venerdì, maggio 18, 2007

"Altra Russia" contro Russia

"Altra Russia" contro Russia

di Sergej Roj, 20 aprile 2007

All'indomani delle manifestazioni dei "dissenzienti" (letteralmente "nesoglasnje", coloro che non sono d'accordo) e del brusco trattamento che hanno ricevuto dalla polizia, un bel po' di media occidentali hanno fatto del loro meglio per ritrarli come intrepidi combattenti contro il regime autoritario di Putin e per la democrazia e la libertà.

In Russia, al contrario, la visione che la gente comune ha di questi "dissenzienti" è stata sinteticamente espressa da un mio vicino: "Urody!" (liberamente traducibile come "mostri"; ometto gli epiteti che accompagnavano l'espressione). Parlando dal punto di vista delle masse, quella definizione esemplifica bene l'atteggiamento istintivo dei russi nei confronti di questi pagliacci.

Tale netta divergenza di opinioni, per usare un eufemismo, è dovuta a un fatto molto semplice: noi russi conosciamo questi mostruosi "dissenzienti"; li conosciamo da più tempo di quanto ci vada di ricordare; li abbiamo visti in azione, e non ci piace quello che abbiamo visto e patito. Non hanno fatto niente di buono alla Russia, le hanno fatto anzi molto male, e siamo sicuri che proprio per questo godano del sostegno entusiastico dei russofobi occidentali. Il nostro disamore per l'Occidente - soprattutto per gli Stati Uniti - aumenta in proporzione.

La politica in Russia è caratterizzata da una marcata personalizzazione. Lo è sempre stata, dal tempo degli zar ai giorni nostri. Chi sono dunque queste persone caritatevolmente definite "mostri"? Chi sono i personaggi che dovrebbero inscenare una rivoluzione arancione in Russia? Chi vuole soppiantare Putin andando contro la volontà di più del 70% della popolazione russa, per far piacere a quello che qui è noto come l'obkom (comitato regionale del Partito) di Washington? Chi sono questi eroi dei media occidentali?

Forse il più alto in grado è l'ex-primo ministro Michail Kas'janov, il candidato alla presidenza dei dissenzienti. Ora, dimentichiamo per un momento il suo soprannome, Miša Due Per Cento, un omaggio alla sua avidità di ministro. Dimentichiamo anche lo scandalo legato all'acquisto di proprietà immobiliari alla periferia di Mosca, un paio di dacie di proprietà statale che "privatizzò" per pochi soldi prima di essere mandato via a calci (anche se è difficile dimenticare queste cose: sono le prime che vengono in mente a tutti non appena il suo muso tirato a lucido appare alla televisione, e chi le avesse dimenticate non deve far altro che aprire il file su Kas'janov su kompromat.ru).

La semplicissima domanda è: cosa farà quando/se - un "se" impossibile - andrà al potere? Non è ragionevole supporre che farebbe le stesse cose che ha fatto fino a tre anni fa?

Noi sappiamo quello che ha fatto e voleva fare. A parte i suoi vecchi intrallazzi con la Mabetex Co. e simili intrighi, ha firmato accordi per la condivisione della produzione con compagnie straniere, come quelli per i progetti Sachalin-1 e Sachalin-2 che hanno portato alla Russia nient'altro che danni irreparabili all'ambiente e zero profitti.

E la cosa principale è che Kas'janov avallava e sosteneva i progetti di Chodorkovskij per il coinvolgimento di capitali stranieri (prevalentemente americani) nell'industria petrolifera russa, al punto che lo stato russo avrebbe perso il controllo sull'industria, e Chodorkovskij e le multinazionali dominate dagli Stati Uniti sarebbero entrati in possesso del paese, armi e bagagli, compresi una Duma e un governo corrotti.

Non sorprende dunque sapere che i funzionari dell'Unione Democratico-Popolare di Kas'janov sono addestrati da uomini dell'Istituto Democratico Nazionale per gli Affari Internazionali, mandati qui dagli Stati Uniti dal signor K. Scott Hubli, Direttore dei Programmi di Governance. Questa gente ha avuto un certo successo in Georgia e in Ucraina, e spera di conseguire lo stesso risultato in Russia. La sua fortuna è che poche persone conoscono questi retroscena della carriera di Kas'janov, semplicemente perché la maggioranza lo considera un personaggio superato e non è molto interessata a lui.

Analogamente, non molti sanno che c'è un forte elemento ceceno nel piccolo entourage di Kas'janov, benché ci siano già state lamentele da parte di studenti dell'Università Russa per l'Amicizia tra i Popoli, che hanno segnalato le prepotenze della sua security cecena e della gentaglia che lo accompagna, sempre pronte ad attaccare chiunque non sia di loro gradimento.

Il semplice buon senso insegna che per chi ha ambizioni politiche in Russia è un suicidio associarsi a gente di questo tipo. Allora perché Kas'janov, noto imbroglione ma non un completo imbecille, rischia di farsi infangare da simili frequentazioni? Qui non c'è niente di misterioso: finché Kas'janov sarà sotto i riflettori, finché resterà una figura pubblica, a qualsiasi azione contro di lui saranno attribuite motivazioni politiche, e potrà contare sul supporto a gran voce dei suoi eroi-adoratori al Washington Post e degli altri mostri russi. Togliete il putiferio che potrebbe scatenarsi se venisse arrestato e cosa vi resta? Solo un altro "eroe" degli anni Novanta, con una lista di misfatti lunga come un elenco telefonico, dentro fino al collo in operazioni fraudolente, tangenti, ecc. Dunque la situazione di Kas'janov è quella di chi si attacca a una paglia per non affogare, e non è priva di spiacevolezze come il pugno alla mandibola che molti ricorderanno grazie a un famoso video [l'autore si riferisce a una rissa scoppiata nel luglio del 2006, durante una conferenza di "Altra Russia", quando Kas'janov ricevette appunto un pugno in faccia, episodio immortalato da un video che circola in rete, n.d.T.].

Un altro "dissenziente" con un breve passato nel governo è Irina Chakamada, nel 1997 capo del comitato statale per il sostegno alle piccole imprese. Il suo mandato viene per lo più ricordato dai giornalisti più maliziosi per essere stato di grande aiuto all'impresa niente affatto piccola di suo marito e per il consiglio dato ai minatori in sciopero della fame di cercarsi un'altra occupazione, come la raccolta di bacche e funghi.

Il principale talento di Chakamada, come quello di Kas'janov, consiste nel convertire qualsiasi capitale politico in vantaggi ben più tangibili. Come candidata alla presidenza per il 2004, si dice che avesse ricevuto 10 milioni di dollari (per alcuni la cifra sarebbe più vicina ai 30 milioni) da Leonid Nevzlin, amministratore delegato di Jukos, braccio destro di Chodorkovskij e ora riparato in Israele per sfuggire alla giustizia russa.

Non hanno avuto successo le indagini per scoprire quale parte di quella somma fosse finita nella campagna elettorale e quale fosse invece servita ad acquistare - per una strana coincidenza, proprio durante il periodo della campagna - un paio di appartamenti di lusso nei pressi della Tverskaja, la principale arteria di Mosca, per la sfortunata candidata.

Un'altra caratteristica che Chakamada ha in comune con Kas'janov è la toccante e palese considerazione in cui tiene i desideri del summenzionato obkom di Washington. Ricordo di aver letto su Moscow News, nel 2004, che prima di cominciare la propria campagna elettorale fece una visita d'obbligo a Washington e a quanto pare fu insignita dell'approvazione del Dipartimento di Stato. Fu abbastanza perché la dirigenza dell'Unione delle Forze di Destra, che Chakamada copresiedeva, le desse il benservito. Pare che quel partito dia ancora importanza ad alcuni requisiti: un politico russo dovrebbe almeno fingere di tenere più all'elettorato che ai finanziatori esterni.
Ma il protagonista della marcia dei "dissenzienti" di sabato scorso non è stato Kas'janov, e neanche Chakamada, ma Garry Kasparov: colui che, se dobbiamo credere al Washington Post, è "la forza morale dietro una coalizione di gruppi d'opposizione noti come Altra Russia, che ha organizzato la manifestazione". Con questo accenno alla "forza morale" entriamo direttamente nel teatro dell'assurdo, e siamo solo dispiaciuti per il giornalista del Washington Post che, chiaramente inconsapevole dei precedenti e della reputazione di Garry, si rende ridicolo.
Sentite, io appartengo all'eterogenea cerchia di persone note come "democratici della prima ora". Niente di cui andar fieri, se si considera ciò a cui hanno condotto tutti i nostri sogni, le nostre speranze e i nostri progetti: il capitalismo ladro degli anni Novanta. Comunque abbiamo la memoria lunga, e non esitiamo troppo acondividerla.
Oltre a essere un genio degli scacchi, Kasparov è sempre stato un personaggio un po' comico: negli ambienti intellettuali moscoviti circolavano buffe storie sul fatto che era molto attaccato alle sottane della madre; su Gejdar Aliev, ex-capo del KGB dell'Azerbaijan e poi membro del Politburo, che dispensava a madre e figlio ogni lusso sovietico per la gloria dell'Azerbaijan; e sul fatto che Garry avesse cambiato il proprio cognome da Vajnštejn (l'onesto cognome ebraico del padre) a quello della madre armena, Kasparyan, russificato in Kasparov.
Poi c'era stato un tocco di simpatia per il povero profugo in fuga dai pogrom armeni a Baku: penso fosse il 1989, quando Kasparov raccontò alla rivista Ogonëk, o forse era Moscow News, la commovente storia della corsa sulla pista per prendere l'aereo che li avrebbe portati a Mosca. Oggi, ogni volta che Kasparov apre bocca per parlare del "fascismo" in Russia, continuo a chiedermi perché non torni a combattere per la libertà e la democrazia in Azerbaijan. Probabilmente sa che non se la caverebbe con una multa di quaranta dollari se osasse sfidare la legge in quella insensata monarchia. E una replica della fuga notturna verso un aereo e la salvezza sarebbe improponibile.
All'epoca, tutta la nostra simpatia per il profugo evaporò quando Kasparov, che si definiva un "figlio della perestrojka", nel 1991 entrò nel Partito Comunista dell'Unione Sovietica. Al tempo in cui tutte le persone oneste avevano già bruciato le proprie tessere di partito, in alcuni casi pubblicamente, fu decisamente un passo falso.

Quando se ne rese conto, Kasparov cambiò presto idea e si unì a noi, iscrivendosi a Scelta Democratica della Russia. Ricordo il suo discorso d'esordio durante una delle nostre gigantesche manifestazioni: emise alcuni suoni balbettanti, tacque miserabilmente e dovette ricevere l'incoraggiamento paterno del presidente (l'economista Gavril Popov, se non ricordo male) per riuscire a continuare.

Non c'era futuro per uno zero politico come Kasparov tra i pesi massimi di Demvybor (Scelta Democratica), così si affrettò a passare al nazionalista Congresso delle Comunità Russe di Lebed e Rogozin, e da allora lo persi sinceramente di vista. Si disse che si fosse messo in affari e che avesse fatto presto bancarotta, evitando di un soffio guai legali.

Nel 2004, all'incirca, Kasparov trovò finalmente la sua vera vocazione come saltimbanco ai margini della politica russa, o dovrei dire anti-russa. Come la Chakamada, è uno strumento nelle mani di Leonid Nevzlin, ma la sua lealtà va soprattutto ai sostenitori americani. Diversamente alla Chakamada, è più esplicitamente un emissario dei neoconservatori statunitensi in Russia, facendo fieramente parte di una gran bella organizzazione americana chiamata Centro per una Politica della Sicurezza. Tra gli organismi del Centro c'è il Consiglio Consultivo per la Sicurezza Nazionale (NSAC), dove Kasparov figura tra Phyllis Kaminsky, ex-addetta stampa del Consiglio per la Sicurezza Nazionale della Casa Bianca, e Alan Keyes, ex-ambasciatore al Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite, come Garry Kasparov, Campione Mondiale di Scacchi e Presidente di Kasparov Consultancy.

Ecco cosa scrive di sé il Centro: "Il Centro è stato fondato nel 1988 e da allora lavora efficacemente per instaurare politiche di sicurezza nazionale mediante l'uso di tutti gli strumenti del potere nazionale: diplomatico, informativo, militare ed economico. La filosofia della "Pace attraverso la Forza" non è uno slogan militarista ma la convinzione che il potere nazionale dell'America debba essere preservato e adeguatamente usato in quanto riveste un ruolo globale unico nel mantenimento della pace e della stabilità". (Si veda all'indirizzo http://www.centerforsecuritypolicy.org/Home.aspx?SID=75).

Posso solo dire che è un peccato che l'elettorato russo sappia così poco dell'impegno di Kasparov per diffondere in Russia la Pace degli Stati Uniti attraverso la Forza. D'altro canto, i votanti russi conoscono troppo bene Kasparov e i suoi per garantire loro il successo elettorale.

È semplicemente incredibile che la cricca che governa gli Stati Uniti non se ne renda conto. Offrire supporto a questi lillipuziani politicamente marginali - e soprattutto a quell'organizzazione nazionalista, estremista, stalinista e illegale che è il Partito Nazional-Bolscevico di Limonov - può essere considerato solo come una palese interferenza negli affari interni della Russia. Ed è certo che farà salire alle stelle il tasso di popolarità di Putin.

Mi sto solo chiedendo una cosa: non sarà mica che la Casa Bianca, il Dipartimento di Stato e i principali mezzi di informazione pullulano di ammiratori segreti di Putin?

Originale: http://guardian.psj.ru/text/200704201604.htm

Sergej Roj, giornalista, scrittore e traduttore, è redattore capo del giornale online Guardian/Hranitel, che si propone come scopo quello di rinforzare la sicurezza individuale e collettiva in una Russia in preda a flagelli sociali e politici.

Tradotto dall'inglese da Mirumir, un membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft per ogni uso non-commerciale: è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne l'autore e la fonte.

mercoledì, maggio 09, 2007

Porre fine alla Guerra Fredda

Porre fine alla Guerra Fredda
Perché è giusta la decisione di Putin sul Trattato sulle armi convenzionali in Europa
di Vladimir Frolov
7 maggio 2007

Nel suo discorso all'Assemblea Federale sullo stato della nazione il presidente Vladimir Putin ha annunciato una moratoria del Trattato sulle armi convenzionali in Europa (CFE).
Questa decisione ha provocato un'altra ondata di critiche da parte dei politici e dei commentatori occidentali, nonché un'ufficiale espressione di "preoccupazione" da parte del Segretario Generale della NATO e dei governi alleati.

Tali critiche sono fuori luogo. Putin ha detto finalmente quello che tutti pensavano del Trattato sulle armi convenzionali in Europa ma erano troppo politicamente corretti per farlo. Il Trattato ha ormai superato i limiti della propria utilità. Non è che un reliquia della Guerra Fredda. Non è più necessario a garantire la sicurezza all'Europa. Oggi una guerra in Europa tra Russia e NATO è inimmaginabile. Se il trattato cessasse semplicemente di esistere, il mondo se ne accorgerebbe a malapena. Ma in quanto reliquia della Guerra Fredda continua a nuocere alle relazioni della Russia con l'Occidente.

Il trattato perpetua artificialmente le divisioni della Guerra Fredda in Europa e contrappone la Russia all'intera alleanza atlantica in un momento in cui la Russia e la NATO non sono più nemiche. Impone requisiti molto rigidi che limitano la capacità della Russia di reagire rapidamente ai suoi reali problemi di sicurezza; soprattutto, dalla firma della sua versione modificata, nel 1999, non è stato messo in pratica dalle nazioni occidentali, mentre la Russia ha unilateralmente tenuto fede ai propri obblighi.

Il Trattato sulle armi convenzionali in Europa fu firmato da 16 paesi membri della NATO e sei paesi del Patto di Varsavia. Il Trattato imponeva strette limitazioni quantitative all'equipaggiamento militare pesante consentito alle parti firmatarie, secondo una divisione in quattro zone. A ciascuna zona venivano concessi non più di 20.000 carri armati, 30.000 veicoli da combattimento, 20.000 pezzi d'artiglieria, 6800 aerei da combattimento e 2000 elicotteri da combattimento. Il Trattato non riguardava le forze statunitensi nel Nord America né quelle Russe nel lontano Oriente.

Inoltre, limitazioni ancora più severe venivano imposte al dispiegamento di truppe russe nei due nuovi fianchi: il Distretto Militare di Leningrado e il Distretto Militare del Caucaso Meridionale. In pratica, significava che laRussia non poteva spostare le sue forze armate sul proprio territorio senza darne notifica e ricevere il consenso della NATO. Durante la guerra in Cecenia, la Russia non poteva spostare rinforzi nella zona di guerra a causa di queste limitazioni del Trattato.
La fine della Guerra Fredda e la dissoluzione del Patto di Varsavia privò immediatamente di significato le limitazioni del Trattato sugli armamenti. Il Trattato è entrato in vigore nel 1992 e la NATO nel frattempo si è allargata a 26 stati, con l'ingresso di molti paesi dell'ex-Patto di Varsavia. Sia la Russia che la NATO hanno rapidamente diminuito i loro armamenti scendendo ben al di sotto dei limiti del Trattato. Chi ha bisogno di 20.000 carri armati in Europa, oggi?

Per adattare il Trattato alla nuova realtà, nel 1999 le parti hanno firmato una nuova versione, il Trattato CFE adattato, che imponeva nuovi limiti per l'armamento pesante ai singoli stati, non ai blocchi militari e aumentava sensibilmente i livelli di impiego concessi alla Russia nelle zone dei fianchi.
Ma dei 30 stati che hanno firmato la nuova versione del Trattato solo la Russia, la Bielorussia, l'Ucraina e il Kazakistan l'hanno ratificato. I membri della NATO si sono rifiutati di ratificarlo prima che la Russia mettesse in pratica i cosiddetti accordi di Istanbul, in base ai quali la Russia avrebbe dovuto ritirare le proprie forze dalla Georgia e dalla Moldova. La Russia ha ritirato tutte le sue forze dalla Georgia, mentre in Moldavia mantiene una piccola forza di peacekeeping e una guarnigione di guardia a un grosso deposito di munizioni rimasto in Moldova dopo il ritiro delle forze sovietiche dall'Europa.

In breve, la NATO ha usato gli Accordi di Istanbul, che non hanno niente a che vedere con il Trattato CFE, come pretesto per evitare di ratificare e mettere in pratica il Trattato Adattato. Inoltre, quattro nuovi membri della NATO - Slovenia, Lettonia, Estonia e Lituania - si sono rifiutati di unirsi al nuovo Trattato nonostante la NATO si fosse pubblicamente impegnata in questo senso.
Il Trattato non è mai stato operativo ed è servito solo come uno strumento per limitare la libertà della Russia di occuparsi della propria sicurezza senza imporre simili restrizioni alla NATO.

Questa è una situazione che nessuno stato sovrano potrebbe tollerare, ed è esattamente quello che Putin ha affermato. La decisione di imporre una moratoria del Trattato non ha tanto a che fare con la sicurezza europea quanto con l'esigenza della Russia di ottenere un trattamento equo e con la difesa della sua sovranità. La Russia non intende subire un trattamento ingiusto e sottostare a condizioni che le altre nazioni non vogliono ratificare.

Gli Stati Uniti nel 2001 si sono ritirati unilateralmente dal Trattato anti missili balistici (ABM). L'amministrazione ha definito il Trattato ABM una reliquia della Guerra Fredda a ha dichiarato che non era più necessario perché la Russia e gli Stati Uniti non erano più nemici. Ora Washington progetta il posizionamento di intercettori ABM in Polonia e di un radar ABM nella Repubblica Ceca e dice che la Russia non ha niente da temere da questa iniziativa.

Bene. Ma se non siamo più nemici, allora perché lo scandalo a proposito del Trattato sulle armi convenzionali in Europa? La Russia non si è ritirata, ha solo detto che non lo avrebbe messo in pratica finché le altre nazioni firmatarie non lo avessero ratificato. Azione corretta: in affari, le compagnie private non sono tenute a tener fede agli obblighi del contratto se gli altri contraenti fanno mostra di ignorarli.

Con questa decisione sul Trattato CFE, Vladimir Putin ha mandato un semplice messaggio all'Occidente: la Russia non considera l'Occidente un nemico militare, la Russia è un paese normale che chiede un trattamento equo, la Russia esige il dovuto rispetto per il ruolo che ha svolto nel porre fine alla Guerra Fredda.

La Russia non ha perso la Guerra Fredda, come alcuni in Occidente vorrebbero credere. Ha contribuito a porvi fine, e il Trattato CFE faceva parte di quel processo. Ma la Guerra Fredda è finita da molto ed è ora di andare avanti. Se questo significa liberarsi di reliquie del passato come il Trattato CFE, sia pure.

Vladimir Frolov è direttore del Laboratorio Nazionale per la Politica Estera, un think tank con sede a Mosca.

Link: http://guardian.psj.ru/text/200705071655.htm

Originariamente pubblicato su Russia Profile.

venerdì, maggio 04, 2007

I fabbricanti di miti dell'Estonia, di Alevtina Rea

I fabbricanti di miti dell'Estonia
Necromutazione del Soldato di Bronzo di Tallinn

di Alevtina Rea
2 maggio 2007

Previsioni del tempo a parte, la fine di aprile del 2007 sarà decisamente ricordata come una primavera calda per le alte cariche politiche e per la gente di Tallinn. Nella notte del 27 aprile del 2007 una moltitudine di manifestanti che protestavano contro la rimozione di un monumento d'epoca sovietica ha assistito allo smantellamento della statua del soldato liberatore costruita dopo la seconda guerra mondiale e comunemente nota come Soldato di Bronzo. Doveva seguire a breve l'esumazione dei resti di 13 soldati sovietici sepolti sotto il memoriale. Si è detto che il monumento è stato smontato e portato in un luogo che non è stato reso noto. Lo smantellamento è avvenuto di notte, e nelle risse che sono seguite ci sono stati 500 arresti, 60 feriti e un morto. Secondo i telegiornali russi, i partecipanti alla veglia e alle proteste notturne pensano che le autorità siano responsabili dei disordini e dei saccheggi. Dopo tutto, sono loro che hanno ordinato alla polizia di disperdere la folla. Come ha sottolineato uno dei partecipanti, la polizia ha usato cannoni ad acqua, granate sonore e gas lacrimogeni. Quando la gente ha abbandonato la piazza, cacciata dalla polizia e dall'esercito, ha cominciato a distruggere e a saccheggiare gli edifici. Si può immaginare che questa protesta non sarà l'ultima. Il governo estone è pronto all'azione: ai soldati sono state consegnate munizioni vive per assicurare la protezione dell'ordine pubblico a Tallinn.
Il Soldato di Bronzo è un memoriale della Seconda Guerra Mondiale che fu dedicato a coloro che liberarono Tallinn dalle forze fasciste. Fu costruito nel 1947. Tuttavia, dopo la caduta dell'Unione Sovietica e la successiva isteria anti-russa, per molti nazionalisti estoni il Soldato di Bronzo in uniforme sovietica divenne un simbolo dell'occupazione sovietica. I retroscena della questione sono così presentati sul sito di Wikipedia: "La storia del secondo dopoguerra è cruciale per la comprensione delle questioni etniche dell'Estonia. Gli estoni di etnia non russa considerano il periodo dell'Estonia sovietica come un'occupazione illegale degli Stati Baltici, un punto di vista che coincide con la posizione ufficiale del governo estone e di potenze occidentali come gli Stati Uniti. Di conseguenza, gli estoni di etnia russa e altre minoranze immigrate durante l'occupazione sono state etichettate da alcuni come occupanti illegali. Per loro la statua ha un significato importante: è un simbolo del loro diritto di vivere in Estonia come discendenti dei liberatori, non come occupanti illegali".

I fatti dell'aggressione sovietica contro gli Stati Baltici sono innegabili. Questa occupazione ha avuto luogo come diretto risultato del Patto Molotov-Ribbentrop e della suddivisione in sfere di influenza sovietica e nazista. Devo dire che quando ho visitato l'Estonia, un paio di volte negli anni Ottanta, sono sempre rimasta sorpresa dal suo livello di benessere rispetto a quello di qualsiasi città russa, perfino Mosca e San Pietroburgo. Non che questo benessere possa giustificare l'aggressione, ma getta luce su un fatto importante: quanto spesso la realtà sia regolata e organizzata in funzione di un vantaggio politico e come la sua interpretazione si sintonizzi con il costrutto simbolico al quale deve adattarsi. Nonostante questo, ciò che balza agli occhi non è tanto l'aggressione sovietica all'epoca o la vita relativamente prospera degli estoni sotto il giogo del regime sovietico nel periodo successivo, quanto l'evidente sforzo del governo estone di ricreare il mito politico dello stato estone a spese dei non-estoni e di cancellare i fatti storici come se non fossero mai esistiti.

Per chiarire il significato del termine "mito politico", faccio riferimento all'approccio usato da Mona Harrington nel suo libro, The Dream of Deliverance in American Politics, e considero il "mito politico in senso ampio come un sistema di valori e atteggiamenti che definiscono le norme politiche generali di una nazione, i suoi obiettivi fondamentali, la concezione nazionale di ciò che è giusto e anche le aspettative su ciò che è ottenibile". Il sistema di valori e di atteggiamenti dell'Estonia di oggi è completamente diverso da quello che esisteva in un'altra epoca, quando l'Estonia faceva parte dell'URSS. Il cambiamento ha prodotto molte trasformazioni nell'idea del popolo estone di ciò che era giusto allora e ciò che è giusto adesso. L'identità nazionale del popolo estone durante il periodo sovietico era notevolmente diversa da quella attuale. La trasformazione è un risultato non solo dei cambiamenti temporali ma anche di una manipolazione politicamente consapevole del mito politico che oggi definisce l'Estonia.

La parola "manipolazione" può risultare fastidiosa per la nostra autostima, perché ci piacerebbe considerarci indipendenti e obiettivi, non facilmente influenzabili. Ma guardiamo in faccia la realtà. Oltre alle manipolazioni studiate per assecondare strategie politiche, dovremmo anche renderci conto che ci sono molti altri fattori in gioco. Per esempio, il sociologo politico francese Jean Baudrillard (1929-2007) ci fa notare il semplice fatto che "siamo fin troppo propensi a dimenticare che l'insieme della nostra realtà è filtrato dai media, compresi i tragici eventi del passato". La prospettiva di Baudrillard sulla storia e la realtà, esplorate nel saggio "Necrospettiva", aggiunge una dimensione nuova alla condotta delle autorità estoni nello smantellamento del memoriale della Seconda Guerra Mondiale e nell'esumazione dei resti dei 13 soldati sovietici sepolti sotto di esso.

Tanto per cominciare, afferma Baudrillard, "Bisognava comprendere la storia quando ancora la storia esisteva". In altre parole, quale dramma psicopolitico si stava svolgendo quando l'esercito sovietico scacciò i fascisti dall'Estonia e quale mito politico era allora prevalente? Oggi, a più di 50 anni da quegli eventi, "non sapremo mai" se i nazisti in Estonia erano preferibili ai sovietici o se la liberazione di Tallinn dai fascisti fu considerata come semplice sottomissione. Cioè non lo sapremo mai con sicurezza assoluta "perché non facciamo più parte di quell'universo mentale. Anche supponendo di avere davanti agli occhi i fatti in tutta la loro chiarezza, non avrebbero comunque la forza di dimostrare qualcosa o di convincerci".

Tre giorni di proteste a Tallinn e l'allargarsi dei tumulti ad altre città estoni e alla Russia sono la conseguenza del tentativo del governo estone di "sostituire un evento, un'idea, una storia, con un altro" più consono al mito politico prevalente, che - in questo caso particolare - è stato capovolto, convertendo il mito della liberazione da parte dell'esercito sovietico nel mito dell'occupazione e della repressione.

La caratteristica insidiosa dei miti politici è che vengono usati deliberatamente per plasmare un presunta realtà storica in funzione di specifici obiettivi politici; in altre parole, i tentacoli invisibili dei miti politici si estendono nell'identità nazionale in generale e nel subconscio individuale in particolare per far sì che si adattino alle necessità politiche prestandosi a fini concretamente politici.

Ciò che accade ora in Estonia, per usare le parole di Baudrillard, "è una transizione dallo stato storico a una fase mitica: la ricostruzione mitica e mediatica di tutti gli eventi" che si sono svolti in Estonia prima e dopo la seconda guerra mondiale. "Ma perché questo avvenga, e perché perfino un crimine possa diventare un mito, bisogna prima sradicare la realtà storica". Smantellando - o sradicando - il Soldato di Bronzo, il governo estone sta traducendo la liberazione dal fascismo da parte dell'esercito sovietico nell'occupazione sovietica dell'Estonia.

Ciò che accade ora in Estonia è lo sradicamento della realtà storica. E quello che è pericoloso in questo sradicamento "non è la nostalgia per il fascismo. Quello che è pericoloso - per quanto meschino - è la rimessa in scena patologica del passato in cui ciascuno recita una parte, in cui ciascuno collabora efficacemente", coloro che sfidano l'occupazione quasi 60 anni dopo - un'occupazione che è incarnata dal monumento al Soldato in uniforme sovietica - come coloro che all'epoca diedero il benvenuto al fascismo in Estonia. "Quello che è pericoloso è l'inganno di massa per cui tutta la ricchezza dell'immaginazione che manca nella nostra epoca, tutto il capitale di violenza e di realtà ora divenuto illusorio, vengono trapiantati nel passato in una sorta di coazione a riviverlo, una sorta di profondo senso di colpa per non esserci stati", secondo Baudrillard. O forse questi pasticci con la memoria storica sono solo una conseguenza della vergogna per aver subito l'occupazione sovietica senza fare molto per contrastarla?

Nel frattempo ci sono stati degli sviluppi: le imprese russe hanno dichiarato un boicottaggio dei prodotti estoni nei negozi russi. Per esempio, alcuni negozi di verdure nell'Estremo Oriente russo espongono un'insegna con su scritto: "Non vendiamo prodotti estoni - non tradiamo la memoria dei soldati sovietici". Inoltre, tre notti di rivolte per la rimozione del Soldato di Bronzo hanno portato a 156 feriti, compresi 30 poliziotti, un morto e 800 arresti. Dopo questi tumulti, il Soldato di Bronzo è stato riassemblato nel cimitero militare di Tallinn. Il 1° maggio 2007, secondo le notizie d'agenzia, una delegazione della Duma russa ha visitato la nuova sede del monumento e ha deposto dei fiori e una corona davanti al Soldato. I membri della delegazione hanno anche esaminato la statua, notando che era ovviamente stata fatta a pezzi e poi riassemblata. Il Ministero della difesa nega l'accusa.

Possiamo trarre un sospiro di sollievo e dire che i salomonici politici estoni sono giunti a una saggia soluzione della crisi. Tuttavia è biasimevole il modo in cui il governo estone ha gestito la controversia. Innanzitutto, le autorità non hanno tenuto conto del fatto che circa il 50% degli abitanti di etnia estone e l'86% della popolazione russofona erano contrari allo smantellamento del Soldato di Bronzo. In secondo luogo, la rimozione è stata condotta di notte, alla maniera dei ladri. Terzo, questi "perpetratori notturni" hanno disperso brutalmente i manifestanti usando proiettili di gomma, cannoni ad acqua e gas lacrimogeni e hanno trattato brutalmente gli arrestati, secondo i siti d'informazione russi e il filorusso Comitato antifascista estone. Le autorità negano le accuse sulla brutalità della polizia, e questo non sorprende. Quarto, la rimozione è avvenuta a pochi giorni dalla Giornata della Vittoria, il 9 maggio, che celebra l'anniversario della capitolazione dei nazisti agli alleati. Infine, bisognerebbe sottolineare che "abusare dei monumenti per alimentare l'esagerato nazionalismo o 'patriottismo' non fa molto onore all'Estonia ".

In ogni caso, questo genere di ricostruzione della realtà storica e politica non è una novità. Dopo il crollo dell'Unione Sovietica migliaia di monumenti d'epoca sovietica, in primo luogo statue di Lenin, furono zelantemente distrutte, fatte a pezzi o portate verso destinazioni sconosciute. Non ci furono proteste per il destino di quei resti sovietici. Fatti simili accaddero in epoca sovietica dopo la morte di Stalin, quando furono divelte le statue che lo raffiguravano. Dunque il governo estone segue le orme del suo ex-"Grande Fratello". Come ha scritto Baudrillard, "L'ironia del fato è che noi [i paesi occidentali] un giorno forse saremo costretti a salvare la memoria storica dello stalinismo, quando i paesi orientali se ne saranno completamente dimenticati".

Forse è davvero merito dell'Occidente se almeno parte della memoria storica della guerra contro il fascismo viene conservata intatta? Lo scorso anno, pochi giorni dopo la Giornata della Vittoria, il 13 maggio 2006, ebbi l'occasione di visitare Berlino e fui sorpresa di vedere il memoriale sovietico, con la statua di un combattente in uniforme sovietica, cosparso di corone e di fiori. Alcuni nastri riportavano le parole "Grazie, soldati sovietici". L'iscrizione sul memoriale ha un testo in russo che dice: "Gloria eterna agli eroi che - combattendo contro gli occupanti tedeschi fascisti - sacrificarono le proprie vite per la libertà e l'indipendenza dell'Unione Sovietica, 1941-1945". Tutto ciò mi sorprese perché nel paese - e nella città - in cui si era consumata la vittoria delle nazioni alleate e dove i soldati sovietici avevano alzato la loro bandiera sul Reichstag, che simbolicamente rappresentava la Germania nazista al tempo della seconda guerra mondiale ed è oggi la sede del parlamento tedesco, si sarebbe indotti a pensare che i tedeschi debbano odiare chi ha fatto loro tutto questo, o almeno cercare di togliere di mezzo i segni che possano ricordare loro la sconfitta del 1945. In una città che è stata divisa dal Muro e che per decenni ha sofferto le conseguenze economiche, politiche e sociali di questa artificiale divisione, il ricordo dei liberatori sovietici non è una minaccia all'identità tedesca come succede nell'Estonia post-sovietica.

La conclusione del saggio di Baudrillard "Necrospettiva ", che fu scritto alla vigilia del 21° secolo, si presta molto bene a descrivere lo stato attuale delle cose in Estonia. "Siamo impegnati, per un processo di elaborazione del lutto stranamente entusiasta, a smussare gli eventi salienti del secolo, a metterlo a tacere, come se tutto quello che vi è accaduto (le rivoluzioni, le spartizioni, lo sterminio, il violento transnazionalismo degli stati, o il terrore nucleare) - in breve, la Storia stessa nella sua fase moderna - non fosse stato altro che un imbroglio senza uscita". Il corollario di Baudrillard non riguarda un solo paese ma tutti gli altri paesi in cui si sta realizzando uno sradicamento della storia. Malgrado il pessimismo che traspare da questa conclusione, ci sono alcune fulgide eccezioni, come la conservazione dei monumenti storici in Germania, che sfidano la tentazione di sradicare e ricostruire il passato storico, evitando così i rischi dell'afasia politica e della trasformazione dell'identità nazionale. L'identità nazionale non è qualcosa da fossilizzare e conservare in un museo delle cere. Un'identità sana è fluida e solida allo stesso tempo; riesce a riconciliare diverse realtà storiche e miti politici, e dunque a danzare sul filo teso sopra l'abisso di multiple culture, significati, percezioni, implicazioni e mondi sociali.
Oppure, "con una comprensione intesa in senso wittgensteiniano" (Zygmunt Baumann, In Search of Politics), è creata da persone che "sanno come andare avanti a dispetto di altre che possono agire - e ne hanno il diritto - diversamente".

Alevtina Rea può essere contattata all'indirizzo sailcool[at]comcast.net

Originale: http://www.counterpunch.org/rea05022007.html

Tradotto dall'inglese all'italiano da Mirumir, un membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft per ogni uso non-commerciale: è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne l'autore e la fonte.