martedì, settembre 18, 2007

Aspettando l'Unico

Aspettando l'Unico
di Vladimir Frolov

Russia Profile, 18 settembre 2007

Con il licenziamento improvviso del governo russo e la nomina a primo ministro dell'oscuro tecnocrate Viktor Zubkov, entrato così in corsa per la presidenza, Vladimir Putin ha dimostrato ancora una volta di essere il solo e unico padrone del gioco politico.
Per quasi due anni, a partire dal novembre del 2005, Putin ha coltivato pubblicamente almeno due o tre potenziali successori alla presidenza, tutti provenienti dalla sua cerchia di stretti collaboratori.

Promuovendo Dmitrij Medvedev e Sergej Ivanov alla carica di Primo Vice Primo Ministro e dando loro chiari compiti politici e ingenti capitali per trasformare settori cruciali dell'economia e dei servizi sociali russi, Putin aveva segnalato esplicitamente la sua preferenza per una corsa alla successione in cui il popolo russo potesse avere voce in capitolo limitandosi a votare uno degli eredi designati.

C'era anche la possibilità che almeno uno dei successori, il favorito, nell'autunno del 2007 fosse candidato da Russia Unita, stabilendo così il precedente di un presidente di partito. Si dice che Ivanov, che nel settembre del 2007 si è chiaramente portato in prima posizione, entrerà nelle liste di Russia Unita per le elezioni della Duma che si terranno a dicembre. L'atteso trionfo del partito alle elezioni darebbe alla candidatura di Ivanov un chiaro mandato popolare e praticamente gli assicurerebbe la vittoria nel marzo del 2008.

Questa prospettiva avrebbe il grande vantaggio di dare alla successione presidenziale la legittimità della competizione pubblica in uno scenario completamente di parte. Naturalmente non sarebbe una gara del tutto aperta (alcuni candidati anti-putiniani come Michajl Kasjanov o Dmitrij Rogozin ne verrebbero comunque estromessi), ma darebbe al paese un assaggio di politica presidenziale competitiva. Questo è il piano che Vladislav Surkov, il Karl Rove del Cremlino, ha sempre incoraggiato, e per un po' è sembrato che Putin fosse d'accordo con lui.

La scorsa settimana, però, Putin ha cambiato idea. Ha in mente un piano diverso, ora, ed è l'unico a conoscere veramente il finale di partita.

Molti opinionisti hanno visto nella nomina di Zubkov la contrarietà di Putin ad appoggiare troppo presto un unico candidato, evidenziando così la propria vulnerabilità di presidente destinato a non essere rieletto. Se ciò accadesse, la lealtà delle élite politiche e finanziarie russe comincerebbe a trasferirsi da Putin al suo probabile successore, cosa che metterebbe Putin in una posizione vulnerabile. Inoltre il successore di Putin sarebbe così in grado di sviluppare rapidamente la propria base di potere politico e non dovrebbe più dipendere personalmente da Putin per salire in vetta. La nomina di Zubkov permette a Putin di rimandare la designazione del successore e di guadagnare tempo.

Io penso che le motivazioni di Putin siano strategiche, non tattiche. Mi sembra che abbia seri dubbi su tutti i suoi "successori", sia per la loro capacità di guidare la nazione seguendo il corso che egli stesso ha inaugurato, sia per la loro intenzione di mantenersi leali nei suoi confronti per la durata di almeno un termine presidenziale.

Putin è assolutamente consapevole dell'infuocata lotta politica all'interno della sua cerchia di stretti collaboratori e teme che una corsa presidenziale apparentemente aperta spaccherebbe le élite del potere, con conseguenze pericolose per il suo regime politico.

Penso che Putin sia giunto alla conclusione di essere l'unico capace di pilotare la Russia attraverso le sfide di questi tempi. Sente di avere il dovere di completare il piano di modernizzazione del paese che egli stesso ha inaugurato. Pensa anche che per la Russia la congiuntura internazionale stia peggiorando e che stiano emergendo nuove minacce e il rischio di gravi conflitti.

Credo che Putin si sia convinto di dover tornare presto al Cremlino. Si considera il Franklin Delano Roosevelt russo, richiamandosi allo statista che violò una tradizione storica degli Stati Uniti correndo per il terzo e il quarto mandato. Recentemente il presidente russo è stato un vorace lettore di memorie e di analisi sulla presidenza Roosevelt e sul significato della sua eredità per la nazione americana.

La nomina di Zubkov segnala che Putin nei prossimi anni non intende cedere alcuno dei suoi vasti poteri. Non violerà tecnicamente il divieto costituzionale, ma il suo rientro al Cremlino sarà piuttosto rapido. Vuole un terzo termine legalmente impeccabile. Victor Zubkov è l'uomo ideale per assicurare che ciò accada secondo il piano di Putin.

Putin ha studiato la sua manovra in totale segretezza. Neanche i suoi più stretti collaboratori al Cremlino, compresi Surkov e il capo dell'amministrazione presidenziale Sergej Sobjanin (un altro che si considerava un potenziale successore), erano addentro al piano per promuovere Zubkov. Sapevano del piano per sciogliere il governo di Mikhajl Fradkov, e gli uomini di Surkov avevano fatto perfino filtrare la notizia sul quotidiano Vedomosti presentandola come una mossa per aprire la strada a Sergej Ivanov.

Questo indica che nella realizzazione del suo piano Putin non può fidarsi di nessuno. Dimostra anche che non ha nessuna intenzione di designare un successore.

Zubkov correrà alle presidenziali di marzo. Lo ha più o meno dichiarato quando è stato confermato dalla Duma (in modo non dissimile dallo stesso Putin, nel 1999). Senza dubbio la dichiarazione era stata concordata con Putin. Verrà eletto con il deciso appoggio di Putin, anche se manca completamente di carisma e non sembra aver nulla del leader ispiratore di una grande nazione.

Non serve che ispiri, infatti. Il suo compito è un altro: assicurare il rapido e agevole ritorno al potere di Putin. Non è un primo ministro tecnico, è un presidente tecnico.

Ci sono diversi scenari per il ritorno al potere di Putin. Tecnicamente Zubkov potrebbe dimettersi il giorno dopo l'insediamento. Però io credo che nominerà Putin primo ministro nel maggio del 2008. Questo porrà Putin nella posizione ideale per tornare alla presidenza quando lo vorrà. Secondo la Costituzione russa, quando il presidente in carica si dimette è il primo ministro che diventa presidente ad interim in attesa di nuove elezioni che dovranno svolgersi entro tre mesi. Se Putin diventasse primo ministro il fulcro del potere si sposterebbe su di lui mentre Zubkov si limiterebbe a un ruolo di spalla.

Zubkov è davvero l'unico su cui Putin possa fare affidamento nella realizzazione del suo piano. È anziano, si dice che abbia problemi di salute e sembra privo di ambizioni politiche. Sta al di sopra dei clan politici che circondano Putin e non deve niente a nessuno, eccetto Putin stesso.

Il suo rapporto personale con il presidente è unico: per Putin è più un fratello maggiore e un mentore che un subordinato. Da navigato uomo d'apparato del Partito Comunista, Zubkov insegnò a Putin i rudimenti della burocrazia quando era il suo vice nell'amministrazione comunale di San Pietroburgo, nei primi anni Novanta. È l'unico che Putin accetterebbe di buon grado come proprio superiore, anche se per poco.

Putin è la somma di tutta la politica russa. È, da tutti i punti di vista, l'Unico. Sente che Dio gli ha affidato la missione di salvare la nazione. Ha tutte le ragioni per pensare a se stesso come il Franklin Delano Roosevelt russo.

Se avete dei dubbi guardate un documentario su Franklin Delano Roosevelt e sulla sua decisione di correre per il terzo mandato. Prossimamente su questi schermi.

venerdì, settembre 07, 2007

Caso Politkovskaja: il giorno delle porte aperte

Caso Politkovskaja: il giorno delle porte aperte

Novaja Gazeta n. 66, 30-08-2007

Sono state arrestate dieci persone sospettate di complicità nell'omicidio di Anna Politkovskaja. Al proposito è stata fatta una dichiarazione ufficiale: il crimine è stato risolto.
Non è così.
In primo luogo, i responsabili della morte di Anna non sono stati tutti arrestati.
In secondo luogo il coinvolgimento dei fermati va ancora dimostrato. La nostra indagine indipendente ci permette di supporre che ciascuna di queste persone è, in diversa misura, implicata nel delitto, ma la procura ha ancora davanti un lungo lavoro di routine: interrogatori, confronti, ulteriori indagini. Il processo non è destinato a svolgersi né domani né quest'anno.
In terzo luogo la questione del mandante rimane aperta.
C'è anche un quarto punto, ed è il più importante: la fuga di notizie organizzata sui mezzi di comunicazione da qualcuno che desiderava trarne profitto o da qualcuno che voleva intralciare le indagini, impedendo che chiarissero le circostanze dell'assassinio su commissione della giornalista e di tutta una serie di altri crimini.

Di fatto, dal 27 agosto, dichiarato giorno delle porte aperte nell'ufficio della procura generale, nell'MVD [il Ministero degli interni, n.d.T.] e nell'FSB [il Servizio di Sicurezza Federale, n.d.T.], è emerso tutto: cognomi, circostanze degli arresti, precedenti, collegamenti, versioni... Sorge perfino un sospetto diabolico: non saranno stati il mandante e coloro che lo proteggono a dare il via a tanto clamore?

Fino al 27 agosto, giorno della conferenza stampa del procuratore generale e delle dichiarazioni dei servizi speciali, gli arrestati non sapevano ancora chi fosse stato fermato oltre a loro. La "lista" non era nota neanche ai criminali rimasti in libertà, che ora possono capire quale sia il filone principale dell'indagine e sono messi nella condizione di potersi nascondere. I primi arresti sono cominciati il 13 agosto, erano stati preparati a lungo e attentamente, senza alcuna fuga di informazioni: gli inquirenti intendevano ricorrere a interrogatori, identificazioni e confronti inaspettati. Agli avvocati degli arrestati era stato intimato di non far trapelare i dettagli dell'indagine. Ora appare evidente che tutte queste misure precauzionali erano inutili. Evidentemente qualcuno voleva tracciare una riga sulla lista di criminali. E questo come prima cosa. E impedire che fossero rivelati altri crimini che, secondo noi, le persone già arrestate avrebbero potuto commettere. Perché la lista dei complici di questi altri crimini avrebbe potuto riservare delle sorprese. E questo come seconda cosa.

Durante la conferenza stampa il procuratore generale è stato molto cauto, se si escludono le sue frasi sul mandante e le allusioni sul coinvolgimento nell'omicidio di membri della polizia e dell'FSB. Il primo a svelare i dettagli segreti dell'inchiesta, quello stesso giorno, è stato il direttore del Dipartimento della sicurezza personale dell'FSB, Kuprjžkin, che ha fatto il nome di un arrestato, il colonnello Pavel Rjaguzov.

A nostro parere questa è una delle figure più curiose emerse nell'indagine sull'omicidio di Anna Politkovskaja e, sembrerebbe, non solo di questo crimine. L'ultima supposizione deriva dalle dichiarazioni degli stessi funzionari dell'FSB: hanno assicurato che il colonnello Rjaguzov era tenuto d'occhio da tempo, e non era il solo. Da quanto tempo, verrebbe da chiedere? E per quale motivo? Per quanto ci consta, i primi riferimenti all'ufficiale dell'FSB Rjaguzov risalgono al 2004 e riguardano un sospetto abuso d'ufficio. A quel tempo era già in buoni rapporti con Sergej Chadžikurbanov, della sezione etica dell'UBOP [il Direttorato per la lotta al crimine organizzato, n.d.T.], il cui cognome è apparso nella lista degli arrestati per il caso Politkovskaja pubblicata il 28 agosto, mente i dettagli sono stati resi noti il 29. Chadžikurbanov è stato condannato per l'appunto nel 2004. I quattro anni di carcere sono stati ridotti a due dalla Corte distrettuale di Zamoskvoreckij e nell'agosto del 2006 Chadžikurbanov è tornato in libertà.

Quando è stato reso noto il cognome dell'agente dei servizi speciali le notizie hanno cominciato a dilagare: sui siti internet sono state pubblicate varianti della lista degli arrestati, identikit del sospetto killer, i fotogrammi ripresi dalle videocamere di sorveglianza installate all'ingresso della casa sulla Lesnaja e le fotografie del capo della squadra investigativa Pëtr Garibjan. Sono stati violati il segreto istruttorio e la presunzione di innocenza degli arrestati: in breve, è stato fatto il possibile per intralciare l'indagine e per fornire agli avvocati dei sospetti una buona linea difensiva.

In 10 mesi non c'era stata alcuna grave fuga di notizie, e questo è un fenomeno francamente raro nella pratica attuale. Il capo della squadra investigativa ha mantenuto scrupolosamente il riserbo, e così abbiamo fatto anche noi. Perfino i giornalisti che rappresentano gli interessi dei servizi speciali in varie pubblicazioni erano stati costretti a limitarsi alle supposizioni. Ma non appena i risultati preliminari dell'indagine sono finiti sui tavoli dei tanti capi civili e militari è risultato impossibile mantenere il silenzio.

Invece tutte le informazioni sarebbero dovute restare rigorosamente segrete: i collegamenti di Chadžikurbanov e di Rjaguzov sono troppo vasti, queste persone fanno troppo parte del "sistema". Consultando i dati resi pubblici dall'MVD si possono osservare strane coincidenze: per esempio, cosa ci faceva il numero di telefono di servizio di Chadžikurbanov nell'agenda di un noto criminale? Che collegamento ha con le persone arrestate per l'omicidio di Anna Politkovskaja il numero di telefono "evidenziato" nell'inchiesta sull'esplosione al McDonald's? Chi ha chiesto agli agenti dell'apparato centrale dell'FSB di localizzare l'abitazione di Anna Politkovskaja e che rapporto hanno con questo gli ufficiali del GUBOP [Direttorato centrale per la lotta al crimine organizzato, n.d.T.]?

Sono solo quattro domande, alle quali potremmo non ricevere mai risposta a causa della massiccia fuga di notizie che si è verificata: purtroppo l'intenzionale diffusione dei materiali dell'inchiesta ha già causato conseguenze irreversibili per l'accertamento della verità. Proprio quello che serviva, dopo l'insuccesso del tentativo di ostacolare le indagini nella loro fase iniziale.

Attorno all'indagine e ai giornalisti della "Novaja" per tutto questo tempo si è aggirata una folla di strani personaggi: un torbido e cupo assortimento di provocatori professionisti, di ex e attuali agenti dei servizi speciali, di informatori e di delinquenti. Molti di questi sono poi diventati le "fonti" principali di altri clamorosi casi: Kovtun, Žarko... Altri mettevano insieme false versioni. C'era la sensazione di trovarsi di fronte a un'operazione speciale ben pianificata: a onore dell'indagine, va detto che si è rivelata inutile. Adesso però abbiamo l'impressione che questa operazione speciale sia passata a un'altra fase: il piano B, quello di riserva.

La pratica dei servizi speciali, adottata ora attivamente anche dall'MVD, è questa: gli agenti compromessi vanno immediatamente congedati prima che venga presentata l'imputazione. Di regola sono gli stessi agenti, che devono conformarsi ai "principi dell'etica corporativa", a presentare rapporto per il congedo. In questo caso è stato detto che Rjaguzov prestava servizio attivo nell'UFSB di Mosca e della regione di Mosca (e noi aggiungiamo: nella sezione "etica" dell'UFSB). L'FSB consegna i suoi uomini solo quando infrangono le regole: Rjaguzov non voleva essere un "ex" agente poiché era convinto di poter dimostrare la propria innocenza? Poco probabile, perché non è un bambino. Aveva un "asso nella manica" e pensava di poter vincere? Più vicino alla realtà: era possibile trattare. Dopo tutto è meglio riconoscere la presenza di qualche "anomalia" qua e là, per usare l'espressione del procuratore generale, piuttosto che scavare tra i suoi contatti, non è così?

Noi non vogliamo giocare con le teorie del complotto. La ragione per cui si cerca di affondare le indagini non va cercata in un complotto: è semplicemente la corruzione, la totale connivenza tra il sistema di tutela dell'ordine pubblico e la criminalità.

È proprio questo che ha mandato dietro le sbarre gli agenti del GUVD [Dipartimento Centrale per gli Affari Interni, n.d.T.] di Mosca sospettati di complicità nell'omicidio di Anna Politkovskaja. Tre persone, oltre all'"ex" Chadžikurbanov. Grazie alla conferenza stampa dei nostri servizi di sicurezza ora tutto il mondo sa che in Russia oltre alle "intercettazioni" illegali (il caso dell'alto funzionario del MUR [il Dipartimento di Indagini Criminali di Mosca, n.d.T.] Orlov, ora in tribunale), in Russia esistono anche le "sorveglianze" illegali. Naturalmente si sapeva già da molto tempo: chi ne aveva bisogno se ne serviva, anche a un prezzo accessibile, 100 dollari all'ora. E intanto l'amministrazione poteva lamentarsi di essere a corto di uomini che sorvegliassero i criminali...

Analizzando le circostanze della morte di Anna ci siamo fatti un'idea di massima sull'omicidio. Probabilmente gli intermediari ricevettero l'ordine nella primavera-estate del 2006; cominciarono a seguire da vicino la Politkovskaja all'inizio di ottobre e prima di allora ricorsero ai mezzi dei servizi speciali per stabilire il suo vero indirizzo (aveva traslocato da poco nell'appartamento sulla Lesnaja). Sorvegliarono dal mattino alla sera la sua auto e l'ingresso della sua casa. Generalmente, tenendo conto di tutte le minacce esplicite o velate che riceveva, Anna era molto prudente: informava sempre la redazione di tutte le "stranezze" che succedevano a lei e ai suoi familiari.

Ma alla fine di agosto e in settembre non è stato così: sua madre era ricoverata all'ospedale, c'erano stati i funerali di suo padre, e il percorso di Anna, diversamente da quello dei giorni di lavoro, era praticamente sempre lo stesso. La mattina portava fuori il cane, poi andava a fare la spesa e a trovare sua madre, il pomeriggio rincasava, portava fuori il cane, verso sera tornava all'ospedale. Quando ci sono problemi con le persone care si presta meno attenzione a se stessi... Sebbene Anna si fosse lasciata sfuggire un accenno alla gente strana che incrociava sulle scale di casa.

Quelle persone, o più probabilmente quell'uomo, ci sono effettivamente andati. Riteniamo che il killer sia entrato nell'atrio più di una volta (al minimo due), praticamente insieme alla Politkovskaja, per fare una ricognizione prima di sparare cinque colpi di pistola contro Anna (che era appena entrata nell'ascensore) alle 16 e 1 minuto del 7 ottobre 2006. Due colpi l'hanno raggiunta alla testa: il secondo era il cosiddetto colpo "di controllo", per verificare che fosse morta. Una pistola Iž modificata e munita di silenziatore fu abbandonata sulla scena del crimine, stabilendo così la sua "biografia". Era "pulita", cosa che non si può dire delle sue sorelle gemelle, anch'esse convertite dalla pistola Makarov. L'assassino uscì di corsa dall'atrio del condominio (all'epoca qualcuno passò anche queste immagini ai giornalisti, ostacolando seriamente le indagini), salì su un'auto e si allontanò dal luogo del delitto.

Come potete capire, dietro a questa cronologia del crimine (che è lungi dall'essere completa) si celano molti dettagli che riteniamo di non dover rivelare. È ancora necessario spiegare perché abbiamo taciuto per tutto questo tempo?

Gli arresti finora effettuati e (noi tutti lo speriamo) quelli futuri, ci permettono di fare alcune osservazioni. In primo luogo, l'indagine ha portato sia la procura generale sia noi a due (come minimo) bande criminali che collaborano "fruttuosamente" tra loro, in quella connivenza tra forze dell'ordine e crimine organizzato di cui Anna aveva scritto spesso, quella stessa permissività che spinge ufficiali e sottufficiali ad abusare dei propri poteri. Ci preme sottolinearlo: anni e anni di affari comuni, basati su crimini gravissimi. Se si cominciasse a sbrogliare questo groviglio si potrebbero svelare le circostanze di molti casi criminali finora irrisolti. A giudicare dagli ultimi fatti, però, faranno di tutto per impedirlo.

In secondo luogo l'assassinio della Politkovskaja è stato preparato scrupolosamente: hanno agito dei professionisti che avevano già esperienza nella "soluzione di problemi simili".

In terzo luogo, tutto questo è stato costoso. E quest'ultima osservazione ci porta, naturalmente, alla questione del mandante. Per ora la lasciamo senza risposta: non perché non abbiamo niente da dire al proposito, ma perché è prematuro parlarne.

C'è un grande pericolo nelle operazioni speciali pre-elettorali attorno alle circostanze dell'assassinio di Anna Politkovskaja, come ha dimostrato anche la conferenza stampa del procuratore generale quando ha praticamente citato il presidente della Federazione Russa, che a tre giorni dall'omicidio ha indicato alla procura generale la linea di indagini da privilegiare per trovare il colpevole: "Delle forze che si trovano all'estero e sono interessate a destabilizzare la situazione in Russia".

Di quelle "forze" si conosce il cognome. L'assistente del presidente Šuvalov ne ha parlato in modo più trasparente, e neanche il presidente ceceno Kadyrov ne ha fatto mistero: Berezovskij. (Né Šuvalov, né Kadyrov sono stati ancora interrogati, anche se dovrebbero esserlo d'ufficio, visto che sanno qualcosa). Tra l'altro, l'oligarca "esiliato" fa tutto il possibile per confermare questa versione agli occhi dell'opinione pubblica: a volte si ha l'impressione che qualcuno si sia messo d'accordo per sincronizzare azioni e dichiarazioni. L'appello alla rivoluzione giunto da Londra è praticamente coinciso con la conferenza stampa in cui il "rivoluzionario" è stato accusato di coinvolgimento in omicidi su commissione.

Non escludiamo la possibilità di un coinvolgimento degli "oligarchi fuggiaschi", come di tutta una serie di altri personaggi: ci sono diverse ipotesi sul mandante dell'omicidio della Politkovskaja; noi per esempio abbiamo l'impressione che il mandante non abbia lasciato la Russia. Ma parlarne è prematuro: vorremmo disporre di prove inconfutabili. E sarebbe meglio porre fine alle speculazioni sul mandante: finché da un lato le indagini sono circondate da giochi politici e mosse propagandistiche, e dall'altro gli ufficiali corrotti dei servizi e delle forze dell'ordine mettono in atto i loro depistaggi, non ci sono garanzie che i nomi dei reali mandanti finiscano sotto processo.

Abbiamo ripetuto più volte che non abbiamo alcuna pretesa nei confronti di chi indaga sull'assassinio della giornalista della "Novaja". Noi collaboriamo e lo facciamo in modo molto fruttuoso. Vogliamo essere sicuri che niente disturbi questo lavoro congiunto. Il risultato è ovvio: bisogna accertare l'identità degli assassini e dei loro mandanti, che dovranno essere processati e scontare la loro condanna.

Spesso sentiamo questa domanda che è anche un rimprovero: perché così tanto tempo?

Per quanto riguarda i tempi, ricordiamo che Anna Politkovskaja aveva pubblicato sulla "Novaja" più di 500 articoli. Quasi ciascuno di essi può fornire una causa o un movente. E non si tratta solo di articoli legati alla Cecenia, perché la geografia si amplia a includere il Daghestan, l'Inguscezia, la Kabardino-Balkaria, Astrachan', la Baškiria, San Pietroburgo, Mosca... Per questo all'inizio sono state fatte molte ipotesi. Una delle prime riguardava il possibile coinvolgimento di Lapin (soprannominato Cadetto), ufficiale dell'OMON di Chanty-Mansijsk, che aveva già minacciato la Politkovskaja e che è ora sotto processo in Cecenia. I suoi complici, il maggiore Prilepin e il tenente colonnello Minin, anch'essi ufficiali dell'MVD, erano ricercati dai federali: dovevano essere interrogati anche per l'omicidio della Politkovskaja. Mentre li cercavano la notizia è stata diffusa dalla stampa, con il risultato che ne hanno trovato solo uno, a Nižnevartovsk: non pensava nemmeno a nascondersi, era rimasto a casa e continuava a prestare servizio con le stesse mansioni e gli stessi gradi. Si chiarì che non avevano alcun collegamento con l'omicidio Politkovskaja. Per tutto il resto fu scritta una relazione separata della procura generale. Tutto il resto è quello da cui siamo partiti: l'assoluta incontrollabilità e corruzione delle forze dell'ordine e dei servizi speciali.

Poi c'è stato lo scandalo dell'omicidio dell'ex ufficiale dell'MVD della Cecenia e agente dei servizi speciali Bajsarov. Durante l'autunno dello scorso anno venne nella nostra redazione il sindaco di Groznyj Bislan Gantamirov. Disse che a Mosca erano operativi tre gruppi di killer. Uno voleva ucciderlo, l'altro dava la caccia a Bajsarov, il terzo "lavorava" alla Politkovskaja. Fece dei nomi e disse che uno dei gruppi si trovava nelle mani dell'UVD di Chamovničesk.

Si chiarì che queste persone non avevano alcuna relazione con l'omicidio della Politkovskaja. Ma si chiarì anche che tre ceceni, agenti dell'MVD della repubblica, erano stati in effetti trattenuti dal Direttorato degli affari interni di Chamovničesk, senza istruzioni né incarichi ma con un "equipaggiamento da killer" nel bagagliaio che comprendeva fucili a cannocchiale di grosso calibro per sparare a veicoli con un livello di blindatura standard. Un ufficiale dell'apparato centrale dell'FSB, il capitano Bažanov, tentò di salvarli senza riuscirci. Fu avviata un'ulteriore indagine, che secondo le informazioni in nostro possesso non ha portato a nulla. Gli uomini fermati stavano preparando un'azione fuori Mosca e forse anche fuori della Russia.

È vero, tutto questo non aveva alcuna relazione con l'assassinio di Anna Politkovskaja. Però Bajsarov è stato comunque ucciso, a una settimana dalla visita in redazione di Gantamirov, alla quale presenziarono su nostra richiesta anche gli ufficiali dell'apparato centrale dell'MVD.

In generale molto di ciò che è uscito durante l'inchiesta (sia la nostra, sia quella ufficiale) - i provocatori che tentavano di depistare e di spiegare quello che era già noto e di confondere le tracce; i profittatori che miravano alla ricompensa offerta dall'azionista del giornale Aleksandr Lebedev; e le minacce - tutto questo fornisce ulteriori particolari che non hanno attinenza diretta con il caso ma gettano luce sulla struttura del mondo dei servizi speciali e i loro legami con la criminalità. Di questo parleremo poi, quando l'obiettivo principale sarà stato raggiunto.

E perché sia raggiunto noi facciamo il possibile. In particolare, al contrario del vertice della procura generale e dell'FSB, tacciamo sul gran numero di circostanze che ci sono note: troppi casi criminali vengono svelati sulle pagine dei giornali, troppo pochi arrivano fino al verdetto.

È in tale contesto che è proseguita l'indagine. E questo risponde alla domanda "perché così tanto tempo". Un lavoro di buona qualità esige tempo (e si è trattato di un lavoro di buona qualità e di grande professionalità). Bisogna dunque aspettare ancora, quanto serve per arrivare a un verdetto che sia, nonostante gli espliciti tentativi di intralciare le indagini, indiscutibile e rispondente alla verità. Sempre che si permetta agli inquirenti di arrivare a una conclusione del caso, e che non venga stretto un qualche genere di patto con i colpevoli.


L'articolo è stato scritto con la collaborazione di Vjačeslav Izmajlov, Dmitrij Muratov e Il'ja Politkovskij

Originale: http://www.novayagazeta.ru/data/2007/66/00.html

Versione inglese: http://tlaxcala.es/pp.asp?reference=3673&lg=en

Tradotto dal russo da Mirumir, membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft per ogni uso non-commerciale: è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne l'autore e la fonte.

lunedì, settembre 03, 2007

La stanchezza di Beslan

La stanchezza di Beslan
Anna Rudnickaja

A tre anni dalla strage la città è rimasta priva di forze e di coscienza. Si sono versate lacrime, pronunciate maledizioni e giurate vendette, ma senza alcun sollievo.

Beslan - Mosca, 30 agosto 2007
L'edificio della scuola numero 1, trivellato di colpi, martoriato dalle fiamme e semidistrutto sorge in mezzo alle case della via. La decisione di demolirlo è già stata presa: verrà lasciata in piedi solo la palestra che dovrebbe diventare parte di un tempio. Ma non si placano le discussioni sul progetto (ad alcuni non va bene che sia un tempio ortodosso perché tra le vittime c'erano anche dei musulmani, altri vogliono demolire tutto compresa la palestra), e per ora l'edificio resta lì. Tre anni dopo è ancora possibile entrare nelle aule, dove i pavimenti sono ancora ricoperti di calcinacci, di pezzi di intonaco, di macchie di sangue, dove sono sparsi qua e là quaderni e libri di testo e sui muri sono appesi, perfettamente conservati, i materiali didattici come il manifesto "Salute: i denti e il sistema digestivo". Si ha la sensazione fuori luogo che la tragedia abbia comunque qualcosa di cinematografico. Accanto a queste rovine pascolano le mucche e i bambini giocano a pallone.

A Beslan dopo la strage sono state costruite due nuove scuole.

Una è diventata la numero 8, l'altra viene chiamata da tutti la numero 1, ma nei documenti ufficiali figura come " GU SOŠ [scuola media statale] via Komintern". Il Ministero dell'istruzione della repubblica non ha permesso che la nuova scuola prendesse il vecchio numero: per "non causare traumi". Ma gli insegnanti dell'ex-scuola numero 1, molti dei quali vi avevano lavorato per più di un decennio, sono stati ugualmente traumatizzati da quella decisione. "Nei primi mesi dopo la strage abbiamo lavorato nell'edificio della scuola numero 6, e siamo rimasti la scuola numero 1. Com'è che quando ci siamo trasferiti nel nuovo edificio siamo diventati la numero 9? Le nostre autorità hanno completato quello che i terroristi avevano cominciato, cioè l'eliminazione della scuola", dice l'insegnante di storia Nadežda Caloeva, che è stata tra gli ostaggi, ha perso due figli nell'assedio e ora sta creando nella nuova scuola un museo della memoria.

Gli insegnanti rifiutano recisamente la nuova denominazione di scuola numero 9. Gli studenti scrivono sui quaderni "scuola numero 1". La prima scuola di Beslan veniva considerata la migliore della città, ci venivano perfino i bambini dei villaggi vicini.

... La piccola stanza al primo piano dell'edificio di cinque piani sulla strada Oktjabr'skaja è un ufficio a tutti gli effetti: computer, attrezzature per ufficio, tapparelle. La porta è sempre aperta. Qui ha sede il comitato "Madri di Beslan", guidato da Susanna Dudieva. L'atmosfera è tranquilla: nella stanza ci sono solo due donne, Filisa Batagova (che ha perso la nipotina, la sorella e la bambina di quest'ultima) e Rita Sedakova (che ha perso l'unica figlia). Susanna si trova in Italia per qualche convegno, qualcosa come "I bambini del mondo" o "Il mondo dei bambini". Altre due donne sono andate a Nal'čik ad assistere al processo contro i poliziotti. Filisa e Rita erano andate tutti i giorni ad assistere al processo di Kulaev [Nur-Paši Kulaev, l'unico partecipante all'atto terroristico ad essere stato catturato vivo, n.d.T.]. Il verdetto non diede loro alcuna consolazione.

- Se, a parte lui, nessun altro è colpevole, tanto vale rimetterlo in libertà, - dicono.

L'ex-poliziotto El'brus Tetdov, attualmente direttore responsabile del quotidiano di Beslan "Žizn' Pravoberež'ja" conserva nel suo ufficio i frammenti di proiettili trovati tra le rovine della scuola in cui è morto il suo bambino di dieci anni. Con tre compagni di sventura El'brus ha condotto un'indagine sull'accaduto ed è giunto alla stessa conclusione delle "Madri di Beslan": le prime esplosioni, quelle a cui ha fatto seguito l'irruzione nell'edificio, risuonarono all'esterno; al momento dell'irruzione nella scuola furono usati i lanciafiamme. Ora vuole che la Procura generale si dichiari d'accordo con le sue conclusioni. Fino a quel momento è pronto a montare personalmente la guardia alle rovine della scuola perché non vengano rimosse. "Sanno che se manderanno le ruspe io le farò saltare in aria", dice il direttore del giornale.

L'ex-sommergibilista e già giornalista del quotidiano "Žizn' Pravoberež'ja" Murat Kaboev in occasione dell'anniversario dell'assedio ha pubblicato il libro Una pioggia di fredde lacrime . Il volume è diviso in tre parti: la cronaca dell'atto terroristico, i ritratti degli ostaggi uccisi e un capitolo dedicato all'eroismo di alcuni protagonisti. "È un'esaltazione della vita", spiega l'autore settantenne, asciugandosi le lacrime. Alcune storie sono basate sui racconti dei familiari delle persone uccise, ad altre hanno contribuito alcune alunne delle classi superiori della scuola cittadina. Ma è stato un compito molto difficile, non resistevano a lungo.
Oltre a El'brus e ai comitati "Madri di Beslan" e "Voce di Beslan" c'è un'altra persona impegnata a condurre le proprie indagini sull'accaduto. È Valerij Karlov: nella scuola ha perso il padre, che lavorava nel locale delle caldaie e ha salvato 17 ostaggi. Tutte queste persone agiscono indipendentemente, quasi senza comunicare tra loro.

Murat ha stampato i racconti a casa, con un vecchio computer. È stato allontanato dal giornale in cui lavorava: evidentemente era troppo intransigente, anche per uno come El'brus Tetdov. Un giorno il computer si è rotto e il lavoro ha subito un'interruzione, tanto più che non c'erano comunque i soldi per stampare il libro. Il 19 giugno gli ha telefonato il presidente della repubblica Tajmuraz Mamsurov e "ha insistito molto" affinché il libro fosse pronto in occasione dell'anniversario. Murat gli ha descritto la situazione. La sera gli hanno portato a casa un nuovo computer. Anche se adesso lavora per il quotidiano "Osetia. Svobodnyj Vzgljad", che viene considerato d'opposizione, Murat si definisce indipendente.

I tre anni che sono seguiti all'atto terroristico non hanno unito gli abitanti di Beslan, al contrario. Sembra che le persone che hanno perso tutto abbiano qualcosa da spartire. I soldi, certo. Gli indennizzi ricevuti dai familiari delle vittime hanno causato comprensibili invidie. A Beslan, a dire il vero, la parola "indennizzo" non è amata. "Lo stato ci ha dato centomila ciascuno, tutto il resto viene dalla solidarietà di persone di tutto il mondo, ma le autorità hanno semplicemente spartito tutto senza dimenticarsi delle proprie tasche", spiegano gli ex- ostaggi.

Ma non si tratta solo di denaro.

Gli insegnanti sopravvissuti della scuola numero 1 e soprattutto la direttrice Lidija Calieva sono considerati dei nemici da molte madri che hanno perso i figli nell'assedio. I muri dell'edificio distrutto sono ricoperti di minacce e insulti nei confronti della direttrice. E nessuno li cancella, diversamente dagli insulti contro autorità come Dzasochov o Putin. Incolpano la direttrice di aver lasciato entrare i terroristi travestiti da operai addetti alle riparazioni, dando loro modo di nascondere nella scuola le armi e gli esplosivi. Al processo contro Kulaev nessuno ha confermato di aver visto quell'arsenale, ma i membri del comitato "Madri di Beslan" non hanno neanche partecipato alla cerimonia di scopertura della targa in memoria degli insegnanti uccisi, tenutasi nell'atrio della scuola media di via Komintern.
Una giusta indagine sull'atto terroristico dovrebbe diventare il principale obiettivo di tutti coloro che ne hanno subito le conseguenze, ma chi vi prende parte sembra agire ciascuno per conto proprio. Le "Madri di Beslan", che sono il gruppo più duro e intransigente, suscitano in città sentimenti contrastanti: la loro reputazione è stata danneggiata non solo dai rapporti con Grabov [Nel 2005 alcune donne del comitato si erano recate a Mosca da Grigorij Grabov, sensitivo, che aveva promesso di resuscitare i loro bambini, n.d.T.] ma anche dall'entusiasmo con cui si recano all'estero e partecipano ad azioni politiche. Probabilmente ha ragione El'brus Tetdov quando dice che Beslan è oggi "la città più apolitica del mondo": "Ma quale Putin! La gente qui si preoccupa dell'aumento delle tariffe degli autobus".

Lo stesso El'brus Tetdov ha allontanato dal giornale Murat Kaboev benché entrambi vogliano la stessa cosa: che coloro che si occupano delle indagini ufficiali riconoscano alcune cose ormai ovvie. Il più saggio di tutti sembra essere l'autore della cronaca di Beslan: "Avremmo dovuto diventare un solo pugno, perché il colpo fosse più forte. E invece ci siamo divisi. Ci hanno divisi".

Beslan non dà l'impressione di essere una città in lutto. Per le sue belle e verdi vie la gente passeggia, chiacchiera ad alta voce, ride. Il tempo delle emozioni forti per Beslan è passato, ma non è subentrata la pace. Da tre anni qui si aspetta che l'incubo di quel settembre 2004 abbia fine. All'inizio si pensava che sarebbe accaduto con il processo contro Kulaev, poi con il processo contro i poliziotti. Ma la fine non è arrivata. "Se nessuno è colpevole significa che siamo noi stessi colpevoli?!" È possibile sentire questa frase da quasi tutti gli abitanti di Beslan.

Nessuno, però, conosce la risposta.

Originale: Russkij Reporter

Tradotto dal russo da Mirumir, un membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft per ogni uso non-commerciale: è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne l'autore e la fonte.