venerdì, luglio 13, 2007

Il Pakistan si prepara per la repressione

Il Pakistan si prepara per la repressione
di M. K. Bhadrakumar

Originale: http://www.atimes.com/atimes/South_Asia/IG13Df01.html

Quando il comandante del Comando centrale dell'Aeronautica degli Stati Uniti, il Generale di Squadra Aerea Gary L. North, è atterrato martedì alla base dell'Aeronautica Pakistana a Sargodha, a nord est di Lahore nella provincia pakistana centrale del Punjab, l'intensità del momento non gli sarà sicuramente sfuggita.

Il Capo di stato maggiore dell'Aeronautica Pakistana, il Generale di Armata Aerea Tanvir Mehmood Ahmed, e l'ambasciatrice statunitense in Pakistan Anne W. Peterson, lo stavano aspettando sulla pista di atterraggio.

North è arrivato dopo un viaggio di otto ore senza scali sorvolando l'Atlantico. Era su un F-16 Fighter Falcon in grado di trasportare missili nucleari. Un altro F-16 lo accompagnava. Erano i primi di una flottiglia di una dozzina di aerei che l'AP riceverà nei prossimi mesi "a prezzi puramente nominali" (per citare Ahmed). Il Pakistan, inoltre, potrà ottenere un'ulteriore partita di sedici F-16, portando il totale a ventotto.

Per coincidenza, la cerimonia di consegna di Sargodha è avvenuta quasi contemporaneamente alla calcolata decisione del Presidente del Pakistan, il Generale Pervez Musharraf, di ordinare all'esercito pakistano di attaccare Lal Masjid (la Moschea Rossa) a Islamabad. La scorsa settimana, il Segretario di Stato statunitense John Negroponte ha annunciato, in un'intervista all'edizione urdu di Voice of America, che gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare il Pakistan "in ogni maniera possibile".

In sostanza, stanno rimediando i ventotto F-16 che il Pakistan ha già pagato nei primi anni '90 e che Washington non è stata in grado di consegnare una volta che il paese perse la sua importanza come stato cardine nella politica regionale statunitense nel periodo post guerra fredda.


La Shanghai Cooperation Organisation si unisce nella lotta
L'enorme gesto statunitense ha le sue origini nella congiuntura critica della regione. Ciò che emerge è che l'incontro della Shanghai Cooperation Organization (SCO), programmato a Bishkek, Kyrgyzstan, tra poco più di un mese, sta già gettando la propria ombra sul ruolo regionale del Pakistan. Islamabad non ha nascosto il proprio interesse riguardo lo stringere legami con la SCO, e l'incontro fornirebbe questa opportunità. La SCO comprende Cina, Russia, Kazakhstan, Kyrgyzstan, Tajikistan e Uzbekistan.

Dagli atti dell'incontro del Consiglio dei Ministri degli Esteri (CME) della SCO tenutosi a Bishkek lunedì in preparazione dell'incontro del 16 agosto, sono state messe sul tavolo opzioni che possono dare fastidio a Washington. E' ormai certo che la SCO si sta muovendo verso Afghanistan e Pakistan con un'irresistibile offerta di mutuo impegno in termini di interessi comuni di sicurezza regionale e stabilità.

Il CME ha messo l'accento in particolare sull'"importanza di intensificare ulteriori collaborazioni con gli stati osservatori della SCO come con la Repubblica Islamica dell'Afghanistan all'interno del Gruppo di Contatto sull'Afghanistan della SCO." Più importante, ha deciso di "creare meccanismi di cooperazione da parte dei soci internazionali della SCO, in particolare sotto gli auspici della SATR (Struttura Anti-Terroristica Regionale).

L'incontro della SCO, secondo tutti gli indicatori, potrebbe diventare uno dei più produttivi della storia dell'organizzazione. Svolgendosi sullo sfondo del sempre maggiore raffreddamento dei rapporti USA-Russia, l'incontro acquista ulteriori significati. Il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov, che ha preso parte all'incontro dei CME di lunedì a Bishkek, ha messo sotto i riflettori la "ricerca di un nuovo ordine mondiale, che si baserà sulla legge internazionale e sull'azione collettiva per risolvere problemi globali, regionali e di altro genere" da parte della SCO.

Il CME ha deciso di raccomandare durante l'incontro della SCO che i paesi osservatori come il Pakistan debbano essere coinvolti "più attivamente" nelle attività e nei progetti dell'organizzazione. Ha concluso che la stabilità della regione dell'Asia centrale è direttamente collegata alla stabilizzazione dell'Afghanistan.

Per la prima volta, la SCO potrebbe sfidare il monopolio degli Stati Uniti sulla risoluzione del conflitto afghano. Il CME ha sostenuto che il modello attuale di coinvolgimento da parte della comunità internazionale è limitato a specifici problemi settoriali in Afghanistan. Ha concluso che un approccio tanto ristretto da parte della comunità internazionale non servirà allo scopo di stabilizzare il paese.

La SCO, inoltre, intende promuovere un "approccio comprensivo" che includerà la sua partecipazione non solo nei lavori di ricostruzione dell'Afghanistan e nel contrastare il traffico di droga, ma anche attraverso il "supporto del consenso nazionale all'interno dell'Afghanistan basato sul principio di impedire l'accesso al potere ai leader taliban che, con il sostegno di al-Qaeda, hanno portato l'Afghanistan in condizioni in cui non è mai stato", per citare Lavrov.


Guerra fredda nell'Hindu Kush
Insomma, la SCO sta proclamando senza ambiguità la sua intenzione di lavorare con Kabul e Islamabad, territorio che finora le potenze regionali avevano accettato più o meno tacitamente essere campo esclusivo di Stati Uniti e NATO. Questo va contro l'approccio statunitense basato sul tenere la Russia fuori dall'Afghanistan, e intralciare ogni possibile politica combinata sino-russa nel paese.

Washington, nei fatti, ha soffocato la proposta francese avanzata all'incontro della NATO a Riga, l'anno scorso, di formare un "gruppo di contatto" di paesi interessati a una risoluzione al problema afghano. I diplomatici americani hanno nascosto a stento la loro contrarietà riguardo le mosse fattive di Mosca verso Kabul nei mesi scorsi.

Washington ha diffuso una strategia a favore di una "Grande Asia Centrale" con lo scopo di diminuire l'influenza di Russia e Cina nella regione e incoraggiando
piuttosto gli stati dell'Asia centrale ad associarsi con la regione del sud Asia. La strategia è un tentativo appena mascherato di sminuire la raison d'etre della SCO.

Infatti l'incontro di lunedì del CME sembra aver tenuto conto dell'intero ventaglio di possibili sviluppi regionali e internazionali. Il suo messaggio nascosto è che la SCO sta cominciando a tener conto dei piani statunitensi per lo sviluppo di un sistema di difesa missilistico in Europa e Asia. Lavrov ha detto, "Noi [il CME] non abbiamo discusso specificatamente i piani statunitensi… ma ovviamente vediamo che le conseguenze delle azioni unilaterali in questa sfera si faranno sentire anche qui [in Asia centrale], specialmente considerando non solo la composizione della SCO, ma anche la composizione degli osservatori che lavorano all'interno della SCO".

Significativamente, la posizione della Cina nei piani statunitensi di sviluppo di sistemi missilistici anti-balistici nella regione Asia-Pacifico è sempre più dura. Un commento sul quotidiano People's Daily di mercoledì ha criticato aspramente gli Stati Uniti per la ricerca di un'"assoluta superiorità nucleare":

Il bilanciamento nucleare strategico è molto importante. Oggi, solo le armi nucleari strategiche possono produrre una minaccia reale per gli Stati Uniti… il bilanciamento aiuta a mantenere la stabilità. Senza bilanciamento strategico, l'ordine di un mondo multipolare sarebbe difficile da mantenere. Per questo la questione del bilanciamento strategico non riguarda semplicemente l'eventualità di uno scontro militare. Riguarda in realtà il tipo di ordine mondiale che deve essere stabilito, e la lotta tra l'ordine mondiale unipolare e multipolare.

L'incontro della SCO dovrebbe adottare un "trattato a lungo termine di buon vicinato, amicizia e cooperazione". Non si può negare il fatto che le iniziative precedenti della SCO provengono principalmente da comuni accordi russo-cinesi. Subito dopo le consultazioni sino-russe a margine del CME di lunedì a Bishkek, i ministri degli esteri di Russia e Cina avranno un'opportunità per estendere ulteriormente le discussioni durante la prevista visita del ministro degli esteri cinese Yang Jiechi a Mosca a partire da giovedì.

L'aquila è atterata
Come interagiscono tra di loro tutti questi fatti? Senza dubbio, dalla prospettiva statunitense, l'importanza strategica del Pakistan sta diventando importantissima. Washington ha disperatamente bisogno a Islamabad di una struttura di potere manipolabile e abbastanza stabile da assicurare la continuità delle scelte politiche. Questa sfida è indiscutibilmente difficile.

Nuovi fattori sono all'opera rispetto al periodo della Guerra Fredda. A differenza che negli anni '70 e '80, Cina e Russia stanno sempre più coordinando le loro politiche regionali e internazionali, anche se i due paesi non stanno pensando ad alcun tipo di alleanza formale.

A proposito di questo, a differenza che nel periodo della Guerra Fredda, Washington sta sviluppando intensamente i propri legami con l'India. Stringendo relazioni "separate" con i due rivali sudasiatici, Washington finora ha fatto in maniera di avere le parti migliori dei due mondi. Ma è un'azione delicata, specialmente se il Pakistan dovesse riassumere il suo ruolo di stato cardine della politica regionale USA.

Inoltre, la strada verso il potere in Pakistan passa attraverso l'esercito, ma lo spirito dei tempi richiede che questo debba essere visto come al servizio dei leader civili. Una cosa del genere, comunque, è difficile da mettere in pratica a Islamabad. E' già stato provato in passato, ed è risultato impraticabile.

Nel frattempo, lo spettro che ossessiona il Pakistan non è quello di una presa di potere da parte degli islamisti. Agli islamisti manca, molto semplicemente, supporto sostanziale. La schiacciante maggioranza dei pakistani è avversa all'estremismo religioso e alla militanza. La vera sfida che Musharraf (e gli USA) si trova davanti è quella di una sollevazione popolare. Una simile minaccia è incombente, e si risolverebbe in una complessiva diminuzione dell'influenza statunitense sul Pakistan, dato il pervasivo "anti-americanismo" nel paese. Ma sembra sempre più probabile che una repressione militare possa divenire necessaria per prevenire una sollevazione popolare.

Rispetto all'atteggiamento piuttosto vago di cinque giorni prima, il portavoce del Dipartimento di Stato USA ha a questo scopo deciso un cambio di marcia martedì, appoggiando i metodi usati da Musharraf per risolvere la situazione di stallo creatasi nella Moschea Rossa. Ha detto "Le forze di sicurezza pakistane sono entrate [nella moschea] dopo aver dimostrato pazienza e controllo nell'offrire ogni possibile opportunità perché gli innocenti che erano ancora nella moschea potessero lasciarla, nonché proponendo a quelli che avevano minacciato di fare uso di violenza, e che nei fatti l'hanno usata, di risolvere la situazione pacificamente.

"Ovviamente, tutti vorrebbero vedere questo genere di situazioni risolversi pacificamente. E' la soluzione ottimale per tutti. Ma fondamentalmente è un affare del governo decidere quando le negoziazioni sono finite e quando c'è bisogno di intraprendere azioni per risolvere in qualsiasi modo la situazione. Da quanto ho capito, era una situazione nella quale avevano messo in pratica ogni genere di opportunità per risolvere la cosa pacificamente con questi individui, ma loro sono andati avanti, al punto da usare i bambini come scudi umani."

La seconda settimana di luglio sarà quindi un momento di definizione della politica regionale statunitense. L'atterraggio di North sull'F-16 a Sargodha è più che una semplece istantanea delle transazioni di difesa tra USA e Pakistan. Washington sta, per i propri scopi, sostenedo il largamente impopolare e assediato capo dell'esercito pakistano. Sta implorando corpi militari vacillanti di tenere la posizione.


M. K. Bhadrakumar ha lavorato come diplomatico di caarriera nell'Indian Foreing Service per più di 29 anni, ricoprendo posti come quelli di ambasciatore in Uzbekistan (1996-98) e in Turchia (1998-2001).

Tradotto dall'inglese da Andrej Andreevič per Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft per ogni uso non-commerciale: è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne l'autore e la fonte.

mercoledì, luglio 11, 2007

Pakistan: il colpo di mano dei Taliban

Pakistan: il colpo di mano dei Taliban

di Ziauddin Sardar
30 aprile 2007

Originale: http://www.newstatesman.com/200704300025

"Dovete capire" dice Maulana Sami Ul-Haq, "che Pakistan ed islam sono sinonimi". Il principale di Darul Uloom Haqqania, un seminario nella provincia di frontiera nord-occidentale (PFNO) è un uomo alto e gioviale. Mi prende per mano e mi porta in giro per il seminario. Maulana Ul-Haq ride quando gli chiedo il suo punto di vista sul jihad. "E' dovere di tutti i musulmani supportare questi gruppi che combattono contro l'oppressione" dice.

Haqqania è una della più grandi madrasse del Pakistan. Produce circa 3000 diplomati, la maggioranza dei quali di origini incredibilmente povere, ogni anno. Le mura dei dormitori degli studenti sono decorate con carri armati e kalashnikov. Un gruppo di studenti, tutti con barbe nere, turbanti bianchi e vestiti neri, mi circondano. Sono curiosi e estremamente educati. Discutiamo sotto l'occhio vigile di due ufficiali dei servizi di intelligence pakistani. Cosa farete dopo il diploma, chiedo. "Serviremo l'islam", ripetono all'unisono. "Dedicheremo le nostre vite al jihad".

Il Pakistan sta rispondendo al richiamo del jihad. Per più di due mesi, la capitale, Islamabad, è stata presa ostaggio da un gruppo di donne avvolte nel burqa, armate di bastoni e che gridavano: "al-jihad, al-jihad". Queste studentesse appartengono a due madrasse legate a Lal Masjid, una grande moschea vicina ad uno dei principali supermercati della città. Ho trovato l'atmosfera attorno a Masjid tesa, con poliziotti armati attorno al palazzo. Benché agli studenti fosse permesso entrare e uscire liberamente, nessun altro poteva entrare nella moschea. Le donne chiedevano l'imposizione della sharia e l'abolizione istantanea dei "covi del vizio". Allontanandosi dal Masjid, Islamabad sembrava una città sotto assedio.

Una nuova generazione di militanti sta emergendo in Pakistan. Benché ci si riferisca loro chiamandoli "Taliban", sono un fenomeno recente. I Taliban originali, che hanno governato brevemente l'Afghanistan durante gli anni '90, erano combattenti afghani, un prodotto dell'invasione sovietica del loro paese. Erano stati creati e plasmati dall'esercito pakistano, col supporto attivo e il denaro di Stati Uniti e Arabia Saudita e l'uso deliberato delle madrasse per sostenere i leader religiosi. Molti leader Taliban sono stati educati alla Haqqania da Maulana Sami Ul-Haq. Le nuove generazioni di militanti invece sono tutte pakistane; sono emerse dopo l'invasione statunitense dell'Afghanistan e rappresentano una rivolta contro il supporto agli Stati Uniti del governo. In maggioranza sono disoccupati, ma non tutti hanno ricevuto un'educazione nelle madrasse. Sono guidati da giovani mullah che, a differenza dei Taliban afghani, sono esperti di tecnologia e media, e sono anche influenzati da vari nazionalismi tribali indigeni, onorando il codice tribale che governa la vita sociale delle aree rurali pakistane. "Sono taliban nel senso che condividono la stessa ideologia dei Taliban afghani", dice Rahimullah Yusufzai, colonnista del giornale di Peshawar "News". "Ma sono completamente pakistani, ed hanno una migliore comprensione di come funziona il mondo". La loro jihad è diretta non solo contro "gli infedeli che occupano l'Afghanistan", ma anche gli "infedeli" che comandano e guidano il Pakistan e mantengono i valori secolari della società pakistana. "Il loro scopo è di ripulire il Pakistan e trasformarlo in uno stato islamico puro", dice Rashed Rahman, direttore esecutivo del giornale di Lahore "Post".

I Taliban pakistani ora dominano le province meridionali del Waziristan, adiacente all'Afghanistan. "Sono de facto i governatori della regione" dice Yusufzai. Il Waziristan è una regione tribale che storicamente è sempre stata governata dalle tribù. Il Pakistan ha seguito la politica applicata dal Raj britannico alla regione. I britannici concessero ai leader tribali, conosciuti come Malik, poteri semi-autonomi in cambio della lealtà alla corona. Il Pakistan da' loro gli stessi poteri ma chiede lealtà al governo federale, e ha sostenuto anche i Taliban. I Malik progovernativi che avevano resistito all'offensiva dei Taliban sono stati brutalmente uccisi e i loro corpi appesi come lezione per gli altri. I Taliban hanno dichiarato il Waziristan "Emirato Islamico" e stanno cercando di stabilire un'amministrazione parallela, completa di tribunali basati sulla sharia e sistema fiscale.

Milizie in stile Taliban hanno preso controllo anche di parti adiacenti alla PFNO. A Peshawar, una delle più aperte e accessibili aree della provincia, si può sentire la tensione nelle strade. Difficilmente ci sono donne in pubblico. La città, che ha sofferto numerosi attacchi suicidi, è affollata da ufficiali dei servizi segreti. A meno di un'ora dal mio arrivo a Peshawar, sono stato avvicinato da un ufficiale dei servizi segreti che mi ha avvertito che ero sotto controllo. E' praticamente impossibile per chi venga da fuori o da altre città della PFNO come Tank, Darra Adam Khel e Dera Ismail Khan. A Dera Ismail Khan, i forestieri (cioè pakistani che provengono da altre zone del paese) hanno bisogno di scorte della polizia per andare in giro. E' permesso solo se si riesce a provare di avere affari o parenti nella zona. Le scuole femminili sono state chiuse, i negozi di video e musica distrutti da bombe, ai barbieri proibito di radere barbe. I partiti religiosi hanno passato una legge sulla moralità pubblica che da' loro poteri per perseguire chiunque non segua il loro ristretto codice morale. E' stata pianificata una legislazione per bandire danza e musica. Anche la campagna dell'amministrazione per la vaccinazione antipoliomelitica è stata bloccata con la pretesa che si tratterebbe di un complotto statunitense per sterilizzare le future generazioni.

Perché l'ostentatamente secolare governo del presidente Pervez Musharraf non prende provvedimenti contro i militanti Taliban e i partiti che li sostengono? Parte della risposta poggia sul fatto che i militanti e i partiti religiosi sono serviti moltissimo al regime militare. Dopo la sua salita al potere nel 1999, Musharraf li ha usati per neutralizzare i principali partiti politici, il Partito Popolare di Benazir Bhutto e la Lega Musulmana, guidata da Nawaz Sharif. "I militari e i mullah sono tradizionalmente alleati", dice l'analista di sicurezza Ayesha Siddiqa, di Islamabad. "L'alleanza di partiti religiosi che comanda la PFNO è entrata nella politica grazie a questo supporto". Musharraf ha usato i militanti religiosi per destabilizzare per proprio tornaconto il Kashmir indiano. Ha incoraggiato gli estremisti a predicare il jihad e infiltrare l'India per atti di sabotaggio.

Lo stesso vale per i Taliban. I Taliban afghani sono stati un utile alleato contro il governo non amico di Kabul. Anche se Musharraf è stato costretto ad agire contro di loro sotto pressione degli americani, la sua strategia è stata tentare di contenerli piuttosto che sconfiggerli. Ha cercato di regolare le madrasse nella PFNO e altrove nel Pakistan che forniscono reclute ai Taliban, sequestrando i loro fondi e vietando loro di ammettere studenti stranieri. Ma fin qui siamo dove il governo è voluto arrivare. Costanti pressioni statunitensi lo hanno forzato a mandare l'esercito, con gravi conseguenze. Ogni volta che l'esercito pakistano entra nel Waziristan paga un altissimo prezzo. Dal 2003, quando le truppe pakistane sono entrate per la prima volta nella regione tribale, più di settecento soldati sono stati uccisi. Non è sorprendente che Musharraf abbia firmato un frettoloso accordo di pace il 5 settembre 2006 permettendo ai Taliban afghani di continuare le proprie azioni. "I militari guardano ai taliban come ad una risorsa", dice Siddiqa. "Quindi perché distruggere una risorsa? Specialmente se potrebbe essere utile in futuro".

Quel futuro potrebbe non essere troppo lontano. La politica estera pakistana verso l'Afghanistan è basata sul presupposto che le forze Nato all'interno del paese presto o tardi si ritireranno, lasciando il regime di Ahmed Karzai a doversi difendere da solo. Il governo Karzai è fortemente antipakistano. Ma l'esercito pakistano ha bisogno di un governo afghano amichevole che faccia funzionare oleodotti e gasdotti, che riforniranno il porto appena inaugurato di Gwadar, attraverso le province afghane. Così il Pakistan ha bisogno che i Taliban afghani esistano come gruppo forte abbastanza da stabilire il prossimo governo afghano. Inoltre, un governo filo Islamabad sullo stile dei Taliban in Afghanistan aiuterebbe a stabilire la pace nelle regioni tribali meridionali del Pakistan. Anche se Karzai stesso è un pashtun, la maggioranza delle persone al potere a Kabul è tagika, una tribù minoritaria. Una considerevole maggioranza di afghani appartengono al gruppo etnico pashtun, che ha guidato l'Afghanistan per secoli. La posizione di squilibrio dell'esercito pakistano, che va "contro la storia politica e la cultura tribale dell'Afghanistan", come mi ha detto un ufficiale dell'esercito, è destinata a non terminare. La maggioranza dei Taliban pakistani, cioè la larga maggioranza delle persone del Waziristan, sono anche loro pashtun. E non avranno pace finché i loro fratelli al di là della frontiera non avranno le redini del potere. In questo scenario, la pace in questa parte del Pakistan dipende da chi governa l'Afghanistan.

La strategia di Musharraf è di contenere i Taliban afghani e gruppi pakistani simili, e contemporaneamente eliminare i jihaddisti di al-Qaeda, o gli "elementi stranieri", come sono conosciuti nei circoli militari pakistani. Gli stranieri sono un'eredità della guerra sovietico-afghana. Quando la guerra è finita, molti degli asiatici che erano andati a combattere i sovietici al ritorno nei propri paesi non erano benvenuti. Senza altre alternative, dovettero stabilirsi in Pakistan. La maggioranza di questi jihaddisti stranieri sono uzbeki. Musharraf ha semplicemente corrotto le tribù locali spingendole ad attaccare e sradicare i jihaddisti uzbeki. La battaglia tra uomini delle tribù pashtun e al-Qaeda a Wana, nel Waziristan del sud, nella quale più di 200 combattenti di al-Qaeda e circa 50 combattenti delle tribù sono stati uccisi una quindicina di giorni fa è stato un prodotto di questa politica.

Il problema di Musharraf che i Taliban non possono essere contenuti. I Taliban pakistani hanno ora acquistato abbastanza sicurezza per uscire dal Waziristan e la PFNO verso altre parti del paese. "Quello che sta accadendo al Lal Masjid a Islamabad è una prova per il resto del paese", dice Rahman, "se i Taliban ce la dovessero fare a Islamabad, trasformeranno il Pakistan nel Talibanistan".


Giudici in tumulto

Mentre Musharraf continua a placare i propri Taliban, il resto del Pakistan si alza contro la talibanizzazione. Grandi dimostrazioni si sono tenute a Lahore, Karachi e altre città in tutto il Pakistan. All'inizio le proteste erano state organizzate per supportare il massimo giudice pakistano Iftikhar Mohammed Chaudhry, cacciato da Musharraf a marzo. Chaudhry, diventato un eroe nazionale, aveva cercato di evitare che l'esercito vendesse le acciaierie nazionali per quattro soldi. L'affare era l'ultimo di una lunga lista di scandali che hanno coinvolto l'esercito. L'atto apertamente incostituzionale ha causato una sollevazione, portando a proteste in tutto il paese da parte dei giudici. Ma ora hanno piani più importanti. Sono diventati un movimento di resistenza nazionale, supportato da tutte le sezioni della società, contro il governo militare e i Taliban.

La risposta di Musharraf alle dimostrazioni e alla sfida dei Taliban è di cercare di trincerarsi e radicarsi al potere ancora di più. Mentre il paese unisce le proprie forze sotto la pressione di bombardamenti suicidi, rapimenti e atti di sabotaggio, la sua principale preoccupazione è la propria sopravvivenza. Costituzionalmente, nel corso di quest'anno dovrebbero tenersi le elezioni, una cosa che aveva promesso di fare, ma l'intera questione sarà organizzata in maniera da assicurare che continui ad essere presidente per altri cinque anni.

Il suo piano per essere "rieletto" ha due varianti. L'opzione più semplice è di prendere in mano e spingere l'attuale parlamento a sostenerlo per un secondo mandato cercando di manipolare questa votazione, per assicurarsi una florida maggioranza dei due terzi, come l'attuale costituzione-patacca impone. I capi dell'intelligence, servizi segreti e polizia, sono già pronti per assicurare "risultati positivi".


Bhutto alla riscossa?

L'altra opzione è un po' più complessa. Comprenderebbe la stipula di un patto con l'ex primo ministro Benazir Bhutto, capo del Partito Popolare del Pakistan. Bhutto, che era stata allontanata dal potere dai militari due volte, sta cercando disperatamente di tornarci. Ha molto in comune col generale. Guida il Partito Popolare come fosse una sua proprietà, e le sue politiche sociali e economiche (radicate come sono nel feudalesimo e nell'opportunismo) non sono troppo distanti da quelle dell'esercito. La sua politica estera sarebbe la stessa di Musharraf; infatti è ancora più filoamericana del generale.

Quindi Bhutto e Musharraf, che hanno negoziato l'uno con l'altra per circa tre anni, sono una coppia ideale. "Il problema", dice Rahman "è che Musharraf non vuole lasciare la sua uniforme militare. E' la fonte della sua forza. E l'idea che Musharraf rimanga capo militare è un anatema per Bhutto."

Ma lo stato in cui si trova la nazione, sull'orlo del collasso politico e religioso, potrebbe forzare la mano a Musharraf. Un patto tra il generale e l'autoproclamata "Figlia dell'Est" in base al quale Musharraf manterrebbe gran parte del suo potere come presidente civile e Bhutto avrebbe il ruolo di primo ministro potrebbe essere accettabile per entrambi. A Islamabad circolano voci a per le quali un patto del genere sarebbe imminente.

Il ritorno di Bhutto farebbe poco per fermare lo scivolamento del Pakistan verso l'anarchia, comunque. I Taliban sentono di avere la vittoria in tasca e non saranno soddisfatti a meno di non avere un Pakistan governato dalla sharia, o uno spargimento di sangue di ampio raggio. Come Asma Jahangir, donna a capo della Commissione per i Diritti Umani del Pakistan, mette in chiaro, il paese non può sopravvivere alla sua "decomposizione profondamente radicata" a meno che "gli organi non rappresentativi dello stato, i militari, i mullah e i servizi segreti, non siano messi sotto controllo". E' difficile non essere d'accordo con la sua affermazione. Ma è anche più difficile immaginare come poter impedire che questi "organi non rappresentativi" spingano il Pakistan ancora più verso l'abisso, con gravissime conseguenze per il resto del mondo.

Tradotto dall'inglese da Andrej Andreevič per Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft per ogni uso non-commerciale: è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne l'autore e la fonte.