lunedì, ottobre 29, 2007

Un paese in guerra

Un paese in guerra

di Ziauddin Sardar

New Statesman, 25 ottobre 2007

traduzione di Andrej Andreevič

Il Pakistan, paese in prima fila nella guerra al terrore, sta precipitando sempre più nella violenza e nel caos, mentre prepara un'offensiva totale contro i militanti jihaddisti trincerati nel Waziristan, l'anarchica provincia settentrionale del paese. Nel tentativo di lanciare una guerra totale contro i taliban e al-Qaeda, il presidente Musharraf sta progettando di portare l'intera regione sotto controllo militare. Questa è una strategia ad alto rischio, dal momento che le conseguenze di un fallimento potrebbero essere devastanti per il Pakistan. Potrebbero addirittura portare alla distruzione del paese.

Dietro le quinte, le contraddizioni e le tensioni sono giunte all'estremo. L'arrivo di Benazir Bhutto, che avrebbe dovuto aiutare le forze moderate e riformiste, ha invece aumentato l'instabilità politica. I sostenitori dell'altro ex primo ministro, Nawaz Sharif (che sta progettando un secondo tentativo di ritornare in Pakistan dal suo esilio nella prima settimana di novembre), stanno preparando una campagna di massa contro Musharraf che potrebbe portare a un blocco politico. Inoltre lo stesso presidente ha dichiarato un'amnistia generale per i politici corrotti, atto che è stato interpretato come la concessione di una tabula rasa a ladri e assassini.

Bhutto è tornata in Pakistan sulla base di un "patto per la divisione dei poteri" mediato da Washington e salutato dai media internazionali come un passo concreto verso la democrazia. Ma in realtà è poco più che un intreccio di interessi personali. Musharraf descrive l'accordo come una "troika" che coinvolge il presidente, il primo ministro e il capo dell'esercito. I poteri del presidente, compreso quello di rimuovere a proprio piacimento il primo ministro, dovrebbero rimanere tali per il prossimo mandato di cinque anni. Qualsiasi primo ministro avrebbe dunque scarso potere effettivo e sarebbe costretto ad assecondare gli altri due membri della troika. Un primo ministro docile e partiti politici selezionati significano quindi che Musharraf rimarrà in carica. L'attuale status quo rimane intatto.

In cambio della disponibilità a prendere parte all'accordo, sono state esaudite le due principali richieste di Bhutto: i suoi conti bancari in Svizzera sono stati sbloccati, potrà tenersi il grattacielo a Dubai e le proprietà in Inghilterra e negli Stati Uniti, e la legge che impedisce un terzo mandato come primo ministro è stata abrogata.

I piani di Musharraf per il prossimo futuro hanno due componenti. Primo, ora che Bhutto è tornata, è deciso a far svolgere le elezioni nella prima metà di gennaio. Saranno "gestite", così come lo sono state le elezioni del 2002, tramite "assegnazione dei seggi", questa volta a vantaggio del partito di Bhutto. Musharraf si aspetta che Bhutto possa portare i voti dei suoi più convinti sostenitori delle province del Sind e del Punjab, in gran parte contadini poveri alle dipendenze dei padroni terrieri feudali. I servizi e l'esercito faranno il resto e assicureranno i risultati desiderati.

Comunque, dopo il bagno di sangue a Karachi per il ritorno di Bhutto il 19 ottobre, è difficile immaginare che, visto l'attuale clima, le elezioni si potranno tenere. "Le manifestazioni politiche saranno aperte sia agli attacchi dei militanti che ai sabotaggi degli elementi deviati dei servizi", dice Rashed Rahman, editore del Post, il quotidiano di Lahore. "E visto che i servizi sono il principale sospettato degli attacchi, tutte le ipotesi di un probabile ritorno al potere di Bhutto sono incerte".

La paura di attentati suicidi condizionerà pesantemente gli elettori che vorranno recarsi ai seggi. E dal momento che ampie parti della Provincia del Nord sono zone a rischio, sarà quasi impossibile che si possano tenere elezioni in quella regione. "Con una percentuale di votanti attorno al 20% delle elezioni non possono essere considerate credibili", dice Rahman, indipendentemente da come le elezioni saranno "gestite".

In secondo luogo, da giorni è previsto un attacco in grande stile contro il Waziristan. "Ora è diventato inevitabile", ha dichiarato un alto ufficiale militare al New Statesman. "Ogni giorno abbiamo delle vittime. Se non togliamo di mezzo con la forza i militanti, il morale dell'esercito diminuirà ulteriormente". A differenza delle operazioni precedenti, che avevano per obiettivo preciso basi dei militanti o cercavano di bloccare i movimenti della guerriglia tra Pakistan e Afghanistan, "ora l'obiettivo è di pacificare l'intera provincia".

Le forze armate saranno dispiegate in tutte le più grandi città, come Mir Ali, Angor Ada e Magaroti, con lo scopo di stabilire basi militari permanenti attrezzate per ospitare migliaia di militari e paramilitari. L'intera regione cadrà sotto il controllo militare pakistano e sarà amministrata sotto il comando diretto del nuovo vice-capo dell'esercito, il generale Ashfaq Pervez Kiani (quando e se Musharraf lascerà l'uniforme, Kiani ne prenderà il posto come capo dell'esercito). "Stimiamo che un assalto totale distruggerà la struttura centrale di comando di al-Qaeda e dei taliban, rendendo le loro operazioni sporadiche e largamente inefficaci", ha detto l'ufficiale militare.

Il linguaggio della liberazione

Comunque, dati i precedenti cattivi risultati dell'esercito pakistano in Waziristan, la previsione sembra eccessivamente ottimistica. I militanti quasi certamente resisteranno e combatteranno fino all'ultimo. Il Pakistan ha perso quasi più di mille soldati; più di trecento sono tenuti ostaggio. I combattenti Pashtun, inclusi i taliban afghani, conoscono molto bene la regione. Sono abituati alla guerriglia e considerano la morte in battaglia un grande onore e una strada diretta per il paradiso. La maggior parte della popolazione locale li supporta. Le possibilità che l'esercito pakistano "pacifichi" la regione sono bassissime.

Non si tratta solo di terrorismo. L'orgoglioso e indipendente popolo Pashtun vede le forze americane e britanniche nel confinante Afghanistan come invasori. Una guerra civile si trasformerà in una guerra di "liberazione nazionale". Molti leader tribali parlano spesso di liberarsi dall'"amministrazione pakistana". Il risultato finale potrebbe essere una nuova ondata di attacchi suicidi e atti di sabotaggio in tutto il Pakistan.

Musharraf ha cominciato ad attuare la propria strategia due settimane fa. Il 5 ottobre si è assicurato che passasse la cosiddetta Ordinanza di Riconciliazione Nazionale (ORN), che ha fatto cadere tutte le imputazioni di corruzione contro i politici di "tutti i partiti". "Abbiamo deciso di condonare tutti i casi pendenti degli ultimi quindici anni", ha detto Musharraf, sostenendo che avrebbe posto fine alle politiche di vendetta e vittimizzazione del paese. L'ORN ha sgomberato la strada per il ritorno di Bhutto e tolto ogni residua imputazione contro suo marito, Asif Ali Zardani, rilasciato su cauzione nel 2004 dopo otto anni trascorsi in prigione. Il giorno successivo Musharraf è stato rieletto presidente per un altro mandato dall'attuale parlamento-fantoccio.

Ma l'amnistia garantita dall'ORN non riguarda Nawaz Sharif, capo della Lega Musulmana, il secondo più grande partito politico pakistano. Politico conservatore e fortemente antiamericano, Sharif crede che democrazia e dittatori militari non vadano d'accordo. Gode di un enorme supporto sia tra la classe media sia tra i gruppi religiosi ed è il più probabile vincitore di eventuali elezioni libere. Sharif, deposto nel 1999 da un colpo di stato incruento, è determinato a far cadere Musharraf. Durante il suo primo tentativo di tornare in Pakistan, il 10 settembre, è stato arrestato all'aeroporto di Karachi e gli sono state date due opzioni: la prigione o ritornare in esilio in Arabia Saudita. Le accuse contro Sharif sono ancora in piedi davanti alla Corte Suprema. Però, nonostante gli sforzi di Musharraf, la Corte ha rifiutato di emettere nuovi mandati di arresto contro di lui. Se Sharif dovesse farcela e tornare, l'accordo Bhutto/Musharraf potrebbe avere grandi problemi.

"Le probabilità che un'alleanza del genere tenga sono scarse", dice Rahman. Per cominciare, i due si detestano. Il Partito Popolare Pakistano non è tanto un partito quanto un'istituzione feudale che Bhutto governa come fosse una sua proprietà, e il suo prossimo problema potrebbe essere soffocare il dissenso tra le fila più importanti del partito. Molti sostenitori del PPP credono che il patto di condivisione dei poteri con Musharraf stia rovinando la reputazione del partito e le sue possibilità elettorali. Un certo numero di membri della famiglia Bhutto ha espresso apertamente le proprie critiche. La poetessa e opinionista Fatima Bhutto, nipote di Benazir, ritene la zia responsabile delle morti a Karachi, dovute alla sua predilezione per il "teatro politico".

Le percentuali di gradimento di Bhutto nei sondaggi tenuti dopo l'emanazione della ORN sono crollate. Alcuni alti membri del PPP speravano che il suo ritorno avrebbe dato una nuova vita al partito, se si fosse comportata come una statista matura, capace di lasciare la guida nelle mani dei politici più giovani. C'è quindi una seria possibilità che il PPP possa dividersi, come è già successo alle scorse elezioni. E se Bhutto non dovesse vincere queste elezioni, anche dopo le "manipolazioni dei seggi", Musharraf la abbandonerà con la stessa facilità con la quale ha abbandonato gli altri partiti.

Finora Musharraf ha fatto a modo suo. L'unico ostacolo che gli resta è un processo attualmente in atto alla Corte Suprema riguardo alla possibilità di continuare a fare il presidente senza abbandonare l'uniforme. Questo però non è poi un ostacolo tanto grande, dal momento che l'attuale situazione gli permetterebbe di conservare il potere anche se dovesse abbandonare la propria posizione militare.

L'accordo per la divisione dei poteri è stato percepito come un tentativo di nascondere le divisioni nel paese. Dopo gli avvenimenti di Karachi, invece, sembra preludere a un'altra fase pericolosa e turbolenta per il Pakistan. I servizi segreti, alcuni elementi dei quali potrebbero essere responsabili dell'attacco contro il corteo di Bhutto, sono fuori controllo. I bombardamenti suicidi sono diventati parte della strategia militante in Waziristan, sia per minare le fondamenta del processo politico, sia per demoralizzare l'esercito. Se uno dei protagonisti (entrambi decisamente filoamericani) della spartizione dei poteri sia in grado di mantenere il controllo di questa situazione esplosiva, è un punto controverso.


Originale da: http://www.newstatesman.com/200710250025


Tradotto dall'inglese da Andrej Andreevič per Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

giovedì, ottobre 18, 2007

Il "Grande Gioco" entra nel Mediterraneo: gas, petrolio, guerra e geopolitica

Il "Grande Gioco" entra nel Mediterraneo: gas, petrolio, guerra e geopolitica

di Mahdi Darius Nazemroaya

Global Research, 14 ottobre 2007

traduzione di Andrej Andreevič

Prefazione: il Vertice del Mar Caspio e le svolte storiche del 21° secolo
Questo articolo fa parte de L'alleanza sino-russa: una sfida alle ambizioni americane in Eurasia (23 settembre 2007). Per ragioni editoriali l'articolo viene pubblicato da Global Research in tre parti. Consigliamo vivamente i lettori di leggere anche l'articolo precedente.

Siamo a una svolta storica. Il secondo Vertice degli Stati del Mar Caspio a Teheran cambierà l'ambiente geopolitico globale. Questo articolo offre anche una contestualizzazione di ciò che accadrà sullo sfondo a Teheran. La direzione strategica dell'Eurasia e delle riserve energetiche mondiali è in sospeso.

Non è un caso che prima del vertice di Teheran tre importanti organizzazioni post-sovietiche (la Comunità degli Stati Indipendenti, l'Organizzazione per il Trattato della Sicurezza Collettiva-CSTO e la Comunità Economica Eurasiatica) abbiano tenuto incontri simultanei in Tagikistan. Né è una coincidenza che la SCO e la CSTO abbiano firmato accordi di cooperazione durante tali incontri, rendendo la Cina un membro semi-formale del CSTO. Si noterà che tutti i membri della SCO sono anche membri della CSTO, con l'eccezione della Cina.

Tutto questo si aggiunge al fatto che il segretario di stato statunitense Condoleeza Rice e il segretario della difesa Robert Gates si sono recati entrambi a Mosca per importanti ma per lo più sommesse discussioni con il Cremlino prima della visita ufficiale di Vladimir Putin in Iran. Potrebbe essersi trattato dell'ultimo tentativo americano di spezzare la coalizione sino-russo-iraniana in Eurasia. I leader mondiali terranno gli occhi bene aperti in attesa di risultati pubblici di questa visita a Teheran. Va anche notato che il segretario generale della NATO si è recato nella regione caucasica per una breve visita in merito all'espansione della NATO. Il presidente russo, prima di arrivare a Teheran, andrà in Germania per un incontro con Angela Merkel.

L'antagonismo tra gli Stati Uniti e i loro alleati e la Russia, la Cina e i loro alleati si gioca su cinque fronti: Africa orientale, penisola coreana, Indo-Cina, Medio Oriente e Balcani. Se il fronte coreano sembra essersi calmato, il fronte indo-cinese si è infiammato con i disordini di Myanmar (Burma). Tutto ciò fa parte del disegno più ampio di accerchiare i titani eurasiatici, Russia e Cina. Simultaneamente, la NATO di prepara a una possibile resa dei conti con la Serbia sul Kosovo. I preparativi comprendono le esercitazioni militari NATO in Croazia e nell'Adriatico.

A maggio 2007 il segretario generale della CSTO, Nikolaj Bordjuža, ha invitato l'Iran a entrare nel patto militare eurasiatico; “Se l'Iran farà richiesta di ammissione secondo le regole del nostro statuto, la [CSTO] la prenderà in considerazione,” ha detto alla stampa. Nelle settimane successive la CSTO ha anche annunciato con grande enfasi, come la NATO, che anch'essa è pronta a impegnarsi in Afghanistan e in operazioni globali di “peacekeeping”. Si tratta di una sfida agli obiettivi globali della NATO e di fatto un annuncio che la NATO non ha più il monopolio come principale organizzazione militare globale.

Il mondo sta diventando più militarizzato di quando sia già da parte di due blocchi militari. Inoltre Mosca ha anche dichiarato che applicherà alle armi e alle dotazioni militari vendute agli stati membri del CSTO gli stessi prezzi che applicati sul mercato interno. Intanto la prospettiva di un'invasione turca su vasta scala dell'Iraq settentrionale si sta facendo più sempre più probabile, cosa profondamente legata ai piani anglo-americani che mirano a balcanizzare l'Iraq e a scolpire un "Nuovo Medio Oriente". Si profila una resa dei conti globale.

Infine, il Secondo Vertice dei Paesi del Mar Caspio finalizzerà anche lo status legale del Mar Caspio. Si discuterà anche di risorse energetiche, ecologia, cooperazione in materia energetica, sicurezza e accordi difensivi. L'esito di questo vertice deciderà la natura delle relazioni russo-iraniane e il destino dell'Eurasia. Quello che accade a Teheran può decidere le sorti di questo secolo. L'umanità si trova a una svolta storica. Ecco perché ho ritenuto importante pubblicare la seconda parte dell'articolo originale prima del Secondo Vertice dei Paesi del Mar Caspio.

Mahdi Darius Nazemroaya, Ottawa, 13 ottobre 2007.

Sul Medio Oriente aleggia lo spettro di una guerra di grandi proporzioni, che però non è inevitabile. Una contro-alleanza con base in Eurasia, costruita attorno al nucleo di una coalizione sino-russo-iraniana è in grado di rendere una guerra anglo-americana contro l'Iran un'opzione sgradevole capace di sconvolgere l'equilibrio mondiale [1].

Lo status di superpotenza dell'America probabilmente cesserebbe di esistere in una guerra contro l'Iran. A parte questi fattori, contrariamente alla retorica espressa da tutte le potenze coinvolte nei conflitti in Medio Oriente, esiste un livello di cooperazione internazionale tra tutte le parti. È cambiata la natura della corsa alla guerra?

La stella nascente di Teheran: il fallimento del tentativo anglo-americano di accerchiare e isolare l'Iran
I colloqui tra l'Iran e la Repubblica dell'Azerbaijan, svoltisi durante l'incontro tra i presidenti Ahmadinejad e Alijev nell'agosto 2007, sono avvolti nel mistero. I due capi di stato hanno firmato una dichiarazione congiunta a Baku il 21 agosto 2007 affermando che entrambe le repubbliche sono contrarie all'interferenza straniera negli affari interni di altri paesi e all'uso della forza per risolvere i problemi. Questo è una frecciata contro gli Stati Uniti. Baku ha anche sottolineato nuovamente che l'Iran ha il diritto legittimo di sviluppare il proprio programma nucleare.
Tuttavia gli incontri si sono tenuti pochi mesi dopo quelli tra Baku e gli Stati Uniti con rappresentanti della NATO.

Baku sembra impegnata a tenersi in equilibrio tra Russia, Iran, America e NATO. Mentre si svolgeva l'incontro tra Ahmadinejad e Alijev, a Erevan si tenevano colloqui tra gli iraniani e gli armeni.

Potrebbe trattarsi di un tentativo iraniano di porre fine alle tensioni tra Baku e Erevan, cosa che beneficerebbe l'Iran e la regione caucasica. Le tensioni The tensioni tra Erevan e Baku sono state favorite dagli Stati Uniti fin dalla fine della Guerra Fredda, con Baku all'interno delle sfere di influenza di Stati Uniti e NATO.

A prima vista, l'Iran si è impegnato in ciò che può essere definito una contro-offensiva in risposta alle interferenze americane. Le autorità iraniane hanno incontrato il Consiglio per la Cooperazione dell'Asia Centrale, del Caucaso e del Golfo (CCG), e coi capi di stato nordafricani durante una serie di colloqui su sicurezza ed energia. L'incontro della OCS in Kyrgyzstan è stato uno di questi. L'importanza della riunione è sottolineata dalla partecipazione congiunta del Presidente iraniano e del Segretario generale del Consiglio Supremo della Rivoluzione in Iran, Ali Larijani.

Il dialogo dell'Iran con i presidenti di Turkmenistan, della Repubblica dell'Azerbaijan e dell'Algeria fanno parte di uno sforzo per progettare una strategia energetica unificata presieduta da Mosca e Teheran. L'Iran e il Sultanato dell'Oman stanno anche prendendo accordi per impegnarsi in quattro progetti petroliferi nel Golfo Persico [2].

L'Iran ha inoltre annunciato che comincerà la costruzione di un importante oleodotto che transiterà dal Mar Caspio al Golfo dell'Oman [3]. Questo progetto è legato direttamente ai colloqui iraniani col Turkmenistan e con la Repubblica dell'Azerbaijan, due paesi che condividono il Mar Caspio con l'Iran. Inoltre, dopo una discussione a porte chiuse con rappresentanti iraniani, la Repubblica dell'Azerbaijan ha annunciato di essere interessata a cooperare con la SCO [4]. Inoltre anche Venezuela, Iran e Siria stanno coordinando progetti energetici e industriali.


Il Progetto Nabucco, i corridoi energetici eurasiatici e il fronte energetico russo-iraniano
Attraverso l'Eurasia sono in via di sviluppo corridoi energetici strategici. Cosa possono far pensare questi sviluppi internazionali? Sta prendendo forma una strategia energetica su base eurasiatica. In Asia Centrale, la Russia, l'Iran e la Cina hanno sostanzialmente assicurato le proprie rotte energetiche sia per il gas che per il petrolio. Questa è una delle ragioni per cui all'incontro della SCO a Bishkek, in Kyrgyzstan, le tre potenze hanno ammonito congiuntamente gli Stati Uniti di tenersi fuori dall'Asia Centrale [5].

Una delle risposte parziali a queste domande porta al Progetto Nabucco, che trasporterà gas naturale dal Caucaso, dall'Iran, dall'Asia Centrale e dal Mediterraneo orientale verso l'Europa occidentale attraverso la Turchia e i Balcani. Variazioni del progetto energetico potrebbero includere rotte attraverso le ex Repubbliche Jugoslave. Il gas egiziano dovrebbe essere collegato a una rete di gasdotti situati di fronte alla Siria. C'è anche una possibilità che il gas libico proveniente da giacimenti libici vicini al confine con l'Egitto possa essere diretto ai mercati europei attraverso un percorso che attraverserà Egitto, Giordania e Siria e che si collegherà all'oleodotto Nabucco.

A prima vista sembra che il trasporto del gas dell'Asia Centrale secondo il Progetto Nabucco, che prevede un percorso che partirà dall'Iran fino alla Turchia e i Balcani, vada a scapito degli interessi russi stabiliti dall'Accordo di Turkmenbashi firmato da Turkmenistan, Russia e Kazakhstan. Comunque Iran e Russia sono alleati e soci, almeno se si parla della rivalità energetica con Stati Uniti e Unione Europea in Asia Centrale e nel Mar Caspio.

Nel maggio 2007 i capi di stato di Turkmenistan, Russia e Kazakhstan hanno pianificato l'inclusione di una rotta energetica iraniana, dal Mar Caspio al Golfo Persico, come estensione dell'Accordo di Turkmenbashi. Una rotta che attraversi o la Russia o l'Iran sarebbe vantaggiosa per entrambi i paesi. Sia Teheran che Mosca hanno lavorato insieme per regolare il prezzo del gas naturale su scala globale. Se il gas turkmeno passasse attraverso territori russi o iraniani, Mosca ne trarrebbe comunque vantaggio. Teheran e Mosca sono in una situazione in ogni caso favorevole a entrambe.

La Russia è coinvolta nel Progetto Nabucco e ha assicurato una rotta energetica balcanica per il trasporto di carburante all'Europa Occidentale dalla Russia passando per Grecia e Bulgaria. A questo scopo il 21 maggio 2007 il presidente russo è arrivato in Austria per discutere di cooperazione energetica e del Progetto Nabucco col governo austriaco [6]. Uno dei risultati della visita del presidente russo è stato l'apertura di un grande stabilimento per lo stoccaggio di gas naturale nei pressi di Salisburgo, con una capacità di 2,4 miliardi di metri cubici [7]. Inoltre il Progetto Nabucco e un'iniziativa energetica congiunta russo-iraniana sono le ragioni principali per le quali il presidente russo visiterà Teheran in un'importante vertice dei capi degli stati caspici a metà ottobre del 2007.

Ci si potrebbe chiedere se Russia, Iran e Siria si stiano arrendendo alle richieste di America ed Europa, concedendo loro quello che cercavano fin dall'inizio.

La risposta è no. L'intesa franco-tedesca è molto interessata al Progetto Nabucco e attraverso l'Austria ha molto da guadagnare dal progetto energetico. Le ditte del settore energetico francesi e tedesche vogliono inoltre essere coinvolte come lo sono le compagnie russe e iraniane. Questa è una delle ragioni per le quali Vienna ha sostenuto a gran voce la Siria e l'Iran nell'arena internazionale. Anche la Total, il gigante energetico con sede in Francia, sta collaborando con l'Iran nel settore energetico.

Teheran, Mosca e Damasco non sono state cooptate completamente; agiscono secondo i propri interessi nazionali e di sicurezza. Comunque gli interessi nazionali dei moderni stati-nazione devono ancora essere analizzati appieno. L'influenza che Mosca e Teheran hanno ora può essere usata per cercare di scardinare l'intesa franco-tedesca e l'alleanza anglo-americana. Un caso sotto gli occhi di tutti è l'iniziale disponibilità di Francia e Germania ad accettare il programma nucleare iraniano. Mosca e Teheran pensano che con le giuste spinte e i giusti incentivi l'intesa franco-tedesca potrebbe essere persuasa a prendere le distanze dall'agenda bellica anglo-americana.
Questa inoltre potrebbe essere una delle ragioni del percorso marittimo del gasdotto Nordstream, che parte dalla Russia e attraversa il Mar Baltico fino alla Germania tagliando fuori le rotte energetiche già esistenti negli stati baltici, l'Ucraina, la Bielorussia, la Slovacchia, la Repubblica Ceca e la Polonia. L'Europa dell'Est è parte di quella che viene chiamata "nuova Europa" da quando Donald Rumsfeld, in una dichiarazione del 2003, ha sostenuto che solo la "vecchia Europa", cioè l'intesa franco-tedesca, era contraria all'invasione anglo-americana dell'Iraq [8]. Per esempio la Polonia è alleata degli anglo-americani e potrebbe bloccare il transito del gas dalla Russia verso la Germania se fosse spinta a farlo da Gran Bretagna e America. Inoltre, la Russia potrebbe aumentare la pressione sui paesi dell'Europa dell'Est tagliando le loro forniture di gas senza creare problemi all'Europa occidentale. Molti di questi stati dell'Europa dell'Est stanno inoltre cercando di ottenere tariffe di transito e prezzi ridotti per l'acquisto di gas in ragione della loro posizione strategica sulle rotte energetiche.

La Russia e l'Iran sono anche le nazioni con le maggiori riserve di gas naturale del mondo. A questo bisogna aggiungere altri fatti importanti: l'Iran esercita influenza sullo stretto di Hormuz, sia la Russia che l'Iran controllano l'esportazione dell'energia proveniente dall'Asia Centrale verso i mercati globali, e la Siria è il perno di un corridoio energetico verso il Mediterraneo orientale. Ora Iran, Russia e Siria eserciteranno enormi controllo e influenza su questi corridoi energetici e per estensione sulle nazioni che sono dipendenti da loro nel continente europeo. Questo è un altro dei motivi per cui la Russia ha costruito strutture militari sulle coste mediterranee della Siria. Il gasdotto Iran-Pakistan-India rafforzerà ulteriormente questa posizione a livello globale.

Il corridoio Mar Baltico-Mar Caspio-Golfo Persico: la madre di tutti i corridoi energetici?
A questo bisogna aggiungere che la natura dispotica e concentrata sui propri interessi degli alleati di Stati Uniti e Gran Bretagna farà in modo che questi non esitino ad allinearsi, se ne avranno l'opportunità, con Russia, Cina e Iran. Questi regimi fantoccio e cosiddetti alleati, da Arabia Saudita e Kuwait per arrivare all'Egitto, non conoscono lealtà personali Potranno esitare solo per questioni di longevità politica. Iran, Russia e Cina hanno già cominciato a corteggiare i capi di stato degli sceiccati arabi del Golfo Persico.

Lo scopo finale della cooperazione energetica russo-iraniana sarà la creazione di un corridoio energetico nord-sud dal Mar Baltico al Golfo Persico passando per il Mar Caspio. Ad esso si collegherà un corridoio est-ovest dal Mar Caspio, l'Iran e l'Asia centrale per arrivare all'India e alla Cina. Il petrolio iraniano potrà inoltre essere trasportato in Europa attraverso il territorio russo, scavalcando il mare e consolidando il controllo russo-iraniano sulla sicurezza energetica internazionale. Se nell'equazione entrassero altri stati del Golfo Persico, nell'equilibrio globale dei poteri potrebbe avvenire un drammatico movimento sismico. Questa è un'altra delle ragioni per le quali gli sceiccati arabi ricchi di petrolio vengono corteggiati da Russia, Iran e Cina.

I corridoi energetici eurasiatici: lame a doppio taglio?
Comunque la creazione di reti e corridoi energetici è una lama a doppio taglio. Questi fulcri geo-strategici o cardini energetici possono anche cambiare la direzione della loro influenza. L'integrazione delle infrastrutture porterà inoltre all'integrazione economica. Se dovessero cambiare o essere manipolati altri fattori dell'equazione geopolitica, Stati Uniti, Gran Bretagna e i loro alleati potrebbero esercitare il proprio controllo su questi percorsi. Questa è una delle ragioni per cui Zbigniew Brzezinski ha sostenuto che la creazione di un oleodotto turco-iraniano avrebbe portato benefici all'America [9]. Va inoltre notato che la Turchia svilupperà insieme all'Iran tre progetti nei giacimenti di gas di South Pars [10].

Se dovesse iniziare un cambio di regime in Iran o in Russia o in una delle repubbliche dell'Asia centrale le reti energetiche consolidate tra Russia, Asia centrale e Iran potrebbero venire interrotte. Ecco perché Stati Uniti e Gran Bretagna stanno disperatamente cercando di promuovere in maniera occulta e palese rivoluzioni colorate nel Caucaso, in Iran, Russia, Bielorussia, Ucraina e Asia centrale. Per Stati Uniti e Unione Europea la creazione di una rete energetica baltico-caspica-persica è quasi l'equivalente, dal punto di vista della sicurezza energetica, di un "Mondo Unipolare", ma non a loro favore.

Il "Grande Gioco" entra nel Mar Mediterraneo
Il titolo "Grande Gioco" è un'espressione, attribuita ad Arthur Conolly, che trae origine dalla lotta tra Inghilterra e Russia zarista per il controllo di significative porzioni di Eurasia. Un romanzo britannico scritto da Ryduard Kipling e pubblicato nel 1901, Kim, ha reso immortale questo concetto. Il romanzo vittoriano era una storia piena di suspense sulla competizione tra Russia zarista e Inghilterra per il controllo di una vasta fascia geografica che includeva l'Asia centrale, l'India e il Tibet. In realtà il "Grande Gioco" era una battaglia per il controllo di una vasta area geografica che non includeva solo il Tibet, il sub-continente indiano e l'Asia centrale, ma anche il Caucaso e l'Iran. Inoltre era Londra a essere il principale antagonista, visti i tentativi britannici di entrare nell'Asia Centrale russa. I britannici avevano reti di spionaggio e basi nel Khorason, in Iran e in Afghanistan che operavano contro gli interessi di San Pietroburgo nell'Asia Centrale russa.

Una versione contemporanea del "Grande Gioco" si svolge in questo momento per il controllo di più o meno la stessa zona, ma stavolta ci sono più giocatori e maggiore intensità. L'Asia centrale è diventata il centro delle rivalità internazionali dopo il crollo dell'URSS e la fine della Guerra Fredda. Gran parte dell'Asia Centrale, oltre all'Afghanistan, è stata isolata. Giochi simili sono già stati fatti in Medio Oriente e nei Balcani, con più violenza.

Il "Grande Gioco" ha inoltre assunto nuove dimensioni ed è entrato nel Mar Mediterraneo. Mano a mano che l'area contesa aumentava c'è stato un graduale movimento verso ovest dal Medio Oriente e dai Balcani. Non si tratta di una competizione a senso unico. Con il coinvolgimento dell'Algeria, questa spinta ha raggiunto il Mediterraneo occidentale, o, secondo la definizione di Halford J. Mackinder, "Mare Latino", mentre prima era limitata solo al Mediterraneo orientale. Questa estensione dell'area del "Grande Gioco" è inoltre risultato della spinta verso l'esterno dell'alleanza (su base eurasiatica) di Russia, Iran e Cina. Esempi di questo sono le incursioni che la Cina sta facendo nel continente africano e le alleanze iraniane in America Latina.

Ad ogni modo la regione del Mediterraneo non è nuova a rivalità internazionali o a conflitti simili al "Grande Gioco". La Seconda Guerra Turco-Egiziana (1839-1849), detta anche la Guerra Siriana, è un esempio storico di questo. Fu durante questa guerra che Beirut venne bombardata da navi da guerra britanniche. L'Impero Ottomano, supportato da Inghilterra, Russia zarista e Impero asburgico, affrontò un Egitto espansionista appoggiato da Spagna e Francia. L'intero conflitto portava con sé i sottintesi delle rivalità tra le maggiori potenze europee. Un altro esempio sono le tre Guerre Puniche tra gli antichi cartaginesi e i romani.

Gas, petrolio e geopolitica nel Mediterraneo
Il Mediterraneo è diventato letteralmente un'estensione delle pericolose rivalità internazionali per il controllo delle risorse energetiche di Asia centrale e Caucaso. Libia, Siria, Libano, Algeria e Egitto sono i paesi arabi coinvolti. L'Algeria fornisce di già gas all'Unione Europea attraverso l'oleodotto Trans-Mediterraneo che arriva in Sicilia attraverso la Tunisia e il Mar Mediterraneo. Anche Niger e Nigeria stanno costruendo un gasdotto per gas naturale che raggiungerà l'Unione Europea attraverso un'infrastruttura energetica algerina. Anche la Libia fornisce gas all'Unione Europea attraverso l'oleodotto Greenstream che si collega alla Sicilia attraverso una rotta sottomarina nel Mediterraneo.

Russia e Iran stanno tentando di portare l'Algeria nella loro orbita così da poter stabilire un cartello petrolifero. Se l'Algeria, e magari anche la Libia, dovessero entrare nell'orbita politica di Mosca e Teheran, l'influenza e il potere di entrambe aumenterebbe notevolmente ed entrambe rafforzerebbero il loro controllo sui corridoi energetici globali e sui rifornimenti energetici all'Europa. Il 97% circa della prevista quantità totale di gas naturale che sarà importata dall'Europa continentale sarà controllato da Russia, Iran e Siria grazie a un accordo di questo genere, mentre senza l'Algeria il totale controllato sarebbe circa del 93,6% [11]. L'Algeria è inoltre il sesto maggiore esportatore di petrolio verso gli Stati Uniti, seguita da Canada, Messico, Arabia Saudita, Venezuela e Nigeria.

La sicurezza energetica dell'Europa occidentale e orientale finirebbe strettamente sotto il controllo di Russia, Iran, Turchia, Algeria e Siria in ragione del loro controllo sulle rotte energetiche geo-strategiche. Questo è uno dei motivi per cui l'Unione Europea ha tentato senza successo di spingere la Russia a firmare un accordo che avrebbe obbligato Mosca a fornire energia all'Unione Europea ed è una delle ragioni per cui la NATO sta considerando di fare ricorso all'articolo 5 della sua carta militare per la sicurezza energetica [12]. Inoltre l'Alleanza per la Sicurezza e la Prosperità dell'America del Nord obbliga i maggiori fornitori di energia dell'America, Canada e Messico, a fornire agli Stati Uniti petrolio e gas. In tutto il mondo la necessità di assicurarsi le risorse energetiche è diventata una questione di forza e obblighi.

Oceania contro Eurasia nel litorale Mediterraneo
"...dovremmo saldare assieme Occidente e Oriente, e entrare nell'Heartland con libertà oceanica."
- Sir Halford J. Mackinder (Democratic Ideals and Reality, 1919); per il termine "libertà oceanica" fare riferimento alla definizione (o monito) di George Orwell in 1984.

È stato inoltre nel Mediterraneo che è entrato in funzione per la prima volta il paradigma geo-strategico di potere marittimo contro potere terrestre osservato da Halford Mackinder [13]. Mackinder espresse il concetto, che si sarebbe quasi tentati di giudicare organico, che i poteri o le entità rivali, mentre si espandono, entrano in competizione per il dominio in una certa area e quando raggiungono le aree marittime questa competizione viene trasferita in mare mentre entrambe le potenze cercheranno di trasformare l'area marittima in una specie di lago sotto il proprio completo controllo. È quello che fecero i Romani nel Mediterraneo. Solo dopo che uno dei contendenti fosse uscito vincitore da queste competizioni l'enfasi sul potere navale sarebbe diminuita.

Secondo Mackinder, la Prima Guerra Mondiale era "una guerra tra gli Isolani [ad esempio Gran Bretagna, Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda e Giappone] e i Continentali [eurasiatici, ad esempio Germania, Austria-Ungheria, Impero Ottomano], non ci possono essere dubbi su questo" [14]. Mackinder concluse che erano state le potenze che dominavano i mari a vincere la Prima Guerra Mondiale.

La potenza navale ha evidente mente avuto la meglio sulle potenze terrestri nella creazione degli imperi. Le nazioni europee come Gran Bretagna, Portogallo e Spagna sono tutte esempi di nazioni diventate talassocrazie, imperi di mare. Tramite il controllo dei mari, un'isola-nazione senza confini territoriali con un nemico può invadere il territorio rivale ed espandersi.

L'iniziativa per la Sicurezza Relativa alla Proliferazione (PSI) è una moderna incarnazione del paradigma di Halford Mackinder, potenze oceaniche contro potenze di terra [15]. La coalizione anglo-americana e i loro alleati rappresentano la potenza oceanica, mentre la contro-alleanza eurasiatica, basata su una coalizione sino-russo-iraniana, rappresenta la potenza terrestre.

Si può inoltre osservare che storicamente le economie eurasiatiche non hanno avuto bisogno di commerciare con luoghi lontani e sono potute esistere all'interno di piccole aree geografiche di commercio, mentre le economie di potenze oceaniche come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, dette anche da alcuni studiosi "regni marittimi dipendenti dal commercio", sono dipese dal commercio marittimo e internazionale per la propria sopravvivenza economica. Se gli eurasiatici dovessero escludere gli Stati Uniti e la Gran Bretagna dal commercio e dal sistema economico del territorio eurasiatico, ciò causerebbe gravi conseguenze economiche ai "regni marittimi dipendenti dal commercio". Questo è quello che Napoleone Bonaparte stava cercando di imporre attraverso il suo Sistema Continentale europeo contro la Gran Bretagna e questa è una delle ragioni per cui l'economia iraniana è sopravvissuta sotto le sanzioni americane.

Stanno cominciando a manifestarsi due blocchi che ricordano i confini geografici di 1984 di George Orwell e lo schema di Mackinder "isolani contro continentali"; un blocco con base eurasiatica e un blocco oceanico con base navale fondato sulle frange eurasiatiche così come su Nord America e Australasia. Il secondo blocco è costituito dalla NATO e dalla sua rete di alleanze militari regionali, mentre il primo è una contro-alleanza reazionaria che ha come nucleo la coalizione sino-russo-cinese.

Mahdi Darius Nazemroaya risiede ad Ottawa ed è uno scrittore indipendente specializzato in affari medio orientali. È ricercatore associato del Centro per la Ricerca sulla Globalizzazione (CRG).

NOTE
[1] Mahdi Darius Nazemroaya, The Sino-Russian Coalition: Challenging America's Ambitions in Eurasia, Centre for Research on Globalization (CRG), 26 agosto 2007.

[2] Iran, Oman to develop joint oilfields, Press TV (Iran), 25 agosto 2007.

[3] Iran to lay Caspian-Oman seas oil pipelines, Mehr News Agency (MNA), 27 agosto 2007.

[4] Azerbaijan interested in ties with SCO - official, Interfax, 25 agosto 2007.

[5] Leila Saralayeva, Russia, China, Iran Warn U.S. at Summit, Associated Press, 16 agosto 2007.

[6] Putin heads for Austria, energy high on agenda, Reuters, 21 maggio 2007.

[7] Russia, Austria to open gas storage facility - Putin, Russian News and Information Agency (RIA Novosti), 23 maggio 2007.

[8] Outrage at 'old Europe' remarks, British Broadcasting Corporation (BBC), 23 gennaio 2003.

[9] Zbigniew Brzezinski, The Grand Chessboard: American Primacy and Its Geostrategic Imperatives (NYC, New York: HarperCollins Publishers, 1997), p.204 (edizione italiana La grande scacchiera, Milano Longanesi 1998).

[10] Roman Kupchinsky, Turkey: Ankara Seeks Role As East-West 'Energy Bridge,' Radio Free Europe (RFE), 27 agosto 2007.

[11] Queste cifre sono stimate su calcoli basati su dati statistici della British Petroleum risalenti a metà del 2006. Sono basati sulle importazioni e escludono ogni stato membro dell'Unione Europea che abbia una produzione interna.

British Petroleum (BP), Quantifying Energy: BP Statistical Review of World Energy June 2006 (Londra, U.K.: Beacon Press, giugno 2006), p.22.

mmc = miliardi di metri cubi

1 mmc = 263,96 miliardi di galloni

Proiezione totale delle importazioni di gas naturale per il mercato energetico europeo: 139,960 mmc.

139.960 mmc = 100% di importazioni di gas naturale

Proiezione totale delle importazioni di gas naturale dall'Algeria: 4580 mmc.

4580 mmc/ 139.960 mmc ≈ 0,037 mmc

0,037 mmc X 100 = 3,27% ≈ 3,3%

Quindi: 4580 mmc ≈ 3,3% di importazioni di gas naturale

Proiezione del totale dalle fonti di Medio Oriente, Mar Caspio e Asia Centrale: 83.140 mmc.

83.140 mmc/139.960 mmc ≈ 0,594 mmc

0,594 mmc X 100 ≈ 59,4%

Quindi: 83.140 mmc ≈ 59,4% di importazioni di gas naturale

* I calcoli includono le riserve di gas naturale egiziane.

Proiezione totale dalle fonti russe, del Mar Caspio e dell'Asia centrale: 47.820 mmc.

47.820 mmc/ 139.960 mmc ≈ 0,3416 mmc

0,3416 mmc X 100 = 34,16% ≈ 34,2%

Quindi: 4580 mmc ≈ 34,2% delle importazioni di gas naturale.

[12] Mahdi Darius Nazemroaya, The Globalization of Military Power: NATO Expansion, Centre for Research on Globalization (CRG), 17 maggio 2007.

"L'Alleanza per la Sicurezza e la Prosperità (SPP) nell'America del Nord tra Canada, Stati Uniti e Messico è anch'essa collegata a questo progetto parallelo in Eurasia e sul litorale Mediterraneo di assicurare l'accesso alle risorse energetiche. All'interno della SPP sia il Messico che il Canada sono obbligati, senza possibilità di scelta, a soddisfare i bisogni energetici degli Stati Uniti, anche a spese degli interessi nazionali, economici, demografici e ambientali canadesi e messicani. Il problema delle forniture di energia è stato trasformato in una questione di sicurezza. C'è un forte legame tra NATO, Unione Europea e le iniziative energetiche nordamericane a questo riguardo."

[13] Halford John Mackinder, Cap. 3 (The Seaman's Point of View), in Democratic Ideals and Reality (London, U.K.: Constables and Company Ltd., 1919), pp.38-92.

[14] Ibid., p.88.

"L'Heartland, per gli scopi del pensiero strategico, include il Mar Baltico, le zone navigabili del Danubio medio e basso, il Mar Nero, l'Asia Minore, l'Armenia, la Persia [Iran], il Tibet e la Mongolia. Al suo interno, quindi, c'erano il Brandeburgo-Prussia e l'Austria-Ungheria, così come la Russia -- una vasta tripla base di risorse umane, che mancava ai popoli cavalieri [riferimento ai popoli delle steppe eurasiatiche invasero l'Europa e il Medio Oriente, come gli Sciti iranici, i Magiari e alcune tribù turche]. L'Heartland è la regione alla quale, nelle condizioni moderne, può essere rifiutato l'accesso alla potenza di mare, anche se la sua parte occidentale si trova all'esterno della regione dell'Artico e al bacino continentale [eurasiatico]. C'è una sola impressionante circostanza fisica che la unisce graficamente; nel suo complesso [l'Heartland], anche sulle cime dei Monti Persiani [vecchio nome inglese per indicare i Monti Zagros] che dominano la torrida Mesopotamia [Iraq], giace sotto la neve in inverno (Cap. 4, p. 141)."

[15] Vedi nota 12.

"A fianco della forza navale globale creata da Stati Uniti e NATO è stata pianificata una strategia per controllare il commercio, i movimenti e le acque internazionali. L'iniziativa per la Sicurezza Relativa alla Proliferazione (PSI), con la scusa di fermare il commercio di componenti o tecnologia per armi di distruzione di massa e sistemi per il loro uso (tecnologia missilistica o componenti), si dispone al controllo del flusso di risorse e del commercio internazionale. Questa politica è stata delineata da John Bolton, mentre lavorava nel Dipartimento di Stato USA come sottosegretario di Stato per il Controllo delle Armi e la Sicurezza Internazionale (Nazemroaya, NATO Expansion)."

Mackinder era inoltre favorevole a una super-marina sotto il controllo della Società delle Nazioni che avrebbe controllato Germania e Russia: "Nessuno al di sotto della Società delle Nazioni dovrebbe avere il diritto sotto la Legge Internazionale di mandare flotte da guerra nei mari Nero e Baltico (cap. 6, p. 215)". Questa è parte della soluzione di Mackinder per assicurare l'Heartland eurasiatico attraverso quello che chiama processo di "internazionalizzazione" nell'Europa orientale e nel Medio Oriente.

Tradotto dall'inglese da Andrej Andreevič per Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

Fonte: Global Research

lunedì, ottobre 15, 2007

Come non farsi degli amici e influenzare la gente

Come non farsi degli amici e influenzare la gente
di Zia Mian

3 ottobre 2007

traduzione di Andrej Andreevič

Gli Stati Uniti vendono morte, distruzione e terrore come strumento fondamentale della loro politica estera. Vedono le armi come una maniera per fare e mantenere amicizie strategiche e legare i paesi più direttamente ai piani e alle operazioni militari statunitensi. Questo ha dichiarato nel 2006 al New York Times il Tenente Generale Jeffrey B. Kohler, direttore della Defense Security Cooperation Agency; molto semplicemente, agli Stati Uniti piace il commercio di armi perché "ci da' accesso e influenza e costruisce amicizie." L'Asia meridionale è stata un'importante arena per questa teoria, ed ha dato alcune lezioni che gli Stati Uniti non dovrebbero ignorare.

Un recente rapporto del Congressional Research Service sulla vendita internazionale di armi riporta che l'anno scorso gli Stati Uniti hanno fornito quasi 8 miliardi di dollari in armi al terzo mondo, cioè all'incirca il 40% del commercio complessivo di armi. Hanno anche firmato accordi per vendere armi per oltre 10 miliardi di dollari, un terzo dei quali con paesi del terzo mondo.

È facile vedere l'importanza di questo dato paragonandolo ad altri: dieci miliardi di dollari all'anno è il costo stimato per soddisfare il Millenium Development Goal per l'acqua e la salute dell'ONU, un obiettivo di sviluppo che si propone di dimezzare entro il 2015 il numero di persone prive di accesso adeguato all'acqua potabile e ai servizi sanitari di base. Oggi circa un miliardo e cento milioni di persone non hanno accesso alla quantità minima di acqua pulita e circa due miliardi e seicento milioni di persone non hanno accesso ai servizi sanitari di base.

Le dimensioni delle recenti vendite di armi statunitensi non dovrebbero essere una novità. Gli Stati Uniti hanno venduto oltre 61 miliardi di dollari in armi a paesi del terzo mondo tra il 1999 e il 2006, diventando così il maggiore fornitore a livello internazionale. La Russia, il secondo più grande venditore, ne ha vendute meno della metà.

Armi in cambio di influenza in Pakistan
Il maggiore acquirente di armi nel mondo nel 2006 è stato il Pakistan. Ha acquistato oltre cinque miliardi di dollari in armi. Quasi tre miliardi di dollari sono stati usati per l'acquisto di jet F-16 di fabbricazione statunitense, versioni migliorate degli F-16 che il Pakistan ha acquistato negli anni '80, e bombe e missili per armare gli aerei. Un portavoce dell'ufficio stampa della Casa Bianca ha spiegato che la vendita dei jet da combattimento "dimostra il nostro impegno in una relazione a lungo termine con il Pakistan".

L'abitudine di vendere armi per mostrare vicinanza al Pakistan va avanti da oltre 50 anni. Gli Stati Uniti hanno usato l'aiuto militare per reclutare e armare il paese come alleato durante la Guerra Fredda. Secondo quanto riporta un memorandum del dipartimento di stato del 1953, c'era grande paura per "un notevole incremento delle attività dei mullah in Pakistan. Ci sono ragioni per credere che di fronte ai crescenti dubbi riguardo il fatto che lo stato del Pakistan abbia dei veri amici, un numero sempre maggiore di pakistani si stia spostando sotto la guida dei mullah. Se l'andamento dovesse essere confermato, questo governo di leader illuminati e orientati verso l'occidente potrebbe essere a rischio, e i membri di un successivo governo potrebbero mostrarsi molto meno favorevoli alla cooperazione con l'occidente rispetto a quelli attuali". Questo memorandum potrebbe essere stato scritto oggi.

Gli Stati Uniti non hanno imparato che pagare le spese militari del Pakistan dimostra vicinanza e amicizia solo all'esercito pakistano, ma non fa nulla per la popolazione pakistana. Gli Usa hanno sostenuto il generale Ayub Khan, il primo leader militare pakistano, per un decennio (1958-1969), pagando un prezzo molto alto; questi è stato poi rovesciato da una ondata di pubbliche proteste.

Gli Stati Uniti hanno supportato anche il generale Zia (che ha governato dal 1977 al 1988), dopo aver concordato che il Pakistan avrebbe aiutato gli statunitensi contro l'occupazione sovietica dell'Afghanistan. Adesso ne vediamo ovunque le conseguenze.

A partire dall'11 settembre 2001, gli Stati Uniti hanno dato oltre 10 miliardi di dollari al Pakistan per comprare o assicurare il sostegno del generale Musharraf per questa nuova guerra, la "guerra contro il terrore". Il Pakistan ha speso oltre un miliardo e mezzo di dollari di questa somma per comprare nuove armi. Per capire le proporzioni di questo aiuto, bisogna considerare il budget militare totale del Pakistan nel 2006, stimato in circa quattro miliardi e mezzo di dollari. Ora gli Stati Uniti stanno dando al Pakistan aiuti per pagare la nuova fornitura di F-16, bombe e missili. Probabilmente non si faranno molti amici.

Oggi ci sono pochi dubbi sulla scarsa popolarità degli Stati Uniti in Pakistan. Un sondaggio della Pew pubblicato nel settembre del 2006 ha rivelato che in Pakistan gli Stati Uniti sono visti meno favorevolmente dell'India (contro la quale il Pakistan ha combattuto quattro guerre). Il 25% vedeva favorevolmente gli Stati Uniti, mentre un terzo sosteneva lo stesso riguardo l'India.

L'atteggiamento nei confronti degli Stati Uniti è peggiorato. Un sondaggio del 2007 ha rivelato che solo il 15% dei pakistani ha una visione positiva degli Stati Uniti. Un sondaggio dell'agosto 2007 ha rilevato che il generale Musharraf è meno popolare di Osama Bin Laden; Musharraf ha il supporto del 38% dei pakistani, Bin Laden del 46%, e il presidente Bush solo del 9%. È difficile pensare ad un fallimento peggiore per una politica che avrebbe dovuto creare amicizia verso gli Stati Uniti e costruire supporto attorno ad essi.

L'ostilità verso gli Stati Uniti non farà altro che accentuarsi, visto il loro sostegno alle azioni del generale Musharraf per rimanere presidente del Pakistan.

Relazioni strategiche con l'India
L'India, la vicina del Pakistan, rivale storica e spesso acerrima nemica, è il secondo più grande acquirente di armi nel terzo mondo. Ha acquistato armi per tre miliardi e mezzo di dollari nel 2006. È responsabile per il 12% circa di tutti gli acquisti di armi nel terzo mondo. Tradizionalmente l'India ha acquistato armi russe, ma ora è interessata a quello che altri paesi, specialmente gli Stati Uniti, hanno da offrire.

L'India potrebbe spendere circa 40 miliardi di dollari in armi durante i prossimi cinque anni. In cima alla lista c'è un contratto per 126 jet da combattimento, con una possibile spesa di oltre dieci miliardi di dollari. Un ufficiale del Dipartimento di Stato ha annunciato che il governo cercherà di far aggiudicare l'ordine ad una compagnia statunitense. Le fabbriche di armi statunitensi sono già pronte. Richard G. Kirkland, presidente della Lockheed Martin per l'Asia del sud, ha sostenuto che "l'India è il nostro più grande mercato" se si parla di "potenziale di crescita". Il presidente della Raytheron Asia, Walet F. Doran, sostiene che l'India potrebbe essere "uno dei più grandi, se non il più grande, partner in crescita per il prossimo decennio".

Ci sono buone ragioni che giustificano la fiducia statunitense. Nel 2005, il segretario della difesa degli Stati Uniti e l'India hanno firmato il "Nuovo Piano delle Relazioni di Difesa tra Usa e India". Questo "indica un possibile percorso per la relazione difensiva tra Usa e India per i prossimi dieci anni" e "supporterà e sarà un elemento della sempre più stretta alleanza Usa-India". Comprende l'impegno a "espandere un commercio di difesa bilaterale". Questi scambi di armi, sostiene il piano, devono essere visti "non solo come scambi in sé, ma anche come un mezzo per rafforzare la sicurezza dei nostri paesi, rinforzare la nostra relazione strategica, realizzare grandi interazioni tra le nostre forze armate e costruire una maggiore comprensione tra i nostri sistemi di difesa".

Più armi, minore influenza
Come col Pakistan, queste vendite di armi potrebbero non garantire agli Stati Uniti l'influenza che desiderano esercitare in India. L'accordo nucleare Usa-India offre un esempio di come le cose potrebbero andare. Nel 2005 gli Stati Uniti e l'India hanno trovato un accordo per esonerare l'India dalle leggi statunitensi di trent'anni fa che impediscono agli stati di usare importazioni commerciali di tecnologia nucleare e di combustibile per alimentare le proprie ambizioni nel settore delle armi nucleari. Nel 2006 il congresso ha approvato e il presidente Bush ha firmato una legislazione che toglie ogni ostacolo al commercio nucleare con l'India. I due paesi negli scorsi anni hanno anche negoziato un accordo di cooperazione nucleare.

La più chiara esposizione di ciò che gli Stati Uniti vogliono in cambio è rappresentata dalla relazione al Congresso di Ashton Carter ( che è stato assistente del segretario della difesa nell'amministrazione Clinton) in appoggio all'accordo nucleare tra India e Stati Uniti, e dall'articolo del 2006 intitolato "Il nuovo partner strategico dell'America?" sulla rivista Foreign Affairs. Carter ha affermato che Washington ha bisogno del sostegno dell'India contro l'atomica iraniana, in caso di futuri conflitti col Pakistan e come contrappeso alla Cina. Ha notato che c'erano "vari benefici diretti", che includono "l'intensificazione dei contatti tra eserciti" e "la cooperazione dell'India nelle operazioni di soccorso dopo disastri naturali, interventi umanitari, missioni di pace, e piani per la ricostruzione post-bellica", e "operazioni senza mandato o non richieste dalle Nazioni Unite, operazioni alle quali l'India ha storicamente rifiutato di partecipare."

E infine Carter ha citato il punto più interessante: "le forze militari statunitensi potrebbero anche cercare l'accesso alle postazioni strategiche all'interno del territorio indiano e forse stabilirsi là. Infine, l'India potrebbe anche fornire alle forze statunitensi basi a distanza in caso di imprevisti in Medio Oriente".

Carter ha riconosciuto che ci sono anche altri interessi, che per altri potrebbero costituire delle priorità. Ha riconosciuto che "sul fronte economico, mentre l'India espande le proprie capacità nucleari civili e modernizza il suo esercito, gli Stati Uniti premono per ottenere un trattamento preferenziale per le proprie industrie".

Si è già cominciato a esercitare pressioni sull'India. Nel maggio 2007 alcuni importanti membri del Congresso statunitense hanno scritto una lettera al primo ministro indiano avvertendolo di essere "profondamente preoccupati" per le relazioni dell'India con l'Iran, e che se l'India non avesse affrontato questo punto ci sarebbe stato " il presupposto per nuocere gravemente all'alleanza globale tra Stati Uniti e India". In breve, all'India è stato chiesto di scegliere: o l'Iran o gli Stati Uniti e l'accordo nucleare.

Comunque, nelle scorse settimane c'è stata una crescente crisi in India riguardo il patto nucleare e riguardo quanto l'India dovrebbe avvicinarsi agli Stati Uniti. I partiti comunisti indiani, che fanno parte della coalizione di governo, hanno chiesto di fermare il patto nucleare Usa-India per dare al paese il tempo di elaborare le sue implicazioni per la politica estera indiana, minacciando di far cadere il governo. La loro paura è che il patto permetta agli Stati Uniti di influenzare le capacità decisionali indiane.

I movimenti sociali progressisti indiani si sono inoltre opposti al patto nucleare. Sono preoccupati che "direttamente o indirettamente, gli Stati Uniti possano entrare nel subcontinente indiano, e organizzare le relazioni inter-regionali e internazionali". Vedono questo come "non solo antidemocratico ma anche contro la pace, e contro la produzione di energia sostenibile per l'ambiente e uno sviluppo economico autonomo". Queste preoccupazioni basilari su democrazia, pace, sostenibilità e indipendenza sono quello che porrà l'India in contrasto con la politica statunitense, non importa quante armi offrirà di venderle.

Zia Mian è un fisico del Programma per la Scienza e la Sicurezza Globale alla Woodrow Wilson School of Public and International Affairs della Princeton University e opinionista per Foreign Policy In Focus.

Tradotto dall'inglese da Andrej Andreevič per Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft per ogni uso non-commerciale: è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne l'autore e la fonte.

Originale: Foreign Policy in Focus

lunedì, ottobre 08, 2007

L'accordo nucleare USA-India

USA-India: l'accordo nucleare e le sue conseguenze

di Andrej Volodin

1-10-2007

Agli inizi di agosto 2007 l'India e gli Stati Uniti hanno firmato un accordo sullo sviluppo della cooperazione nel settore dell'energia atomica. Secondo la stampa, il governo di Manmohan Singh, impegnandosi a ottenere la ratifica dell'accordo nucleare da entrambe parti, mette seriamente in pericolo il proprio prestigio all'interno del paese. Il veloce rafforzamento dell'"amicizia indo-americana" e anzitutto il patto nucleare tra i due paesi, osserva il patriarca degli analisti politici indiani Inder Malhotra, sta diventando il pomo della discordia della politica indiana. L'opposizione all'accordo nucleare è espressa, in primo luogo, dal Fronte di sinistra guidato dal Partito Comunista Indiano (marxista), che offre "sostegno critico" al governo dell'Alleanza Progressista Unita, guidata dal Congresso Nazionale Indiano (INC). Il Partito Comunista non mette in dubbio la necessità di sviluppare l'energia atomica nel paese: il partito ritiene però che l'accordo nucleare con l'America limiti la sovranità politica ed economica dell'India.

La frattura tra il Congresso Nazionale Indiano e il Partito Comunista è sempre più evidente agli occhi dell'opinione pubblica, tanto che alcuni influenti membri del Congresso, nonché simpatizzanti dell'intesa indo-americana, si riferiscono già al Partito Comunista come "socio in seconda della Cina" ("subalterno alla Cina"). Allo stesso tempo, "Il Fronte di sinistra", osserva Inder Malhotra, "è perfettamente in grado di lanciare una crociata non solo contro l'accordo nucleare indo-americano, ma contro tutta l'architettura della 'cooperazione strategica' bilaterale, per lo meno perché gli indiani hanno un deficit colossale di fiducia nei confronti degli Stati Uniti. Il caos creato dall'amministrazione Bush in Iraq e le continue minacce di impiego della forza militare contro l'Iran irritano molto gli indiani. Non bisogna dimenticare che in India ci sono più musulmani che in Pakistan. Infatti il 45% della popolazione musulmana mondiale, presso la quale l'America è estremamente impopolare, vive proprio nella regione sud-asiatica".
L'accordo nucleare tra gli Stati Uniti e l'India ha suscitato le critiche indirette della Cina, il cui governo considera la "cooperazione strategica" indo-americana nel contesto della "strategia asiatica" di Washington, il cui cardine è il contenimento strategico della Repubblica Popolare Cinese. A Pechino si ritiene che nella regione Asia-Pacifico si stia formando un nuovo blocco politico-militare, una "NATO orientale" in funzione anti-cinese. Il "quartetto nemico" include gli Stati Uniti, il Giappone, l'Australia e l'India, le cui marine militari agli inizi di settembre hanno condotto esercitazioni congiunte nel Golfo del Bengala (alle manovre ha preso parte anche la flotta di Singapore). A Pechino le esercitazioni sono viste anche sullo sfondo dell'aggravarsi della situazione politica interna di Myanmar/Birmania. Parallelamente la Cina, secondo la stampa indiana, sta tentando di far sì che l'accordo tra Washington e Delhi venga bloccato dal Gruppo dei fornitori nucleari. Inoltre Pechino sta incentivando la collaborazione nel settore dell'energia atomica con Islamabad, dove gli Stati Uniti sono già considerati un "alleato inaffidabile". Il complesso quadro delle relazioni sino-indiane è completato dalla prevista visita a Pechino della leader del Congresso Nazionale Indiano Sonia Gandhi (che potrebbe svolgersi il 15 ottobre, proprio alla vigilia del 17° congresso del Partito Comunista cinese) e la decisione della Cina di rinunciare alle proprie obiezioni e garantire l'appoggio alla candidatura dell'India come membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
L'atteggiamento dell'Europa e in particolare della Gran Bretagna nei confronti dell'accordo indo-americano si presenta complesso. Da un lato, l'"alleato britannico" ha appoggiato apertamente l'intesa bilaterale: secondo le fonti ufficiali di Londra, l'accordo riporterà l'India nello "spazio" di non-proliferazione nucleare, rafforzando così il regime del Trattato di non-proliferazione. Dall'altro lato una parte significativa dell'opinione pubblica britannica è scettica nei confronti si simili argomentazioni. Così il noto giornalista David Watts del Times cita dei frammenti di una conferenza stampa del futuro primo premier indiano, Jawaharlal Nehru, svoltasi a Bombay il 26 gennaio 1946, cioè più un anno e mezzo prima dell'indipendenza: "... spero che gli scienziati indiani useranno la forza atomica con fini costruttivi. Ma se l'India verrà minacciata ricorrerà inevitabilmente a tutti i mezzi a sua disposizione".
L'accordo indo-americano rende logicamente vulnerabili gli argomenti dell'Occidente a proposito dell'Iran, dato che questo paese, stretto tra due stati nucleari come Pakistan e Israele, trae così ulteriori motivazioni per sviluppare energia nucleare in risposta alle crescenti necessità della sua industria nazionale. Inoltre gli analisti britannici ritengono che "questa nuova e improbabile alleanza" stia cambiando sottilmente la mentalità non solo degli indiani ma anche dei loro vicini. Diretta potenzialmente contro la Cina, l'alleanza potrebbe però anche essere considerata come un sostegno all'India nel suo vecchio conflitto con il Pakistan.
Sarebbe tragico, osserva David Watts, se la voce dell'India nell'arena internazionale, dopo essere sempre stata "autenticamente alternativa", cominciasse a "essere vista semplicemente come la posizione di un altro stato-cliente americano". È perfettamente chiaro che le azioni degli Stati Uniti sono guidate dalla famosa formula Palmerston-Churchill sull'assenza di amici permanenti e l'esistenza invece di interessi permanenti. Però l'economia degli Stati Uniti attualmente dipende dalla Cina, e questa dipendenza è più profonda e multiforme di quanto siano disposti a riconoscere nei corridoi del potere di Washington. In questi tempi imprevedibili, scrive David Watts, nessuno sa quanto durerà l'attuale "antagonismo sino-americano". E se "Washington decide che la prudenza è la parte migliore del coraggio, cosa ne sarà delle sue relazioni con Delhi?"
Ancora una volta la Russia si trova esclusa dallo spazio della configurazione globale delle forze. Le ragioni sono molte. In primo luogo, la deindustralizzazione dell'economia in seguito alle "riforme" degli anni Novanta ha diminuito lo status della Federazione Russa nella "Tavola dei Ranghi" mondiale: il nostro paese viene ora visto nel migliore dei casi come una potenza regionale con un limitato potenziale geopolitico. In secondo luogo, l'"allontanamento dall'Est" in generale e dall'India in particolare fu una scelta consapevole del governo di El'cin, che decise di guardare esclusivamente a Ovest; in quella situazione gli indiani, volenti o nolenti, furono costretti a cercare altri "punti d'appoggio" nel mondo. In terzo luogo, la disintegrazione del complesso economico nazionale sovietico ebbe conseguenze dirette sullo sviluppo dell'industria nucleare, riducendone il potenziale. In quarto luogo, la posizione della Russia sulla questione della cooperazione nucleare con l'India è stata a lungo considerata (a Delhi) non indipendente, orientata verso Washington; non sorprende dunque che una parte dei politici indiani possa vedere l'accordo nucleare tra Stati Uniti e India come un "via libera" a una cooperazione russo-indiana nel campo dell'energia atomica.

Originale: http://www.fondsk.ru/article.php?id=985

martedì, ottobre 02, 2007

L'alleanza sino-russa, di Mahdi Darius Nazemroaya

L'alleanza sino-russa: una sfida alle ambizioni americane in Eurasia

Mahdi Darius Nazemroaya

Global Research, 23 settembre 2007

Ma se lo spazio intermedio [la Russia e l'ex Unione Sovietica] respinge l'Occidente [l'Unione Europea e l'America], diventa una singola entità assertiva e stabilisce il proprio controllo sul Sud [il Medio Oriente] o si allea con il principale attore orientale [la Cina], il primato dell'America in Eurasia si restringe drammaticamente. Lo stesso accadrebbe se i due principali attori orientali si coalizzassero in qualche modo. Infine, un'estromissione dell'America da parte dei suoi partner occidentali [l'intesa franco-tedesca] dalla sua posizione di vantaggio sulla periferia occidentale [l'Europa] segnerebbe automaticamente l'esclusione dell'America dalla partita in corso sulla scacchiera eurasiatica, anche se comporterebbe anche la subordinazione dell'estremità occidentale a un protagonista che occupa lo spazio intermedio e che è tornato alla ribalta [per esempio la Russia].
Zbigniew Brzezinski, The Grand Chessboard: American Primacy and Its Geostrategic Imperatives, 1997 (La grande scacchiera: la supremazia americana e i suoi imperativi geo-strategici)

La Terza Legge del Moto di Sir Isaac Newton afferma che "a ogni azione corrisponde sempre una reazione uguale e contraria". Questi principi della fisica possono essere applicati anche alle scienze sociali, con particolare riferimento alle relazioni sociali e alla geopolitica.

L'America e la Gran Bretagna, l'alleanza anglo-americana, hanno intrapreso un progetto ambizioso per controllare le risorse energetiche globali. Le loro azioni hanno prodotto una serie di complicate reazioni, portando alla creazione di una coalizione eurasiatica che si sta preparando a sfidare l'asse anglo-americano.

L'accerchiamento della Russia e della Cina: le ricadute delle ambizioni globali anglo-americane
"Oggi stiamo assistendo a un uso quasi incontenibile e ipertrofico della forza negli affari internazionali, di una forza militare che sta spingendo il mondo in un abisso fatto di un conflitto dopo l'altro. Ne consegue che non abbiamo le capacità sufficienti per trovare una soluzione articolata ad alcuno di questi conflitti. Trovare una soluzione politica diventa ugualmente impossibile. Stiamo osservando un disprezzo sempre maggiore dei principi basilari della legge internazionale. E le norme legali indipendenti si stanno di fatto sempre più avvicinando al sistema legale di un unico stato, e precisamente gli Stati Uniti, i quali hanno varcato i propri confini nazionali in tutte le sfere".
Vladimir Putin alla Conferenza di Monaco sulla Sicurezza (11 febbraio 2007)

Ciò che i leader americani chiamavano "Nuovo Ordine Mondiale" è ciò che la Cina e la Russia considerano un "Mondo Unipolare". Questa è la visione o allucinazione, a seconda della prospettiva, che ha colmato il divario tra Pechino e Mosca.

La Cina e la Russia sono ben consapevoli di essere il bersaglio dell'alleanza anglo-americana. Sono unite dai comuni timori di un accerchiamento. Non è un caso che lo stesso anno in cui la NATO bombardò la Jugoslavia il presidente cinese Jiang Zemin e quello russo Boris El'cin avessero anticipato una dichiarazione comune durante lo storico vertice del dicembre del 1999 rivelando che la Cina e la Federazione russa avrebbero unito le forze per resistere al "Nuovo Ordine Mondiale". I semi di questa dichiarazione sino-russa erano stati di fatto gettati nel 1996, quando le due potenze si opposero all'imposizione globale dell'egemonia di un unico stato.

Sia Jiang Zemin che Boris El'cin dichiararono che tutti gli stati-nazione hanno diritto allo stesso trattamento, devono poter godere della sicurezza e rispettare la reciproca sovranità ma soprattutto non intromettersi negli affari interni degli altri stati-nazione. Queste dichiarazioni erano dirette al governo degli Stati Uniti e ai suoi alleati.

I cinesi e i russi sollecitarono inoltre la creazione di un ordine globale politico ed economico più equo. Entrambe le nazioni indicarono poi che l'America si celava dietro i movimenti separatisti dei loro rispettivi paesi. Sottolinearono anche le ambizioni ispirate dagli americani di balcanizzare e finlandizzare gli stati-nazione eurasiatici. Influenti politologi americani come Zbigniew Brzezinski avevano già auspicato una decentralizzazione e infine divisione della Federazione Russa.

Sia i cinesi, sia i russi diffusero una dichiarazione in cui mettevano in guardia contro la creazione di uno scudo missilistico internazionale e la violazione del Trattato Anti-Missili Balistici (Trattato ABM), che avrebbero destabilizzato l'ambiente internazionale e polarizzato il mondo. Nel 1999 i cinesi e i russi erano consapevoli di ciò che sarebbe successo e della direzione che l'America stava prendendo. Nel giugno del 2002, meno di un anno prima dello scatenarsi della "Guerra globale contro il Terrore", George W. Bush Jr. annunciò che gli Stati Uniti si sarebbero ritirati dal Trattato ABM.

Il 24 luglio del 2001, meno di due mesi prima dell'11 settembre, Cina e Russia firmarono il Trattato di Buon Vicinato, Amicizia e Cooperazione. Quest'ultimo è in realtà un patto di mutua difesa contro gli Stati Uniti, la NATO e la rete militare asiatica appoggiata dagli Stati Uniti che circondava la Cina. [1]

Il patto militare della Shanghai Treaty Organization (SCO) adotta le stesse formule velate. Vale anche la pena di notare che l'Articolo 12 del trattato bilaterale sino-russo del 2001 stipula che la Cina e la Russia collaboreranno per mantenere l'equilibrio strategico globale, "osservare gli accordi basilari rilevanti per la salvaguardia e la conservazione della stabilità strategica" e "promuovere il processo di disarmo nucleare". [2] Questo sembra alludere a una minaccia nucleare rappresentata dagli Stati Uniti.

Mettere i bastoni tra le ruote all'America e alla Gran Bretagna: una "Coalizione Cina-Russia-Iran"
Come risultato del proposito anglo-americano di accerchiare e infine smantellare la Cina e la Russia, Mosca e Pechino hanno serrato i ranghi e la SCO si è lentamente sviluppata fino a diventare un potente corpo internazionale nel cuore dell'Eurasia.

Il principali obiettivi della SCO sono di natura difensiva. Gli obiettivi economici consistono nell'integrare e unificare le economie eurasiatiche contro l'attacco economico e finanziario sferrato dalla trilaterale costituita da Nord America, Europa Occidentale e Giappone, che controlla porzioni significative dell'economia globale.

Lo Statuto della SCO, facendo uso del gergo occidentale della sicurezza nazionale, si propone di combattere "il terrorismo, il separatismo e l'estremismo". Le attività terroristiche, i gruppi separatisti e i movimenti estremisti in Russia, Cina e Asia Centrale sono tutte forze tradizionalmente alimentate, finanziate, armate e segretamente appoggiate dai governi britannico e statunitense. Diversi gruppi separatisti ed estremisti che hanno destabilizzato paesi membri della SCO hanno perfino sedi a Londra.

L'Iran, l'India, il Pakistan e la Mongolia sono tutti membri della SCO. Lo status di osservatore dell'Iran nell'Organizzazione è fuorviante: l'Iran è un membro de facto. Lo status di osservatore mira a celare la natura della cooperazione trilaterale tra Iran, Russia e Cina per evitare che la SCO possa essere etichettata e demonizzata come coalizione militare anti-americana o anti-occidentale.

Gli interessi dichiarati di Cina e Russia consistono nell'assicurare la continuità di un "Mondo Multipolare". Zbigniew Brzezinski nel suo libro del 1997 The Grand Chessboard: American Primacy and Its Geostrategic Imperatives, prefigurò e lanciò un monito contro la creazione o "comparsa di una coalizione ostile [con base in Eurasia] in grado di sfidare la supremazia americana". [3] Definì inoltre questa potenziale coalizione eurasiatica un'"alleanza anti-egemonica" che si sarebbe formata sulla base di una "coalizione sino-russo-iraniana" che avrebbe avuto la Cina come fulcro. [4] Questi sono la SCO e i diversi gruppi eurasiatici ad essa collegati.

Nel 1993 Brzezinski scrisse che "Nello stimare le future opzioni della Cina bisogna anche considerare la possibilità che una Cina economicamente vincente e politicamente sicura di sé - ma che si sentisse esclusa dal sistema globale e decidesse di sostenere e guidare gli stati svantaggiati - possa decidere di lanciare una sfida non solo chiaramente dottrinale ma anche potentemente geopolitica al mondo trilaterale dominante [riferimento al fronte economico formato da America del Nord, Europa Occidentale e Giappone]". [5]

Brzezinski avverte che la risposta di Pechino alla sfida allo status quo globale sarebbe la creazione di una coalizione sino-russo-iraniana: "Per gli strateghi cinesi la mossa geopolitica più efficace per contrastare la coalizione di America, Europa e Giappone sarebbe la formazione di una tripla alleanza che unisse la Cina all'Iran nella regione del Golfo Persico/Medio Oriente e alla Russia nell'area dell'ex Unione Sovietica [ed Europa Orientale]". [6] Brzezinski prosegue dicendo che la coalizione sino-russo-iraniana, che chiama anche "coalizione contro il sistema costituito", potrebbe diventare una potente calamita per altri stati [come il Venezuela] insoddisfatti dello status quo [globale]". [7]

Inoltre Brzezinski nel 1997 ammoniva che "L'obiettivo più immediato [per gli Stati Uniti] consiste nell'assicurarsi che nessuno stato o insieme di stati acquisisca la capacità di espellere gli Stati Uniti dall'Eurasia o anche semplicemente di diminuire in misura significativa il loro decisivo ruolo arbitrale". [8] Forse il suo monito è stato dimenticato, perché gli Stati Uniti sono stati estromessi dall'Asia Centrale e le loro truppe sfrattate dall'Uzbekistan e dal Tagikistan.

Le ricadute delle "Rivoluzioni di Velluto" nell'Asia Centrale
L'Asia Centrale ha assistito a vari tentativi di cambio di regime appoggiati dai britannici e dagli americani. Questi tentativi sono stati caratterizzati da rivoluzioni di velluto simili alla Rivoluzione Arancione in Ucraina e alla Rivoluzione delle Rose in Georgia.

Nell'Asia Centrale queste rivoluzioni di velluto finanziate dagli Stati Uniti hanno fallito, con l'eccezione del Kirghizistan dove c'era stato un parziale successo con la cosiddetta Rivoluzione dei Tulipani.

Di conseguenza il governo degli Stati Uniti ha incassato pesanti sconfitte geopolitiche in Asia Centrale. Tutti i leader centro-asiatici hanno preso le distanze dall'America.

Russia e Iran si sono anche assicurati contratti energetici nella regione. Gli sforzi decennali dell'America per esercitare un ruolo egemonico nell'Asia Centrale sono stati ribaltati da un giorno all'altro. Le rivoluzioni finanziate dagli Stati Uniti hanno prodotto delle ricadute. Ne sono rimaste danneggiate in particolare le relazioni tra l'Uzbekistan e gli Stati Uniti.

L'Uzbekistan si trova sotto il controllo autoritario del presidente Islam Karimov. A partire dalla seconda metà degli anni Novanta, il presidente Karimov fu convinto con le lusinghe a condurre l'Uzbekistan nell'alveo dell'alleanza anglo-americana e della NATO. Quando ci fu un attentato contro di lui, Karimov sospettò che il Cremlino volesse punirlo proprio per questa sua indipendenza. Questo portò all'uscita dell'Uzbekistan dalla CSTO [l'Organizzazione per il Trattato sulla Sicurezza Collettiva, n.d.T.]. Ma anni dopo Islam Karimov cambiò idea sui reali responsabili dell'attentato.

Secondo Zbigniew Brzezinski l'Uzbekistan costituiva un importante ostacolo per il ristabilimento del controllo russo sull'Asia Centrale ed era praticamente invulnerabile alle pressioni russe; ecco perché era importante assicurarsi che l'Uzbekistan diventasse un protettorato americano nell'Asia Centrale.

L'Uzbekistan è anche lo stato militarmente più forte dell'Asia Centrale. Nel 1998 ospitò sul suo suolo le esercitazioni militari della NATO. L'Uzbekistan si stava pesantemente militarizzando, come la Georgia nel Caucaso. Gli Stati Uniti diedero all'Uzbekistan ingenti aiuti finanziari per sfidare il Cremlino in Asia Centrale e fornirono anche un addestramento all'esercito uzbeko.

Quando nel 2001 fu lanciata la "Guerra Globale contro il Terrore" l'Uzbekistan, alleato degli anglo-americani, offrì immediatamente agli Stati Uniti la base di Karši-Chanabad.

Il governo dell'Uzbekistan sapeva già quale direzione avrebbe preso la "Guerra Globale contro il Terrore". Irritando l'amministrazione Bush, il presidente uzbeko formulò una politica indipendente. La luna di miele tra l'Uzbekistan e l'alleanza anglo-americana finì quando Washington e Londra presero in considerazione la deposizione di Islam Karimov. Era un po' troppo indipendente per i loro gusti. Il tentativi di deporlo fallirono, causando uno spostamento delle alleanze geopolitiche.

I tragici eventi del 13 maggio 2005 ad Andijan segnarono la rottura tra l'Uzbekistan e l'alleanza anglo-americana. La popolazione di Andijan fu spinta allo scontro con le autorità uzbeke, e il tutto finì con un pesante intervento dell'esercito che portò a un numero imprecisato di vittime.

Si disse che fossero coinvolti dei gruppi armati. I mezzi di informazione di Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Europea si concentrarono soprattutto sulle violazioni dei diritti umani senza citare il ruolo occulto dell'alleanza anglo-americana. L'Uzbekistan accusò la Gran Bretagna e gli Stati Uniti di aver istigato la ribellione.

M. K. Bhadrakumar, ex ambasciatore indiano in Uzbekistan (1995-1998), ha rivelato che l'Hezbut Tahrir (HT) era uno dei partiti accusati dal governo uzbeko di aver istigato la folla ad Andijan. [9] Il gruppo stava già tentando di destabilizzare l'Uzbekistan facendo uso di tattiche violente. Il quartier generale di questo gruppo ha sede a Londra e gode dell'appoggio del governo britannico. Londra è un fulcro per l'attività di molte organizzazioni simili che promuovono interessi anglo-americani in vari paesi, compresi l'Iran e il Sudan, per mezzo di campagne di destabilizzazione. In seguito ai fatti di Andijan L'Uzbekistan ha perfino avviato una repressione nei confronti delle organizzazioni non governative straniere.

Nell'Asia Centrale l'alleanza anglo-americana ha giocato male le proprie carte. L'Uzbekistan aveva ufficialmente lasciato il GUUAM , un'organizzazione appoggiata da NATO e Stati Uniti in funzione anti-russa. Il GUUAM ridiventò pertanto GUAM (Georgia, Ucraina, Azerbaijan e Moldavia) il 24 maggio 2005.

Il 29 luglio 2005 le truppe statunitensi ricevettero l'ordine di lasciare l'Uzbekistan entro sei mesi. [10] Agli americani fu letteralmente detto che non erano più i benvenuti in Uzbekistan e nell'Asia Centrale.

Anche la Russia, la Cina e la SCO si fecero sentire. Gli Stati Uniti abbandonarono la loro base aerea in Uzbekistan nel novembre del 2005.

L'Uzbekistan è rientrata nella CSTO il 26 giugno 2006 e si è riallineata ancora una volta con Mosca. Il presidente uzbeko è diventato un deciso e rumoroso sostenitore, insieme all'Iran, dell'espulsione totale degli Stati Uniti dall'Asia Centrale. [11] Diversamente dall'Uzbekistan, il Kirghizistan ha continuato a permettere agli Stati Uniti di usare la base aerea di Manas, ma con restrizioni e in un clima di incertezza. Il governo kirghizo ha anche specificato che dal Kirghizistan non dovranno partire azioni militari americane contro l'Iran.

Un significativo errore geo-strategico
Sembra che tra il 2001 e il 2002 si stesse preparando un riavvicinamento tra l'Iran e gli Stati Uniti. All'inizio della guerra globale contro il terrorismo, Hezbollah e Hamas, due organizzazioni arabe appoggiate dall'Iran e dalla Siria, furono tenute fuori dalla lista delle organizzazioni terroristiche compilata dal Dipartimento di Stato americano. L'Iran e la Siria erano anche vagamente ritratte come potenziali partner nella "Guerra Globale contro il Terrore".

In seguito all'invasione dell'Iraq, nel 2003, l'Iran espresse il proprio sostegno al governo iracheno post-Saddam. Durante l'invasione dell'Iraq i soldati americani attaccarono la milizia d'opposizione iraniana con base in Iraq, l'organizzazione Mujahedin-e Khalq (MEK/MOK/MKO). I jet iraniani attaccarono a loro volta e pressoché in contemporanea le basi della MEK.

L'Iran, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti collaborarono anche contro i talebani in Afghanistan. Vale la pena di ricordare che i talebani non furono mai alleati dell'Iran. Fino al 2000 i talebani erano stati appoggiati da Stati Uniti e Gran Bretagna, in perfetta armonia con l'esercito e l'intelligence pakistani.

I talebani furono traumatizzati e disorientati da quello che videro come un tradimento da parte di americani e britannici nel 2001 - questo alla luce del fatto che nell'ottobre del 2001 avevano dichiarato che avrebbero consegnato agli Stati Uniti Osama bin Laden, se avessero ricevuto le prove del suo presunto coinvolgimento negli attentati dell'11 settembre.

Zbigniew Brzezinski ammonì ben prima del 2001 che "Russia, Cina e Iran potrebbero allearsi solo se gli Stati Uniti fossero così miopi da contrapporsi simultaneamente a Cina e Iran". [12] L'arroganza dell'amministrazione Bush Jr. ha prodotto proprio questo atteggiamento miope.

Secondo il Washington Post, "Subito dopo la presa-lampo di Baghdad da parte delle truppe degli Stati Uniti, tre anni fa [nel 2003], da un fax dell'ufficio per il Vicino Oriente del Dipartimento di Stato uscì un insolito documento di due pagine. L'Iran proponeva un ampio dialogo con gli Stati Uniti, e il fax suggeriva che tutto era possibile, compresa una completa collaborazione sui programmi nucleari, l'accettazione dello Stato di Israele e la fine dell'appoggio iraniano ai gruppi militanti palestinesi". [13]

La Casa Bianca, impressionata da quelle che considerava "grandiose vittorie" in Iraq e in Afghanistan, decise semplicemente di ignorare la lettera, mandata dal governo svizzero per conto di Teheran attraverso canali diplomatici.

Tuttavia non fu ciò che venne erroneamente percepito come una vittoria rapida in Iraq che spinse l'amministrazione Bush a mettere da parte l'Iran. Il 29 gennaio 2002, in un importante discorso, il presidente Bush Jr. confermò che gli Stati Uniti avrebbero preso di mira anche l'Iran, che era stato aggiunto al cosiddetto "Asse del Male" con l'Iraq e la Corea del Nord. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna intendevano attaccare l'Iran, la Siria e il Libano dopo l'invasione dell'Iraq nel 2003. Nel luglio del 2003, subito dopo l'invasione, il Pentagono formulò uno scenario di guerra iniziale chiamato "Theater Iran Near Term (TIRANNT)" (Teatro Iran a Breve Termine).

A partire dal 2002 l'amministrazione Bush aveva deviato dal copione geo-strategico originario. Tra le altre cose, la Francia e la Germania furono escluse dalla spartizione del bottino della guerra in Iraq.

L'intenzione era di agire contro l'Iran e la Siria proprio come America e Gran Bretagna avevano tradito gli alleati talebani in Afghanistan. Gli Stati Uniti erano anche decisi a colpire Hezbollah e Hamas. Secondo Daniel Sobelman, corrispondente di Haaretz, nel gennaio del 2001 il governo degli Stati Uniti avvertì il Libano che gli Stati Uniti avrebbero preso di mira Hezbollah. Queste minacce dirette contro il Libano furono fatte all'inizio del mandato presidenziale di George W. Bush Jr., otto mesi prima dell'11 settembre.

Il conflitto nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite tra l'alleanza anglo-americana e l'intesa franco-tedesca appoggiata da Russia e Cina raffigurava bene questo scarto.

Dopo la fine della Guerra Fredda gli esperti americani di geo-strategia avevano previsto da anni che l'intesa franco-tedesca diventasse un partner nei loro piani di supremazia globale. A questo proposito Zbigniew Brzezinski aveva riconosciuto che all'intesa franco-tedesca sarebbe stato concesso uno status più elevato e che si sarebbe dovuto spartire le prede di guerra con gli alleati europei di Washington.

Alla fine del 2004 l'alleanza anglo-americana cominciò a correggere il proprio atteggiamento nei confronti della Francia e della Germania. Washington tornò al proprio copione geo-strategico originario che prevedeva un ruolo più esteso della NATO nel Mediterraneo Orientale. Alla Francia furono garantite concessioni petrolifere in Iraq.

Anche i piani di guerra del 2006 per il Libano e il Mediterraneo Orientale dimostrano un importante cambio di direzione, con l'intesa franco-tedesca come partner e un importante ruolo militare per Francia e Germania nella regione.

Vale la pena di notare che agli inizi del 2007 anche l'atteggiamento nei confronti dell'Iran è cambiato significativamente. Dopo gli scacchi in Iraq e in Afghanistan (ma anche in Libano, Palestina, Somalia e nell'Asia Centrale ex sovietica), la Casa Bianca ha avviato negoziati segreti con l'Iran e la Siria. In ogni caso il dado è stato tratto, e pare che l'America non sarà in grado di compromettere un'alleanza militare che includa Russia, Iran e la Cina come fulcro.

La Commissione Baker-Hamilton: occulta cooperazione anglo-americana con l'Iran e la Siria?
"L'America dovrebbe anche appoggiare decisamente le aspirazioni turche a un oleodotto da Baku in [nella Repubblica dell'] Azerbaijan a Ceyhan sul litorale mediterraneo turco come importante sbocco per le risorse energetiche del bacino del Mar Caspio. Non è inoltre nell'interesse dell'America perpetuare l'ostilità tra America e Iran. Una riconciliazione dovebbe basarsi sul riconoscimento di un mutuo interesse strategico per la stabilizzazione di ciò che attualmente è un ambiente regionale molto mutevole per l'Iran [per esempio, Iraq e Afghanistan]. Certamente una tale riconciliazione andrebbe perseguita da entrambi le parti e non dovrebbe essere un favore concesso unilateralmente. Un Iran forte, anche religiosamente motivato ma non fanaticamente anti-occidentale, è nell'interesse degli Stati Uniti e perfino la dirigenza politica iraniana potrà infine riconoscere quella realtà. Nel frattempo gli interessi americani ad ampio raggio in Eurasia sarebbero avvantaggiati se cadessero le attuali obiezioni americane a una più stretta collaborazione economica tra Turchia e Iran, soprattutto nella costruzione di nuovi oleodotti".
Zbigniew Brzezinski (The Grand Chessboard: American Primacy and Its Geostrategic Imperatives, 1997)

Le raccomandazioni della Commissione Baker-Hamilton o Iraq Study Group (ISG) non rappresentano un cambio di direzione nell'atteggiamento verso l'Iran, ma piuttosto un ritorno alla linea di condotta dalla quale l'amministrazione Bush aveva deviato dopo le illusioni suscitate dalle rapide vittorie in Afghanistan e Iraq. In altre parole, la Commissione Baker-Hamilton si è occupata di controllo dei danni e di rimettere l'America sulla via originariamente intrapresa dagli strateghi militari e verosimilmente tradita dall'amministrazione Bush.

Il Rapporto dell'ISG lascia anche sottilmente intendere che si potrebbe agire sull'Iran (e per estensione sulla Siria) favorendo l'adozione delle riforme economiche del cosiddetto "libero mercato" piuttosto che imponendo un cambio di regime. L'ISG inoltre è favorevole all'ingresso di Siria e Iran nella World Trade Organization (WTO). [14] Bisognerebbe anche osservare, a tale proposito, che l'Iran ha già avviato un programma di privatizzazione di massa che coinvolge tutti i settori, dalle banche all'energia e all'agricoltura.

Il Rapporto dell'ISG raccomanda inoltre la fine del Conflitto arabo-israeliano e la pace tra Israele e Siria. [15]

La Comissione Baker-Hamilton ha anche analizzato gli interessi comuni di Iran e Stati Uniti. L'ISG ha raccomandato agli Stati Uniti di non rafforzare nuovamente i talebani in Afghanistan (in funzione anti-iraniana). [16] Bisognerebbe anche notare che Imad Moustapha, l'ambasciatore siriano negli Stati Uniti, il ministro degli esteri siriano e Javad Zarif, il rappresentante iraniano alle Nazioni Unite, sono stati tutti consultati dalla Commissione Baker-Hamilton . [17] L'ambasciatore iraniano alle Nazioni Unite, Javad Zarif, ha anche fatto per anni da intermediario tra i governi statunitense e iraniano.

Vale la pena di ricordare che l'amministrazione Clinton seguiva la via del riavvicinamento all'Iran, tentando al contempo di tenere sotto controllo l'Iran secondo la dottrina del "doppio contenimento" nei confronti di Iraq e Iran. Questa politica si ricollegava anche alla Draft Defence Guidance (bozza del Documento per la Pianificazione della Difesa) del 1992, scritta da membri delle amministrazioni di Bush padre e figlio.

Vale la pena di ricordare anche che Zbigniew Brzezinski aveva affermato già nel 1979 e ribadito nel 1997 che l'Iran con il suo sistema politico post-rivoluzionario poteva essere cooptato dall'America. [18] La Gran Bretagna nel 2002 e il 2003 assicurò inoltre alla Siria e all'Iran che non sarebbero stati presi di mira e li incoraggiò a collaborare con la Casa Bianca.

Si noti che la Turchia ha recentemente firmato con l'Iran un contratto per un gasdotto che trasporterà il gas verso l'Europa Occidentale. Questo progetto vede anche la partecipazione del Turkmenistan. [19] Sembrerebbe che questo accordo di cooperazione tra Teheran e Ankara indichi una riconciliazione piuttosto che uno scontro con Iran e Siria, ed è in linea con quando disse Brzezinski nel 1997 parlando degli interessi americani.

Anche il governo iracheno sostenuto dagli anglo-americani ha firmato accordi con l'Iran per la costruzione di condotti.

Ancora una volta ci si dovrebbe interrogare sugli interessi dell'America in questo affare, così come delle ottime opinioni espresse sull'Iran dai governanti fantoccio di Iraq e Afghanistan.

C'è qualcosa che non va...
L'attenzione dei media nordamericani e britannici per i commenti positivi su Teheran espressi dai clienti anglo-americani a Baghdad ha qualcosa di sinistro.

Anche se questi commenti da Baghdad e Kabul sul ruolo positivo assunto dall'Iran in Iraq e Afghanistan non sono una novità, lo è l'attenzione dei mezzi di informazione. Il presidente George W. Bush Jr. e la Casa Bianca hanno criticato il primo ministro iracheno per aver detto agli inizi di agosto del 2007 che l'Iran sta avendo un ruolo costruttivo in Iraq. La stampa nordamericana e quella britannica solitamente si sarebbero limitate a ignorare o a rifiutarsi di prender atto di questi commenti. Nell'agosto del 2007 non è stato così.

Il presidente afghano, Hamid Karzai, durante una conferenza stampa congiunta con George W. Bush Jr., ha dichiarato che l'Iran è un forza positiva nel suo paese. Non è strano sentir dire che l'Iran è una forza positiva all'interno dell'Afghanistan perché la stabilità dell'Afghanistan è tutta nell'interesse dell'Iran. La cosa strana è rappresentata dal "dove" e "quando" sono stati espressi questi commenti. Le conferenze stampa della Casa Bianca hanno una coreografia ben pianificata, e bisognerebbe interrogarsi sulla scelta di tempo e luogo per le dichiarazioni del presidente afghano. Subito dopo i commenti del presidente afghano il presidente iraniano è arrivato a Kabul per una visita senza precedenti che deve avere ricevuto l'approvazione della Casa Bianca.

L'influenza politica dell'Iran
Per quanto riguarda l'Iran e gli Stati Uniti, il quadro è sfocato e la linea di separazione tra cooperazione e rivalità è poco chiara. La Reuters e l'Iranian Student's News Agency (ISNA) hanno entrambe riportato che dopo l'agosto del 2007 sarebbe potuta esserci una visita del presidente iraniano a Baghdad. Queste notizie sono emerse proprio prima che il governo statunitense cominciasse a minacciare di etichettare le Guardia Rivoluzionaria iraniana come un'organizzazione terroristica internazionale. Senza insinuare nulla, bisognerebbe osservare che la Guardia Rivoluzionaria e l'esercito americano hanno alle spalle una storia di collaborazione a basso profilo, dalla Bosnia-Herzegovina all'Afghanistan controllato dai talebani.

Il presidente iraniano ha anche invitato i presidenti degli altri quattro stati caspici per un vertice del Mar Caspio a Teheran. [20] Ha invitato il presidente turkmeno quando è andato in visita in Turkmenistan e in seguito i presidenti russo e kazako al summit della SCO nell'agosto del 2007. Anche il presidente della Repubblica dell'Azerbaijan, Aliyev, è stato invitato personalmente durante un viaggio a Baku del presidente iraniano. Il previsto summit del Mar Caspio potrebbe essere simile a quello svoltosi a Port Turkmenbashi, in Turkmenistan, tra i presidenti kazako, russo e turkmeno, e durante il quale è stato dato l'annuncio che la Russia non sarebbe stata esclusa dai contratti per la costruzione di condotti nell'Asia Centrale.

L'influenza iraniana si sta chiaramente rafforzando. Le autorità di Baku hanno anche fatto sapere che espanderanno la cooperazione energetica con l'Iran ed entraranno in contratto per la costruzione di un gasdotto tra Iran, Turchia e Turkmenistan che rifornirà i mercati europei. [21] Questo accordo per la fornitura di gas all'Europa è simile a un contratto per il trasporto dell'energia firmato da Grecia, Bulgaria e Federazione Russa. [22]

A levante, la Siria si impegna in negoziati con Ankara e Baku e sono stati avviati importanti colloqui tra gli americani e Teheran e Damasco. [23]

L'Iran ha anche preso parte a scambi diplomatici con Siria, Libano, Turchia e Repubblica dell'Azerbaijan. Inoltre, a partire dall'agosto del 2007 la Siria ha acconsentito a riaprire gli oleodotti iracheni per il trasporto del petrolio verso il Mediterraneo orientale attraverso il territorio siriano. [24] La recente visita ufficiale in Siria del primo ministro iracheno Al-Maliki è stata descritta come storica da fonti d'informazione come la British Broadcasting Corporation (BBC). Inoltre la Siria e l'Iraq si sono accordate sulla costruzione di un gasdotto dall'Iraq alla Siria, dove il gas iracheno verrà raffinato. [25] Si è detto che questo pacchetto di accordi economici sarebbe all'origine delle tensioni tra Baghdad e la Casa Bianca, ma la cosa è poco chiara. [26]

L'Iran e il Gulf Cooperation Council (GCC) stanno anche programmando di dare il via alla creazione di una zona di libero scambio tra l'Iran e il Consiglio di Cooperazione nel Golfo Persico. Nei mercati di Therean e nella cerchia politica di Rafsanjani si discute anche sulla creazione di un mercato unico tra Iran, Tagikistan, Armenia, Iraq, Afghanistan e Siria. Bisognerebbe indagare sul ruolo americano in questi processi, con riferimento all'Afghanistan, all'Iraq e al GCC.

Sotto la presidenza di Nicholas Sarkozy la Francia ha fatto capire di essere disposta a coinvolgere appieno i siriani se daranno garanzie specifiche a proposito del Libano. Queste garanzie sono legate agli interessi economici e geo-strategici francesi.

Contemporaneamente alle dichiarazioni francesi sulla Siria, Gordon Brown ha lasciato intendere che anche la Gran Bretagna è disposta ad avviare scambi diplomatici sia con la Siria che con l'Iran. Anche Heidemarie Wieczorek-Zeul, ministro tedesco per la cooperazione economica e lo sviluppo, si è impegnata in colloqui con Damasco su progetti comuni, riforma economica e avvicinamento della Siria all'Unità Europea. Questi colloqui, tuttavia, tendono a camuffarsi dietro alle discussioni tra Siria e Germania sull'esodo di massa dei profughi iracheni in seguito all'occupazione del loro paese. Il ministro degli esteri francesi è atteso a Teheran per colloqui sul Libano, la Palestina e l'Iraq. Nonostante le dichiarazioni guerrafondaie degli Stati Uniti e più recentemente della Francia, questi colloqui hanno prodotto speculazioni su una possibile marcia indietro su Iran e Siria. [27]

Ancora una volta tutto ciò fa parte del doppio atteggiamento degli Stati Uniti, che da un lato si preparano al peggio (la guerra) e dall'altro sollecitano la capitolazione diplomatica di Siria e Iran come stati clienti o partner. Quando la Gran Bretagna e la Libia hanno firmato accordi petroliferi e contratti di fornitura di armamenti, Londra ha dichiarato che l'Iran avrebbe dovuto seguire l'esempio libico, e questo è stato ribadito dalla Commissione Baker-Hamilton.

Si è fermata la corsa alla guerra?
Nonostante i colloqui a porte chiuse con Damasco e Teheran, Washington sta comunque armando i propri stati clienti in Medio Oriente. Israele si trova a uno stadio avanzato di preparazione militare per una guerra contro la Siria.

Diversamente da Francia e Germania, gli anglo-americani non nutrono ambizioni di cooperazione con Iran e Siria: l'obiettivo ultimo è la subordinazione politica ed economica.

Inoltre, che si tratti di amicizia o di inimicizia, l'America non può comunque tollerare l'Iran entro i suoi confini attuali. La balcanizzazione dell'Iran, come quella dell'Iraq e della Russia, è un importante obiettivo anglo-americano a lungo termine.

Non si può mai sapere cosa accadrà in futuro. Anche se si intravede del fumo all'orizzonte, non è detto che i piani militari di USA, NATO e Israele debbano necessariamente risultare nella messa in atto della guerra così come è stata programmata.

Sta emergendo una "coalizione sino-russo-iraniana" che costituirebbe la base di una contro-alleanza globale. L'America e la Gran Bretagna, piuttosto che optare per una guerra diretta, potrebbe scegliere di cooptare Iran e Siria attraverso la manipolazione macro-economica e le rivoluzioni di velluto.

Una guerra diretta contro Iran e Siria, comunque, non può essere esclusa. In Medio Oriente e Asia Centrale è davvero in corso una preparazione della guerra sul campo. Una conflitto contro Iran e Siria avrebbe vaste implicazioni a livello mondiale.

Mahdi Darius Nazemroaya risiede a Ottawa ed è uno scrittore indipendente specializzato in Medio Oriente e Asia Centrale. È ricercatore al Centro per la Ricerca sulla Globalizzazione (CRG).

NOTE

[1] Trattato di Buon Vicinato e Cooperazione Amichevole tra la Repubblica Popolare Cinese e la Federazione Russa, firmato e entrato in vigore il 16 luglio 2001, Repubblica Popolare Cinese-Federazione Russa, Ministero degli affari esteri della Repubblica Popolare Cinese.

http://www.fmprc.gov.cn/eng/wjdt/2649/t15771.htm

Seguono gli articoli del trattato rilevanti per la mutua difesa di Cina e Russia contro l'accerchiamento guidato dagli Stati Uniti e i tentativi di smantellare entrambe le nazioni;

ARTICOLO 4

La Parte cinese appoggia la Parte russa nelle sue politiche di difesa dell'unità nazionale e integrità territoriale della Federazione Russa.

La Parte russa appoggia la Parte cinese nelle sue politiche di difesa dell'unità nazionale e integrità territoriale della Repubblica Popolare Cinese.

ARTICOLO 5

La Parte russa riafferma che la posizione sulla questione di Taiwan esposta nei documenti politici firmati e adottati dai capi di stato dei due paesi dal 1992 al 2000 rimane immutata. La Parte russa riconosce che nel mondo esiste solo una Cina, che la Repubblica Popolare Cinese è l'unico governo legale che rappresenti l'intera Cina e che Taiwan è parte inalienabile della Cina. La Parte russa si oppone a qualsiasi forma di indipendenza di Taiwan.

ARTICOLO 8

Le Parti contraenti non entreranno in alcuna alleanza né faranno parte di alcun blocco né intraprenderanno azioni, compresa la conclusione di trattati con un paese terzo, che possano compromettere la sovranità, la sicurezza e l'integrità territoriale dell'altra Parte contraente. Nessuna delle due Parti contraenti consentirà che il suo territorio venga usato da un paese terzo per minacciare la sovranità nazionale, la sicurezza e l'integrità territoriale dell'altra Parte contraente.

Nessuna delle due Parti contraenti consentirà la creazione di organizzazioni o bande sul proprio suolo che possano danneggiare la sovranità, la sicurezza e l'integrità territoriale dell'altra Parte contraente e le attività di tali gruppi andranno proibite.

ARTICOLO 9

In situazioni in cui una delle Parti contraenti giudichi che la pace sia in pericolo o che i suoi interessi in fatto di sicurezza siano in pericolo o quando deve affrontare la minaccia di un'aggressione, le Parti contraenti avvieranno immediatamente contatti e consultazioni per eliminare tali minacce.

ARTICOLO 12

Le Parti contraenti collaboreranno per il mantenimento dell'equilibrio e della stabilità strategici globali e si impegneranno a fondo per promuovere l'osservanza degli accordi basilari relativi alla salvaguardia e al mantenimento della stabilità strategica.

Le Parti contraenti promuoveranno attivamente il processo di disarmo nucleare e la riduzione di armi chimiche, promuoveranno e rafforzeranno i regimi di proibizione delle armi biologiche e intraprenderanno misure per prevenire la proliferazione di armi di distruzione di massa, insieme ai mezzi di trasporto e di utilizzo e alle tecnologie ad esse correlate.

[2] Ibid.

[3] Zbigniew Brzezinski, The Grand Chessboard: American Primacy and Its Geostrategic Imperatives (NYC, New York: HarperCollins Publishers, 1997), p.198. Edizione italiana: La grande scacchiera: la supremazia americana e i suoi imperativi geo-strategici (Milano, Longanesi, 1998).

[4] Ibid., pp. 115-116, 170, 205-206.

Nota: Brzezinski si riferisce a una coalizione sino-russo-iraniana anche come una "controalleanza" ( p.116).

[5] Zbigniew Brzezinski, Out of Control: Global Turmoil on the Eve of the 21st Century (NYC, New York: Charles Scribner's Sons Macmillan Publishing Company, 1993), p.198. Edizione italiana Il mondo fuori controllo (Milano, Longanesi, 1993).

[6] Ibid.

[7] Ibid.

[8] Brzezinski, The Grand Chessboard, Op. cit., p.198.

[9] M. K. Bhadrakumar, "The lessons from Ferghana ", Asia Times, 18 maggio 2005.

http://www.atimes.com/atimes/Central_Asia/GE18Ag01.html

[10] Nick Paton Walsh, "Uzbekistan kicks US out of military base", The Guardian (UK), 1° agosto 2005.

http://www.guardian.co.uk/usa/story/0,12271,1540185,00.html

[11] Vladimir Radyuhin, "Uzbekistan rejoins defence pact", The Hindu, 26 giugno 2006.

http://www.thehindu.com/2006/06/26/stories/2006062604491400.htm

[12] Brzezinski, The Grand Chessboard, Op. cit., p.116.

[13] Glenn Kessler, "In 2003, U.S. Spurned Iran's Offer of Dialogue", The Washington Post, 18 giugno, 2006, p.A16.

http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2006/06/17/AR2006061700727.html

[14] James A. Baker III et al., The Iraq Study Group Report: The Way Forward — A New Approach Authorized ed. (NYC, New York: Random House Inc., 2006), p.51.

[15] Ibid., pp.51, 54-57.

[16] Ibid., pp.50-53, 58.

[17] Ibid., p.114.

[18] Brzezinski, The Grand Chessboard, Op. cit., p.204.

[19] "Iran, Turkey sign energy cooperation deal, agree to develop Iran's gas fields", Associated Press, 14 luglio 2007.

http://www.iht.com/articles/ap/2007/07/14/business/ME-FIN-Iran-Turkey-Energy-deal.php

[20] "Tehran to host summit of Caspian nations Oct.18", Russian Information Agency (RIA Novosti), 22 agosto 2007.
http://en.rian.ru/world/20070822/73387774.html

[21] "Azerbaijan, Iran reinforce energy deals", United Press International (UPI), 22 agosto 2007.

[22] Mahdi Darius Nazemroaya, The March to War: Détente in the Middle East or "Calm before the Storm?", Centre for Research on Globalization (CRG), 10 luglio 2007.

http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va& aid=6281

[23] Ibid.

Vale la pena di osservare che l'Iran ha preso parte a contratti per la costruzione di condotti con la Turchia e a negoziati tra Siria, Libano, Turchia e Repubblica dell'Azerbaijan per la creazione di un corridoio energetico nel Mediterraneo orientale. Questi negoziati si svolgevano mentre sia la Siria che l'Iran avviavano colloqui con gli Stati Uniti dopo il rapporto della Commissione Baker-Hamilton.

[24] "Syria and Iraq to reopen oil pipeline link", Agence France-Presse (AFP), 22 agosto 2007.

[25] Ibid.

[26] Roger Hardy, "Why the US is unhappy with Maliki", British Broadcasting Corporation (BBC), 22 agosto 2007.

http://news.bbc.co.uk/2/hi/middle_east/6958440.stm

[27] Hassan Nafaa, "About-face on Iran coming?", Al-Ahram ( Egypt), n. 859, 23-29 agosto 2007.

http://weekly.ahram.org.eg/2007/859/op22.htm


Originale: http://www.globalresearch.ca/PrintArticle.php?articleId=6688

Tradotto dall'inglese da Manuela Vittorelli, membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft per ogni uso non-commerciale: è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne l'autore e la fonte.