto il suo tempo
Eppure appare come un gesto di disperazione il fatto che Kasparov, tentando di sfidare la popolarità del presidente, abbia scelto di allearsi con il ben meno popolare ex-primo ministro, Michail Kas'janov, e con Eduard Limonov, eccentrico intellettuale sessantaquattrenne. Quest'ultimo contingente di democratici russi è un triumvirato di persone che hanno fatto il loro tempo e che sono unite da poco più che dalla comune avversione per Putin.
Il goffo ed effervescente Kasparov e Kas'janov, con la sua reputazione di dandy, sono entrambi fervidamente filo-americani. Ma Limonov, che fa lo scrittore, condanna gli Stati Uniti, che gli concessero asilo politico quando le autorità comuniste lo espulsero dall'Unione Sovietica nel 1974. Kasparov è autore di una serie di libri di successo sugli scacchi intitolata "I miei grandi predecessori", mentre Limonov ha scritto "Memorie di un punk russo" e, nel 2003, l'opera che ha dato il nome al bislacco triumvirato: "Drugaja Rossija", cioè "Un'altra Russia"
In "Un'altra Russia" Limonov propone la "trasformazione del paese in un conglomerato di comuni armate, libere e orgiastiche". Come questo genere di retorica possa far presa sull'ex-premier Kas'janov, convinto capitalista che preferisce parlare di crescita economica e libero mercato, resta un enigma.
Alla manifestazione di San Pietroburgo Limonov stava al fianco di Kasparov. Secondo la strategia del campione di scacchi, il ruolo di Limonov consiste nel fornire le pedine per non esporre il re, cioè Kasparov. A differenza di Kasparov e Kas'janov - politici d'opposizione di classe media in un paese privo di una vera classe media - Limonov è il solo capace di mobilizzare prontamente migliaia di sostenitori. Con slogan come "Un buon borghese è un borghese morto", i "Limonovski", un gruppo prevalentemente composto da robusti giovanotti, si sono fatti l'immagine di una banda di teppisti radicali. Limonov stesso, negli ultimi 14 anni leader del non registrato Partito Bolscevico Nazionale, diffonde un messaggio di "resistenza nazionale e sociale", rifacendosi al Lenin degli ultimi anni, al Goebbels degli inizi, alla sinistra del Partito Nazista e alla terrorista tedesca Ulrike Meinhof.

Soffocare l'opposizione
Per evitare che possano ripetersi le rivoluzioni democratiche, finanziate con denaro americano, contro i regimi autocratici di Ucraina e Georgia, il Cremlino tende a soffocare rapidamente anche la scintilla d'opposizione più insignificante. Nel dicembre scorso a Mosca sono stati dispiegati 8000 poliziotti per sorvegliare i 2000 partecipanti alla "Marcia dei dissenzienti".
Putin sta già ricorrendo ai servizi segreti russi, l'FSB, per proteggere la Russia dal un'"ideologia estremista" durante le elezioni. Ma nel linguaggio del Cremlino le proteste non violente sono spesso già definite "estremiste". Quando due seguaci di Limonov hanno lanciato dei volantini per chiedere libere elezioni durante una seduta del consiglio comunale di San Pietroburgo, sono stati subito portati nella prigione Kresty e accusati di aver commesso "atti di violenza contro rappresentanti del governo". Nella Russia di Putin innocui volantini sono apparentemente così pericolosi per il potere che per la sua sproporzione la punizione ricorda l'epoca sovietica.
Qualsiasi opposizione non controllata dal Cremlino è considerata una minaccia contro lo stato, e l'amministrazione ha deciso di usare le armi pesanti per gestire i rapporti con il traditore Kas'janov.
Subito dopo il suo rientro in politica, i media controllati dallo stato hanno resuscitato un soprannome che lo mette in una luce a dir poco sfavorevole: "Miša Due Per Cento", che allude alla percentuale che si dice Kas'janov chiedesse per chiudere un occhio sulle illegalità quando era ministro delle finanze tra il 1993 e il 1999.
Kas'janov insiste a dire che le sue uniche entrate consistevano nel salario di ministro, e che è stato coinvolto in imprese d'affari private per un solo anno dopo aver lasciato la carica di primo ministro. Dev'essersi trattato di un buon anno per Kas'janov, che in seguito fu in grado di spendere diversi milioni di dollari per comprare la dacia dell'ideologo del Partito Comunista sovietico Michail Suslov.

Kas'janov for president?
Nella partita a scacchi di Kasparov contro il Cremlino, il controverso Kas'janov è la Regina, e il suo ruolo consiste nel costringere in un angolo il Re avversario, Putin. Kas'janov è visto come il candidato più probabile alla presidenza all'interno del triumvirato. È stato primo ministro per quattro anni sotto Putin e in politica è considerato un esperto peso massimo.
Ma anche i sostenitori in buona fede del movimento d'opposizione dubitano che uno come Kas'janov possa arrivare ai livelli di eroe nazionale raggiunti da Putin. Sotto il suo mandato come ministro delle finanze durante la caotica amministrazione post-sovietica di Boris El'cin, le pensioni arrivavano in ritardo mentre i burocrati e gli oligarchi erano indaffarati a riempirsi le tasche.
Per minacciare seriamente la squadra di Putin, Kas'janov e Kasparov dovrebbero formare un'alleanza con il Partito Comunista, che con 160.000 membri e 48 seggi (su 450) al Parlamento russo, è il partito d'opposizione più forte del paese. Ma il leader del Partito Comunista, Gennadij Žjuganov, è contrario all'allineamento del suo partito con l'opposizione democratica. Kas'janov, dice Žjuganov ironicamente, è interessato solo a "razziare ancora una volta la Russia".
È un fatto che l'ex-primo ministro è una specie di generale senza esercito. La mancanza di sostegno si riflette nel clima apatico di una riunione del suo movimento (l'Unione Democratica del Popolo, solo 3000 membri in tutto il paese) nella città di Stavropol', nella Russia meridionale, dove una dozzina di uomini di mezza età siede su logore poltrone di un teatro di epoca sovietica in una stanzetta con le pareti coperte di tappezzeria rosa.
Usando lo stesso tono con cui conduceva le riunioni di gabinetto, Kas'janov ora condanna il discorso di Monaco di Putin e mette in guardia contro la demonizzazione dell'Occidente. Ma il blocco informativo che il Cremlino è riuscito a imporre sul triumvirato farà sì che il messaggio di Kas'janov non lasci quella stanzetta.
E anche se la lasciasse, non sarebbe molto popolare. Il credo di Kas'janov, fondato su una "società moderna e civile" e sulla sua avversione per una "politica estera aggressiva" sotto l'influsso inebriante dei prezzi del combustibile, non è più di moda nella Russia di Putin, nuovamente fiduciosa.

Putin contrattacca
Nell'improbabile eventualità che centinaia di migliaia di russi dovessero rivelarsi sensibili alla retorica del trio Kasparov-Kas'janov-Limonov, gli uomini di Putin hanno già cominciato a muoversi. Si dice che Kasparov e Kas'janov ricevano finanziamenti dall'estero, accusa che entrambi hanno respinto.
Se risulterà che gli ex-sostenitori di Michail Chodorkovskij, il magnate del petrolio e nemico di Putin che ora si trova in una prigione siberiana, lavorano per i due uomini e - cosa più grave - che i finanziamenti della campagna vengono dall'area di Chodorkovskij (accusa che entrambi respingono) Kasparov e Kas'janov potrebbero finire in tribunale. Limonov ha già trascorso due anni dietro le sbarre per presunto traffico d'armi. Lo scorso mese il Cremlino ha ricordato all'ex-primo ministro Kas'janov quanto sia vulnerabile quando i giudici lo hanno chiamato a testimoniare in un caso di traffico d'armi con l'India del valore di 230 milioni di dollari.
Ma né le minacce legali né il fatto che lui e i suoi due alleati non siano riusciti a presentare un'unica lista alle elezioni regionali in 14 province russe, l'11 marzo scorso (si trattava del test elettorale più importante prima delle elezioni di dicembre), sono riusciti a scomporre Kas'janov. Con la sua voce baritonale accoglie gli ospiti nel suo elegante e moderno ufficio che ha le stesse dimensioni di quello che occupava quando era primo ministro. Kas'janov per un momento torna a essere l'influente uomo di stato di un tempo, si avvicina alla finestra, getta uno sguardo su Mosca dal sedicesimo piano e posa una mano su un grande telescopio puntato sul Cremlino.
Guardando attraverso quel telescopio gli sembrerà almeno di essere un po' più vicino al centro del potere russo.

Originale: http://www.spiegel.de/international/world/0,1518,471854,00.html

Tradotto dall'inglese all'italiano da Mirumir, un membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft per ogni uso non-commerciale: è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne l'autore e la fonte.

lunedì, aprile 16, 2007

Le autorità russe e le manifestazioni di protesta

La differenza tra Mosca, Kiev e Biškek
di Arkadij Murašev

Se si paragonano le recenti manifestazioni di piazza a Mosca, Kiev e Biškek e le reazioni della autorità a esse, è necessario ricordare la principale differenza tra la Russia da una parte, e l'Ucraina e il Kyrgyzstan dall'altra. Molto si spiega con i tragici eventi del 1993 a Mosca, che per le autorità russe costituiscono un amaro precedente: aspettandosi reazioniinappropriate da parte dei manifestanti usano la mano pesante. D'altronde è ovvio che sarebbe stato più semplice permettere la protesta, perché proibirla ha consentito ai manifestanti di attirare l'attenzione su di sé.

Detto questo, se si considera la situazione a Mosca a partire dal 1989, è chiaro che le manifestazioni di piazza e le reazioni delle autorità sono significativamente cambiate e sono sempre state influenzate dal periodo in cui si sono svolte. Quando i comunisti erano al potere, naturalmente, le manifestazioni erano proibite. Nel 1990, tuttavia, quando cominciò ad acquisire forza un vasto movimento sociopolitico impossibile da contenere e quando i democratici assunsero il potere a Mosca, l'atteggiamento delle autorità nei confronti dei manifestanti ebbe un brusco cambiamento: erano i rappresentanti del governo a guidare le proteste di piazza. Ma nel 1996, durante la campagna elettorale di Boris El'cin, le manifestazioni furono nuovamente proibite.

Inoltre, mentre 15 anni fa le proteste per le strade di Mosca servivano anche a raccogliere fondi per finanziare i movimenti democratici, oggi gli organizzatori delle manifestazioni devono pagare i partecipanti, non ricevere denaro da essi. Per gli studenti non è un cattivo affare. Anche se, naturalmente, lo zoccolo duro del movimento non va alle proteste per soldi.

L'atteggiamento delle autorità nei confronti delle manifestazioni di protesta nelle tre capitali si differenzia soprattutto in base ai diversi momenti storici e politici in cui si trovano i tre paesi. A Kiev e a Biškek c'è una tolleranza dovuta al fatto che c'è un certo equilibrio tra le due forze, cosa inesistente in Russia. I due paesi però non devono compiacersi troppo: quando la situazione in Ucraina e in Kyrgyzstan si stabilizzerà, non saranno rose e fiori per chi finirà all'opposizione. E quella regola sarà applicata indipendentemente dall'esito delle elezioni. Se i manifestanti pensano che i rappresentanti del Fronte Civile Unito metteranno le mani sul potere in Russia, devonosapere che il loro atteggiamento nei confronti dell'opposizione non sarà diverso.

E infine, riguardo a Mosca bisogna ricordare che le autorità della capitale si oppongono alle autorità federali, e in quel senso è loro utile destabilizzare la situazione. Quello che abbiamo visto a Mosca è il risultato di una decisione presa dal sindaco Lužkov, non di un decreto dall'alto. Prestate attenzione a un altro curioso dettaglio: la reazione ai manifestanti è stata la stessa a Nižnyj Novgorod, dove il posto di sindaco è occupato dall'ex-vicesindaco di mosca, Valerj Šancev. Non credo che si tratti di un caso.

Arkadij Murašev è stato capo della Direzione Territoriale di Mosca nel 1991-92.

Originale: kommersant.ru

Tradotto dal russo all'italiano da Mirumir, un membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft per ogni uso non-commerciale: è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne l'autore e la fonte.

martedì, aprile 03, 2007

Il discorso di Sergej Lavrov, Ministro degli Esteri russo

Discorso di Sergej Lavrov, Ministro degli Esteri della Federazione Russa, alla XV Assemblea del Consiglio per la Politica Estera e la Difesa, 17 marzo 2007.

Egregi colleghi e amici,

Il tema dell'Assemblea di oggi è importante e attuale. Il mondo non è più quello che era qualche anno fa. Si sono comprese molte cose. E si è compreso soprattutto che non c'è stato - e non avrebbe potuto esserci - l'avvento di un mondo unipolare, data l'insufficienza di risorse militari, politiche, finanziarie, economiche e d'altro tipo per la costruzione di un impero nel contesto della globalizzazione. In effetti la mitologia di un "mondo unipolare" ha per qualche tempo dominato lo spirito e la condotta di molti Stati, che vi hanno creduto e vi hanno investito politicamente.

La "riduzione" del ruolo ipertrofico degli Stati Uniti negli affari mondiali, il chiarirsi del significato reale del fattore russo nella politica mondiale, compresi 15 anni d'esperienza, forniscono una base sufficiente per una seria analisi della fase attuale delle relazioni internazionali. Ho analizzato attentamente le tesi del documento del Consiglio per la Politica Estera e la Difesa e ritengo che si tratti di un serio tentativo di comprendere le nuove realtà internazionali e di formulare su quella base delle raccomandazioni per la politica estera del paese. Vi sono tuttavia degli elementi con i quali non posso trovarmi d'accordo, compresi un allarmismo e un pessimismo eccessivi.
Credo che lo sviluppo degli avvenimenti mondiali, la diplomazia russa degli ultimi anni, i discorsi del Presidente russo Vladimir Putin sulla politica estera e in particolare quello di Monaco non lascino spazio ai dubbi: la direzione politica del paese dispone di una strategia internazionale attentamente pensata e sperimentata. Lo testimonia, tra le altre cose, il rapporto sulla politica estera del Ministero degli Esteri commissionato dal Presidente.

La principale conclusione è che la scelta da noi compiuta nel 2000 a favore del pragmatismo, della "multivettorialità" e della difesa ferma - per quanto non conflittuale - degli interessi nazionali nel contesto degli affari internazionali è stata pienamente giustificata. Credo che a suo tempo qualcuno possa aver pensato che la Russia avesse fatto una scelta a favore di una politica moderata e della diplomazia multilaterale da una posizione di debolezza. Ma la Russia di oggi, più forte e più sicura di sé, non per questo rinuncia a questi principi fondamentali della sua politica estera.

Alla base della nostra visione del mondo di allora c'erano il buon senso e una comprensione ragionevole e realistica delle tendenze che determinano lo sviluppo del mondo contemporaneo. La storia, se così si può chiamare un periodo di 6-7 anni, ci ha dato ragione. A proposito, si scrivono già brevi storie degli inizi del XXI secolo. Per esempio, Thomas Friedman nel suo libro è giunto alla conclusione che il mondo è diventato "piatto", e cioè che la globalizzazione, essendo andata oltre il contesto della civiltà occidentale, non lascia spazio ad alcun tipo di struttura gerarchica. Sono i collegamenti orizzontali, che determinano l'essenza delle relazioni internazionali attuali, a far sì che necessitiamo di una diplomazia di rete.

Voglio anche citare la famosa frase di Richard Haas, secondo il quale "se gli Stati Uniti non hanno bisogno del permesso del mondo per agire, hanno però bisogno dell'appoggio per mondo per riuscire". Se è così, allora è necessario accordarsi su ciò che bisogna fare, e come. Monaco ha aperto gli occhi a molte persone. Per esempio il Boston Globe, analizzando il discorso del Presidente Putin, ha scritto: "Mosca, prima di Washington, è giunta a comprendere un fatto cruciale: Il mondo sta diventando una poliarchia, un sistema internazionale guidato da numerosi e diversi attori, le cui alleanze e dipendenze reciproche cambiano con caleidoscopica velocità."

E qui non posso in alcun modo essere d'accordo con la tesi che una reale alternativa al "mondo unipolare" sia la "caoticizzazione" delle relazioni internazionali come risultato di un "vuoto" di governabilità e di sicurezza. Penso che si tratti piuttosto di un vuoto nella coscienza delle élite di questo o quello Stato. Perché - lo prova in modo convincente ciò a cui abbiamo più di una volta assistito - è stata la reazione unilaterale, soprattutto quella basata sull'uso della forza, a portare a un aumento della tendenza al conflitto nella politica mondiale e all'aggiunta di nuovi problemi a quelli precedenti, che, parlando in senso stretto, è il meccanismo di espansione dello spazio di conflitto nella politica mondiale.

Posso capire che coloro che stanno dall'altra parte dell'Atlantico non possano ancora giungere a pronunciare il termine "multipolare". Non capisco perché si dovrebbe considerare il multipolarismo come una disposizione allo scontro. Certo, stanno entrando in scena nuovi centri di potere. Sono in competizione, soprattutto per l'accesso alle risorse naturali. È sempre stato così, e non c'è niente di fatale in questo.

Credo che l'informale leadership collettiva dei maggiori Stati del mondo che sta emergendo possa offrire una soluzione all'attuale questione della governabilità del mondo. Un altro fatto è che sarebbe così esclusa l'affermazione di una singola leadership - che si tratti degli Stati Uniti, dell'Unione Europea o della Russia - e della sua pretesa alla verità.

Ritengo che il paradigma delle relazioni internazionali contemporanee sia determinato proprio dalla competizione nel suo senso più ampio, soprattutto quando coinvolge la scelta di valori e i modelli di sviluppo. Tutto questo non implica affatto uno scontro. La novità della situazione consiste nel fatto che l'Occidente sta perdendo il suo monopolio sui processi di globalizzazione. Evidentemente da questo derivano i tentativi di presentare ciò che sta accadendo come una minaccia all'Occidente, ai suoi valori e al suo stile di vita.
La Russia si oppone ai tentativi che mirano a dividere il mondo tra la cosiddetta "umanità civilizzata" e tutti gli altri. Questo condurrebbe a una catastrofe globale che solo l'inerzia intellettuale e i pregiudizi della Guerra Fredda possono suggerire. Ecco perché oggi nella politica mondiale è fondamentale superare l'eredità intellettuale e psicologica lasciata dalla Guerra Fredda. Noi non ci lasceremo trascinare in uno scontro con il mondo islamico. Sono persuaso che la scelta della Russia e di altri grandi Stati, compresi gli Stati generatori di civiltà come l'India e la Cina, a favore di una politica unificatrice sarà il principale fattore che impedirà una scissione del mondo per uno scontro di civiltà.

La globalizzazione pone all'umanità questioni realmente esistenziali. È già ovvio che le risorse naturali sono limitate, il che rende semplicemente impossibile garantire a tutti il consumo allo stesso livello dei paesi industrialmente sviluppati. Farò riferimento all'autorità di Papa Benedetto XVI che nel suo discorso all'Accademia Cattolica bavarese del gennaio 2004 parlò della necessità di auto-limitarsi. Fu anche critico nei confronti della manifestazione della "superbia occidentale", riferendosi alle pretese di universalità di "entrambe le grandi culture occidentali, la cultura della fede cristiana e quella del razionalismo secolare". Nelle condizioni di oggi è difficile non essere d'accordo con un'altra affermazione dell'attuale capo del Vaticano, secondo il quale "la dottrina dei diritti umani dovrebbe essere integrata con una dottrina dei doveri umani e dei limiti dell’uomo". Sono convinto che su queste linee si potrebbe rifondare il comune denominatore morale delle maggiori religioni mondiali". Senza questo, lo sviluppo armonioso dell'intera umanità sarebbe impossibile.

Devo dire che gli argomenti del documento del Consiglio presentano in modo ipertrofico la minaccia terroristica, specialmente nel nostro paese. La questione è trattata in maniera contraddittoria. Da un lato, si esagera la possibilità della formazione di un consolidato fattore islamico nella politica mondiale, e dall'altro si parla delle profonde contraddizioni tra gli Stati islamici. Comprendo però che il principale errore è che la questione viene esaminata isolandola completamente dalla necessità di risolvere i problemi reali, soprattutto in Medio Oriente, che ostacolano la realizzazione del potenziale che consentirebbe al mondo arabo-musulmano di affrontare con successo le sfide della modernizzazione. Complessivamente sottovaluta le possibilità della politica nella soluzione delle crisi che alimentano questo male. Queste possibilità consistono nella rinuncia alla politica della forza e nell'adozione di misure che potrebbero contribuire alla soluzione del problema della povertà su scala globale.

L'esperienza degli ultimi sei anni dimostra in modo convincente che i tentativi di aggirare la realtà del mondo multipolare sono destinati a fallire. Qualunque sia l'esempio che scegliamo: l'Iraq, il Libano, ed è difficile dire come andrà a finire in Somalia - la conclusione è la stessa: i problemi contemporanei non hanno soluzioni basate sull'uso della forza. I tentativi di risolverli con l'uso della forza non fanno che esacerbare la situazione e condurla verso lo stallo. La sensazione di una mancanza di sicurezza è anche causata dalla stagnazione della sfera del disarmo, che esaspera la minaccia della proliferazione delle armi di distruzione di massa.

Credo che l'imposizione al mondo di un significato esagerato del fattore della forza sia un fenomeno temporaneo. Obiettivamente il ruolo della forza nella politica mondiale è in declino. Qui possiamo tracciare un parallelismo con le elezioni presidenziali del 1992 negli Stati Uniti, quando non tutti colsero l'importanza del fattore economico: "È l'economia, stupido!" Ora, già a livello globale, giunge in primo piano la necessità di assicurare lo sviluppo economico sostenibile degli Stati, anche per quanto riguarda la soddisfazione dei fabbisogni energetici.
È l'aumentata interdipendenza economica che funziona come importante fattore per il mantenimento della stabilità internazionale. Neanche su questo ho trovato delle riflessioni adeguate nel documento del Consiglio. Né l'uso della forza, né l'occupazione, né la presenza militare all'estero possono risolvere questi problemi.

Il ricorso alla forza è secondo noi il principale difetto della politica dei nostri partner. Esso viene fatto a scapito del "potere morbido", la cui importanza è invece in crescita. La fase attribuita a Stalin, "Quante divisioni ha il Papa?" esemplifica questa mentalità del passato. Ora, quando discutiamo dell'Iraq, ci sentiamo spesso chiedere: "La Russia è pronta a mandare le proprie truppe in Iraq?" Questo atteggiamento pesa molto sulla politica estera di Washington.

È necessario respingere i tentativi di ri-ideologizzazione e ri-militarizzazione delle relazioni internazionali, rafforzandone invece i principi legali e collettivi.

Uno degli elementi fondamentali della realtà odierna è che il mondo dev'essere libero, e che tutti gli Stati devono essere in grado di decidere da soli, in linea con la loro comprensione dei propri interessi nazionali nelle nuove condizioni. Nessun tipo di disciplina di blocco o ideologica funziona più automaticamente, anche se assistiamo a tentativi di rimpiazzarla con la solidarietà di un'unica civiltà contro tutte le altre.

Quando parliamo di sviluppo interno di ciascun paese ci riferiamo anche alla libertà intellettuale, alla "libertà d'espressione". La repressione del dissenso e la tendenza a nascondere le divergenze hanno conseguenze negative su tutta la comunità internazionale. È anche libertà di perseguire una condotta politica irrazionale. Ma nelle condizioni attuali tutti ne fanno le spese.

L'incertezza sulla futura configurazione mondiale era ampiamente dovuta all'indebolimento della Russia nel periodo dopo la disintegrazione dell'URSS. Si aveva l'impressione che la Russia si fosse ridotta a semplice oggetto di una nuova suddivisione politica e territoriale del mondo: una prospettiva con la quale il nostro paese si era già scontrato, per esempio, all'inizio del XVIII secolo. All'epoca il problema era stato risolto grazie alla modernizzazione accelerata del paese. Anche oggi rispondiamo alle sfide attuali attuando delle riforme politiche ed economiche radicali che, come allora, vanno nella direzione della scelta europea ma conservano le secolari tradizioni della Russia. Così la Russia ha finalmente riguadagnato una politica estera indipendente.

È ampiamente grazie a questo che per la prima volta negli ultimi quindici anni si è formato un ambiente davvero competitivo sul mercato delle idee per un modello mondiale adeguato alla scena contemporanea dello sviluppo mondiale. La nascita di nuovi centri globali di influenza e di crescita e la più uniforme distribuzione delle risorse di sviluppo e controllo sulla ricchezza naturale hanno fornito la base materiale per un ordine mondiale multipolare.

L'insieme di questi e altri fattori ha determinato l'incipiente transizione verso una nuova fase dello sviluppo mondiale. La base obiettiva di un'ampia cooperazione internazionale resta la necessità di contrastare le sfide e le minacce del nostro tempo. La diplomazia multilaterale sta ottenendo riconoscimento, come efficace strumento per disciplinare le relazioni internazionali ai livelli globale e regionale. Cresce il ruolo delle Nazioni Unite, che godono di una legittimità unica. Dunque non posso trovarmi d'accordo nella sottovalutazione del significato di questo organismo mondiale nel documento del Consiglio per la Politica Estera e la Difesa. La vita stessa induce ciascuno, compresi coloro che non sono disposti a riconoscere i meriti delle Nazioni Unite, a lavorare nell'organizzazione e ad agire attraverso i suoi meccanismi.

Naturalmente un oggetto di attenta analisi è il nostro accresciuto ruolo nella geopolitica energetica. In primo luogo, nessuno ha ancora dimostrato alcun "ricatto energetico" da parte nostra. In secondo luogo, vi sono al proposito delle insidie nascoste. Facendo uso di psicologia inversa stanno cercando di imporci il dubbio status di "superpotenza dell'energia", che contribuirebbe solo al rafforzamento della posizione della Russia nella nicchia dei materiali energetici grezzi nella divisione internazionale del lavoro. È invece vero che le possibilità fornite dai profitti ottenuti con la vendita delle risorse energetiche e il rafforzamento delle posizioni delle nostre compagnie nella finanza transnazionale devono essere necessariamente usati per lo sviluppo delle nostre dinamiche di integrazione nell'economia globale e per porre la nostra economia sulla strada dell'innovazione e dello sviluppo.

Le ben note divergenze con l'Ucraina, la Bielorussia e altri stati della CSI avrebbero dovuto convincere l'Occidente che non abbiamo ambizioni imperiali, ma stiamo semplicemente costruendo con i paesi vicini normali relazioni basate su principi di mercato. Era la politicizzazione dei rapporti economici ad alimentare i sospetti nei confronti della Russia. Ora questo non esiste più ma aleggiano ancora i sospetti, per cui si può concludere che nello spazio della CSI si svolgano "giochi" geopolitici, con l'uso di uno strumento come la "democratizzazione". Parlando francamente, il principale criterio del livello di evoluzione di una democrazia consiste nell'esser preparati a mettersi sulla scia dell'altrui politica estera.

Nello spazio della CSI coltiviamo in forme bilaterali e differenziate elementi di obiettiva condivisione e interdipendenza - economica, civile e culturale, e d'altro genere - tra i nostri paesi. Niente più di questo, ma neanche meno. Tra le altre cose, i nostri partner occidentali devono diventare consapevoli del fatto che è futile cercare di tenere la Russia in un "guscio" regionale. Nel nostro sviluppo ne siamo già usciti da molto tempo. Speriamo che tutto questo faciliti l'instaurazione di relazioni non politicizzate con fattori esterni al fine di stabilizzare questa regione e rinunciare alla tattica di "azioni di disturbo" nei confronti della Russia.

Siamo pronti a collaborare per portare a una conclusione positiva progetti avviati unilateralmente. Mi riferisco innanzitutto all'Iraq, dove la situazione può essere ancora salvata. È difficile dissentire dalla tesi di Henry Kissinger, secondo il quale prima o poi "l'Iraq dev'essere riportato nella comunità internazionale" e che "gli altri paesi devono essere preparati a condividere delle responsabilità per la pace nella regione". Ma la condivisione della responsabilità presuppone una ricerca comune di soluzioni ottimali.

Ci viene detto che la situazione in Iraq è ora una nostra "comune disgrazia". Concordo completamente. La cattiveria, il desiderio di approfittare delle disavventure altrui, ci è sempre stata estranea. Ma a questo proposito è indispensabile che i nostri partner americani alterino radicalmente la loro strategia in Iraq rendendola conforme alle analisi prevalenti sia all'interno del paese, sia nelle altre capitali. In questo spirito si è posta la conferenza multilaterale tenutasi a Baghdad giorni fa. Questo processo va usato per elaborare una nuova strategia collettiva in Iraq.

Una correzione realistica del corso della coalizione in Iraq contribuirebbe a realizzare in pratica la condivisione obiettiva degli interessi di Washington e Teheran, che puntano su un unico governo in quel paese. Non c'è dubbio che in Iran esista un reale processo politico. Realizzare le potenzialità delle forze politiche moderate iraniane e influenzare il comportamento di quel paese nello spirito necessario è possibile solo mediante il coinvolgimento.

Per quanto importanti siano i continui sforzi multilaterali per trovare una via d'uscita dall'attuale situazione attorno al programma nucleare dell'Iran, è necessario capire che una parte significativa del problema, come nel caso del problema nucleare della Penisola Coreana, deriva dalla riluttanza degli Stati Uniti a normalizzare le sue relazioni bilaterali con Teheran sulla base di principi generalmente accettati. Gli Stati Uniti hanno mostrato flessibilità e pragmatismo nell'affrontare i problemi con la Corea del Nord, e il risultato non si è fatto attendere. Lo stesso è ora necessario per la questione iraniana. Non c'è bisogno di inventarsi nulla: la coesistenza pacifica è stata in grado di affrontare questo genere di problemi nel passato recente. Allora perché non vivere e lasciar vivere?

Allo stesso tempo sono importanti la coerenza e la logica da parte dei nostri partner. Se con il pretesto di una "minaccia iraniana" vengono schierati vicino ai nostri confini occidentali elementi del sistema missilistico di difesa degli Stati Uniti e se si impongono sanzioni alla compagnie russe, allora perché darsi tanto da fare nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite? Spero che i nostri interlocutori americani ci rifletteranno su. Soprattutto visto che ci stanno esortando a combattere una minaccia teorica mentre di fatto creano una minaccia reale per la nostra sicurezza.
Professiamo un approccio complesso ai problemi della regione euro-atlantica. Potrebbe trattarsi di un'ampia cooperazione trilaterale - tra Russia, Unione Europea e Stati Uniti - sull'intero spettro delle questioni in gioco. Una tale cooperazione già esiste in pratica, nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU, nella cornice del G8, nel Quartetto di mediatori internazionali per il Medio Oriente o nel gruppo dei Sei per il programma nucleare dell'Iran. È importante soprattutto che questo gruppo dissipi le inutili reciproche diffidenze su ciò che accade tra gli altri due membri del "triangolo". La Russia non ha alcuna intenzione di causare fratture nelle relazioni transatlantiche. È, del resto, impossibile causar loro più danni di quanti ne stiano creando le divergenze a proposito dell'Iraq. Ma quello che noi non vogliamo è che il legame transatlantico si rafforzi a nostre spese.

Applicata ai rapporti russo-americani, l'attuale fase critica nella formazione dell'architettura globale della sicurezza ci pone di fronte al problema principale. Esso consiste essenzialmente nel definire le modalità dei nostri rapporti negli affari internazionali. È il famoso modus operandi senza il quale, è ormai evidente, non riusciremo mai a progredire. È alla discussione su questo tema che il Presidente Putin, a Monaco, ha invitato tutti i nostri interlocutori.

La Russia non rivendica dei diritti particolari sullo scacchiere internazionale. Semplicemente non abbiamo ragione di calarci nel ruolo di chi si fa comandare. L'uguaglianza totale, soprattutto nell'analisi dei pericoli e dei processi decisionali, è il minimo indispensabile. Una caratteristica della politica estera russa è anche che forse per la prima volta nella nostra storia noi cominciamo a difendere pienamente i nostri interessi nazionali utilizzando i nostri punti di forza concorrenziali.

Ci sono politologi americani e russi che evocano una "pausa" inevitabile nello sviluppo delle nostre relazioni bilaterali, dovuta ai cicli elettorali dei nostri paesi. Penso che non sarebbe una buona idea. Sarebbe auspicabile che gli Stati Uniti non si ripiegassero su se stessi di fronte alla catastrofe irachena, ma che si impegnassero nel rilancio del partenariato con la Russia sulla base dell'uguaglianza e del vantaggio reciproco. Poi si spera che il passaggio a una "politica più unitaria e razionale" avverrà presto.

Buone possibilità di evoluzione positiva dei rapporti russo-americani si aprono nel contesto dell'implementazione congiunta dell'Iniziativa Globale per la Lotta al Terrorismo Nucleare, delle proposte avanzate dai Presidenti russo e americano sullo sviluppo sicuro dell'energia nucleare e l'accesso di tutti gli Stati interessati ai suoi benefici, a condizione che rispettino i loro impegni riguardo la non-proliferazione. La firma con gli Stati Uniti del protocollo bilaterale sull'adesione della Russia all'Organizzazione Mondiale del Commercio è un'altra testimonianza della nostra capacità di giungere a un'intesa. La lotta al terrorismo, la non-proliferazione delle armi di distruzione di massa, la soluzione dei conflitti regionali e naturalmente la stabilità strategica sono al centro del nostro intenso dialogo. Ove non si riesca a giungere a soluzioni reciprocamente accettabili, gli "accordi nominali" sono una buona alternativa. Noi non contestiamo agli Stati Uniti il diritto di decidere per sé, ma in questo caso devono agire a proprio rischio e pericolo e a proprie spese.

Parlando a Monaco, Vladimir Putin non ha detto il famigerato "net". L'approccio negativista è fondamentalmente estraneo alla nostra politica estera. Abbiamo promosso e continueremo a promuovere un'agenda positiva di relazioni internazionali e alternative costruttive nella gestione dei problemi esistenti. In ciò consiste lo spirito di quello che il Presidente ha detto. Sono completamente d'accordo con Sergej Karaganov sul fatto che "a Monaco Putin ha dato voce all'amara realtà sul presente e il recente passato". Ma noi andiamo oltre questa constatazione, offrendo realistiche vie d'uscita dalla situazione che si è creata, e una soluzione congiunta ai problemi.

I nostri rapporti con gli Stati Uniti sono estranei alla retorica dello scontro. Di conseguenza, non può esserci questione di una nuova guerra fredda, per la quale non esiste alcun motivo oggettivo. Sfortunatamente la critica della politica estera americana nel documento del Consiglio per la Politica Estera e la Difesa sconfina nel fatalismo, e nella predestinazione del messianismo americano. Allo stesso tempo sottovaluta il pragmatismo degli americani, che storicamente li ha portati ad adottare strategie di diverso genere in politica estera. E qui vorrei richiamarmi al ruolo di Franklin D. Roosevelt nel contesto della coalizione anti-hitleriana. Voglio dire che gli americani sono anche in grado di tener conto delle circostanze, quando queste dettano una scelta a favore di una politica moderata e di una linea d'azione in accordo con gli altri Stati alla guida del mondo.

Per quanto riguarda l'anti-americanismo: l'anti-americanismo è rischioso e intellettualmente dannoso. Al contempo, il problema va risolto "alla fonte", e con ciò mi riferisco alla condotta degli Stati Uniti negli affari internazionali. La globalizzazione non lascia spazio all'isolazionismo, se non altro per la dipendenza dell'economia statunitense da iniezioni finanziarie dall'esterno (circa 1 trilione di dollari l'anno) e da risorse energetiche esterne. Nel nostro atteggiamento verso gli Stati Uniti deve prevalere una visione ampia e oggettiva. Il fatto che l'Amministrazione americana si sia piegata alla volontà di un gruppo di "neo-conservatori" non deve determinare il nostro atteggiamento fondamentale verso l'America.

Ci opponiamo a "giochi strategici" in Europa che abbiano come obiettivo quello di creare, a partire dal nulla, uno scontro potenziale e di plasmare una politica europea basata sul principio "nostro/loro". Il progetto degli Stati Uniti di dispiegare in Europa elementi del loro sistema di difesa antimissile può portare solo a questo. Possiamo solo considerarlo una provocazione sulla scala della politica europea e globale. Tanto più che questo progetto unilaterale ha un'alternativa collettiva sotto forma di sistema di difesa antimissile di teatro in Europa, con la partecipazione della NATO e della Russia. L'approccio collettivo eliminerebbe il problema. Il dispiegamento del sistema antimissile americano in Europa è inaccettabile, questo è il problema. E inciderà sui nostri rapporti con la NATO. Se l'Alleanza è inadeguata come organizzazione di sicurezza collettiva e si trasforma in un paravento per delle misure unilaterali pregiudizievoli per la sicurezza della Russia, che senso possono avere le nostre relazioni con essa? Qual è il valore aggiunto del Consiglio Russia-NATO? I nuovi missili in Europa sono un déjà vu con conseguenze piuttosto prevedibili del tipo dei primi anni Ottanta.
Tuttavia noi capiamo le difficoltà che la NATO sta attraversando. Siamo pronti ad aiutare in Afghanistan, per esempio, dove l'Alleanza vede messa alla prova la propria efficienza. Stiamo puntando molto sul successo degli sforzi multilaterali in quel paese, perché si tratta di assicurare i nostri interessi in tema di sicurezza in una regione importante e critica. Abbiamo seriamente investito in questa operazione in varie fasi, e abbiamo preso decisioni non facili per noi. Abbiamo dunque il diritto di contare su un risultato positivo. E se la presenza militare internazionale "presiederà" una situazione che assisterà al ritorno al potere dei talebani, anche questo avrà conseguenze gravissime per le nostre relazioni con l'Alleanza.

In linea di principio ciò che ci rende cauti è che le entità e gli strumenti da noi ereditati dal passato - la NATO, l'OCSE, il Trattato sulle Forze Armate Convenzionali e altri ancora - nella realtà si stanno trasformando in strumenti per riprodurre la politica dei blocchi nelle condizioni attuali. Essenzialmente, si sta facendo blocco contro la Russia. Chi ha bisogno di questo? Sono persuaso che questa situazione non possa durare. Non essendo stata portata a termine la riforma dell'architettura della sicurezza europea, esiste il concreto pericolo che la situazione degeneri per portare a una reale scissione dell'Europa che potrà durare decenni. È qui il punto critico della fase attuale della politica europea.
La nostra politica estera è pienamente conforme alla fase attuale del nostro sviluppo interno. L'ampio consenso sociale sulle questioni cruciali della politica estera lo dimostra. La Conferenza Interpartitica sulla Politica Estera, di recente creazione, contribuirà indubbiamente al suo mantenimento e rafforzamento. Auguriamo anche al resto del mondo quello che auspichiamo per noi stessi, e cioè uno sviluppo evolutivo privo di sconvolgimenti.

È diventato di moda fare richieste eccessive e unilaterali alla Russia e alla sua politica estera. Ci sentiamo accusare di mancanza di un'ideologia, che sarebbe dimostrata dal nostro pragmatismo in politica estera. Ma noi ci basiamo sulla realtà e non escludiamo che dalla pratica e dalle necessità del reale possa emergere un'ideologia. Per ora l'ideologia del buon senso ci si addice completamente. Fa da solida base dottrinale alla nostra politica estera moderata e non conflittuale che viene compresa dalla grande maggioranza dei nostri partner internazionali. A dire il vero, si vorrebbe che rinunciassimo a un ruolo indipendente negli affari internazionali. Questi tentativi continueranno.

A conclusione del mio discorso vorrei dire che la Russia si è davvero trovata in una situazione internazionale favorevole. Ma questo, come sappiamo, non va dato per scontato in una situazione internazionale in evoluzione. Possiamo solo mantenere e rafforzare i risultati positivi acquisiti attraverso un impegno vigoroso e attivo negli affari internazionali.
Non coltiviamo illusioni sulle difficoltà che ci aspettano. Ma siamo convinti che nella politica globale si siano già cristallizzate molte cose. Sul piano della politica estera il nostro paese è preparato ai cambiamenti che verranno.

Originale: http://www.mid.ru