sabato, giugno 16, 2007

Dio non vuole che si combatta ancora

Dio non vuole che si combatta ancora
Julija Višneveckaja
17 maggio 2007

Tra le materie principali nelle scuole di montagna cecene ci sono il russo e lezioni facoltative di Corano. "Quando incontriamo un bambino, proviamo a dirgli: 'Buongiorno. Come va?' in russo. Loro ne hanno bisogno... per vivere".

Il misto di ospitalità caucasica e islamica è capace di mandarti in trance: qui c'è un atteggiamento molto complesso e raffinato nei confronti dei visitatori. Per esempio i ceceni considerano un loro dovere pulire le scarpe degli ospiti, e si è del tutto incapaci di capire come reagire: ringraziare, scusarsi, accettarlo come una cosa dovuta? Un ceceno cercherà sempre di esaudire le tue richieste, ma per intuire cosa stia pensando - se provi paura, imbarazzo o dubbio - bisogna affidarsi all'intonazione della voce o rinunciare del tutto a capire.
Per tutta la durata del mio soggiorno in Cecenia nella mia testa è stato costantemente in funzione un voltometro che stimava la tensione della situazione. È una cosa molto stancante. Sarà possibile fotografare? Sarà permesso fumare alla presenza di queste persone? Si può chiedere questa cosa? È bene controllarsi costantemente, cosa notoriamente peggiore dell'essere controllati da altri. E viceversa percepisci che le persone con cui parli hanno in testa lo stesso piccolo strumento. Per esempio il direttore di una scuola di montagna disse che il villaggio era situato in un'importante posizione strategica ed era stato usato dai militari. "Usato come?" domandai senza pensarci. Mi guardò con un'espressione strana, seguì un silenzio imbarazzato che si interruppe solo con la domanda successiva. Come seppi in seguito, il direttore aveva un fratello guerrigliero, mentre un altro fratello era finito in prigione per complicità. Alla fine del colloquio disse: "La ringrazio molto, anche se è russa. Capisco che ogni popolo è fatto di persone diverse, buone e cattive, ma quello che è stato non può essere cancellato". Era evidente che si era preparato a dire un'altra cosa, ma la frase gli era uscita così. D'altra parte, questo caso di estrema franchezza è stato un'eccezione.

Sono entrata in Cecenia grazie ad alcuni contatti: ci andavano dei conoscenti del comitato di aiuto ai rifugiati "Assistenza civile", con il compito di raccogliere dati sulle scuole dei villaggi di montagna. Dovevano capire quali scuole avessero bisogno di aiuti più urgenti e di quali aiuti si trattasse. Io mi sono unita a loro. Questo mi ha dato la possibilità di vedere molte scuole cecene, di parlare con un gran numero di persone e di visitare decine di villaggi di montagna distrutti. Bisogna dunque premettere che non mi sono mossa in modo indipendente, e che ho visto molte cose con gli occhi di coloro che mi accompagnavano. I nostri accompagnatori facevano parte della sezione cecena di "Memorial" [la più importante organizzazione per la difesa dei diritti umani in Russia e nelle ex repubbliche sovietiche, n.d.T.], e noi eravamo ospitati da loro. Erano tutte persone molto simpatiche: Idris di Argun, goffo e allegro, che non parlava mai male di nessuno; Hasan di Gudermes, dolce, intelligente, preoccupato per tutto e tutti; Šamil' di Groznyj, un giovane serio e ascetico i cui genitori sono stati uccisi in guerra mentre i fratelli e le sorelle sono scappati in Inguscezia, e che vive tutto solo in una grande casa fredda, abbellita soltanto da cartoncini gialli appesi alle pareti con su scritte parole inglesi. Tutte queste persone sono unite da un desiderio senza riserve di offrire aiuto: in un contesto generale di paura e assurdità questo è un motivo molto importante per restare in Cecenia. "Faremo finta che tutto questo non sia mai accaduto", dice con un sorriso triste Hasan, che ha trascorso l'intero periodo della guerra a Gudermes; anche se è stato risparmiato, quello che ha visto e sentito ha traumatizzato questo giovane ceceno come se l'avesse vissuto personalmente.

Non ci siamo trattenuti quasi in nessun posto. Gli accompagnatori dell'amministrazione locale o del provveditorato che di giorno ci portavano in giro, la sera ci invitavano a fermarci a bere un tè. O meglio, a un certo punto ci ritrovavamo sempre "per caso" nei pressi della casa della nostra guida. Ho notato che i ceceni vivono in condizioni straordinariamente simili. Ovunque pavimenti lustrati a specchio, tappeti ben spazzolati, file ordinate di scarpe accanto all'ingresso. Per "tè" si intende un abbondante pasto vero e proprio, come la gallina con le patate, un piatto preparato sempre allo stesso modo. Quando vedi due volte di fila quella gallina, quei tappeti e la tradizionale culla caucasica coperta dal solito copriletto - con variazioni minime dell'ambiente domestico - hai la sensazione che lo spazio si stia deformando. Gli operatori delle associazioni per la difesa dei diritti umani non volevano viaggiare con il buio. Più di una volta hanno insistito perché ci fermassimo per la notte, ma su questo non abbiamo mai ceduto: ogni volta tornavamo in città, dove ci aspettava un altro "tè".

In quattro giorni abbiamo visitato ventidue scuole in quattro distretti di montagna. È moltissimo. Quasi tutte quelle scuole nella mia testa si sono fuse in un unico locale freddo dalle pareti bianco-azzurrine, decorate da numerosi ritratti di Kadyrov junior [attuale presidente della Repubblica federale cecena, figlio del presidente Achmad Kadyrov, assassinato nel 2004, n.d.T.] e dai suoi aforismi. Chi li appende? "Azzardati solo a non appenderli", rispondono i presidi.
Tra queste scuole c'erano degli edifici-modello, riparati e provvisti di un parco giochi, ed edifici squallidi e senza vita. Quasi ovunque ci si lamenta della mancanza di personale qualificato. "Se ci fossero le abitazioni gli insegnanti verrebbero", dicono al provveditorato, "Per esempio Kadyrov", dicono, "ha procurato al suo clan Benoj degli insegnanti russi dando loro uno stipendio di 15mila rubli, e loro lavorano... Ma da noi la paga è di 2-3mila al mese". La lingua straniera in quasi tutte le scuole è l'arabo. Il professore di arabo, normalmente, tiene anche corsi facoltativi sul Corano e lezioni di etica, nelle quali parla ai bambini delle tradizioni cecene. In una delle scuole del distretto di Vedeno è stato l'imam a costruire con le sue mani la stufa. Eppure chissà perché tutti parlano della riparazione della palestra: ci si chiede chi può avere bisogno di correre in un locale soffocante, quando qui si respira una buona aria di montagna e si è circondati da una natura magnifica. Eppure gli adolescenti non hanno altri modi per impiegare le loro energie, dice l'insegnante, c'è bisogno di attrezzature sportive. Pare che per i ceceni lo sport sia molto importante, soprattutto la lotta libera. In alcune scuole ci sono anche degli psicologi che si prendono realmente cura dei ragazzi.

È qui che si vedono forse tutte le differenze rispetto alla media delle scuole russe. Inoltre la situazione nei centri abitati è ineguale: molto dipende dalle condizioni del villaggio e dalla disponibilità della gente a rifarsi una vita qui. Per esempio, nel villaggio di Uškaloj la scuola trova faticosamente posto nella casetta dell'insegnante, mentre nel villaggio vicino - a un paio di chilometri da lì - c'è un edificio enorme, provvisto di una dozzina di computer. Però nessuno ci va: quasi tutti gli abitanti con figli sono scesi a vivere in pianura. La preside, una donna anziana e stanca dallo sguardo spento, racconta che la maestra è stata uccisa da una bomba, e che lei stessa ha rischiato la fucilazione, ma i bambini l'hanno seguita: solo la buona volontà di un qualche comandante ha salvato tutti loro. Ricordo l'ultima frase di un tema che ho letto sul quaderno di una bambina cecena: "E Pugačëv risparmiò Grinëv" [Ne La figlia del capitano di Aleksander Puškin il giovane cadetto Grinëv si salva perché Emel'jan Pugačëv - il ribelle che guida l'insurrezione dei cosacchi - mostra d'essere il contadino cui il giovane aveva salvato la vita, n.d.T.]. Cerchiamo di spiegare alla preside come sia possibile aiutare questa scuola. "Ma non serve niente. Mettete un recinto di ferro, perché le vacche buttano giù quello di legno".

Una piccola scuola a conduzione familiare

La strada per il distretto di Nožaj-Jurtovskij, che è parte della tratta federale Baku-Rostov, inizialmente corre su una pianura piatta come un prato. Lungo i margini della strada ci si imbatte ogni tanto in gruppi di giovani con grandi sacchi neri. Ci sono anche delle ragazze con il fazzoletto in testa e la gonna corta. Arrancando sui tacchi alti per la distesa d'erba, riempiono i sacchi di spazzatura e con movimenti eleganti li svuotano in grandi mucchi fumanti. "Subbotnik [in epoca sovietica era la giornata di lavoro volontario, che si teneva prevalentemente il sabato, in russo subbota, n.d.T.], giorno di lavoro volontario", mi spiega Idris, "Domani è la Giornata della costituzione cecena, l'anniversario del referendum". Eppure ho visto queste processioni delle immondizie molto tempo prima dell'anniversario del referendum, e anche dopo. Per me l'odore della Cecenia è quello delle immondizie che bruciano. Ho l'impressione che in questa repubblica sia sempre giorno di lavoro volontario.


"I bambini sono a casa per il subbotnik", così quel giorno ci hanno detto in quasi tutte le scuole. Nel villaggio di Gansolču, però, se ne sono dimenticati: i bambini sono a scuola come sempre. Qui la vita privata sembra avere più importanza delle faccende dello stato. Tutta la famiglia del preside si è raccolta sotto il tetto della scuola: la moglie e il figlio maggiore - che studia per corrispondenza - insegnano matematica, il figlio minore studia, la figlia sta finendo le superiori e certamente prima o poi anche lei lavorerà qui. La solita tremenda campanella elettrica qui è sostituita da un suono gradevole. L'atmosfera familiare è accentuata dalla suddivisione dell'edificio in due piccole ali: una è la sala degli insegnanti, l'altra è costituita da due aule, ulteriormente suddivise in due parti. Qui vive anche il guardiano, padrone di questi due piccoli edifici. "L'affitto è di tremila rubli al mese. Questi soldi dovrebbero venire dal provveditorato, che però da due anni non paga l'affitto. Il padrone non ci caccia perché così perderebbe il lavoro di guardiano, e sono pur sempre mille rubli al mese", dice il preside Zelimchan Džabraev.

Il vecchio edificio scolastico, come la maggioranza delle case del villaggio, è stato completamente distrutto. Nel 2002, quando in una sola notte sono stati uccisi il vecchio direttore e il guardiano della scuola, il villaggio è stato abbandonato in fretta da sedici famiglie. In poco tempo se ne sono andate anche le altre. Il villaggio è rimasto abbandonato per otto mesi. In quel periodo sono state distrutte anche le case che erano rimaste in piedi. Alcuni pensano che i militari abbiano distrutto il villaggio abbandonato per impedire che qualcuno vi ritornasse, altri che avessero semplicemente bisogno di materiali da costruzione. "C'era un vecchio che non voleva andarsene: è stato l'ultimo a lasciare il villaggio, piangeva", racconta Jisita, la moglie del preside, "Poi quando ha raggiunto gli altri in pianura li ha convinti a tornare. Era una brava persona, tutti lo stimavano. Noi vivevamo nel distretto di Gudermes: lì ci si annoiava, lavoravano solo le donne. Achmad Kadyrov [presidente ceceno, padre dell'attuale presidente Ramzan; è stato ucciso nel 2004, n.d.T.] aveva promesso più volte che ci avrebbe aiutati a tornare sui monti. Quel vecchio ci ha radunati tutti e siamo andati dall'amministrazione a chiedere che mandassero un battaglione a difendere il nostro villaggio. E siamo ritornati. Quando ha visto che la sua casa era stata distrutta il vecchio ha avuto un infarto ed è morto due mesi dopo".

Parlando con gli operatori sociali ho capito che l'atteggiamento nei confronti del ritorno dei profughi ai loro villaggi di montagna è ambiguo: l'amministrazione vorrebbe che la gente tornasse a vivere in montagna, ma l'opinione non è condivisa dai militari che cercano di tenere sotto controllo la situazione in questi distretti. Anche per gli abitanti si tratta di una scelta difficile. Molti, come quel vecchio, desiderano fare ritorno alle loro case: i ceceni
sono molto legati alla loro terra, da secoli seppelliscono i membri del loro clan nello stesso cimitero anche se ormai si trova fuori dai confini della Cecenia. In pianura i montanari si considerano dei profughi, ma dato che non hanno attraversato i confini della repubblica non possono pretendere gli aiuti che in un modo o nell'altro vengono forniti ai profughi.

Allo stesso tempo la vita tra le montagne è terribile, soprattutto per gli uomini giovani. Quasi in tutti i villaggi si sente raccontare di uomini mascherati che di notte sono venuti a prelevare questo o quell'abitante e l'hanno portato via. Alcune persone vengono uccise, altre interrogate a lungo e rilasciate in condizioni penose, altre ancora sono semplicemente fatte sparire.
Quasi tutte devono subire umiliazioni e abusi. La logica di questi arresti è arbitraria: le denunce, le confessioni sotto tortura, qualsiasi informazione sia finita negli archivi di Kadyrov. Il motivo può essere anche la vendetta personale. La situazione è complicata dal fatto che gran parte degli uomini di Kadyrov è costituita da guerriglieri amnistiati lo scorso autunno. "È la logica che governava nel 1937", dice Lena Burtina, del programma umanitario, "Può essere che gli arresti abbiano anche una spiegazione razionale, ma lo scopo principale è alimentare un'atmosfera di terrore. Ora si può fare molto: far causa ai militari federali, fare ricorso... ma dire anche una sola parola contro Kadyrov è un rischio per la vita".

In pianura sotto questo aspetto la vita è più tranquilla, specie in città: lì non ci sono guerriglieri, lì è più facile confondersi tra la folla. Per questo motivo i profughi associano le montagne al passato, non al futuro
. Per esempio, Zelimchan e Jisita vivono sui monti ma costruiscono in pianura la casa per i loro figli: sui monti, dicono, sarà sempre più pericoloso, anche se qui di certo non morirai mai di fame. Da quanto ho capito leggendo le statistiche di "Memorial", solo un terzo della popolazione precedente è disposta a tornare a vivere in montagna. Si tratta evidentemente di persone dalle salde convinzioni. Siamo passati per un villaggio dove non era rimasto più niente: non si riusciva neanche a capire dove erano sorte le case, eppure tutti gli ex-abitanti volevano fare ritorno a queste colline desolate. Molto dipende dalla possibilità di ottenere o meno un risarcimento per l'abitazione distrutta: normalmente le domande presentate all'amministrazione restano ferme per mesi, e poi ci si sente dire che sono andate perdute. Le carte ricompaiono solo quando le persone accettano di spartire le cifre richieste. Le "bustarelle" costituiscono il 30-50% dell'ammontare. In casi molto rari, quando il villaggio è andato completamente distrutto, il suo capo riesce a ottenere per i cittadini il 100%: 350.000 rubli. Molti preferiscono usare questi soldi per costruire una nuova casa in pianura, ma lì c'è il problema dell'acquisto del terreno e bisogna nuovamente ricorrere alle bustarelle.

"All'inizio, quando siamo tornati, camminavamo dietro il bestiame per paura delle mine", continua il preside della scuola di Gansolču. Tutti gli alunni ceceni imparano le regole per evitare le mine: in ogni scuola sono appesi manifesti con cagnolini e ricci che mettono in guardia contro gli oggetti sconosciuti. Si evita comunque di avventurarsi nei boschi e si va a far legna vicino alle case. A raccogliere l'aglio selvatico si va in gruppo: se qualcuno salta in aria, gli altri almeno possono portarlo via.

La scuola è frequentata da 72 studenti, le lezioni si svolgono in tre turni. Mancano i professori di chimica, fisica e russo: di queste materie si occupano gli altri insegnanti. "Ma come fanno, se non conoscono la materia?" "Pazienza, leggono il libro di testo e lo spiegano ai ragazzi". Il preside dà lezioni di informatica sull'unico computer della scuola, e inoltre tiene i corsi di educazione tecnica e fisica.
Fino alla sesta classe insegna le tecniche agricole, dalla sesta alla nona le tecniche di costruzione e agli studenti più anziani a guidare la sua macchina. Non viene insegnata una lingua straniera. "Prima c'era un professore di arabo, ma l'hanno arrestato. È stato rilasciato, ma non è più tornato". Il cibo qui, come nella maggioranza delle scuole cecene, viene fornito da un'organizzazione umanitaria, la World Vision [Organizzazione non governativa cristiana, n.d.T]. La pappa d'avena viene cotta nella sala degli insegnanti su una piastra elettrica. Prima la preparavano con il latte, ma di recente Zelimchan ha dovuto vendere le sue vacche, e dunque la pappa d'avena con il latte è diventata una rarità. Sopra il fornello elettrico è appeso uno specchio, e sopra lo specchio c'è una scritta commovente: "Insegnante! Guardati allo specchio. Sorridi! E vai a fare lezione".

Da quanto ho capito, nella società tradizionale cecena la scuola non è antitetica alla famiglia, ma un suo prolungamento. Qui non ci sono problemi di disciplina, è scontato che si debba ubbidire agli insegnanti: nel villaggio sono figure molto rispettate. Quando entravo in aula i bambini si alzavano sempre in piedi, cosa che mi spiazzava ogni volta: ma lo fanno sempre, in presenza di adulti. È anche vero che qui, e ovunque nel Caucaso, ci si comporta diversamente con i bambini: li si rimprovera raramente e si cerca di esaudire i loro desideri. In una bella ma rara variante, come a Gansolču, la scuola cecena non è altro che un circolo rurale dove gli adulti insegnano ai bambini quello che sanno.

La definizione di trauma

- Per trauma si intende un danno ai tessuti causato da fattori dell'ambiente circostante... si distingue tra traumi meccanici, termici... chiusi... e aperti...

- Bene, Vacha, chi vuole fare un'altra domanda? Aza, fai una domanda.

- Cos'è l'antisettico?

- L'antisettico è un metodo di disinfezione chimico e biologico delle ferite. L'antisettico impedisce che nella ferita entrino i microbi.

- Bene. Aza, alla lavagna. Aslan, fai una domanda.

- Cos'è un trauma?

- Dicesi trauma... danno... causato...

- Non hai studiato abbastanza, torna al tuo posto. Chi vuole dirmi cos'è un trauma?


E così fino alla fine della lezione. Com'è facile capire, si tratta del corso di primo soccorso. Il ragazzino in piedi accanto alla lavagna sembra paralizzato. Dal suo aspetto pare che sia lui ad aver bisogno di un "antisettico". Dalla prima fila gli suggeriscono la risposta, e lui cerca di indovinare il suono delle parole. Eppure questi bambini di 13-14 anni non sanno solo per sentito dire cosa sono il trauma e l'antisettico.

Questo succede nelle classi superiori. In quelle inferiori tutto è più comprensibile e allegro. Ecco, per esempio, la lezione di scienze. L'insegnante, una donna con i denti d'oro che dimostra una cinquantina d'anni, cammina tra i banchi con la figlia di quattro anni aggrappata alle gonne. La stufa è accesa, sopra la stufa è stato messo a scaldare un secchio d'acqua per lavare i pavimenti. Un'alunna apre un libro sul quale è scritto a grandi lettere: "L'uomo è una creatura intelligente". "Noi conosciamo molti animali. La mucca, la capra, la lepre, il lupo, la tigre". Pausa. Traduciamo in ceceno. La bambina si è stufata di stare aggrappata alla madre, qualcuno l'aiuta a sedersi a un banco. Mi mostra la lingua e si mette a disegnare. "La mucca, giusto; la lepre, cos'è la lepre? Bene". Andiamo avanti: "Ma c'è un altro animale, il cui piccolo gioca come un gattino e ama i biscotti e il gelato. Ma quando cresce impara la matematica, a guidare la macchina...". Traduzione.

Quasi tutte le lezioni nelle prime tre classi sono lezioni di lingua russa, perché in effetti i bambini non la conoscono. Che senso ha insegnarla alle elementari? Mi sembra inutile. Però insieme alle prime nozioni linguistiche i bambini familiarizzano con concetti estranei al loro mondo, con uno stile di ragionamento e con un sistema di conoscenza astratta: "L'uomo è una creatura intelligente", "Il Volga si getta nel Mar Caspio", "La matematica è la regina delle scienze", e via dicendo.


"Non capiscono il russo: lo diciamo in ceceno, poi di nuovo in russo. Quando incontriamo un bambino, proviamo a dirgli: 'Buongiorno. Come va?' in russo. Loro ne hanno bisogno... per vivere", ammette con imbarazzo la preside della scuola del villaggio di Chimoj, nel distretto di Šatoj. La scuola occupa la metà di un'abitazione privata: nell'altra metà vivono i proprietari, che affittano due aule. In una di esse, rannicchiata al suo posto, siede una ragazzina di tredici anni. "Secondo turno. Gli altri sono ammalati", spiega la preside. Adesso sta dando alla bambina una lezione di matematica. Sembrano coetanee. La preside venticinquenne viene da Rostov, dove ha vissuto molti anni. Con la sua civettuola gonna di jeans sembra perfino più giovane della timida ragazzina di campagna con il fazzoletto in testa.

Dei trecento abitanti del villaggio centocinquanta lavorano per il ROVD (il dipartimento distrettuale degli affari interni). Anche le donne qui si vestono da poliziotte: fazzoletto in testa, cravatta al collo. Nei distretti di montagna ci sono diversi organi militari: il ROVD, il GRU (i servizi di sicurezza della difesa), la guardia di Kadyrov, i battaglioni "Vostok" e "Jug", difficile distinguerli. Gli stessi ceceni di solito non riescono a spiegare a quale dipartimento appartengano i vari militari che stazionano accanto a loro. Inizialmente i veicoli blindati e le postazioni militari suscitavano il mio malsano interesse giornalistico, in seguito ho semplicemente smesso di farci caso, come con gli edifici in rovina e gli onnipresenti giganteschi ritratti dei due Kadyrov.

Questa scuola accoglie in tutto diciassette persone. Negli insediamenti vicini, come ci dicono al provveditorato, le scuole hanno più o meno queste dimensioni.
Nel villaggio di Kiri due mesi fa hanno dovuto temporaneamente chiudere la scuola. Quando uno degli abitanti una notte è stato sequestrato, tutti i suoi parenti hanno fatto i bagagli e sono scesi in pianura. Degli otto bambini in età scolare ne sono rimasti solo due. Mi sono imbattuta in uno di loro. Forse era ancora in età prescolare; in genere i bambini ceceni vanno a scuola quando hanno compiuto sette anni. Stava in piedi all'ingresso di un'enorme casa di legno, brandiva una pistola giocattolo e mi ha gridato: "Altolà!"

Per puro caso il nostro autista è risultato essere originario di questo villaggio e cugino dell'uomo sequestrato. "Non viveva più da tanto tempo a Kiri, lavorava in città, ai servizi della difesa, era qui in visita. Erano venuti a prendere suo nipote, ma lui ha deciso di intervenire: su, mettiamoci d'accordo, sono un militare anch'io. Alla fine hanno preso lui e hanno lasciato qui il nipote". Secondo Aslan, da quando è finita la guerra storie come questa accadono di continuo. "Quando c'era la guerra era più tranquillo: qui stazionava un'unità militare, ci aiutavamo gli uni con gli altri, non ci bombardavano. Ma quando i federali se ne sono andati sono cominciati gli arresti. Ti chiedono cosa sai dei guerriglieri, di fare dei nomi. Ma la cosa peggiore è quando qualcuno scompare e non possiamo neanche seppellirlo. Anche se sono nato qui andrò a vivere in città: là queste cose non succedono quasi più".

Volendo, quasi tutti questi montanari hanno qualcosa da nascondere. Quasi tutti in un modo o nell'altro hanno avuto contatti con la guerriglia. Molti hanno parenti tra i guerriglieri, altri hanno dato loro ospitalità per la notte, altri ancora da mangiare. Il ceceno ortodosso, in generale, tende già a essere ospitale con tutti, ed è particolarmente difficile dire di no a della gente armata. "Ci trovavamo tra due fuochi", raccontano i profughi dei villaggi di montagna. "La mattina arrivavano i guerriglieri, la sera i federali". Si capirà che qui durante le lezioni di storia il tema dei rapporti tra russi e ceceni non viene praticamente toccato. "Ho paura di dire qualsiasi cosa", dice un'insegnante di storia del villaggio di Charačoj nel distretto di Vedeno, dove l'atmosfera è tra le più tese. "I genitori di molti bambini sono morti, altri sono entrati nella guerriglia. Io mi attengo al programma e dico solo: in questo o in quell'anno si sono svolte queste o quelle azioni militari. Se dicessi qualcosa di più, potrebbero non capirmi".

Il primo giorno di vacanza

Le vacanze scolastiche in Cecenia sono cominciate il giorno prima, in onore dell'anniversario del referendum. In alcuni villaggi, chissà perché, festeggiano la giovane costituzione dando tutti da mangiare agli uccelli. Approfittando della giornata libera trovo il coraggio di chiedere a Idris di portarmi nel villaggio di Guni nel distretto di Vedeno. È un posto molto bello, nelle cui vicinanze si trova anche un luogo sacro ai musulmani, la tomba della madre del sufi ceceno Kunta-Khadji. Idris è imbarazzato, esita a lungo, ha sentito dire che da quelle parti si sono rivisti i "guardaboschi", ma io, tremendamente stanca di tutte queste formalità, fingo insistentemente di non capire le allusioni e di lasciare a lui la responsabilità: se decide per il no, sarà no. Alla fine dice di sì, a condizione che mi copra la testa e indossi una gonna lunga. Per sicurezza Idris porta con sé la moglie: "Con due donne nessuno ci darà fastidio, casomai diremo che sei nostra figlia".


Durante il tragitto incontriamo alcuni ragazzi con dei bastoni che camminano sul bordo della strada. "Vedi, è già cominciato", commenta Idris. "D'estate arrivano circa settemila pellegrini. Ci sono tante di quelle macchine! Anche se di regola bisognerebbe andare a piedi. Questi pellegrini in Cecenia sono sempre ben accolti: vanno in giro a piedi per un paio di mesi e ricevono sempre ospitalità e aiuto". Mente ci avviciniamo al luogo sacro metto il fazzoletto in testa, ma - come capisco poi - nel modo sbagliato: bisogna indossarlo come le vecchie, annodandolo sotto il mento. In marzo il luogo sacro è quasi vuoto: vedo un grande cimitero su un monte avvolto nella nebbia; tra le tombe cammina una decina di vecchiette con il fazzoletto bianco in testa. Eseguono un canto e battono le mani. Se capisco bene si tratta di un dhikr [pratica devozionale islamica, detta anche preghiera del ricordo; gli ordini sufi praticano varie forme di dhikr collettivo che comprendono la ripetizione dei nomi di Dio, canti, danze, meditazione, trance, n.d.T.], ma in una versione semplificata. Il sufi dovrebbe raggiungere con la danza l'estasi e l'estenuazione. Dopo aver compiuto alcuni cerchi attorno alla tomba più importante le vecchie tornano indietro, scendono dal monte, salgono su un minibus con una bandierina verde e ripartono.

Mi sorge spontanea una domanda: perché la gente venera Kheda, madre del famoso sceicco, e dove si trova la tomba di quest'ultimo? Sembra che lo sceicco sia morto in una prigione russa, anche se i ceceni non ci credono. "È ancora vivo!" In questi luoghi circola una leggenda secondo la quale Kunta-Khadji vaga ancora per la Cecenia, e, come il russo Nikolaj Čudotvorec ["Taumaturgo", n.d.T.], appare alle persone nei momenti più difficili della loro vita. Si racconta che sia stato visto ai tempi dei bombardamenti e delle operazioni speciali.

Guni, Marzojmoch, Pervomajskoe e Miridi sono villaggi uniti da un'amministrazione comune e dall'appartenenza ai luoghi sacri dei sufi. In tutto qui vivono circa duemila abitanti. Sebbene gran parte di essi non sia costituita da sufi praticanti e abbia un po' di paura di avvicinarsi troppo a chi compie il dhikr, qui tutto è saturo della presenza di Kunta-Khadji. "Erano di Guni!", dice con orgoglio il capo dell'amministrazione a proposito dello sceicco e della sua famiglia. Mi mostrano la casa in cui visse il famoso santo. "Al tempo dei sovietici ci volle entrare un uomo del KGB", mi raccontano. "Mi sembra che lì ci viva qualcuno, disse. Il sindaco di allora gli spiegò che in quella casa non ci entrava nessuno da un centinaio d'anni, e che non bisognava andarci. Ma quello insistette. Quando lui e i suoi uomini entrarono nella casa, da un angolo uscì un uccello che li attaccò".


Questo Achmet Kunta-Khadji Kišiev, come scopro in seguito, era il più coerente pacifista musulmano. Si trovò in una situazione molto simile a quella odierna: al termine di una guerra caucasica, con il popolo ceceno sull'orlo della completa eliminazione fisica. Il capo del regno islamico di allora, Šamil', insisteva per continuare la lotta fino all'ultimo ceceno. Un pastore del villaggio di Ilskhan-yurt, Achmet Kišiev, propose l'unica alternativa fattibile, e cioè accettare la triste e ingiusta realtà dei fatti per salvare la vita fisica e spirituale del suo popolo: "A causa delle guerre sistematiche ci stiamo decimando catastroficamente. Il potere dello zar si è già rafforzato nel nostro paese. Io non credo che ci giungerà aiuto dalla Turchia e che il sultano turco voglia la nostra libertà e la nostra salvezza. Non può essere vero, giacché il sultano è un despota al pari dello zar russo. Credetemi, ho visto tutto questo con i miei occhi, come ho visto i despoti dei paesi arabi nascondersi dietro il diritto islamico. Dio non vuole che si combatta ancora. E se vi dicono di andare in chiesa andateci, perché non è altro che un edificio. Se vi costringono a portare le croci portatele, perché sono solo pezzi di ferro, ma voi resterete nel cuore e nello spirito dei musulmani. Ma se toccheranno le vostre donne, vi imporranno di dimenticare la vostra lingua, la vostra cultura e i vostri costumi, sollevatevi e combattete fino all'ultimo uomo!"

In tutto il resto Kunta-Khadji era un perfetto Mahatma Gandhi: predicava di non contaminare l'acqua, di non offendere gli animali, di non rispondere con il male al male e di non portare armi. "La guerra è una cosa selvaggia. State lontani da tutto quello che vi ricorda la guerra, se il nemico con viene a portarvi via la fede e l'onore... La vostra arma è il rosario, non il fucile o il pugnale. Perire nella lotta contro un nemico molto più forte equivale al suicidio. Una simile morte significa non credere nella forza e nella benevolenza del Sommo Allah, che ha creato i tiranni non per arrecare danno ma per purificare la moralità degli uomini. Per coloro che appartengono alla confraternita islamica i tiranni sono idoli vuoti, che cadranno e andranno in tanti pezzi come vasi d'argilla".

Le rivelazioni di
Kunta-Khadji furono un vero punto di svolta per la coscienza cecena, ma nascevano dalle tradizioni e dal diritto locale in un'epoca in cui Šamil' cercava di imporre il sistema dello stato islamico in una Cecenia rurale cui era fondamentalmente estraneo. Nel mezzo di questo conflitto insanabile, Kunta-Khadji offrì alla sua gente la possibilità liberatoria di considerare qualsiasi autorità come una formalità.

Per i russi la confraternita islamica di
Kišiev era ancora meno accettabile della guerra santa di Šamil': è più difficile sconfiggere un mistico che un guerriero. "L'insegnamento del dhikr, che per orientamento appare molto simile alla guerra santa, è il migliore strumento di unificazione nazionale, e aspetta solo il momento opportuno per trasformarsi in un risveglio fanatico di forze dormienti", scrive nella sua relazione per l'anno 1863 il governatore della regione di Terska Loris-Melikov.

La cosa interessante è che Kišiev morì giovane nel carcere di Novgorod, mentre il grande nemico della Russia Šamil' invecchiò a Kaluga, come prigioniero di lusso: percepiva una pensione ricchissima, riceveva molti ospiti tra cui anche influenti politici russi. Lo lasciarono perfino andare a morire alla Mecca. Come figura pubblica era comprensibile alla Russia, mentre il suo contemporaneo più giovane Kišiev era considerato un pericolo.

Non meraviglia dunque che le autorità cecene oggi sfruttino spesso la retorica di Kišiev. Lo stesso cognome Kadyrov viene dall'ordine sufi Qadiri [dal nome di Abdul Qadir Jilani, 1077-1166, n.d.T.]: così viene chiamato il ramo del sufismo diffuso da Kišiev. Anche l'attuale presidente si rifà al grande sceicco, spesso alludendo a lui nelle sue interviste. Naturalmente, in un mondo di violenza senza limiti tutto ciò viene percepito come retorico. Ma qua e là la filosofia di Kunta-Khadji vive non solo sotto forma di verità dogmatica. Certo, i suoi seguaci naturali non si prendono la responsabilità di parlare di tutto il popolo ceceno: possono parlare solo della conservazione del proprio villaggio, della propria famiglia, considerando il potere di Kadyrov come un potere formale con cui bisogna avere a che fare.


"Oggi abbiamo i sopralluoghi nelle case", dice il vice capo dell'amministrazione di Pervomajskoe, "È il giorno della costituzione e possono esserci sabotaggi". In effetti il villaggio è pieno di militari. Questo è il distretto di Vedeno, luogo natale non solo del pacifista Kunta-Khadji ma anche di Šamil' Basaev [leader della guerriglia cecena assassinato nel 2006, n.d.T]. "Oggi hanno portato via due uomini; ho implorato di lasciarli andare. Li hanno rilasciati. Ho perfino firmato una dichiarazione, posso mostrargliela: garantisco che nel nostro villaggio non ci sono guerriglieri. Io stesso ho firmato l'ordine: le famiglie di coloro che entrano nella guerriglia saranno espulse dal villaggio". Beksoltan Bulatmurzaev ormai da più di dieci anni svolge qui varie funzioni amministrative: capo dell'amministrazione, vice, capo del circolo rurale. Per me è difficile capirlo: assomiglia agli ufficiali robusti e baffuti che si vedono alla televisione cecena, eppure allo stesso tempo è onesto, e protegge gli abitanti. "Non molto tempo fa una notte sono venuti a portar via un'altra persona. Ho radunato i nostri vecchi e sono andato con loro a Vedeno. Siamo andati in procura, all'FSB, dall'esercito. Abbiamo detto: noi non lo tollereremo, cerchiamo di vederci chiaro con l'aiuto della legge. Due ore dopo l'hanno rilasciato".


Finalmente ci avviciniamo alla scuola. Oggi, come ho già detto, non c'è lezione, ma in una delle aule ci sono dei bambini in età prescolare: questo è uno dei pochi villaggi in cui ai bambini piccoli viene insegnato il russo. Anche se in questo caso è più importante la funzione di asilo: i genitori pagano circa 80 rubli al mese perché ci sia qualcuno che si occupi dei loro figli durante la giornata.


"Lì si è seduto Khattab [Ibn al-Khattab, comandante della guerriglia durante le guerre cecene, ucciso nel 2002, n.d.T.]", si vanta il direttore scolastico, che ricopre il doppio ruolo di mullah del villaggio e di insegnante di geografia. Sembra che al tempo della prima guerra cecena gli abitanti del villaggio avessero firmato un accordo con i federali: voi non ci bombardate e noi non lasciamo passare i guerriglieri. Misero insieme una milizia di circa 200 persone. Una notte degli uomini di Guni incontrarono - così si racconta - Khattab. "Era proprio lui, con la barba e tutto, ma non bastava", dice il vice capo dell'amministrazione, indicando la falange del proprio dito. "Erano in venti, c'erano anche degli stranieri: quelli non parlavano la nostra lingua. Li chiudemmo a chiave dentro la scuola. Poi io andai a Vedeno, a fare rapporto ai federali. Ma loro mi dissero che non c'era l'ordine di arrestare quel tale, e di lasciarlo andare. E così lo liberammo. Allora capimmo che nessuno aveva bisogno della nostra resistenza. Però abbiamo resistito per tutta la prima campagna".


Andiamo verso il pozzo, circondato da vecchi noci. È evidente che in precedenza questo era il centro del villaggio di Guni; ora il centro si è spostato nella vicina Pervomajskoe. È un bel posto antico, si capisce che al tempo della guerra qui la vita non si è interrotta come negli altri villaggi. Di qui se ne sono andati in pochi, i bombardamenti hanno toccato Guni in misura inferiore. Accanto al pozzo passano sgambettando delle ragazzine bellissime che portano dei secchi appesi alle due estremità di un bilanciere, i bambini stanno di nuovo bruciando qualcosa. Sulla collina, all'incrocio tra due strade che formano quella che assomiglia a una rotatoria cittadina, stanno in piedi dei vecchi sordi con il cappello in testa. Uno di loro è l'ex capo del villaggio, quello stesso che una volta era stato attaccato da un uccello. I vecchi si lagnano con me dei problemi con l'elettricità. Da un lontano burrone si sente arrivare un rumore simile a quello di un trattore o di un martello pneumatico. Mi spiegano che si tratta di spari (il giorno dopo avrei saputo che in quella zona era stata condotta un'operazione speciale e che erano morti quattro guerriglieri). Ecco come è stato celebrato il primo giorno di vacanze scolastiche nella terra natale del seguace di Tolstoj della Cecenia.

Sotto si trova un'antica moschea, sopra ancora una scuola. "È qui che ho portato le madri dei soldati", racconta Beksoltan, "Durante la prima guerra, si ricorda, ce n'erano molte: venivano in Cecenia a cercare i figli. Io le portavo qui. Una si chiamava Ira, l'altra - se ricordo bene - Nataša. Per la strada ci fermarono dei guerriglieri e mi dissero: dalle a noi come ostaggi. Io mi rifiutai, portai qui le donne, radunai tutti gli abitanti nel cortile della scuola. Arrivarono i guerriglieri e ci chiesero di consegnare loro le madri dei soldati. Ma noi rifiutammo. Naturalmente erano armati, ma non cominciarono per questo a sparare ai ceceni. Minacciarono anche la mia famiglia, ma poi giunsero nel villaggio i federali e i guerriglieri fuggirono nel bosco".


Ci gira attorno un uomo sporco e barbuto che
con uno strano sorriso intelligente sussurra qualcosa di incomprensibile: le parole non si distinguono, ma la pronuncia è chiaramente russa, quasi senza accento. "Ecco, gli faccia una foto!" dice il vice capo dell'amministrazione del villaggio, "È il nostro matto. Non gli è rimasto più nulla: sua madre è morta, le sue sorelle se ne sono andate. Prestava servizio nell'esercito sovietico e ha cominciato a chiudersi in sé sempre di più. Adesso sono già vent'anni che vive sulla strada. Gli abbiamo costruito una capanna, ma lui non ci abita, ci trascina solo tutto il ciarpame che trova. Poco tempo fa lo hanno portato via i federali: pensavano che collaborasse con la guerriglia. Abbiamo dovuto andare a cercarlo. Poi, dopo una settimana mi hanno detto: 'Portalo via!' e l'ho trovato in una grotta, pieno di botte, mezzo morto. Tra l'altro parla molto bene il russo. Gli hanno chiesto: 'Dove sono le tue armi?' e lui ha risposto: 'Le ho rese dopo la smobilitazione...'"
"Smobilitazione", sussurra il matto, e sorride soddisfatto. Poi giunge le mani come per pregare, guarda dentro il mio obiettivo e borbotta: "Propongo... se possibile... di sposarmi..." Tutti i presenti ridacchiano: ho già ricevuto una proposta di matrimonio. Ma io sono triste: probabilmente questa è la prima persona, da quando sono qui, che mi abbia parlato senza avere in funzione un voltometro nella testa.

Originale: http://www.expert.ru/

Tradotto dal russo da Mirumir, un membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft per ogni uso non-commerciale: è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne l'autore e la fonte.

Un puntino sul radar, di Sergej Roj

Un puntino sul radar
La mossa di Putin a Heiligendamm sa di puro genio
di Sergej Roj

13 giugno 2007

So di essere stato aspramente critico nei confronti di Vladimir Putin agli inizi del suo mandato. Con il passare del tempo questa asprezza ha lasciato spazio al rispetto, anche mio malgrado. Tuttavia, in un paio di occasioni mi sono rifiutato di includerlo nella piccola categoria di grandi statisti come Churchill, Roosevelt o De Gaulle, soprattutto perché non ha l'aria di voler mettere in pratica il mio piano prediletto: soppiantare Sergej Mironov a capo di "Russia Giusta" nel 2008, trasformare il partito in un mammut politico e usarlo per ripulire le stalle di Augia in cui la governabilità russa è impantanata. Mi correggo: è impantanata da qualcosa come tre secoli, se non di più. Questo permetterebbe di liberare la nazione dalla morsa del mostro a due teste, la burocrazia-oligarchia, e fare strada alla vera democrazia - del popolo, per il popolo - in questo paese una volta per tutte.

Adesso però non sono troppo sicuro del mio piano prediletto e delle conseguenze che comporterebbe, e dunque neanche del mio giudizio sullo statista Putin. Forse Putin ha ragione e io, o piuttosto tutti noi intellettuali sognatori e costruttori di audaci nuovi mondi, abbiamo torto.

Dopo tutto questa è la Russia. Avviate una rivoluzione morbida o di velluto qui e vedrete cosa vi aspetta. Già una volta il sogno di una società priva di classi e di sfruttamento ha messo in moto un processo che ha generato una tirannia rigidamente stratificata e schiavista con una specie di Faraone al suo vertice.

In un'altra e più recente occasione altri sognatori, me incluso, che aspiravano a una società libera, aperta e democratica lanciarono un movimento che si trasformò in un ricettacolo di arraffoni e banditi e in un caos nel quale piombò un intero paese. Perfino i suoi ultimi scampoli stavano per mandare in rovina tra sofferenze indicibili milioni di persone. Per aggiungere la beffa al danno, il caos e il saccheggio furono chiamati "riforma economica" e "democrazia".

Dunque pare che il sogno di un apparato di governo limpido, responsabile nei confronti del popolo e da esso controllato debba essere accantonato per un po', se non si vuole provocare una baraonda sociopolitica dalle conseguenze imprevedibili. Putin deve lavorare con le risorse umane che ha a disposizione, facendo tesoro dei suoi due maggiori successi - la stabilità politica e la ripresa e crescita economica - senza mai perdere di vista la grande questione inderogabile: la sopravvivenza della Russia come entità integra in un contesto tutt'altro che amichevole.

Non è una novità che l'ambiente che circonda qualsiasi stato in qualsiasi epoca non sia mai esattamente traboccante d'affetto e amicizia: il mondo abitato dalle nazioni è rigidamente darwiniano. E va benissimo, finché queste tendenze darwiniane non diventano aperta aggressione, in particolare quando una nazione e i suoi satelliti aspirano al dominio del mondo.

Sfortunatamente ora viviamo proprio all'ombra di una tale minaccia. Gli Stati Uniti non hanno solo dichiarato che l'intero mondo rientra nella loro sfera di interessi (il termine "interesse" va qui inteso soprattutto in senso materiale, indipendentemente da ogni mascheramento ideologico), ma agiscono coerentemente da una posizione di forza, rozza forza militare, dispiegando i loro strumenti militari ovunque, si tratti della terraferma, degli oceani o dello spazio.

L'ovvio obiettivo di questo dispiegamento è la capacità dell'egemone di imporre la propria volontà su tutte le porzioni del mondo. Tanto per fare un esempio a caso: se la Russia dichiara che il suo interesse è vendere gas a un certo paese a un prezzo stabilito, questo può essere definito dalla potenza egemone un'"aggressione" che merita una risposta decisa: la rappresaglia o la minaccia di una rappresaglia militare. Per rendere più efficace questa minaccia, è utile avere elementi del sistema nazionale di difesa antimissile degli Stati Uniti sulla soglia della Russia, e al diavolo l'accordo Russia-NATO che proibisce espressamente il posizionamento di basi NATO sul suolo dei paesi dell'ex patto di Varsavia.

Cosa poteva fare Putin in questa situazione? Ha fatto due cose che hanno dimostrato chiaramente come gli europei possano permettere solo a proprio rischio e pericolo lo spostamento delle basi americane verso la Russia. Ha annunciato una moratoria sul trattato che regola l'impiego delle forze convenzionali in Europa (un trattato che comunque la Russia è la sola a rispettare); e ha parlato della possibilità di puntare i missili russi su varie zone dell'Europa (oltre al Regno Unito).

Nessuna delle due mosse si è dimostrata molto efficace in senso geopolitico (altro discorso è la loro efficacia ultima e reale, che richiederebbe uno scenario apocalittico che qualunque essere ragionevole sembra voler rifuggire). Gli europei possono preoccuparsi, ma cos'altro potrebbero fare? Fanno parte della NATO, e nella NATO c'è solo un padrone con un rapporto molto speciale con il suo leccapiedi. Il 65% dei cechi può essere contrario alla costruzione di un radar sul suo territorio, ma a chi interessa quello che va dicendo un branco di cechi?

A Heiligendamm però Putin ha messo in pratica una terza mossa, e questa sa di puro genio (non importa che l'idea sia venuta da qualche oscuro funzionario: Putin deve avere avuto a disposizione una decina o più di opzioni simili, eppure ha scelto quella più efficace prendendosene la piena responsabilità). Mi riferisco, naturalmente, alla proposta dell'uso congiunto Russia-USA della stazione radar costruita in epoca sovietica nel distretto di Gabala, in Azerbaijan. Quella stazione, ha detto Putin, proteggerebbe tutta l'Europa e non solo una parte di essa come avrebbe fatto la struttura progettata dagli Stati Uniti nella Repubblica Ceca.

La soluzione di Gabala è perfetta per lo scopo apparente del radar ceco, e cioè difendere l'Europa contro i missili (attualmente inesistenti e comunque mitici) a lunga gittata iraniani. È a poche migliaia di chilometri dal confine iraniano, si potrebbe dire proprio nel cortile dell'Iran; l'uso congiunto dissiperebbe i sospetti della Russia sul fatto che il radar ceco possa essere in realtà diretto contro la Russia (e lo sarà, tecnicamente); e la NATO non sarebbe costretta a violare il proprio impegno firmato e controfirmato a non usare gli ex territori del blocco sovietico per scopi militari, un accordo sul quale regna l'assoluto silenzio in tutte le discussioni occidentali su questi temi.

E la reazione degli Stati Uniti alla proposta di Putin che ha rubato loro la scena a Heiligendamm? "Interessante", ha borbottato il presidente Bush prima di essere messo a terra dal mal di pancia. "Audace e interessante", ha detto Stephen J. Hadley, il consigliere di Bush per la sicurezza nazionale. Ma sì, ficchiamola in una commissione di esperti per "una serie di discussioni strategiche", come ha detto Bush.

Bene, ha detto Putin, ma "speriamo che questi negoziati non servano solo a nascondere azioni unilaterali che vengono intraprese nel frattempo".

Putin doveva avere davanti una sfera di cristallo.

La vera risposta americana è venuta, subito dopo, dal Segretario di Stato Condoleeza Rice. Venerdì, mettendo in mostra tutti i suoi denti, la signorina Rice ha detto all'Associated Press letteralmente questo: "Gli Stati Uniti perseguiranno il loro piano di collocare una difesa missilistica in Europa Orientale nonostante la proposta russa di posizionarla al di fuori della regione".

Questa dichiarazione ha reso le "discussioni strategiche" così inconsistenti da farle sembrare un completo esercizio di futilità. Solo un puntino sul radar di Gabala. L'egemone procede sfacciatamente con i suoi egemonici progetti mirati a ottenere la sottomissione della Russia mediante la paura.

Posso solo dire che farà bene al morale della Russia. Non siamo stati noi a inventare l'espressione "fair play", ma questo non significa che non proviamo un acuto disgusto per l'ingiustizia, la prepotenza e il gioco sporco.

Date solo un'occhiata all'indice di popolarità di Putin all'interno del suo paese.


Originale: http://guardian.psj.ru/text/200706131337.htm

Sergej Roj, giornalista, scrittore e traduttore, è redattore capo del giornale online Guardian/Hranitel, che si propone come scopo quello di rinforzare la sicurezza individuale e collettiva in una Russia in preda a flagelli sociali e politici.

Tradotto dall'inglese da Mirumir, un membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft per ogni uso non-commerciale: è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne l'autore e la fonte.

mercoledì, giugno 06, 2007

Accerchiati e umiliati, di Martin Jacques

Accerchiati e umiliati
La causa delle attuali tensioni tra Mosca e l'Occidente è la provocazione militare degli Stati Uniti e della NATO

Martin Jacques
5 giugno 2007

The Guardian

Coloro che stanno sperimentando una sensazione di déjà vu di fronte al deteriorarsi delle relazioni tra la Russia e l'Occidente vanno perdonati. Però qui non si tratta di un semplice ritorno alla guerra fredda. La Russia è molto più debole perfino della superpotenza atrofizzata dei tardi anni Ottanta. La sua popolazione è stata più che dimezzata, il suo prodotto interno lordo ridotto della metà, e la qualità della vita è diminuita. Semplicemente, non ha la capacità di essere quello che era in passato.
Dopo il crollo dell'Unione Sovietica c'è stato un breve interregno durante il quale i rapporti tra l'Occidente e la Russia andavano bene. La ragione era che la Russia era un paese in ginocchio e Boris El'cin era pronto a fare il gioco dell'Occidente abbracciando, almeno a parole, la democrazia di modello occidentale e il libero mercato. In realtà, naturalmente, la salute della nuova democrazia russa sotto El'cin non era migliore di quanto lo sia stata sotto Putin. Anzi, il libero mercato di El'cin significò svendere le ricchezze del paese, soprattutto il petrolio e il gas, agli oligarchi in cambio del loro appoggio elettorale. Sotto molti punti di vista El'cin fu un presidente disastroso. Certo, nell'elaborare una strategia economica che possa salvare il paese dalla deriva, Putin ha dimostrato una stoffa completamente diversa. Ristabilendo il controllo dello stato sulle riserve di petrolio e di gas del paese, si è giustamente ispirato più al modello asiatico che al neoliberismo angloamericano.
Il punto di partenza per comprendere il deteriorarsi delle relazioni tra gli Stati Uniti e la Russia sta a Washington, più che a Mosca. Dopo il 1989 la Russia era un paese sconfitto. Nonostante le belle parole e alcuni gesti limitati, gli americani l'hanno trattata come tale. La loro politica è stata una politica di accerchiamento. In seguito alla fine della guerra fredda si è discusso molto sull'utilità della NATO. Fu allora reinventata come mezzo per ridurre l'influenza della Russia ai suoi confini occidentali e per cercare di isolarla. I suoi precedenti stati satellite europei furono fatti entrare nella NATO, così come gli stati baltici. La Russia si trova ora accerchiata a ovest, e nell'Asia centrale a sud. Non c'è dunque da stupirsi che la Russia non sia felice di questi sviluppi. Non solo vengono calpestate le sue ragionevoli preoccupazioni in termini di sicurezza, ma si sente anche umiliata.
La proposta degli Stati Uniti di collocare il proprio scudo di difesa anti-missile in territorio ceco e polacco può solo gettare sale sulla ferita. Ma c'è davvero qualcuno che crede seriamente che lo scopo dello scudo missilistico sia, come dicono gli americani, quello di resistere a un attacco nucleare dall'Iran o addirittura dalla Corea del Nord? I russi credono giustamente che il sistema sia soprattutto diretto contro di loro, per isolarli ulteriormente. Putin ha reagito testando un nuovo missile a lunga gittata e ha suggerito che l'Europa potrebbe ridiventare il bersaglio delle armi nucleari russe. C'è una bella differenza rispetto al clima della metà degli anni Novanta: ora siamo sull'orlo di una nuova corsa agli armamenti.
In questo contesto è ora di vedere la strategia degli Stati Uniti, e perfino la guerra fredda, in una nuova luce. La guerra fredda è stata presentata come una lotta tra il capitalismo e il comunismo, eppure, con il comunismo ormai sepolto, una Russia indiscutibilmente capitalista viene demonizzata come il nuovo nemico. Non voglio dire che la Russia di Putin sia un luogo particolarmente attraente, però è tutt'altro che impresentabile. Inoltre, dall'11 settembre gli Stati Uniti hanno assunto nuove pose nazionaliste e si sono posti come una superpotenza espansionista che mira a estendere la propria influenza globale e a creare un nuovo impero con mezzi unilaterali. Ricordiamo che il progetto dello scudo missilistico è un'iniziativa degli Stati Uniti, non euro-americana. C'è un ovvio nesso tra la politica di Bush nel Medio Oriente e il suo atteggiamento verso la Russia, e cioè le ambizioni globali dell'amministrazione statunitense dopo il crollo del suo unico avversario.
Questo non significa negare che la Russia costituisce una minaccia potenziale per l'Europa, soprattutto in termini di forniture energetiche, o che le sua cultura politica è incline a una mentalità arbitraria e autoritaria. Ma la Russia non cambierà, e noi dobbiamo trovare un modus vivendi che rispetti la sua identità e riconosca i suoi interessi legittimi. Il rischio dell'atteggiamento statunitense, e di un clima da guerra fredda in Europa, è che la Russia venga messa con le spalle al muro. Le conseguenze sono già visibili. Non appena la Russia si è sentita un po' più forte, soprattutto grazie all'aumento del prezzo del petrolio e del gas, è diventata più assertiva. Ma in termini globali resta debole e fondamentalmente incapace di aspirare nuovamente allo status di superpotenza. Michail Gorbačëv ha indubbiamente ragione a puntare il dito contro Washington.

Martin Jacques è visiting research fellow all'Asia research centre, London School of Economics

Originale: The Guardian