venerdì, novembre 30, 2007

Russia, elezioni parlamentari o plebiscito?

Russia: non elezioni parlamentari ma plebiscito

di Aleksandr Konovalov

Mesi fa la maggioranza degli analisti avrebbe descritto le elezioni della Duma del 2 dicembre come molto prevedibili e prive di intrighi politici.
Ma più le elezioni si avvicinano, più la situazione si fa drammatica e imprevedibile.

La decisione del presidente Vladimir Putin di candidarsi come capolista del partito Russia Unita ha gettato scompiglio nell'intero sistema partitico. La sua mossa ha anche sferrato un duro colpo all'artificiale sistema multipartitico che il Cremlino ha costruito con grande zelo. Entrambe le campagne elettorali, quella parlamentare e quella presidenziale, erano state preparate molto accuratamente, e gli strateghi politici erano entusiasmati dai risultati. La popolarità del presidente era alle stelle e il predominio del partito di governo, Russia Unita, era indiscutibile. I collegi elettorali a singolo mandato e l'affluenza non avevano alcuna importanza, mentre la soglia di sbarramento del 7% garantiva l'assenza di rivali alla Duma.

Le elezioni parlamentari avevano un unico obiettivo: assicurare il controllo della Duma e la sua lealtà nei confronti del Cremlino. In base a tutti le indicazioni, questo compito era stato affidato a tre partiti creati e appoggiati dal Cremlino: Russia Unita, Russia Giusta e Forza Civile. Ma con l'avvicinarsi della data delle elezioni l'allineamento delle forze politiche in Russia è mutato oltre le previsioni.

Le liste elettorali comprendono i nomi di undici partiti, ma non ci sarà una concorrenza leale. I seggi della Duma saranno divisi tra quattro o piuttosto tre partiti politici. Tra i quattro ci saranno Russia Unita, i Comunisti, i Liberal-Democratici e Russia Giusta. I sondaggi mostrano che al momento solo Russia Unita e i Comunisti sono certi di superare la soglia del 7%.

La decisione di Putin di candidarsi come capolista di Russia Unita ha messo in una posizione difficilissima il partito capeggiato da Sergej Mironov, Russia Giusta. Anche nel contesto dell'attuale flessibilità politica, non è facile mettere insieme la lealtà nei confronti di Putin con un atteggiamento fortemente critico nei confronti del suo partito. Russia Giusta intendeva attaccare Russia Unita; però questo è diventato non solo inappropriato ma anche politicamente pericoloso. Per conseguire anche solo un modesto successo e superare la soglia del 7%, Russia Giusta dovrà usare le proprie risorse amministrative ed estromettere dalla corsa elettorale uno dei due partiti, i Comunisti o i Liberal-Democratici, che fino a poco tempo fa avevano buone probabilità di ottenere dei seggi.

I Liberal-Democratici sembrano essere il candidato più probabile all'esclusione, tanto più che il partito e il suo leader Vladimir Žirinovskij stanno stanno attraversando seri problemi. Il problema principale è che nessuno ha più bisogno di questo partito. La maggioranza costituzionale della forza di governo sarà garantita e Žirinovskij potrebbe allontanarsi dalla scena politica come una figura che ha portato a compimento la propria missione storica. È improbabile che il suo partito venga eletto ora che Putin ha deciso di candidarsi per Russia Unita, tanto più che Putin ha dichiarato a un congresso del partito di aver bisogno non di una semplice vittoria, ma di una vittoria schiacciante.

All'inizio sembrava che i seggi della Duma sarebbero andati a Russia Unita, Russia Giusta e i Comunisti, con i primi due partiti a formare una maggioranza costituzionale controllata. I Comunisti sono ben abituati al sistema e non avrebbero creato problemi. Ma Putin ha detto che Russia Unita deve ottenere la maggioranza costituzionale alla Duma da sola. In ogni caso, la nuova Duma sarà più un distaccamento del Cremlino che un'istituzione indipendente del potere legislativo.

Il tentativo di imporre dall'alto elezioni multipartitiche basate su una rappresentanza proporzionale ha prodotto un bizzarro risultato. La Russia sta tornando a un sistema essenzialmente monopartitico, mentre le elezioni parlamentari sono diventate inutili perché trasformate in un plebiscito che darà a Putin un legittimo mandato di indiscutibile leader della nazione. Non c'è praticamente alcun dubbio che lo riceverà. Ma non è chiaro cosa abbia intenzione di farci.

Tra l'altro, il comportamento del presidente negli ultimi mesi non era per niente quello di un presidente uscente. Al contrario: Putin non è mai stato così attivo nel affidare incarichi, che hanno seguito una logica precisa. Ha messo persone di fiducia in posizioni-chiave. La loro abilità nel controllare grossi flussi finanziari è più importante dell'esperienza o della conoscenza della materia. Di fatto, Putin ha creato un sistema di corporazioni gestite dallo stato con bilanci giganteschi e dubbi rientri economici, parallelamente al governo. Non sembra affatto un preludio alle dimissioni e a un cambio di potere. Anzi, queste azioni sono mirate al consolidamento dei vertici economico e politico che lo aiuteranno a restare al potere.

Ci sono tutte le ragioni per credere che il piano del Cremlino sia il seguente. Sostituirà le elezioni con un plebiscito che garantirà a Putin il mandato di leader politico della nazione. Di questa sostituzione si discute già apertamente. Il presidente è coinvolto in vigorose attività propagandistiche, anche se un candidato in carica non sarebbe autorizzato a farlo. Nel corso di incontri pubblici Putin ha sottolineato più di una volta che i suoi successi presidenziali sono dovuti esclusivamente al fatto di aver potuto contare sull'appoggio di Russia Unita. Il grande movimento "Per Putin", ovviamente voluto dall'alto, sta già prendendo slancio.

L'idea di usare le elezioni parlamentari per introdurre la posizione del leader politico nazionale con poteri vaghi è pericolosa per due motivi. In primo luogo, priva la Russia di una procedura costituzionale legale che regoli la successione dei capi di stato. In secondo luogo, questa strada porta alla creazione di due centri di potere paralleli.

Come verrà istituzionalizzato tutto questo? Al Cremlino ci saranno due presidenze, una per il Presidente della Federazione Russa e l'altra per il Leader Nazionale della Federazione Russa? Non sarebbe assurdo? I funzionari statali possono lavorare solo in un sistema che sono in grado di capire. Chi merita più onori? Chi risolverà i problemi correnti? Queste e molte altre domande richiedono risposte nette e inequivocabili. Altrimenti i funzionari si rivolgeranno simultaneamente a entrambi i capi oppure instaureranno la solita gerarchia. In Russia i doppi poteri da sempre destabilizzano e aggravano la lotta politica interna, quando non fanno di peggio.

Aleksandr Konovalov dirige l'Istituto per le Valutazioni Strategiche.

Originale da: Ria Novosti
Articolo originale pubblicato il 29 novembre 2007

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

giovedì, novembre 22, 2007

Afghanistan: i Taliban sul 54% del territorio e la soluzione "Nato+"

Afghanistan: i Taliban sul 54% del territorio e la soluzione "Nato+"

Da Lenin's Tomb

traduzione di Andrej Andreevič


Il think tank pro-occupazione, il Senlis Council, ha diffuso un altro rapporto (in pdf) sull'Afghanistan. Sostiene che la presenza dei Taliban copre ormai almeno il 54% del territorio dell'Afghanistan, e si stanno avvicinando a Kabul. Ignorato dagli opinionisti e dai media, il rapporto suggerisce che i Taliban starebbero rapidamente riscuotendo credibilità politica tra quanti sei anni fa li odiavano. I combattenti internazionali di 'al-Qaeda', si dice, starebbero appoggiando l'insorgenza, ma la gente comune li sostiene sempre di più. Una parte del problema, dice il rapporto, è la catastrofe umanitaria che si sta consumando nonostante le massicce iniezioni monetarie all'interno del paese, che si trova in condizioni peggiori di quelle delle zone più disastrate dell'Africa Subsahariana. Questa mappa descrive la presenza dei Taliban nelle varie parti dell'Afghanistan:




Comunque ciò che è più interessante è il sostegno del Senlis a una politica estremamente dura, come quella che viene imposta dagli imperialisti di entrambe le parti al Congresso statunitense. La proposta è semplice: visto che non c'è intenzione di ritirarsi, a tutti i membri della NATO verrà richiesto un enorme aumento nell'impegno dell'esercito, e la guerra verrà estesa al Pakistan. I Taliban sono conosciuti per la loro capacità di operare attraverso le frontiere, e l'esercito pakistano è riluttante a entrare in battaglia con loro per una serie di motivi. Ovviamente parte della pressione statunitense su Musharraf punta alla sua incapacità di essere una marionetta affidabile, mentre la retorica di Benazir Bhutto sugli 'estremisti' ha chiaramente lo scopo di catturare il vitale elettorato statunitense. Ci sono già stati attacchi attraverso le frontiere, ma un eventuale governo Bhutto o un qualsiasi altro governo pakistano permetterà agli Stati Uniti di operare estesamente in Pakistan? Queste azioni rafforzeranno il movimento popolare di resistenza alla dittatura di Musharraf? Il rapporto non analizza queste domande, né le loro ovvie risposte.

Forse più importante, il rapporto afferma che i 'combattenti stranieri' provenienti da quelli che Brzezinski chiama "i Balcani globali", compresi Pakistan, Uzbekistan e Xinjiang, stanno funzionando come moltiplicatori di forza per l'insorgenza dei Taliban. Quanto di questo è realtà e quanto è frutto di informazioni di 'intelligence' ottenute attraverso tortura o più semplicemente propaganda? A differenza di altre parti del rapporto, che comprende tra le fonti anche alcune ricerche indipendenti, sembra che molto sia stato distillato da think tank e giornali filo-imperialisti occidentali. Ad ogni modo, benché il rapporto prenda una coloritura tecnocratica, il contesto rende chiaro che la soluzione "Nato+" sarebbe un colpo mirato a portare l'Asia meridionale sotto l'egemonia statunitense. Quando sia Obama sia Clinton parlano con insistenza di una potenziale aggressione contro il Pakistan, dobbiamo prenderlo come un segnale di allarme. Questa guerra potrebbe mandare in fiamme l'intera regione.


Originale da:
http://leninology.blogspot.com/2007/11/afghanistan-54-taliban-coverage-and.html

L'altro dibattito di politica militare, quello sull'Iran

L'altro dibattito di politica militare, quello sull'Iran

Missing Links

traduzione di Andrej Andreevič

C'è un'altro dibattito sulle politiche militari in Iraq, e non riguarda il ritiro delle forze convenzionali ma l'installazione di forze non-convenzionali per affrontare l'Iran: un dibattito nel quale è molto importante il fattore tempo, visto che non c'è niente di meglio, per portare avanti questo tipo di preparazione, delle "distrazioni" e della copertura fornita dalle forze convenzionali, e di conseguenza l'idea è che questo piano sia a buon punto quando le truppe se ne andranno.

David L. Grange è un Generale dell'Esercito USA in pensione, presidente e direttore generale della McCormick Tribune Foundation, e fondatore e presidente di un ufficio per operazioni speciali con sede a Washington chiamato ViaGlobal Group. Quando parla di politica militare e del minimizzare la copertura mediatica di questioni importanti dovremmo ascoltarlo.

Assieme a un coautore, e su spunto di vari membri della "comunità delle forze speciali", Grange ha scritto un saggio intitolato "Affrontare l'Iran: Rendere sicure le frontiere irachene: un concetto di operazioni di guerra irregolari". Nella sezione intitolata "Andare avanti", Grange dice che gli Ordini Esecutivi [atti legislativi firmati direttamente dal Presidente degli Stati Uniti N.d.T.] firmati da Bush, come la designazione delle Guardie Rivoluzionarie come organizzazione terrorista, "permettono un approccio più aggressivo nei confronti dell'Iran". E in particolare:

Attraverso questi Ordini, alcune opzioni efficaci per sconfiggere l'influenza iraniana includono: Operazioni Informative, Operazioni di Guerra Non Convenzionali, Zone di Separazione (ZdS) e Zone Demilitarizzate (ZDM), [e fattori rilevanti per compiere questo genere di cose comprendono] il ritiro delle forze Armate statunitensi, i media e la diplomazia.

Parlando di "ritiro delle Forze Armate statunitensi" non intende però dire che questi piani proposti per le forze speciali dipendono da una politica statunitense favorevole alla continuazione delle operazioni regolari in Iraq. Intende piuttosto dire che per poter cominciare queste operazioni di frontiera avrà un ruolo cruciale la copertura fornita dalle operazioni regolari dell'esercito in atto nello stesso momento. Dice infatti:

Il dibattito su un'applicazione efficace delle Operazioni delle Forze Speciali in Iraq dipende anche da quando gli Stati Uniti ritireranno le proprie forze convenzionali di terra. Mentre le forze convenzionali minacciano alcune iniziative non convenzionali e disturbano alcune operazioni di controinsorgenza, il personale e le attività delle OFS possono trarre benefici dal nascondersi e mescolarsi tra le attività delle forze armate per schermare movimenti sensibili delle OFS. La distrazione delle forze convenzionali nei confronti di media e insorti può fornire altro tempo per costruire campi e reti di comunicazione per le OFS, mentre un gran numero di elementi delle forze armate rimarrebbero sul campo. Le OFS possono gradualmente mettere in atto un piano per isolare le proprie attività. I piani delle OFS dovrebbero cominciare immediatamente, a patto che [vuole dire "mentre"] gli elementi militari convenzionali restino in Iraq, così che la copertura dei media posta continuare a concentrarsi sul "surge", i contractor del Dipartimento di Stato, le bombe artigianali ai lati delle strade, la violenza settaria e le autobombe.

In altre parole, è una proposta strettamente legata al fattore tempo. È ora di iniziare a installare i campi e le reti nelle regioni di confine, dice Grange, prima che le forze convenzionali si ritirino, così che le operazioni delle Forze Speciali possano avvantaggiarsi della copertura fornita dalle operazioni su larga scala delle forze armate convenzionali, e la "distrazione" dei media legata alla loro presenza e alle loro operazioni. Per Grange, in altre parole, il dibattito sul ritiro delle truppe statunitensi ha un significato molto diverso da quello che l'opinione pubblica conosce.

Per quanto riguarda il genere di attività che saranno permesse dagli Ordini Esecutivi di Bush, Grange cita innanzitutto le "Operazioni di Informazione". Potete leggere l'intero pezzo nell'articolo sotto il titolo omonimo, ma in breve Grange dice che, oltre agli Ordini Esecutivi statunitensi, la Carta delle Nazioni Unite permette di porre degli embargo in caso di aggressione militare, e dice che un "embargo elettronico", che bloccherebbe le comunicazioni elettroniche iraniane col resto del mondo, sarebbe molto più efficace di un embargo convenzionale, e aggiunge:

Se l'Iran dovesse scegliere di opporsi a un embargo emanato su mandato delle Nazioni Unite (che farebbe riferimento alle condizioni della Carta dell'ONU sugli embargo), con attacchi cibernetici contro gli Stati Uniti o l'Occidente, si esporrebbe a operazioni su larga scala da parte degli Stati Uniti, di una coalizione comandata dagli USA o (con l'approvazione delle Nazioni Unite) di una forza d'intervento delle Nazioni Unite secondo l'articolo 42.

In altre parole, guerra.

Ma anche in assenza di un embargo elettronico totale, secondo Grange dovrebbe aver luogo una campagna di operazioni di informazione attraverso mezzi convenzionali, incluse radio e così via, per diffondere la disinformazione e il sabotaggio:

I contenuti saranno finalizzati a sabotare, generare sfiducia, persuadere, falsificare, mostrare arrendevolezza [?] e accattivarsi le simpatie, e verranno moltiplicati dal passaparola, specialmente tramite diffusione televisiva [!] all'interno del territorio iraniano.

Dopo aver continuato per un po' a parlare delle operazioni di informazione, Grange passa a parlare dei Metodi di Guerra Non Convenzionali (MGNC). Parla della definizione di MGNC data dal Dipartimento della Difesa statunitense, e ricorda che gli Stati Uniti usarono i kurdi in questo genere di cose per aiutare lo Scià negli anni settanta (osservando inoltre che in questo caso il ruolo potrebbe essere svolto dai Mujaheddin-e Khalq), parla per un po' dell'esperienza del Laos e quindi dice:

Attraverso le MGNC gli Stati Uniti possono compiere un'ampia gamma di operazioni militari e paramilitari, condotte attraverso gli indigeni o loro surrogati locali, per perseguire atti di sovversione, sabotaggio, attività dei servizi, reclutamento di agenti e atti di guerra…

E con questo non intende un qualche tipo di operazione temporanea. Grange ha in mente un programma di operazioni speciali con basi nell'area di confine per i prossimi anni a venire. Ne parla così:

La durata dell'operazione delle Forze Speciali dovrebbe essere calcolata in anni… Le attività a lunga scadenza ottengono la fiducia della gente e generano una condivisione di informazioni affidabili… La fiducia verrà costruita in anni di presenza delle Forze Speciali attraverso un'intensa attività medica, di costruzione, di progettazione e assistenza educativa… Queste scuole dovrebbero concentrarsi sui bambini al fine di creare future relazioni e costruire nell'immediato ponti di comunicazione e sensori locali per raccogliere informazioni sui movimenti degli avversari.

Nella sezione "Media" Grange dice che dovrebbero essere fatti sforzi per cercare di minimizzare la copertura mediatica delle operazioni delle Forze Speciali, avendo cura di evitare notizie inventate e bugie, che ne hanno minato la credibilità durante la guerra del Vietnam. Ai giornalisti e alle organizzazioni informative bisognerebbe ricordare che i loro reportage possono colpire negativamente le truppe, e che i giornalisti feriti costituiscono un'ulteriore perdita di risorse.

Potete leggere questo e altro al sito SmallWarsJournal linkato sopra. E se siete un ufficiale del governo e la sua idea di "embargo elettronico" vi è piaciuta, sapete a chi rivolgervi: sembra che si tratti di una delle specialità del gruppo di Grange, la ViaGlobal, che sul proprio sito internet dice di sé:

Operazioni informative
Nel mondo di oggi non abbiamo più a che fare solo con minacce e sfide da parte di stati nazione che rispondono alle tradizionali sfere di influenza militare, diplomatica ed economica. Il nuovo paradigma richiede un'organizzazione in grado di:
- anticipare conflitti o fallimenti degli stati;
- dar forma agli eventi o mitigarne gli effetti;
- utilizzare un'influenza basata sull'influenza.

Le Operazioni informative sono diventate strumenti necessari ed essenziali della diplomazia statunitense, delle forze militari e degli affari internazionali. Affrontare le minacce odierne richiede:

- conoscenza del terreno umano;
- comprensione delle sfumature culturali;
- capacità di influenzare efficacemente il nemico e chi lo aiuta.


Originale:
http://arablinks.blogspot.com/2007/11/other-military-policy-debate-one-about.html

lunedì, novembre 19, 2007

Terza guerra mondiale: cosa c'entra l'Iran?

Terza guerra mondiale: cosa c'entra l'Iran?

di Aleksandr Koldobskij
vice direttore dell'Istituto per le relazioni internazionali

Nicolas Sarkozy ha dichiarato di recente a Washington che sarebbe possibile risolvere il problema nucleare iraniano per mezzo di sanzioni prese dalle Nazioni Unite e dall'Unione Europea, ma si è affrettato a esprimere una riserva sulla "volontà di dialogare con Teheran". Secondo il presidente francese, se il possesso di armi nucleari da parte dell'Iran è inammissibile il perseguimento del "nucleare pacifico" dovrebbe essere consentito a tutti, anche a quel paese.

È improbabile che questo atteggiamento nei confronti della questione iraniana sia piaciuto all'ospite George W. Bush. Infatti non molto tempo prima il presidente americano aveva fatto un appello per "impedire all'Iran di accedere alle tecnologie nucleari al fine di evitare una terza guerra mondiale".

"La parola è un simbolo della rappresentazione della realtà". In base a questa definizione logica è possibile concludere che se George Bush ha nominato la terza guerra mondiale significa che ne ha una nozione reale. Ma quale potrebbe essere lo scenario?

Nessuna logica può contribuire a spiegare il collegamento tra terza guerra mondiale e Iran. L'Iran non è nelle condizioni di guidare alcuna significativa coalizione in una guerra mondiale, né adesso né in un prevedibile futuro. Così come non può neanche rappresentare un casus belli per lo scontro di tali coalizioni. Qualsiasi avventura militare da parte dell'Iran porterebbe istantaneamente alla sconfitta e alla sparizione di questo stato dalla carta politica del mondo. Inoltre, se gli eventi dovessero prendere questa piega, l'Iran non potrebbe sperare di attirarsi alcuna simpatia.

D'altro canto, non è possibile escludere un'operazione militare statunitense in Iran. Le conseguenze di una tale follia politica sarebbero pesantissime, sia per Teheran che per Washington. Quello che sta ora accadendo in Iraq sembrerebbe un gioco a guardie e ladri, in confronto. Ma neanche in quel caso scoppierebbe una terza guerra mondiale. Nelle condizioni attuali una guerra mondiale potrebbe essere innescata solo dallo scontro militare diretto tra le maggiori potenze nucleari, e questo significherebbe anche la fine della storia.

Le posizioni della Russia e degli Stati Uniti rivestono un'importanza cruciale nello scenario di un'ipotetica terza guerra mondiale, perché le armi nucleari di questi paesi (a differenza degli altri Stati, compresi quelli nucleari) svolgono un ruolo fondamentale nel mondo contemporaneo. Sarebbe non solo politicamente ingenuo ma anche formalmente sbagliato dire che le due superpotenze non sarebbero trascinate nel conflitto. L'alleanza tra questi due paesi renderebbe immediatamente impossibile per definizione una terza guerra mondiale. Ma se per Bush la terza guerra mondiale è possibile, allora lo è anche uno scontro militare di grandi proporzioni tra gli Stati Uniti e la Russia.

In un'epoca "pre-nucleare", per riprendere le parole del teorico militare tedesco Karl von Clausewitz , la guerra poteva ancora essere considerata come la continuazione della politica con altri mezzi. Ma una guerra tra due potenze che detengono un arsenale nucleare ad altissimo potenziale è per definizione una guerra in cui non possono esserci vincitori. Tutti i sogni di una vittoria militare si scontrerebbero con l'inevitabile prospettiva di bruciare nelle fiamme della rappresaglia nucleare. È solo una questione di tempi: colpire per primo significa morire per secondo.

Dato che il presidente degli Stati Uniti parla di terza guerra mondiale in un discorso in cui la minaccia iraniana è "tirata per i capelli", le conclusioni per la Russia non possono che essere allarmanti. Il messaggio del presidente americano è il seguente: per conseguire i propri obiettivi gli Stati Uniti sono pronti a scatenare la terza guerra mondiale, senza prestare attenzione né ascolto ad alcuno. La logica elementare non consente altre conclusioni.

Resta solo da sperare che le parole di George Bush appartengano alla stessa categoria dei discorsi in cui ha confuso il Brasile con la Bolivia, l'Austria con l'Australia (anche se non si capisce con cosa possa essere confusa la terza guerra mondiale). Se i viennesi si sono limitati a scrivere sarcasticamente sui manifesti "In Austria non ci sono i canguri!", nell'altro caso non si tratta solo di ignoranza, ma di arrogante disprezzo nei confronti delle sorti dell'umanità, americani inclusi. Si tratta di un'arroganza esercitata non a livello nazionale, ma a livello socio-biologico, perché la terza guerra mondiale e la scomparsa della civiltà umana dalla faccia della terra sono sinonimi.

Originale da: http://rian.ru/analytics/20071109/87356610.html

Articolo originale pubblicato il 9 novembre 2007.

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

mercoledì, novembre 07, 2007

Un Ottobre per noi, per la Russia e per il mondo intero

Un Ottobre per noi, per la Russia e per il mondo intero
Appello di 17 intellettuali e artisti russi

Non sorprende che il novantesimo anniversario della Rivoluzione d'Ottobre in Russia sia diventato oggetto di vasta attenzione. Gli eventi dell'ottobre del 1917 furono, di fatto, un terremoto che scosse il mondo, alterandone le fondamenta economiche, sociali e culturali. Molti mezzi di informazione raffigurano questo fenomeno di portata storica mondiale come un semplice colpo di stato messo in atto da un manipolo di cospiratori e avventurieri con l'aiuto dei servizi di sicurezza occidentali. È circolato di tutto: sfacciate bugie, distorsioni dei fatti e calunnie su coloro che presero parte a questo evento importantissimo e lo capeggiarono. Ancora oggi si ripetono le vecchie fiabe secondo le quali il "colpo di stato d'Ottobre" fu messo in atto dall'"agente dei tedeschi" Lenin e dalla "spia degli anglo-americani" Trockij, teorie che pure sono state respinte da autorevoli studiosi di diversi paesi. Intanto il popolo russo viene dipinto come una massa di burattini nelle mani di "estremisti rivoluzionari", anche se la rivoluzione non avrebbe potuto avere inizio né tanto meno trionfare senza che la popolazione giocasse un ruolo decisivo.

Non una cospirazione, ma una rivoluzione sociale
La Rivoluzione di Ottobre non fu innescata da cospiratori o da agenti di potenze straniere. Fu un terremoto sociale, un uragano, uno tsunami che nessuno avrebbe potuto provocare semplicemente evocandolo. La rivoluzione nacque dalla logica interna degli eventi, quando una moltitudine di fonti di malcontento popolare confluirono in un unico potentissimo flusso. Interpretare questo come il prodotto di una cospirazione è quanto meno strano. Se così fosse, perché fu instaurato un nuovo governo al posto del vecchio in un paese così grande e in tempi così brevi, e perché il popolo russo non si limitò ad appoggiare questo governo ma lo difese con le armi durante la Guerra Civile?

Per qualche ragione, i detrattori del "Colpo di stato di Ottobre" dimenticano la crisi profonda in cui la Russia era stata gettata dalla monarchia zarista e dal Governo Provvisorio successivo. Ipnotizzate dallo slogan "Guerra fino alla vittoria finale!", le autorità si rifiutarono di tener conto delle reali necessità della popolazione. I detrattori dimenticano anche la disintegrazione spontanea della monarchia alla vigilia della rivoluzione, nonostante siano davanti agli occhi di tutti gli intrighi infiniti nella corte zarista, le sconfitte militari e infine l'abdicazione di Nicola II, l'autocrate e comandante in capo dell'esercito russo. Anche il governo borghese che rimpiazzò la monarchia si dimostrò impotente, e non riuscì ad affrontare le grandi sfide di allora: la necessità di fermare la guerra e di dare la terra ai contadini.

L'Ottobre del 1917 segnò il culmine della grande rivoluzione sociale russa del ventesimo secolo. Fu guidato da socialdemocratici rivoluzionari che prima di altri avevano riconosciuto i bisogni e le speranze della gente, i problemi pressanti della società russa che esigevano una soluzione. Tra i capi, il ruolo decisivo fu svolto naturalmente da Vladimir Il' Uljanov e dai suoi più stretti collaboratori.

Nessuno dei capi della Rivoluzione d'Ottobre era privo di colpe, ma è sbagliato sia demonizzarli che idolatrarli. Le calunnie che oggi vengono accumulate su questi personaggi non hanno alcun fondamento reale. Non erano al servizio di nessuno, solo dei loro ideali rivoluzionari. Nessuna tentazione terrena, come il denaro o le comodità accessorie della prosperità filistea, aveva per loro alcun significato. Misuravano le loro vite basandosi su criteri supremi, spendendosi al servizio della libertà e della felicità degli oppressi e dei diseredati.

Le rivoluzioni non possono essere ridotte alla violenza
La Rivoluzione d'Ottobre è spesso definita un "rovesciamento violento" dell'ordine. Eppure il "rovesciamento" vero e proprio, a Pietrogrado, avvenne quasi senza vittime. Non siamo certo fautori della violenza, ma riconosciamo che essa è inevitabile in particolari fasi dell'evoluzione storica, quando è legata alla presenza di antagonismi nazionali e di classe. La rivoluzione è di fatto associata per molti aspetti con la violenza, come fu chiaro per esempio nelle rivoluzioni borghesi nei Paesi Bassi, in Inghilterra, in Francia e via dicendo. L'abolizione dello schiavismo negli Stati Uniti fu accompagnata dal conflitto più sanguinoso dell'Ottocento, la Guerra Civile americana. In Russia, la fine del feudalesimo fu anch'essa accompagnata da guerre e da rivoluzioni.

Questi sviluppi non erano il prodotto di macchinazioni o intrighi politici, ma della crisi del vecchio sistema e dell'impossibilità di risolvere problemi secolari in modo graduale. La gente ricorre alla violenza rivoluzionaria in casi particolari, quando la classe dirigente, accecata dall'avidità di arricchirsi e di conservare i propri privilegi, trascura il benessere della popolazione. Le classi diseredate allora non possono far altro che prendere in mano il proprio destino. Questa è la principale lezione della Rivoluzione russa del ventesimo secolo.

Allo stesso tempo, la rivoluzione sociale non può essere ridotta unicamente alla violenza, soprattutto alla violenza armata. Il suo obiettivo ultimo è gettare le basi di un mondo nuovo, creare migliori condizioni di vita per tutti e non solo per le élite sociali. In questo senso, tali rivoluzioni sono davvero le locomotive della storia e accelerano il suo progresso.

L'eredità della Rivoluzione d'Ottobre
La storia di diversi paesi è stata contrassegnata dalle lotte dei lavoratori contro il capitalismo. Solo in Russia, però, queste azioni hanno assunto una tale portata. La Russia divenne per questo l'epicentro mondiale, dove tutte le questioni fondamentali del mondo contemporaneo si intersecarono e dove si risolse la fondamentale malattia del capitalismo, il conflitto tra lavoro e capitale. Furono solo i lavoratori russi che ebbero la volontà e la determinazione di trovare una via d'uscita da questo conflitto, non solo rovesciando il capitalismo, ma avviando anche la transizione verso un sistema sociale più progressista, il socialismo.

Come in precedenza la Comune di Parigi, la Rivoluzione d'Ottobre mise il potere nelle mani delle classi sociali più basse, gli operai e i contadini, e degli elementi dell'intelligencija che riflettevano i loro interessi. La rivoluzione affermò i soviet come la forma più democratica, garantendo a una popolazione stanca della guerra la pace lungamente attesa e il diritto all'auto-determinazione. Elevando milioni di lavoratori alla possibilità di esercitare la propria creatività sociale, la rivoluzione mostrò chiaramente che non sono solo le "élite" a poter essere il soggetto e il demiurgo della storia.

Grazie alla Rivoluzione d'Ottobre nel mondo apparvero due sistemi sociali contrapposti, una circostanza che contribuì molto a determinare il successivo sviluppo dell'umanità. Grazie all'influenza dell'Ottobre sorsero movimenti di liberazione nazionale e nello stesso sistema capitalistico presero il via le riforme. Sotto l'impatto della Rivoluzione russa si disintegrarono gli imperi coloniali e crollarono regimi monarchici ormai da molto tempo superati.

La Rivoluzione d'Ottobre mise in moto un'idea unificante sovranazionale e sovraconfessionale, l'idea della giustizia e della liberazione sociale. Sulla base di questa idea sorse per la prima volta nella storia un'unione volontaria di popoli con eguali diritti, l'Unione Sovietica. Le idee e le iniziative dell'Ottobre erano in accordo con gli obiettivi e gli scopi vitali di molti grandi delle scienze e delle arti: Timirjazev e Vernadskij, Platonov e Majakovskij, Šolochov e Eizenštejn. Il progresso verso il futuro socialista innescato dalla Rivoluzione d'Ottobre fu attivamente appoggiato da importanti figure del ventesimo secolo come George Bernard Shaw, Picasso, Einstein e Ciolkovskij.

La varietà della storia sovietica
La Rivoluzione d'Ottobre fu il punto d'inizio della storia sovietica, che non prese la forma diritta e spianata della Prospettiva Nevskij. La storia sovietica incluse grandi conquiste e spaventose tragedie. Sappiamo benissimo che, dopo il trasferimento pacifico del potere ai lavoratori nella maggior parte delle province della Russia, ebbe inizio una sanguinosa guerra civile accompagnata dall'intervento straniero e dal terrore Bianco e Rosso.

Essendo prive di importanti esperienze storiche, le autorità sovietiche fecero naturalmente molti errori. Uno di questi fu la politica del "comunismo di guerra", un prodotto della generale crisi nazionale. Bisogna riconoscere che i bolscevichi lo respinsero e scelsero la Nuova Politica Economica (NEP), il primo modello storico che combinò i principi del socialismo e del capitalismo. Molte caratteristiche della NEP furono in seguito riprodotte nel contesto dello sviluppo di vari paesi europei e della Cina. La NEP consentì anche di curare rapidamente le ferite della guerra, e di risollevare l'economia russa ai livelli prebellici.

Basandosi sull'esperienza della Nuova Politica Economica Lenin elaborò un piano di sviluppo futuro dello stato sovietico, un piano che prevedeva cambiamenti politici ed economici radicali. Tali trasformazioni erano mirate soprattutto a conseguire rapidi progressi nello sviluppo dell'energia, della cultura e dell'istruzione, aree che erano decisive nel ventesimo secolo e lo sono anche nel ventunesimo. Questi cambiamenti avevano come presupposto la democratizzazione del sistema politico coinvolgendo i lavoratori nella gestione dello stato e il rinnovamento del partito. Una delle mosse progettate da Lenin era l'allontanamento di Josif Stalin dalla carica di segretario generale. Già allora Stalin dimostrava una tendenza alla slealtà, alla rozzezza e all'abuso di potere.

Questi piani, tuttavia, erano destinati a restare irrealizzati. Pur dichiarando come proprio obiettivo il socialismo, il regime autoritario che si consolidò dopo la morte di Lenin fu spesso in conflitto con in principi del socialismo. Le libertà politiche dei cittadini che erano state proclamate dalla rivoluzione furono ampiamente violate. Il prezzo pagato per l'industrializzazione e la collettivizzazione forzata fu esorbitante. In breve, il potere popolare dei primi anni della rivoluzione degenerò nel governo della burocrazia e del suo leader Stalin. Consideriamo un crimine le imponenti repressioni staliniste e la violazione dei diritti dell'individuo e di intere nazionalità nell'Unione Sovietica. Tutto questo screditò gli ideali della rivoluzione e del socialismo.

Pur riconoscendo questi fatti non accettiamo le bugie pseudostoriche e una propaganda sorprendentemente di parte nella valutazione dell'intera storia sovietica. Questa storia fu molto varia; al suo interno le tendenze democratiche e burocratiche entrarono in conflitto e si rimpiazzarono a vicenda. Così le libertà della NEP furono rimpiazzate dal totalitarismo staliniano, al quale subentrò il "disgelo" chruščeviano. In seguito l'autoritarismo di Brežnev fu sostituito dalla perestrojka, che proclamò come proprio obiettivo la creazione di un socialismo umano e democratico.

La storia di tutti i paesi è oggetto di discussione e di dibattito. Le crudeltà delle guerre coloniali britanniche e francesi e della schiavitù negli Stati Uniti non furono migliori del gulag sovietico. E comunque questo non ostacolò le conquiste sociali e culturali di quei paesi. Perché allora tali conquiste dovrebbero essere negate al popolo sovietico, che riportò una grande vittoria sul fascismo, creò una letteratura e una cultura inimitabili, costituì un sistema ampiamente accessibile di welfare sociale per la popolazione e fu un pioniere dello spazio? Non va dimenticato che l'Ottobre liberò un'energia creativa senza precedenti. Fece sì che masse di persone creassero una nuova società; portò alla realizzazione di molte delle idee dell'internazionalismo; e permise agli strati più oppressi della società russa di entrare in contatto con le vette della cultura nazionale e mondiale. Né bisognerebbe cancellare dalla storia sovietica l'entusiasmo delle masse che si concretizzò nelle conquiste della scienza e della tecnologia. Il romanticismo rivoluzionario e l'eroismo di milioni di cittadini sovietici si manifestarono qui chiaramente.

Perché è crollato il modello sovietico
Va notato che abbiamo diversi punti di vista sulla natura del sistema sociale che esisteva nell'Unione Sovietica. Tuttavia concordiamo sul fatto che il rifiuto dei principi del potere del popolo, dell'internazionalismo, della giustizia e dell'umanesimo nati dalla Rivoluzione d'Ottobre è destinato a portare prima o poi alla catastrofe una società che stia costruendo il socialismo. Questo è ciò che è accaduto nell'Unione Sovietica.

I limiti posti all'iniziativa creativa della popolazione sotto il regime totalitario restrinsero drammaticamente le opportunità di crescita dell'economia sovietica. La carenza dei beni di consumo fu una delle sue caratteristiche. Di conseguenza, non riuscimmo a portare il benessere dei lavoratori ai livelli noti in altri paesi sviluppati, e questa fu una delle cause del crollo del sistema sovietico. Un'altra causa fondamentale fu la mancanza di una vera democrazia economica e politica, che divenne particolarmente intollerabile quando nel mondo si diffuse la rivoluzione della tecnologia e dell'informazione. Una delle conseguenze di ciò fu la completa alienazione delle autorità burocratiche e del partito dai lavoratori. Il tentativo di superare questa alienazione durante la perestrojka non diede i risultati sperati. In breve, il collasso dell'Unione Sovietica e del governo sovietico divennero realtà. Ne approfittarono le forze politiche che sciolsero l'Unione Sovietica e portarono la Russia verso l'instaurazione di un selvaggio capitalismo oligarchico, caratterizzato da una massiccia disoccupazione, un crollo degli standard di vita per la popolazione, una profonda stratificazione sociale, un nazionalismo rampante e una crescente criminalità.

Il fallimento del modello sociale sovietico non significa che gli ideali dell'Ottobre fossero falsi. Come i principi del cristianesimo non avevano alcuna colpa per le pratiche dell'Inquisizione, il totalitarismo staliniano non è riuscito a distruggere gli ideali della Rivoluzione. Il socialismo come causa storica non può essere realizzato all'improvviso. Appare ora una nuova generazione di giovani, giovani che non accettano il capitalismo come sistema. Ci sono tutte le ragioni per sperare che questa generazione sia capace di dare nuova vita agli ideali della Rivoluzione d'Ottobre.

Da cosa dipende la grandezza della Russia moderna
Le idee della Rivoluzione d'Ottobre univano non solo gli internazionalisti proletari, ma anche i sostenitori del rafforzamento e dello sviluppo dello stato russo. Queste idee aprirono la strada a chi voleva portare la cultura nazionale russa fino ai confini e anche altri paesi: si trattava di persone che condividevano sentimenti patriottici e che erano pronte a difendere la patria sovietica contro i potenziali aggressori. La forza di questo sentire fu evidente durante la Grande Guerra Patriottica, quando si difese la sovranità dell'URSS e le conquiste dell'Ottobre.

La Rivoluzione d'Ottobre mostrò la grandezza di spirito del popolo russo, che propose una via alternativa, non capitalista verso il progresso nazionale. Vedere la rivoluzione come una cospirazione di forze estremiste è pericoloso anche perché fornisce argomenti all'interpretazione anti-russa della storia, che vede la Russia come imprevedibile e dunque come una costante minaccia per il mondo. Dalla Russia, dicono i sostenitori di questa teoria, ci si può aspettare solo sviluppi negativi; dunque il paese va tenuto a bada, e la sua ricchezza naturale, il suo potenziale energetico e le sue risorse intellettuali devono essere sottoposte a controllo e sfruttamento.

La Russia di oggi deve pacatamente confutare queste affermazioni provocatorie, e mantenere la rotta. La grandezza della Russia non consiste nel copiare ciecamente gli esempi stranieri, e tanto meno in un senso di superiorità verso gli altri popoli, ma nell'affidarsi ai talenti e alle capacità creative della sua popolazione, come pure nell'assimilazione della conoscenza e dell'esperienza elaborate dalla cultura e dalla civiltà mondiali.

La Russia è capace di ridiventare una grande potenza, e i suoi nemici saranno costretti a tenerne conto. Ma questo succederà solo se il paese riuscirà a superare la povertà e la profonda stratificazione sociale della sua popolazione, migliorerà qualitativamente il livello di vita dei suoi cittadini, amplierà i loro diritti sociali e democratici e riuscirà a conservare il meglio del suo passato.

* * *

È difficile sopravvalutare l'importanza storica della Rivoluzione d'Ottobre. Le sue conseguenze positive sono ovvie. Un terzo dell'umanità si è già incamminato sulla strada aperta dalla rivoluzione. Oggi molti paesi proseguono su quella strada, imparando dalle sconfitte e dalle tragedie passate. L'Ottobre ha dimostrato che un altro mondo, più giusto, è possibile. Tutta una serie di forze politiche e sociali, paesi e popoli, stanno ora lottando per questo nuovo mondo. Lo dimostra la nuova ondata di trasformazioni sociali, che si manifesta con impeto particolare in vari paesi dell'America Latina e dell'Asia.

La Rivoluzione d'Ottobre era e rimane il nostro destino, e non possiamo respingere questa parte così importante della storia russa. Gli errori ci sono stati sempre e ovunque, e neanche le grandi rivoluzioni del passato sono riuscite a evitarli. Ciononostante, gli anniversari di queste rivoluzioni si festeggiano in tutti i paesi, anche a livello ufficiale. Solo in Russia non è così. In Russia continua la denigrazione del passato rivoluzionario del paese.

Alla vigilia del novantesimo anniversario della Rivoluzione d'Ottobre, alziamo le nostre voci contro questa pratica denigratoria. Il popolo deve riavere la festa della rivoluzione e la verità sull'Ottobre. Non dobbiamo dimenticare che apparteniamo a un paese la cui storia comprende una grande rivoluzione. Possiamo e dobbiamo esserne fieri.


1. Arslanov V., Dottore in Storia dell'Arte, professore, Accademia Russa dell'Istruzione

2. Bagaturija G., Dottore in filosofia, professore, Università Statale di Mosca Lomonosov

3. Buzgalin A., Dottore in economia, professore, Università Statale di Mosca Lomonosov

4. Dzarasov S., Dottore in economia, Accademia Russa delle Scienze

5. Galkin A., Dottore in storia, professore, Accademia Russa delle Scienze

6. Istjagin L., Dottore in storia, Accademia Russa delle Scienze

7. Kelle V., Dottore in filosofia, Accademia Russa delle Scienze

8. Kolganov A., Dottore in economia, Università Statale di Mosca Lomonosov

9. Loginov V., Dottore in storia, professore, Accademia Russa dell'Istruzione

10. Medvedev R., Dottore in storia

11. Rudyk E., Dottore in economia, Accademia Russa del lavoro

12. Serebrykova Z., Dottore in storia

13. Shatrov M., scrittore

14. Slavin B., Dottore in filosofia, professore, Università Pedagogica di Stato di Mosca

15. Smolin O., Dottore in filosofia, professore, MP

16. Voeikov M., Dottore in economia, Accademia Russa delle Scienze

17. Vorobiev A., accademico, Accademia Russa delle Scienze

Originale da: http://www.alternativy.ru/node/424

lunedì, novembre 05, 2007

A 90 anni dalla Dichiarazione Balfour

2 novembre 1917: una data che vivrà nell'infamia.
A 90 anni dalla Dichiarazione Balfour.
di Mazin Qumsiyeh

Passo sulla dichiarazione Balfour estratto dal libro Sharing the Land of Canaan: Human Rights and the Israeli Palestinian Struggle, di Mazin Qumsiyeh, e breve commento sulla sua rilevanza per gli eventi attuali (la guerra contro l'Iraq e quella imminente contro l'Iran):

I fatti che condussero all'appoggio della Gran Bretagna e della Francia alle aspirazioni sioniste hanno ricevuto scarsa attenzione storica. Esaminando i documenti di nazioni influenti come Francia e Gran Bretagna notiamo la presenza di dichiarazioni di supporto alle aspirazioni sioniste. Cominciò la Francia, con una lettera di Jules Cambon, Segretario Generale del Ministero degli Esteri francese, a Nahum Sokolow (allora capo dell'ala politica dell'Organizzazione Sionista Mondiale con sede a Londra) datata 4 giugno 1917:

"Siete stati così gentili da informarmi del vostro piano riguardo l'espansione della colonizzazione ebraica della Palestina. Mi avete comunicato che, se le circostanze lo consentissero e se d'altro canto fosse garantita l'indipendenza dei luoghi sacri, sarebbe cosa equa e giusta se le forze alleate contribuissero alla rinascita della nazionalità ebraica sulla terra da cui il popolo ebraico fu esiliato secoli fa. Il Governo francese, che è entrato in guerra per difendere un popolo ingiustamente attaccato, e che continua a combattere per assicurare la vittoria della giustizia sulla forza, non può che simpatizzare per la vostra causa, il cui trionfo è legato a quello degli Alleati. Sono dunque felice di potervi dare questa assicurazione".

Circa cinque mesi dopo, il 2 novembre 1917, il Ministro degli Esteri britannico James Balfour fece pervenire a Lord Rothschild una simile dichiarazione di simpatia per le aspirazioni sioniste. Affermava infatti:

"Il Governo di Sua Maestà vede con favore la costituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico, e si adopererà per facilitare il raggiungimento di questo scopo, essendo chiaro che nulla deve essere fatto che pregiudichi i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche della Palestina, né i diritti e lo status politico degli ebrei nelle altre nazioni".

I palestinesi e altre componenti del mondo arabo si allarmarono immediatamente. Questa dichiarazione fu diffusa quando la Gran Bretagna non aveva alcuna giurisdizione su quell'area, e fu fatta senza consultare gli abitanti della terra destinata a diventare un "focolare nazionale per il popolo ebraico". La dichiarazione voleva anche proteggere "i diritti e lo status politico" degli ebrei che non scegliessero di emigrare in Palestina. Ai palestinesi ci si riferiva invece semplicemente come a non-ebrei e non veniva fatta menzione dei loro diritti politici ma solo dei loro diritti "civili e religiosi". Lord Balfour scrisse in una nota privata a Lord Curzon, suo successore al Foreign Office (Curzon inizialmente si oppose al Sionismo) l'11 agosto 1919:

"Perché in Palestina non ci proponiamo di avviare consultazioni per conoscere i desideri degli attuali abitanti... Le quattro grandi potenze si sono impegnate con il Sionismo e il Sionismo, giusto o sbagliato, bene o male che sia, è radicato in una tradizione secolare, in esigenze attuali e future speranze che hanno una portata più vasta e profonda dei desideri e dei pregiudizi dei 700.000 arabi che ora abitano quella terra antica".

Le dichiarazioni Cambon e Balfour sono due documenti che dimostrano l'appoggio dato all'entità sovranazionale sionista, un appoggio che contribuì a concederle il controllo su una terra che nessuno dei due governi all'epoca controllava. Alcuni autori britannici hanno fornito delle spiegazioni per questo appoggio motivandolo con un quid pro quo per il contributo di Weizmann all'impegno bellico britannico con mezzi come lo sviluppo di migliori sostanze chimiche per gli esplosivi. Secondo alcuni, la spiegazione va cercata semplicemente nella situazione interna della Gran Bretagna, caratterizzata da un gran numero di sionisti sia al governo sia nell'elettorato. Si potrebbe anche affermare che la Gran Bretagna e la Francia ora avevano tutto da guadagnare da un risveglio dell'idea dei primi anni Quaranta di insediare gli ebrei europei in Palestina per rimodellare la struttura della geo-politica mediorientale. L'intento di minare l'Impero Ottomano, che era ora alleato con la Germania, offre solo una spiegazione parziale e quanto meno insufficiente.

La popolazione ebraica della Palestina al tempo era a dir poco minuscola, e non certo nella condizione di resistere all'Impero Ottomano. Invece gli arabi nazionalisti della Penisola arabica erano intenzionati a opporsi all'Impero Ottomano e desiderosi di liberare le loro terre dalla morsa dei turchi. L'Inghilterra di fatto promise di appoggiare la loro indipendenza basandosi su una convergenza di interessi, come dimostrano documenti come la corrispondenza britannica con Sharif Hussain d'Arabia e le memorie di T. E. Lawrence "d'Arabia". Storici ed esperti hanno discusso a lungo sui fattori che condussero alle decisioni prese dai governi in questione. Molto viene scritto su come gli Stati Uniti entrarono in guerra e sul possibile ruolo di influenti interessi corporativi e degli sionisti statunitensi nel portare il governo e i mezzi di informazione americani ad appoggiare gli sforzi bellici.

I britannici avevano anche promesso l'indipendenza agli arabi in cambio del loro aiuto contro l'Impero Ottomano.
Era dunque una delle tante "promesse", ma era quella destinata a prevalere sulle altre, come le azioni concrete avrebbero rivelato a breve. È importante notare che questi governi dichiararono pubblicamente il loro appoggio al Sionismo pur facendo privatamente promesse agli arabi. Al supporto pubblico di Gran Bretagna e Francia si aggiunse in seguito quello degli americani.

Con il tacito consenso dell'infermo Presidente Wilson e di un'amministrazione americana che sprofondava silenziosamente nell'isolazionismo, i britannici furono liberi di applicare i loro piani in Palestina. Il 27 febbraio del 1920 i palestinesi, sia cristiani che musulmani, si ribellarono ai britannici a Gerusalemme. Il comando britannico in Palestina raccomandò la revoca della Dichiarazione Balfour. Il governo di Londra però non condivideva le idee dei soldati e dei comandanti in Palestina. Non appena la Gran Bretagna riuscì ad assicurarsi il mandato della Lega delle Nazioni, sostituì il suo governatore militare con un ebreo sionista, Sir Herbert Samuel, nel ruolo di primo Alto Commissario per la Palestina (1920-25). Samuel era colui che aveva tanto efficacemente istruito Weizmann durante i negoziati Balfour. Quando Samuel divenne Alto Commissario l'immigrazione ebraica aumentò considerevolmente, e con essa la resistenza palestinese. Herbert Samuel e le autorità coloniali in Palestina che simpatizzavano con i sionisti si misero a gettare le basi politiche, legali ed economiche per la trasformazione dell'area in un paese ebraico. La Gran Bretagna, con il consenso di altre grandi potenze, acquisì i poteri di cui aveva bisogno per la sua avventura coloniale. All'incontro dell'Organizzazione Sionista Mondiale che si svolse a Londra nel 1920 fu costituito un nuovo braccio finanziario chiamato Keren Hayesod.

Fine dell'estratto da Sharing the Land of Canaan.

Il 2 novembre del 1918, durante la parata per il primo anniversario della Dichiarazione Balfour nella Gerusalemme ebraica, Musa Kathim al-Husseini, allora sindaco della città, consegnò al governatore britannico della Palestina, Storrs, una petizione firmata da più di 100 notabili palestinesi che cominciava così:

"Ieri abbiamo notato una grande folla di ebrei che recavano manifesti e si accalcavano nelle strade gridando parole che hanno ferito i nostri sentimenti e le nostre anime. Essi [gli ebrei sionisti] a GRAN VOCE sostengono falsamente che la Palestina, che è la Terra Santa dei nostri padri e la tomba dei nostri antenati, e che è abitata da secoli dagli arabi, che l'hanno amata e sono morti per difenderla, è ORA il loro focolare nazionale". (Benny Morris, Righteous Victims , p. 90)

Lord Sydenham della Camera dei Deputati britannica replicò profeticamente a Balfour:

"... al danno fatto riversando una popolazione straniera in un paese arabo - con un entroterra completamente arabo - non si potrà mai più porre rimedio... ciò che abbiamo fatto è, con concessioni non al popolo ebraico ma a una sezione sionista estremista, aprire in Oriente una piaga infetta, e nessuno sa quanto quella piaga si estenderà" (UN: The Origins And Evolution Of Palestine Problem, section IV)

Edward Mandell House, l'assistente del Presidente degli Stati Uniti Wilson, scrisse a Lord Balfour predicendo gli esisti della futura applicazione della Dichiarazione Balfour:

"È tutto sbagliato, e l'ho detto a Balfour. Stanno trasformando [il Medio Oriente] nel terreno di coltura di una nuova guerra" (Benny Morris, Righteous Victims, p. 73)

L'AIPAC e altri sostenitori di Israele hanno spinto per la guerra in Iraq (500 miliardi di dollari e un numero incalcolabile di vittime) e stanno facendo pressioni per un conflitto con l'Iran dopo innumerevoli guerre, migliaia di vittime e milioni di profughi privati della loro terra. Dire che si è trattato di un "terreno di coltura per future guerre" è usare un eufemismo.

http://qumsiyeh.org/

Tradotto dall'inglese da Manuela Vittorelli per Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

venerdì, novembre 02, 2007

Divorzio di velluto in Cina

Divorzio di velluto in Cina
di M. K. Bhadrakumar

Pechino ha saggiamente scelto una città sub-provinciale sulle rive del fiume Songhua, nell'estremo angolo nord-orientale della Cina, come sede del terzo incontro trilaterale con i ministri degli esteri di Russia e India, ospitato per la prima volta la scorsa settimana dalla Cina.
Harbin, soprannominata la "Mosca d'Oriente", è una città alla quale la Russia e la sua cultura sono state a lungo intimamente associate. Gli stranieri che viaggiavano sulla ferrovia transiberiana alla fine degli anni Ottanta non potevano credere di trovarsi in Cina quando sei giorni dopo la partenza da Mosca arrivavano a Harbin. La chiesa di San Basilio nel centro cittadino, una copia dell'insieme architettonico della moscovita Piazza Rossa; la cucina russa; e perfino il dialetto locale infarcito di parole russe: tutto ricordava al viaggiatore la comunità bianca in fuga dalla furia della rivoluzione bolscevica del 1917.

Pechino ha sottilmente approfittato della vicinanza senza precedenti che oggi caratterizza le relazioni sino-russe. Ai margini dell'incontro trilaterale, il ministro degli esteri Yang Jiechi si è preso una pausa per inaugurare con la sua controparte russa Sergej Lavrov un nuovo monumento ai soldati sovietici caduti nella cina nord-orientale nel 1945, durante la seconda guerra mondiale, combattendo contro "l'attacco militarista del Giappone contro la Cina... quando gli occupanti furono cacciati dal territorio cinese".

Giusto perché il simbolismo politico non sfuggisse a nessuno, durante la cerimonia Lavrov ha detto: "In alcuni paesi ci sono figure che stanno tentando di riscrivere la storia". Era chiara la frecciata contro il Giappone: un paese che si sta sempre più legando all'India su questioni di sicurezza asiatica. L'osservazione era dunque fortemente allusiva. Il fatto è che in questo curioso tango tra l'orso, il drago e l'elefante, negli ultimi tempi Nuova Delhi si trova sempre più distante da Mosca e Pechino sulle questioni della sicurezza e della stabilità globali e asiatiche.

La formula trilaterale Russia-Cina-India può anche essere stata un'idea di Mosca, ma il Cremlino non si attribuisce più il ruolo di catalizzatore per incentivare la comprensione tra Cina e India. Ciò che emerge è che la Russia è riuscita molto meglio dell'India ad accettare l'ascesa della Cina. L'incontro di Harbin ha messo in evidenza il fatto che la formula trilaterale è più che mai un accordo freddamente pragmatico, sebbene il portavoce del ministro degli esteri russo abbia affermato che "la piattaforma del dialogo in questa formula [diviene] già in sé un fattore importante dei processi politici nel mondo contemporaneo".

La divisione sulle sanzioni all'Iran
Il dialogo strategico trilaterale è stato messo alla prova, di fatto, già a 48 ore dall'incontro di Harbin. E l'ha fallita. I tre ministri degli esteri erano appena rientrati nelle loro capitali quando l'amministrazione Bush ha annunciato un regime di sanzioni senza precedenti contro l'Iran, etichettando gli organi di sicurezza iraniani come sostenitori del terrorismo internazionale e di fatto rendendo l'Iran un paese nemico in base alla legge statunitense.

Si è trattato proprio di quel genere di mossa "unilaterale" nella condotta degli affari internazionali che la trilaterale Russia-Cina-India apparentemente vuole condannare. Il comunicato congiunto dell'incontro di Harbin aveva appena sottolineato che "la globalizzazione ha portato a interrelazioni e interdipendenze più strette tra tutti i paesi e che bisognerebbe promuovere il multilateralismo e l'azione collettiva nell'affrontare questioni urgenti e nuove sfide e minacce".

Aspetto ancora più importante, i tre ministri degli esteri avevano appena sottolineato che "le Nazioni Unite sono l'organizzazione internazionale più rappresentativa e autorevole" nella gestione dei problemi e delle sfide che attendono la comunità mondiale. Dovrebbe essere chiarissimo che l'amministrazione Bush ha ancora una volta eluso le Nazioni Unite.

Non sorprende che Russia e Cina siano partite in quarta, criticando immediatamente la mossa statunitense. L'India invece è stata zitta. Che deliziosa ironia, qui. Ad Harbin i ministri degli esteri cinese e russo avevano appena ripetuto che attribuiscono "importanza alla posizione dell'India negli affari internazionali e comprendono e appoggiano la aspirazioni dell'India a un ruolo più importante nelle Nazioni Unite". O i due ministri degli esteri non avevano ben capito le "aspirazioni" della loro controparte indiana, o Nuova Delhi ha paura di alzare la voce contro l'amministrazione Bush. L'ultimo caso sembra il più probabile.

Il primo ministro indiano Manmohan Singh ha recentemente descritto Bush come il presidente americano più "amichevole" che l'India abbia mai conosciuto. Delhi è comprensibilmente innervosita dal fatto che i negoziati sul patto nucleare tra India e Stati Uniti attraversino un momento delicato. Delhi non vorrebbe irritare la potente lobby israeliana negli Stati Uniti, che chiede a gran voce un cambio di regime in Iran. Dunque Delhi stima scaltramente che le relazioni con Teheran non siano poi così rilevanti se paragonate con ciò che può offrire il patto nucleare.

Sia Pechino che Mosca hanno osservato che l'ultima mossa di Bush contro il regime di Teheran non farebbe che complicare la soluzione della questione nucleare iraniana. Se Pechino ha espresso la sua disapprovazione, quella di Mosca è stata una sonora condanna. Nella sua dichiarazione il ministro degli esteri russo ha puntato il dito contro l'unilateralismo statunitense e ha ammonito "O lavoriamo insieme prendendo decisioni congiunte, o questa interazione [nella cornice del 'Cinque più Uno', i membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite più la Germania] non avrà alcun senso".

Commentando la questione durante una visita in Portogallo, il presidente russo Vladimir Putin è stato anche più tagliente: "Perché esacerbare adesso la situazione, spingendola in un vicolo cieco e minacciando sanzioni e azioni militari? Non credo che correre in giro come un pazzo con un rasoio in mano e brandendolo in tutte le direzioni sia il metodo migliore per risolvere problemi di questo tipo".

Emergono i limiti della trilaterale
La disarmonia sulla questione nucleare iraniana, o piuttosto le diverse priorità di relazione con gli Stati Uniti mettono in luce i limiti della formula trilaterale Russia-Cina-India. Il comunicato di Harbin conteneva una piccola curiosa frase che catturava l'essenza del momento. La cooperazione trilaterale, diceva il comunicato, "Cerca di ampliare il terreno comune tra interessi divergenti" (la frase era espressa in un inglese così lineare da far sospettare che fosse stata formulata dagli indiani).

Resta poco chiaro come sia possibile restare partner strategici pur perseguendo "interessi divergenti". Eppure proprio questo è alla base del dilemma che i tre paesi si trovano ad affrontare. È un'espressione del tutto nuova che non figurava nei due incontri trilaterali precedenti tra i ministri degli esteri di Russia, Cina e India svoltisi nel giugno del 2005 a Vladivostok e nel febbraio del 2007 a Nuova Delhi.

A un esame ravvicinato, appare chiaro che nel periodo successivo all'incontro di Vladivostok, la formula trilaterale Russia-Cina-India ha subito una trasformazione qualitativa costituita da una costante erosione. Contrariamente all'usuale tendenza alla coesione che caratterizza tali processi multilaterali, sembra che stia accadendo l'opposto. Ad Harbin il processo è entrato visibilmente in crisi.

Il comunicato di Vladivostok diceva che "L'India, la Russia e la Cina condividono un approccio comune ai cruciali sviluppi globali del 21° secolo e sono a favore di una democratizzazione delle relazioni internazionali mirata a costruire un giusto ordine mondiale basato sull'osservanza della legge internazionale, sull'equità, il rispetto, la cooperazione e il perseguimento del multipolarismo".

Tuttavia, quando i tre paesi si sono incontrati a Nuova Delhi, lo scorso febbraio, questa dichiarazione si era già diluita e ed era diventata una "convinzione che la democratizzazione delle relazioni internazionali sia la chiave per costruire un ordine mondiale sempre più multipolare basato sui principi dell'uguaglianza tra le nazioni - grandi e piccole -, del rispetto per la sovranità e l'integrità territoriale dei paesi, la legge internazionale e il mutuo rispetto".

Il comunicato di Harbin adotta una prospettiva completamente diversa quando dice che "Lo sviluppo della Cina, della Russia e dell'India è un importante contributo alla pace e allo sviluppo della regione e del mondo e giova al processo del multipolarismo globale. I tre paesi hanno scelto i propri rispettivi percorsi di sviluppo secondo la loro situazione interna e le esperienze passate... Con il loro costante sviluppo e il ruolo crescente negli affari internazionali, la Cina, la Russia e l'India contribuiranno ulteriormente alla pace, alla sicurezza, alla stabilità e alla prosperità del mondo".

Vale a dire che i tre paesi hanno optato per le proprie rispettive scelte indipendenti sulla scena internazionale in accordo con le loro circostanze peculiari, mentre si spera che il loro ruolo negli affari mondiali si accrescerà. Ma che ne è dell'"approccio comune" sottolineato a Vladivostok come leitmotiv?

Punti di vista sulla sicurezza asiatica
L'incontro di Harbin evidenzia che sulle questioni vitali della sicurezza asiatica la Russia e la Cina la pensano allo stesso modo, mentre l'India si trova a una certa distanza dai due partner. La prima questione riguarda lo sviluppo dei sistemi statunitensi di difesa anti-missile in Asia. Alla vigilia dell'incontro di Harbin, Lavrov ha sottolineato le preoccupazioni che la Russia condivide con la Cina a proposito della cooperazione tra Giappone e Stati Uniti sul programma di difesa missilistica.

Ha dichiarato: "Ci opponiamo alla costruzione di sistemi di difesa anti-missile volti a conseguire superiorità militare. L'impiego di questo genere di sistemi può innescare una corsa agli armamenti su scala regionale e globale. Si minano così le basi della stabilità strategica, con un aumento dell'imprevedibilità nell'importantissimo ambito del mantenimento dell'equilibrio globale.

Lavrov si è interrogato sugli "scopi reali" di Giappone e Stati Uniti e ha poi osservato: "Molti esperti suggeriscono che un tale sistema di difesa missilistica, essendo un elemento dello scudo missilistico globale americano, potrebbe essere usato anche contro le armi strategiche russe e cinesi".

In seguito, in una conferenza stampa con le controparti russa e indiana, Yang ha analogamente criticato i piani degli Stati Uniti volti a dispiegare un sistema di difesa anti-missile nell'Europa Centrale, dicendo che questo non solo mancherebbe di alleviare le preoccupazioni sulla sicurezza globale, ma minerebbe l'equilibrio strategico mondiale. Invece il ministro degli esteri indiano si è limitato a dire che l'India non aveva progetti di cooperazione con il sistema di difesa anti-missile statunitense. Ha dunque mantenuto un atteggiamento reticente per non essere trascinato in una critica dei piani USA.

Il problema per la Russia e la Cina è che la posizione indiana resta ambigua. Certo, per ora l'India non ha alcuna collaborazione in quanto tale con il sistema anti-missile americano, che è ancora in fase di sviluppo. Però il governo indiano continua a discutere con gli Stati Uniti sull'ambito di questa collaborazione. Nelle dichiarazioni al parlamento indiano il governo ha riconosciuto che con il Pentagono sono in corso discussioni di questo tipo. Un alto funzionario del Dipartimento di stato americano, durante una recente visita a Nuova Delhi, ha detto chiaramente che l'India dovrebbe appoggiare il sistema di difesa anti-missile americano, che la metterebbe in grado di fronteggiare efficacemente la minaccia missilistica cinese.

In secondo luogo, dal punto di vista di Cina e Russia, una questione altrettanto grave è costituita dalla crescente militarizzazione del Giappone all'interno dell'alleanza militare tra Giappone e Stati Uniti. Alla vigilia del suo arrivo ad Harbin, Lavrov si è particolarmente risentito della decisione congiunta di Washington e Tokyo di ampliare la loro alleanza militare per includere anche le questioni della sicurezza globale e regionale.

Ha affermato che per essere fattibile la cooperazione in materia di sicurezza dovrebbe funzionare in collaborazione con "altre strutture e altri protagonisti della regione" e dovrebbe essere "sincronizzata con impegni collettivi volti a mantenere la sicurezza nella regione". Lavrov ha ammonito che la militarizzazione del Giappone potrebbe "avere conseguenze negative sulla stabilità della regione" e suscitare una reazione russa.

In terzo luogo, Lavrov si è anche espresso sulla logica del nuovo "triangolo politico-militare" nella regione Asia-Pacifico che coinvolge Stati Uniti, Giappone e Australia. Lavrov ha evitato qualsiasi riferimento diretto all'India, anche se la portata di quanto ha dichiarato non è sicuramente sfuggita a Nuova Delhi. L'India ha preso parte a un "dialogo strategico" con questi tre paesi dell'Asia-Pacifico. Recentemente l'India ha partecipato a esercitazioni navali su vasta scala con questi paesi nel Golfo del Bengala: si è trattato della prima esercitazione militare indiana di stampo multilaterale, con la partecipazione di portaerei e sottomarini americani.

Lavrov ha espresso la critica che una "struttura chiusa" nell'Asia-Pacifico (gli analisti strategici indiani la definiscono curiosamente un'"alleanza quadripartita" o una "NATO asiatica") non può condurre alla stabilità regionale. Ha dichiarato che "Una struttura chiusa di alleanze politiche e militari fa sì che i paesi vicini che non ne fanno parte si interroghino sulle motivazioni di queste alleanze e sui loro nemici".

La disarmonia russo-indiana
Lavrov ha praticamente riecheggiato la protesta diplomatica cinese di qualche mese fa contro Washington, Tokyo, Canberra e Nuova Delhi sulla ragion d'essere del loro dialogo strategico. Ha poi proseguito liquidando la nuova struttura d'alleanza nell'Asia-Pacifico come "approccio controproducente che non sarà in grado di accrescere la fiducia nella regione e assai probabilmente porterà a risultati contrari alle aspettative dei paesi partecipanti".

Lavrov ha poi riecheggiato nuovamente il pensiero di Pechino quando ha criticato il Giappone per la sua concezione di un "arco di libertà e prosperità" nell'Asia-Pacifico (idea vigorosamente esposta dal primo ministro giapponese Shinzo Abe nel suo discorso al Parlamento indiano, in agosto). Lavrov ha consigliato a Tokyo di assimilare bene quello che è accaduto in Iraq, di "distanziarsi dall'ideologia e concentrarsi invece su comprensibili e reali interessi". Ha ammonito che il perseguimento da parte del Giappone di relazioni con i paesi del cosiddetto arco non dovrebbe "interferire con gli interessi di altri" nella regione.

È estremamente significativo che Lavrov sia rimasto fedele a questa linea anche mentre Stati Uniti, Giappone, Australia e India stavano verosimilmente per avviare il quarto round del loro nuovo dialogo strategico. Secondo i giapponesi, c'è perfino l'intento di portare l'intesa a livello ministeriale.

Forse mai prima nella saga delle relazioni russo-indiane è apparsa una tale grave contraddizione tra i rispettivi punti di vista sulla sicurezza asiatica. Mosca ha praticamente dichiarato il proprio allineamento con Pechino in qualsivoglia strategia di "contenimento" nei confronti della Cina ispirata dagli Stati Uniti. Dal tenore degli esaurienti commenti di Lavrov è chiaro che Nuova Delhi dovrà impegnarsi molto per stabilire i pro e i contro di un ulteriore coinvolgimento nell'intesa tra Stati Uniti, Giappone e Australia.

Ciò che bisogna comprendere è che alla base della potenziale divergenza tra India e Russia ci sono i rispettivi punti di vista sull'ascesa della Cina. Come l'India, anche la Russia capisce che l'influenza della Cina nell'Asia-Pacifico è cresciuta in misura impressionante in tempi recenti. La Russia ha preso nota di una Cina ottimista e fiduciosa, che soprattutto nell'anno o nei due anni passati ha cominciato a mostrare una nuova strategia e una nuova comprensione della sicurezza asiatica in termini di cooperazione economica e commerciale basata sulla capacità della Cina di contribuire alla generale prosperità dell'Asia. Chiaramente la situazione economica asiatica non sarebbe più così florida in assenza della Cina.

Ma i punti di vista della Russia e dell'India al proposito divergono in quanto la Russia non ritiene che una più forte influenza della Cina nella regione possa indebolire in alcun modo l'influenza russa. Anzi, Mosca stima che un ruolo più importante della Cina in Asia aumenti l'influenza della Russia in quella regione. E sarà sempre più così, dal punto di vista russo, quanto più la cooperazione regionale nell'ambito della Shanghai Cooperation Organization acquista forza e i rapporti di collaborazione tecnico-militare a vari livelli tra la Russia e la Cina diventano più stretti. Come ha scritto recentemente un opinionista russo, "Il successo della Cina [in Asia] non ha lasciato nessuno a mani vuote".

Questo, naturalmente, non è l'unico fattore che sta dietro l'indebolimento della trilaterale Russia-Cina-India evidenziato dall'incontro di Harbin. Bisogna tener conto di altri due fattori. Innanzitutto Mosca ha cominciato a notare la graduale trasformazione della politica estera indiana sotto l'attuale governo, che soprattutto negli ultimi due o tre anni è incline ad attribuire priorità all'intesa strategica con gli Stati Uniti.

Mosca non ignora, storicamente parlando, che la scelta naturale dell'élite politica anglofona di Delhi è sempre stata guidata dall'affinità con l'Occidente, e che semmai era l'Occidente a non essere pronto ad accogliere l'India nel periodo della Guerra Fredda. Mosca può anche aver previsto che nell'attuale epoca di globalizzazione l'Occidente avrebbe rivalutato l'India. Allo stesso modo, la Russia non è estranea alla mentalità asiatica e dovrebbe essersi accorta di ciò che era così evidente, e cioè che la crescente emigrazione degli strati sociali più alti verso il Nord America avrebbe infine spinto l'élite indiana ad avvicinarsi agli Stati Uniti.

Mosca però fino a poco tempo fa tendeva a credere che l'India sarebbe stata capace di conservare una politica estera indipendente, anche se il pragmatismo richiedeva legami più stretti con gli Stati Uniti dopo la fine della Guerra Fredda. Sembra che Mosca recentemente abbia cominciato a chiedersi se l'India si stia sventuratamente accingendo a diventare un alleato dell'America.

Mosca sa anche che Delhi ultimamente ha consentito che le relazioni russo-indiane scivolassero in uno stallo. Le relazioni economiche ristagnano. Le relazioni tra i popoli si sono atrofizzate e gli scambi politici hanno perso brio. La cooperazione militare ha incontrato dei problemi. Mosca deve aver cominciato a percepire che il patto nucleare tra India e Stati Uniti fornisce a questi ultimi la possibilità di entrare alla grande nel mercato delle armi indiano e di stabilire sinergie tra le forze armate dei due paesi. Ciò di fatto significherà un'erosione del ruolo tradizionale della Russia nella fornitura d'armi all'India.

Ciò che sconcerta Mosca è soprattutto il fatto che la collaborazione strategica tra Stati Uniti e India e il costante avvicinamento dell'India all'orbita geo-strategica americana si stiano verificando proprio mentre le relazioni tra Stati Uniti e Russia continuano a peggiorare. Un'India non allineata, che nel proprio interesse nazionale stringesse legami con gli Stati Uniti, non sarebbe un problema per la Russia. La Russia ha invece dei problemi ad accettare l'idea di un'India spinta ad armonizzare la propria politica estera con le strategie globali americane, cosa che sembra sempre più probabile.

Crisi dei legami sino-indiani
Anche le recenti tensioni nei rapporti tra India e Cina hanno cominciato a gettare la propria ombra sulla trilaterale Russia-India-Cina. L'ottimismo del periodo 2000-2005 a proposito di un possibile balzo in avanti nelle relazioni sino-indiane è ormai sfumato. Anche la Cina percepisce che gli Stati Uniti stanno "tirando dentro l'India come strumento per il proprio schema strategico globale", anche se la Cina ama ancora ribadire la propria fiducia nel fatto che "il DNA dell'India non permetterà che diventi un alleato subordinato agli Stati Uniti come il Giappone o la Gran Bretagna".

Riassumendo, sia la Russia che la Cina valuteranno molto attentamente come il patto nucleare tra India e Stati Uniti e i crescenti legami strategici tra i due paesi influiranno sull'equilibrio strategico asiatico. L'India, d'altro canto, è più che mai decisa a evitare che la sua partecipazione alla trilaterale con Russia e Cina possa essere fraintesa dagli americani come una sfida asiatica alle strategie globali statunitensi.

A Harbin Yang ha fatto capire che la Cina è pronta ad aspettare l'India e che non ha fretta. Facendosi forte del proprio ruolo di anfitrione, ha affermato che "La cooperazione trilaterale ha fatto importanti progressi... negli ultimi anni sta aumentando il consenso sulle questioni internazionali e si stanno gradualmente sviluppando scambi pragmatici e una cooperazione non esclusivamente nel settore economico. L'incontro trilaterale è già diventato un'importante piattaforma grazie alla quale i tre paesi possono incentivare la reciproca fiducia politica, ampliare gli scambi e la collaborazione".

Yang ha anche detto che la cooperazione trilaterale ha "potenzialmente grandi prospettive" e che dunque è "necessario" rafforzarla. Lavrov finora è rimasto il più ottimista. Sulla scia dell'ottimismo di Yang ha affermato che "La piattaforma della troika sta davvero diventando un ulteriore punto di attrazione reciproca tra i nostri paesi e uno strumento per sviluppare la nostra reciprocamente vantaggiosa cooperazione". Ha sottolineato le posizioni comuni ai tre paesi su "questioni di principio come il rafforzamento del ruolo delle Nazioni Unite e l'approccio multilaterale negli affari mondiali, la necessità di riconoscere le realtà del multipolarismo, di democratizzare le relazioni internazionali e di combattere tutti i problemi attuali con strumenti collettivi".

Si è fatta notare la laconicità di Mukherjee alla conferenza stampa, dove ha evidentemente ridimensionato la portata della formula trilaterale affermando che l'incontro di Harbin aveva semplicemente facilitato uno scambio di punti di vista su questioni regionali e internazionali. Ha detto che la trilaterale "migliora la comprensione e la fiducia reciproca" in merito alle sfide comuni rappresentate dai conflitti regionali, dal terrorismo, dal narcotraffico, dal sottosviluppo, dalla povertà e dai cambiamenti climatici, e ha parlato dello sviluppo di "settori di interesse economico comune" e di "cooperazione in aree come l'agricoltura, la gestione dei disastri naturali e la salute".

Mukherjee ha riassunto l'incontro di Harbin definendolo un'"interazione molto utile". Ha aggirato questioni spinose come il multipolarismo e l'unilateralismo. È stato anche ben attento a non usare espressioni problematiche come "doppi criteri di giudizio".

L'ex primo ministro russo e importante orientalista Evgenij Primakov non avrebbe potuto prevedere un simile disparato esito quando dieci anni fa durante una visita a Nuova Delhi lanciò l'idea della trilaterale Russia-Cina-India.

M. K. Bhadrakumar ha lavorato come diplomatico di carriera nell'Indian Foreign Service per più di 29 anni, ricoprendo posti come quelli di ambasciatore in Uzbekistan (1996-98) e in Turchia (1998-2001) .

Originale da: http://www.atimes.com/atimes/China/IJ31Ad01.html

Articolo originale pubblicato il 30 ottobre 2007

Tradotto dall'inglese da Manuela Vittorelli per Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.