venerdì, dicembre 14, 2007

Kosovo: siamo sull'orlo di un bagno di sangue nei Balcani

Kosovo: siamo sull'orlo di un bagno di sangue nei Balcani
di George Galloway
Daily Record (UK)
Il Kosovo fa parte della Serbia. Questo è un fatto legale e politico. Vuole staccarsi e sembra essersi assicurato il consenso della Gran Bretagna e degli Stati Uniti ma non, ahinoi, quello della Serbia, alla quale il territorio appartiene, né della Russia, che porrà il veto all'ingresso nelle Nazioni Unite. L'UCK, l'esercito di liberazione del Kosovo, fa la parte del leone e ha detto che presto dichiarerà unilateralmente l'indipendenza. Ma i serbi non rinunceranno al Kosovo, sacro alla tradizione cristiana ortodossa da 1000 anni, senza combattere.

La Serbia, con l'aiuto russo, supera in potenza di fuoco l'UCK, che ha bisogno dell'aiuto esterno per combattere. Ed ecco dove entriamo noi.

Negli anni Novanta abbiamo fornito gli aerei da guerra ai separatisti dell'UCK, etichettati non più tardi del 2000 come "organizzazione terroristica" dagli Stati Uniti.Ma questa volta dovremo essere anche la loro fanteria. Qualcuno vuole un'altra guerra?

E la Serbia non è l'unico posto in cui ci sia una consistente minoranza albanese.

Un quarto dell'ex repubblica jugoslava della Macedonia è albanese. Anche loro vogliono l'indipendenza.

E il 50% della Bosnia-Erzegovina è serbo. Se il Kosovo dichiara l'indipendenza, i serbi bosniaci potrebbero fare altrettanto. E torneremo nuovamente nelle sanguinose guerre balcaniche.

Inoltre, il principio secondo il quale uno stato può essere smembrato contro la sua volontà è gravido di problemi in tutto il mondo.

Il popolo curdo in Turchia è costituito da 20 milioni di persone e vorrebbe staccarsi. Combatteremmo per i turchi? Naturalmente no.

Questo mostra l'ipocrisia che ha accompagnato tutto il processo di disintegrazione della Jugoslavia.

Lord George "Bomber" Robertson fu uno dei maggiori propagandisti dell'ultima guerra del Kosovo. Ricorderete la sua altisonante affermazione secondo la quale i serbi avevano assassinato 100.000 albanesi e per questo dovevamo intervenire. Di fatto erano morte 3000 persone, meno di quelle morte nell'Irlanda del Nord, e provate a immaginare l'indignazione della Gran Bretagna se l'Aeronautica statunitense avesse cominciato a bombardarci per quel motivo. Nessuno sa quanti di quei 3000 morti fossero albanesi o serbi, o chi e quando li avesse uccisi. Il Kosovo è presidiato dalle forze armate straniere e allo stesso tempo il maggiore centro europeo del contrabbando d'armi e stupefacenti, traffico di esseri umani e prostituzione.

Se diventerà indipendente sulla punta delle nostre baionette, non dite che non eravate stati avvertiti.

'Negli anni Novanta abbiamo fornito gli aerei da guerra all'UCK. Questa volta dovremo essere anche la loro fanteria'.

Originale da: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=7614
Articolo originale pubblicato il 14 dicembre 2007

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© Copyright George Galloway, Daily Record (UK) , 2007

Il "Grande Gioco": l'Eurasia e la storia della guerra

Il "Grande Gioco": l'Eurasia e la storia della guerra
di Mahdi Darius Nazemroaya

La storia della guerra
La storia spesso si ripete. Chi dimentica le lezioni della storia è, per ignoranza, destinato a ripetere gli errori del passato.

"Lo scontro delle civiltà" di Samuel P. Huntington è uno strumento ideologico camuffato usato per raggiungere obbiettivi geo-politici. Questa "nozione del conflitto" è parte di un'ampia strategia che è servita durante tutto il corso della storia a dividere, conquistare e dominare.

In base alle definizioni di Huntington, l'Eurasia è abitata da nove civiltà; la creazione di conflitti tra queste civiltà è uno strumento per controllarle e infine assorbirle nel senso spenceriano (cioè secondo la definizione del sociologo britannico Herbert Spencer) della guerra e dell'evoluzione sociale degli stati-nazione e delle società.
L'umanità sta assistendo ancora una volta a una lenta marcia verso un conflitto internazionale di vaste dimensioni come la seconda guerra mondiale, come Vladimir Putin ha ammonito il popolo russo? Oppure si usa la paura per rendere accettabili politiche economiche globali che non lo sarebbero affatto?

Se l'assassinio dell'Arciduca Francesco Ferdinando, erede ai due troni d'Austria e Ungheria (l'Impero Austro-Ungarico), il 28 giugno del 1914, fu il pretesto della prima guerra mondiale, perché in Europa si parlava insistentemente di una grande guerra nel 1905?

Fu alla vigilia della prima guerra mondiale che furono apportate modifiche radicali al sistema bancario degli Stati Uniti e fu alla vigilia della seconda guerra mondiale che in Gran Bretagna furono messe in atto riforme economiche altrimenti impopolari. La guerra fa sì che misure altrimenti impopolari vengano accettate dalla popolazione oppure consente che vengano introdotte più o meno furtivamente.

I moniti di Mackinder: dividere i continentali (gli eurasiatici)
Mackinder mise in guardia gli strateghi britannici sui pericoli di un'unificazione eurasiatica:

"E se il Grande Continente, l'intera Isola-Mondo [Africa e Eurasia] o gran parte di essa [per esempio la Russia, la Cina, l'Iran e l'India] dovessero in futuro diventare una sola e unica base di potere marittimo? Le altre basi insulari [per esempio la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e il Giappone] non verrebbero superate nella consistenza della flotta e nella disponibilità di uomini?” [1]

Mackinder indicò alla Gran Bretagna come impedire che questa unificazione avvenisse: Londra adottò una politica di balcanizzazione, con l'obiettivo strategico di prevenire l'unificazione eurasiatica.

Inoltre Mackinder lanciava un monito in merito alle grandi popolazioni dell'Eurasia. Secondo Mackinder gli imperi duraturi erano basati sulla forza lavoro:

"Il vasto progetto saraceno [arabo] di un Dominio di Uomini sui Cammelli esteso verso nord e verso sud attraversato da un Dominio di Marinai esteso verso ovest e verso est era viziato da un fatale difetto; la sua base araba era priva della forza lavoro necessaria a farla funzionare. Ma nessuno studioso delle realtà attorno alle quali deve ruotare il pensiero strategico di qualsiasi governo aspiri al potere mondiale può permettersi di perdere di vista questo monito della Storia". [2]

Mackinder fa la stessa osservazione sugli effimeri imperi dei popoli delle steppe eurasiatiche, come i mongoli:

"Quando i cosacchi russi presidiarono le steppe, alla fine del Medio Evo, si compì una grande rivoluzione perché ai tartari, come agli arabi, era mancata la necessaria forza lavoro su cui fondare un impero duraturo, ma dietro ai cosacchi c'erano i contadini, che oggi [1905] sono diventati un popolo di centinaia di milioni di persone che abitano le fertili pianure del Mar Nero e del Mar Baltico". [3]

La popolazione è chiaramente un'importante elemento geo-strategico. Secondo questo schema, la Russia, la Cina e l'India sono viste come minacce. È anche per questo che gli Stati Uniti non rinunceranno mai alle loro armi nucleari. Oltre alla superiorità militare e alle armi nucleari, come possono gli stati della NATO, generalmente meno popolosi, mantenere un equilibrio di potere con stati così altamente popolati? Andrebbe anche notato che una delle ragioni delle conquiste e dell'espansione coloniale europee fu anche il fatto che, all'epoca, i paesi europei avevano (in termini relativi) molti abitanti.
La divisione, balcanizzazione e finlandizzazione dell'Eurasia, dall'Europa Orientale e l'ex Unione Sovietica al Medio Oriente e all'India, è coerente con questi obiettivi storici delineati dalla Gran Bretagna prima della prima guerra mondiale. È uno dei motivi per cui prima del conflitto la Gran Bretagna, la Francia e l'America offrirono rifugio a vari movimenti separatisti dell'Impero Austro-Ungarico, dell'Impero Ottomano e della Russia zarista. Similmente oggi gli Stati Uniti e la Gran Bretagna ospitano gruppi politici d'opposizione contro Iran, Sudan, Turchia, Russia, Serbia, Cina e India. Niente è cambiato. Semplicemente oggi è Zbigniew Brzezinski a lanciare questi moniti, e non Halford Mackinder.

Imparare dalla storia: Prevenire l'Ostbewegung della Germania
Nel 1848, nella chiesa di San Paolo a Francoforte, ci fu il tentativo di creare un'unica e grande nazione europea centro-orientale dominata dalla Germania. Questo progetto cominciò a fare progressi solo mezzo secolo dopo, a causa dell'opposizione della dinastia asburgica e della rivalità tra Prussia e Austria.

La Gran Bretagna temeva il Drang nach Osten della Germania, la sua "spinta verso est", o Ostbewegung, "movimento verso est".

Per lo più questo movimento verso est, che ebbe inizio nel 1200 con l'espansione del commercio su lunghe distanze, non faceva parte delle ambizioni imperiali tedesche. [4] In ambiente britannico si temeva una qualche forma di unificazione tra le due potenze dominanti dell'Heartland eurasiatico, la Germania e la Russia. Nel ventunesimo secolo si teme l'unificazione di Russia, Cina, India e Iran.

Prima della prima guerra mondiale gli strateghi britannici ritenevano che la Germania si stesse avviando a grandi passi a diventare una superpotenza globale. Tutto ciò che le serviva era il dominio industriale sulla Russia e l'Impero Ottomano, che era a buon punto. La Germania stava già acquisendo il controllo dei mercati britannici e minacciava economicamente gli Stati Uniti e la Gran Bretagna.
Storicamente, l'Europa Orientale si è trovata serrata tra due grandi nazioni, la Germania e la Russia. Dopo l'era napoleonica e fino alla prima guerra mondiale fu dominata dai russi e poi dai tedeschi. Storicamente, la strategia britannica mirava a indebolire la Russia zarista finché la Germania non avesse rimpiazzato la Russia come potenza dominante dell'Europa Orientale. È una delle ragioni per cui la Gran Bretagna e la Francia appoggiarono i turchi ottomani nelle loro guerre contro i russi.

L'influenza tedesca nell'Europa Orientale era assicurata grazie a un'alleanza tra ungheresi (magiari) e austriaci. L'influenza tedesca era anche cresciuta economicamente, politicamente e industrialmente nel territorio dei turchi ottomani nel Medio Oriente. Nella Russia zarista, prima della prima guerra mondiale, l'influenza tedesca era politicamente ed economicamente significativa. La capitale russa, San Pietroburgo, si trovava in un'area germanizzata del paese e molti aristocratici e nobili russi erano germanizzati e germanofoni.

Vi erano insediamenti o colonie industriali della Germania anche in Ucraina e nel Caucaso, all'interno del territorio della Russia zarista. Similmente, erano stati fondati insediamenti tedeschi a Levante, nel territorio dei turchi ottomani. L'Ostbewegung aveva più a che fare con l'economia e con una forte e compatta base industriale eurasiatica sotto il controllo della Germania che con il mito della colonizzazione tedesca di tutta l'Eurasia.

Tuttavia, i mezzi di espansione economica della Germania cambiarono circa mezzo secolo dopo con l'ascesa di Adolph Hitler, che cercò di imporre militarmente in Eurasia una forma di globalizzazione guidata dalla Germania. Stiamo assistendo a una ripetizione di quel tentativo da parte di coloro che detengono il potere a Washington e a Londra?

Una lezione della storia: in guerra mettere i russi contro i tedeschi
La competizione industriale ed economica era la questione cruciale che si celava sotto le tensioni che portarono alla prima guerra mondiale. Anche Mackinder lo afferma. Di fatto i tedeschi si stavano espandendo a est dal punto di vista economico. Si esagerò la spinta demografica della Germania verso oriente. Storicamente, prima dell'unificazione della Germania sotto il principe Otto von Bismarck, primo ministro prussiano, i tedeschi venivano spesso chiamati come mercanti e artigiani dagli stati dell'Europa Orientale, come la Boemia e l'Ungheria.

Mackinder e altri britannici vedevano tutto questo come parte di una graduale tendenza all'unificazione dell'Heartland eurasiatico sotto un unico e potente attore.

La soluzione per bloccare l'ascesa di un unico e potente attore nell'Heartland fu mettere i tedeschi contro i russi:

"Nell'Europa Orientale ci sono due elementi principali. quello teutonico [tedesco] e quello slavo, ma tra essi non è stato creato un equilibrio come tra gli elementi romanzi [neolatini] e teutonici dell'Europa Occidentale. La chiave dell'intera situazione in Europa Orientale - ed è un fatto che non può essere ora approfondito - è la pretesa tedesca di dominare sugli slavi. Vienna e Berlino, poco oltre il confine dell'Europa Occidentale, si trovano già in un territorio che fu slavo all'inizio del Medio Evo; rappresentano il primo passo della Germania fuori dal suo territorio verso est, nei panni di conquistatrice". [5]

Agli occhi della Gran Bretagna, mettere i russi e i tedeschi gli uni contro gli altri era fondamentale per impedire ai continentali di unificarsi.

Le radici del patto anglo-americano
I britannici e gli statunitensi stavano chiaramente cercando di indebolire sia la Germania sia la Russia zarista. È reso evidente dall'appoggio di Gran Bretagna e Stati Uniti al Giappone "quando essa [la Gran Bretagna] mantenne il proprio cerchio [navale] attorno alla guerra russo-giapponese", nel 1904 fino al 1905. [6]

All'epoca della guerra russo-giapponese tra Stati Uniti e Gran Bretagna si era già formata l'alleanza anglo-americana, come osserva Mackinder:

"Questi fatti accaddero circa vent'anni fa [nel 1898] con tre grandi vittorie riportate dalla flotta britannica senza sparare un solo colpo di cannone. La prima fu a Manila [nelle Filippine], nell'Oceano Pacifico, quando uno squadrone tedesco minacciò di intervenire per proteggere uno squadrone spagnolo [nella guerra ispano-americana], che fu sconfitto da uno squadrone americano, e uno squadrone britannico fu al fianco degli americani". [7]

Per citare Mackinder, "Questo fu dunque il primo passo verso la riconciliazione degli animi britannico e americano". [8] Fu anche il momento storico in cui gli Stati Uniti divennero una delle principali potenze imperialiste.

Andrebbe anche osservato che secondo alcuni storici la guerra ispano-americana si sarebbe scatenata sulla base di un falso pretesto. Il governo degli Stati Uniti dichiarò guerra incolpando gli spagnoli di aver affondato la USS Maine a Cuba: di qui la frase che fu usata per raccogliere il consenso dell'opinione pubblica americana contro gli spagnoli, "Ricordate la Maine!"

La seconda guerra mondiale: mettere i sovietici contro i tedeschi
La strategia di mettere i principali attori eurasiatici uno contro l'altro continuò nella seconda guerra mondiale. La Germania, la Francia e l'Unione Sovietica furono messe le une contro le altre proprio come era successo con la Germania, la Russia zarista e l'Impero Ottomano prima della prima guerra mondiale.

Lo dimostra il fatto che la Gran Bretagna e la Francia dichiararono guerra solo alla Germania mentre sia la Germania che l'URSS invasero la Polonia nel 1939. I Patti di Locarno e il Piano Hoare-Laval furono usati dal governo britannico per spingere i tedeschi a est, dove si sarebbero scontrati con i sovietici, neutralizzando la Francia e permettendo alla Germania di militarizzarsi, con il governo di Neville Chamberlain che promosse l'appeasement come mossa calcolata per liquidare qualsiasi stato tra la Germania e l'Unione Sovietica e creare un confine comune russo-tedesco. [9]

Sia l'Unione Sovietica che la Germania nazista erano consapevoli della politica anglo-americana. Entrambi i paesi firmarono prima della seconda guerra mondiale un patto di non-aggressione soprattutto per rispondere all'atteggiamento anglo-americano. Alla fine l'alleanza tra URSS e Germania si disgregò per la sfiducia reciproca. Oggi il governo statunitense sta impiegando le stesse strategie con la Russia, la Cina, l'Iran, l'India e altri attori eurasiatici.

Le radici della balcanizzazione strategica: prevenire l'unificazione dell'Eurasia
Mackinder stabilì che l'Heartland eurasiatico cominciava nell'Europa Orientale e alle frontiere della Germania. Proprio l'Europa Orientale poteva fare da punto d'appoggio per entrare nell'entroterra eurasiatico.

La maggiore paura di Londra, fino alla divisione dell'Austria-Ungheria e la creazione di una zona-cuscinetto tra i tedeschi e i russi con la nascita di vari nuovi stati dopo il 1918, era l'unificazione dei tedeschi e degli slavi in un un'unica entità eurasiatica.

La politica britannica di balcanizzazione era una sinergia tra politica coloniale, politica di potere, economia e osservazione storica.

La balcanizzazione strategica probabilmente giunse a maturazione quando l'Italia e la Germania divennero stati-nazione unificati e i britannici compresero i pericoli che potevano rappresentare stati europei forti e centralizzati. Ancora una volta fu l'economia la forza dominante. Prima di allora la balcanizzazione era stata usata a fini coloniali. Dopo la formazione, o meglio unificazione, della Germania e dell'Italia, la balcanizzazione divenne anche uno strumento per neutralizzare i potenziali rivali della Gran Bretagna.

Si dice che František Palacký, lo storico ceco, abbia affermato: "Se l'Austria [intendendo l'Impero asburgico o Austro-Ungarico] non esistesse, sarebbe necessario inventarla, nell'interesse dell'umanità".
È un'affermazione importante, perché Palacký era uno slavo che difendeva l'Impero Austro-Ungarico sulla base delle sue caratteristiche multietniche. L'Impero asburgico era una sintesi regionale di tedeschi, ungheresi (magiari) e slavi. L'Impero Austro-Ungarico, come la Jugoslavia che sarebbe sorta dalle sue ceneri, era anche religiosamente composito. All'interno dei suoi confini vivevano cristiani, ebrei e musulmani, e nel 1912 l'Islam divenne religione di stato accanto alla religione cattolica. I britannici temevano che questo modello sotto la guida della potenza industriale tedesca potesse estendersi fino a comprendere Germania, Austria-Ungheria e Russia zarista, creando così una potente entità politica slavo-tedesca nell'Heartland eurasiatico. [10] La sintesi era già in atto, a comprendere anche l'Impero Ottomano, finché la prima guerra mondiale non la bloccò. Come è già stato detto, questo processo faceva parte di una fusione storica. Dal punto di vista di Londra l'Austria-Ungheria doveva essere smantellata per impedire qualsiasi processo di unificazione tra i continentali.
A tal fine furono usati e manipolati i movimenti nazionalisti separatisti. Alcuni leader cecoslovacchi, come Milan Rastislav Štefánik, combatterono per i francesi e i britannici durante la prima guerra mondiale. Andrebbe anche osservato che nel settembre del 1918 il governo degli Stati Uniti riconobbe la Cecoslovacchia prima ancora che fosse creata, e che l'Accordo di Pittsburgh, che apriva la strada alla dissoluzione dell'Impero Austro-Ungarico e alla creazione della Cecoslovacchia, fu firmato in Pennsylvania con l'appoggio dei governi britannico e statunitense. Furono anche formate tre legioni "cecoslovacche" che combatterono contro la Germania e l'Impero asburgico al fianco della Gran Bretagna e della Francia nella prima guerra mondiale.

Ridisegnare l'Europa Orientale e il Medio Oriente: un modello per l'Iraq
Dai tempi della prima guerra mondiale si è fatto di tutto per alimentare l'instabilità, dal Kosovo nei Balcani alla provincia di Xinjiang che costituisce la frontiera occidentale della Cina. È un fatto importante dimostrato da eventi come la divisione dell'India o quella della Jugoslavia.

La giustificazione logica per la creazione di nuovi stati nell'Europa Orientale viene anch'essa spiegata da Mackinder:

"Le nazioni polacca e boema [ceca e slovacca] non potranno godere di una sicura indipendenza a meno che non si trovino all'apice di un ampio cuneo di indipendenza che si estenda dall'Adriatico e dal Mar Nero fino al Baltico; ma sette stati indipendenti, con più di sessanta milioni di abitanti complessivi, attraversati da ferrovie che li colleghino in modo sicuro tra loro, e con un accesso all'Oceano [Atlantico] attraverso i mari Adriatico, Nero e Baltico, controbilanceranno efficacemente i tedeschi di Prussia [intendendo la Germania] e d'Austria, e niente di meno basterà a quello scopo". [11]

Benché la Boemia comprenda propriamente i cechi, in questo caso Mackinder la usa per intendere sia i cechi che gli slovacchi della Cecoslovacchia.

Nel 1914 i tedeschi si erano già assicurati una significativa avanzata nell'Impero Ottomano. Anche l'Impero Ottomano andava smantellato. Tuttavia, secondo gli strateghi britannici, erano la Russia e la Germania i due principali avversari a lungo termine. Per minare il processo di unificazione tra i tedeschi e i russi bisognava creare una zona di conflitto in Europa Orientale tra la Germania e la Russia.

Dopo la prima guerra mondiale, gli strateghi anglo-americani pianificarono che l'Unione Sovietica, sorta dalle ceneri della Russia zarista, avrebbe sostituito la Germania come principale attore eurasiatico. La creazione di una zona di conflitto attorno alla porzione occidentale dell'Unione Sovietica dal Baltico ai Balcani e al Golfo Persico divenne per i britannici un obiettivo strategico. È uno dei motivi per cui furono create così tante nazioni nell'Europa Orientale e in Medio Oriente dopo la prima guerra mondiale e ancora nell'Europa Orientale e nell'Asia Centrale dopo la guerra fredda.

Quando cominciarono a considerare la strategia globale in un'ottica olistica, gli strateghi anglo-americani adottarono il concetto di accerchiamento transcontinentale.

Il Rimland è l'idea di un'area geografica posizionata accanto o attorno all'Heartland eurasiatico. L'Europa Occidentale, l'Europa Centrale, il Medio Oriente, il subcontinente indiano, il Sud-Est asiatico e l'Estremo Oriente comprendono quest'area dall'Eurasia Occidentale a quella Orientale. Il Rimland di Nicholas Spykman contribuisce a fornire un contesto storico e obiettivo alle attuali zone di conflitto che circondano la Russia, la Cina e l'Iran a partire dai Balcani, dalle aree curde del Medio Oriente, dall'Iraq, dal Caucaso e passano per l'Afghanistan presidiato dalla NATO, il Kashmir, l'Indo-Cina, per finire nella penisola coreana. Le posizioni geografiche di queste aree la dicono lunga su quali siano i paesi o gli attori che subiscono l'attività di disturbo.

L'Iraq viene ridisegnato passo dopo passo, ma innanzitutto nel suo paesaggio politico e con un un sistema di federalismo morbido. Questa concezione olistica si sta rafforzando e i progetti di difesa missilistica in Europa e in Asia sono collegati a questo approccio, come lo è la politica del rischio calcolato di creare un'alleanza militare globale dominata dagli americani.

La tesi di Pirenne
Nel suo libro, Maometto e Carlo Magno, lo storico belga Henri Pirenne afferma che Carlo Magno e l'Impero Franco non sarebbero mai esistiti senza l'espansione araba nella regione del Mediterraneo. Henri Pirenne divenne noto per la tesi secondo la quale i barbari germanici, così come i franchi e i goti, ai quali gli storici tradizionalmente attribuivano il crollo dell'Impero Romano d'Occidente, in realtà si fusero con l'Impero Romano e i modelli economici e istituzionali di Roma rimasero intatti. Pirenne sfidò l'interpretazione storica tradizionale secondo la quale i barbari germanici furono la ragione del declino di Roma.

Le basi della teoria di Pirenne sembrano giuste. Nella maggioranza dei casi i costumi e le istituzioni di Roma furono mantenuti dai regni germanici. Il fatto che i franchi, un popolo germanico, adottarono il latino (che nel tempo si trasformò nella lingua francese) o che la Chiesa romana conservò intatto il suo ruolo di importante istituzione della comunità confermerebbe le sue osservazioni e le sue tesi.
Il declino di Roma fu molto probabilmente causato dalla fine di un'economia basata in gran parte sull'espansione imperiale, lo schiavismo, l'eccessiva militarizzazione e la corruzione politica. Il declino dell'economia dell'Europa occidentale non avvenne perché gli arabi non volevano continuare a commerciare con l'Occidente, ma a causa del militarismo e del decentramento che lo accompagnò di pari passo; il risultato finale essendo il feudalesimo europeo. Oggi questo processo si sta ripetendo?
Secondo Pirenne era evidente che la struttura economica dell'Impero Romano, d'Occidente e d'Oriente (Bizantino), si incentrava sull'economia e il commercio del Mediterraneo. Roma si trasformò da entità politicamente centralizzata a una rete di regni e stati politicamente separati, ma la struttura economica basata sul Mediterraneo rimase intatta.

Pirenne teorizzò che il vero declino dell'entità di Roma fu causato dalla rapida espansione degli arabi. Il Levante, l'Egitto, varie isole del Mediterraneo, parti dell'Anatolia (Asia Minore), la Spagna, il Portogallo, la Libia, la Tunisia, l'Algeria e il Marocco, che erano tutte regioni mediterranee, furono incorporate all'interno del vasto regno cosmopolita arabo. Secondo Pirenne, la ragione del declino va cercata nell'interruzione da parte degli arabi dei legami tra le economie integrate dell'Europa Occidentale e del Mediterraneo. L'Europa Occidentale di fatto degenererà in una periferia economica marginalizzata.

Un altro fattore che andrebbe aggiunto alla teoria di Pirenne sul declino economico dell'Europa Occidentale dopo la caduta di Roma fu che la Roma d'Oriente (Bisanzio) deviò i propri traffici dall'Europa Occidentale, o li ridusse, a causa delle realtà economiche derivanti dall'espansione araba nel Mediterraneo. La dissoluzione dei legami economici tra Europa Occidentale e Bisanzio fu dovuta anche alle differenze e ai conflitti tra la Chiesa cristiana d'Occidente e la Chiesa cristiana d'Oriente. C'era animosità anche tra le autorità di Costantinopoli e quelle dell'Europa Occidentale, e anch'essa influenzò i legami economici. Queste tensioni in molti casi avevano semplicemente un'origine economica.

La tesi di Pirenne afferma che l'Europa Occidentale si trasformò in una serie di economie a base rurale, cosa che diede gradualmente origine al feudalesimo, a causa dell'espansione araba. Le materie prime venivano esportate e le importazioni diminuirono, mentre prima l'Europa Occidentale aveva importato prodotti e risorse come i metalli preziosi e il papiro egiziano. Questo accadde perché l'economia dell'Europa Occidentale era tagliata fuori dal resto del mondo. I viaggi di scoperta degli europei che furono compiuti in seguito possono anch'essi essere ricondotti a questa fase, come mezzi per invertire la tendenza.

Gli eurasiatici passano all'attacco: la nuova strada della seta
Oggi in tutta l'Eurasia c'è un nuovo impulso verso l'integrazione e la cooperazione socio-politica ed economica. La Strada della Seta sta rinascendo. L'Iran, la Russia e la Cina sono le forze più importanti di questo progetto. Anche il Kazakistan ha un ruolo molto importante. Reti ferroviarie, corridoi di comunicazione, reti elettriche e varie forme di infrastrutture sono in fase di sviluppo, connessione e costruzione nell'ottica di integrare l'Eurasia.
L'Asia Centrale è destinata a diventare l'asse mediano e il fulcro di una serie di corridoi nord-sud ed ovest-est. Un triangolo strategico tra Russia, Iran e China delimiterà una zona di commercio eurasiatica che potrà attirare nella propria orbita l'Africa e zone d'Europa. L'America Latina ha già previsto questo cambiamento e si prepara a dirottare parte dei suoi scambi commerciali dagli Stati Uniti e dall'Europa verso quest'area.

La Cina è un centro globale della forza lavoro mentre la Russia, l'Iran e l'Asia Centrale dispongono del 15% delle riserve mondiali di petrolio e del 50% delle riserve mondiali di gas naturale. La Shanghai Cooperation Organization (SCO) conta la metà della popolazione stimata del pianeta. Queste aree dispongono inoltre di vasti e importanti mercati.

L'Eurasia si sta compattando in un'ondata di integrazione regionale e di traffici commerciali. La Russia e il Kazakistan hanno anche avanzato la proposta di formare un'Unione Eurasiatica. L'unione doganale tra Russia, Belorussia e Kazakistan è un passo verso l'Unione Eurasiatica. L'Iran ha anche proposto la formazione di una cosiddetta Unione Islamica tra le nazioni abitate da popolazioni musulmane.

Tutto ciò è di fatto una reintroduzione della tesi di Pirenne in un contesto moderno. In questa seconda fase del ciclo di Pirenne sono le economie dell'Europa Occidentale e degli Stati Uniti, che dipendono dal commercio, ad assumere il ruolo della periferia eurasiatica e dei regni marittimi che corrono il rischio di essere marginalizzati come lo fu la Roma d'Occidente durante l'espansione araba nel Mediterraneo. Gli eurasiatici stanno passando all'attacco; capiscono che non sono loro ad aver bisogno degli Stati Uniti e dell'Unione Europea, ma che è l'esatto contrario.

Un'Unione Mediterranea e un'Unione Islamica: l'Occidente contro l'Heartland eurasiatico
Riflettendo sulla tesi di Pirenne, è anche non storicamente ironico che l'Unione Europea stia spingendo per la creazione di un'Unione Mediterranea, che unirebbe economicamente le nazioni del Mediterraneo e dell'Unione Europea con Israele e Turchia in ruoli chiave. È una risposta occidentale alla crescente forza e coesione dell'Heartland eurasiatico formato da Russia, Iran e Cina.

Per contrastare questa tendenza la Russia, la Cina e l'Iran hanno cominciato a corteggiare le nazioni del Mediterraneo. Dopo il viaggio di Nicholas Sarkozy in Algeria, durante una serie di visite tese a promuovere la creazione di un'Unione Mediterranea, una delegazione iraniana guidata da Mahmoud Ahmadinejad ha presentato una contro-proposta per la creazione di un blocco alternativo; che è quello che gli iraniani hanno chiamato Unione Islamica.

L'Unione Islamica è essenzialmente un progetto economico rivale dell'Unione Mediterranea nelle terre mediterranee del Nord Africa e del Medio Oriente, più che l'istituzionalizzazione dell'Islam in questi stati. Indubbiamente la proposta iraniana deve godere del supporto ufficioso di Mosca. È più che probabile che l'Unione Islamica sarà legata in qualche forma all'Unione Eurasiatica proposta da Russia e Kazakistan. Questi blocchi regionali possono sovrapporsi e paesi come l'Iran possono ipoteticamente appartenere all'Unione Eurasiatica e a quella Islamica, come la Francia e l'Italia potrebbero far parte contemporaneamente dell'UE e dell'Unione Mediterranea. Tutto ciò fa parte anche della politica del rischio calcolato di trasformare varie regioni in entità sovranazionali e infine in entità super-nazionali che si unificherebbero con entità simili.

Il conflitto arabo-israeliano e il cosiddetto processo di pace in Medio Oriente, che essenzialmente include l'iniziativa di pace araba proposta dall'Arabia Saudita nel 2002, sono connessi con il progetto economico congiunto USA-UE che è l'Unione Mediterranea, che vedrà l'integrazione delle economie del mondo arabo con quella di Israele in una rete di relazioni economiche regionalizzate che alla fine unificheranno le economie d'Europa, Israele, Turchia e mondo arabo. Il progetto dell'Unione Mediterranea fu stilato anni prima della fine della guerra fredda e della disintegrazione dell'Unione Sovietica. I profondi legami tra Turchia e Israele sono stati un passo preparatorio verso la creazione di questa Unione Mediterranea con la partecipazione e il pieno coinvolgimento di Israele come uno dei suoi pilastri.

La concezione dei blocchi e la regionalizzazione: scontro orwelliano tra Oceania ed Eurasia?
Gli attori dell'Heartland eurasiatico capiscono quello che sta succedendo. Inoltre la Francia e la Germania, come l'India, vengono corteggiate dagli attori dell'Heartland eurasiatico che le incoraggiano a svincolarsi dall'asse anglo-americano. Questo probabilmente spiega perché l'euro non sia preso di mira sui mercati valutari internazionali da Iran, Russia, Venezuela e Cina come lo è il dollaro americano. O è perché l'America per questi paesi è una minaccia immediata?

Gli eurasiatici stanno lentamente saggiando il controllo dei centri finanziari occidentali sulle transazioni globali. La creazione del petro-rublo in Russia e nelle repubbliche dell'ex-URSS e l'istituzione sull'Isola di Kish di una borsa petrolifera iraniana fanno parte di questa tendenza.

In ogni caso, sembra che sia troppo tardi per porre fine all'intesa tra le parti franco-tedesca e anglo-americana. Gli interessi franco-tedeschi paiono ormai indissolubili da quelli anglo-americani. È stato raggiunto un accordo per fondere in futuro, dal punto di vista dei sistemi di scambio, le economie dell'UE e del Nord America nell'interesse di Gran Bretagna, Stati Uniti, Francia e Germania. [12] Questo accordo consentirà anche alle quattro principali potenze del cosiddetto mondo occidentale di sfidare l'Heartland eurasiatico in fase di fusione in un singolo potente blocco o attore geopolitico.

Ogniqualvolta nell'Heartland eurasiatico è emersa una potenza dominante si sono storicamente combattute guerre - è bastato il timore di una tale ipotesi perché si scatenasse un conflitto - per impedirne l'ascesa. Queste diverse fasi di regionalismo e di fusioni regionalizzate indicano diverse cose, ma in senso orwelliano possono significare che l'Oceania e l'Eurasia si stanno preparando a sfidarsi. [13]

Mahdi Darius Nazemroaya è un autore indipendente specializzato in affari medio-orientali. Vive e lavora e Ottawa ed è ricercatore al Centro per la Ricerca sulla Globalizzazione.

NOTE
Questo articolo è una continuazione de L'alleanza sino-russa: una sfida alle ambizioni americane in Eurasia e accenna al concetto dell'Unione Mediterranea che sarà trattato in un articolo successivo.

[1] Halford John Mackinder, Cap. 3 (The Seaman’s Point of View), in Democratic Ideals and Reality (London, U.K.: Constables and Company Ltd., 1919), p.91.

[2] Ibid., Cap. 4 (The Landman’s Point of View), p.121.

Note: Qusto capitolo di Democratic Ideals and Reality si basa su un saggio, Man-power as a Measure of National and Imperial Strength, che Mackinder scrisse per la National Review (UK) nel 1905. Va anche notato che Mackinder e altri ambienti londinesi consideravano le grandi popolazioni della Germania, dell'Austria-Ungheria e della Russia zarista delle minacce da contrastare. Se si leggono le opere complete di Mackinder si giungerà alla conclusione che propendeva per una sorta di darwinismo sociale tra le nazioni e vedeva l'idealismo democratico come qualcosa che andrebbe accantonato per preservare l'ordine imperiale britannico. Mackinder giunge a dire che il commercio britannico si basava sull'uso dei cannoni e della forza (Cap. 5, pp.187-188).

[3] Ibid., p.142.

[4] Lonnie R. Johnson, Central Europe: Enemies, Neighbors, Friends, 2nd ed. (Oxford, U.K.: Oxford University Press, 2002), pp. 37-42.

[5] Mackinder, Democratic Ideals, Op. cit., Cap. 5 (The Rivalry of Empires), pp.160-161.

[6] Ibid., Cap. 3, p.78.

[7] Ibid., pp.77-78.

[8] Ibid., p.78.

[9] Carroll Quigley, The Anglo-American Establishment: From Rhodes to Cliveden (San Pedro, California: GSG & Associates Publishers, 1981), pp. 233-235, 237-248, 253, 264-281, 285-302.

"... dal 1920 al 1938 [gli obiettivi furono] gli stessi: mantenere l'equilibrio del potere in Europa mettendo la Germania contro la Francia e [l'Unione Sovietica]; accrescere il peso della Gran Bretagna in quell'equilibrio allineando al suo fianco i Domini [per esempio, l'Australia e il Canada] e gli Stati Uniti; respingere qualsiasi coinvolgimento (specie attraverso la Lega delle Nazioni, e soprattutto in aiuto della Francia) oltre a quelli esistenti nel 1919; mantenere la libertà d'azione britannica; spingere la Germania verso est contro [l'Unione Sovietica] se una delle due potenze (o entrambe) diviene una minaccia per la pace [intendendo probabilmente il potere economico] dell'Europa Occidentale (p.240)"

"... gli accordi di Locarno prevedevano una garanzia collettiva delle frontiere francese e belga con la Germania e furono firmati dai tre paesi più la Gran Bretagna e l'Italia nel ruolo di potenze garanti. In realtà il patto non concedeva nulla alla Francia, mentre dava alla Gran Bretagna il veto sull'adempimento francese delle alleanze con la Polonia e la Piccola Intesa. I francesi accettarono questi documenti ingannevoli per ragioni di politica interna (...) Questa trappola [gli accordi di Locarno] era costituita da vari fattori interconnessi. In primo luogo, gli accordi non garantivano la frontiera tedesca e la smilitarizzazione della Renania contro azioni tedesche, ma contro le azioni di Germania o Francia. Ciò, in un colpo solo, dava alla Gran Bretagna il diritto di opporsi a qualsiasi azione francese contro la Germania a supporto dei suoi alleati a est della Germania. Significava che se la Germania si muoveva verso est contro la Cecoslovacchia, la Polonia e infine [l'Unione Sovietica], e se la Francia attaccava la frontiera occidentale della Germania in appoggio alla Cecoslovacchia e alla Polonia, com'era tenuta a fare in base alle sue alleanze, la Gran Bretagna, il Belgio e l'Italia potevano essere costrette dagli accordi di Locarno ad andare in aiuto della Germania (p.264)."

"L'evento del marzo del 1936, cioè la rimilitarizzazione della Renania da parte di Hitler, fu l'evento più significativo di tutta la storia dell'appeasement. Finché i territori a ovest del Reno e una striscia larga cinquanta chilometri sulla sponda orientale del fiume fossero rimasti smilitarizzati, come previsto dal Trattato di Versailles e dagli Accordi di Locarno, Hitler non avrebbe mai osato attaccare Austria, Cecoslovacchia e Polonia. Non avrebbe osato perché, con la Germania indifesa e priva di soldati, la Francia avrebbe potuto facilmente entrare nell'area industriale della Ruhr paralizzando la Germania e impedendole di andare verso est. E già allora [1936], certi membri del Milner Group e del governo conservatore britannico avevano già elaborato la fantastica idea di poter prendere due piccioni con una fava mettendo la Germania e [l'Unione Sovietica] l'una contro l'altra. Pensavano così che due nemici si sarebbero tenuti reciprocamente in scacco, o che la Germania si sarebbe accontentata del petrolio della Romania e del grano dell'Ucraina. A nessuno di coloro che occupavano posizioni di responsabilità venne mai in mente che la Germania e [l'Unione Sovietica] potessero fare fronte comune, anche solo temporaneamente, contro l'Occidente. Tanto meno capitò loro di pensare che [l'Unione Sovietica] potesse battere la Germania e aprire tutta l'Europa Centrale al bolscevismo (p.265).”

"Per mettere in atto il piano di permettere alla Germania di andare a est contro [l'Unione Sovietica], era necessario fare tre cose: (1) liquidare tutti i paesi che stavano tra la Germania e la Russia; (2) impedire alla Francia di onorare le sue alleanze con questi paesi [cioè la Cecoslovacchia e la Polonia]; e (3) ingannare il popolo [britannico] per far sì che accettasse tutto questo come una necessaria, anzi l'unica, soluzione al problema internazionale. Il gruppo Chamberlain riuscì così bene in tutte e tre le cose che fu sul punto di aver successo, e fallì solo per l'ostinazione dei Polacchi, la fretta indecente di Hitler, e il fatto che all'ultimo momento il Milner Group si rese conto delle implicazioni [geo-strategiche] della sua politica e tentò un'inversione di rotta (p.266)."

"Quattro giorni dopo, Hitler annunciò il riarmo della Germania, e dopo altri dieci giorni la Gran Bretagna condonò l'azione mandando Sir John Simon in visita di stato a Berlino. Quando la Francia tentò di controbilanciare il riarmo della Germania portando l'Unione Sovietica nel suo sistema di alleanze orientali nel maggio del 1935, i britannici risposero formando l'Accordo Navale anglo-tedesco del 18 giugno 1935. Questo accordo, concluso da Simon, permetteva alla Germania di possedere una flotta purché limitata al 35% di quella britannica (e fino al 100% nel caso dei sottomarini). Per la Francia fu una mortale pugnalata alle spalle, perché dava alla Germania una marina notevolmente più grande di quella francese nelle categorie importanti (navi da guerra e portaerei), perché la Francia per trattato doveva attenersi al limite del 33%; e la Francia aveva anche un impero mondiale da proteggere e la marina italiana nemica nel Mediterraneo. Questo accordo mise la flotta francese in Atlantico talmente in balia della marina tedesca che la Francia dovette dipendere completamente dalla flotta britannica per avere protezione in quest'area (pp.269-270)".

"La liquidazione dei paesi tra la Germania e [l'Unione Sovietica] poté cominciare non appena la Renania fu rimilitarizzata, senza che la Germania dovesse temere che la Francia fosse in grado di attaccarla a ovest mentre era impegnata a est (p.272)".

"I paesi destinati a essere liquidati comprendevano l'Austria, la Cecoslovacchia e la Polonia, ma non la Grecia e la Turchia, poiché il Gruppo [Milner] non aveva alcuna intenzione di permettere alla Germania di scendere verso la vitale linea del Mediterraneo. Anzi, lo scopo del Piano Hoare-Laval del 1935, che distrusse il sistema di sicurezza collettiva cercando di cedere gran parte dell'Etiopia all'Italia, era quello di fare concessioni all'Italia e posizionarla al fianco della [Gran Bretagna], per bloccare il movimento a sud della Germania invece che a est [verso l'Unione Sovietica] (p.273).”

[10] Mackinder, Democratic Ideals, Op. cit., Cap. 5, pp.160-168.

[11] Ibid., Cap. 6 (The Freedom of Nations), pp. 214-215.

[12] US and EU agree 'single market,' British Broadcasting Corporation (BBC), 30 Aprile 2007.

[13]
Questa ultima affermazione andrebbe letta criticamente e il livello di cooperazione tra entrambe le parti dovrebbe essere attentamente esaminato.

Originale da: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=7064

Articolo originale pubblicato il 3 dicembre 2007

sabato, dicembre 08, 2007

Quale sarà la risposta della Russia all'indipendenza del Kosovo?

Quale sarà la risposta della Russia all'indipendenza del Kosovo?

di Elena Šesternina, commentatrice politica di RIA Novosti

La troika di mediatori internazionali (Stati Uniti, Unione Europea e Russia), dopo aver tentato per vari mesi di trovare una soluzione elegante al problema del Kosovo, ha ammesso il proprio fallimento.

Il rapporto finale che ha deciso di sottoporre in anticipo al Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon (la scadenza era stata fissata per il 10 dicembre), non contiene una sola raccomandazione concreta a Belgrado o a Pristina, o perfino alle Nazioni Unite. Cosa accadrà? Come risponderà Mosca se le autorità del Kosovo metteranno in atto le loro minacce e proclameranno unilateralmente l'indipendenza?

La missione della troika ha fallito, e non poteva essere altrimenti. Le posizioni dei suoi membri erano troppo distanti tra loro.

Washington premeva per l'indipendenza della provincia e Mosca faceva di tutto per ribadire che non c'era alcuna fretta. L'Unione Europea, dovendo rappresentare gli interessi di tutti e 27 i suoi stati membri, si destreggiava tra i due fuochi. Non tutti in Europa vedrebbero di buon occhio l'apparizione di un nuovo stato sulla mappa mondiale. I più accesi oppositori sono la Spagna, la Grecia, Cipro, la Romania e la Slovacchia. Sanno che non appena il Kosovo dichiarerà la propria indipendenza i loro separatisti avanzeranno subito richieste simili.

Ma non è stata la posizione dei mediatori il principale ostacolo. Se i serbi erano disposti a offrire tutto a Pristina, compresa un'autonomia così ampia da non avere paragoni nel resto del mondo, purché non si usasse la parola "indipendenza", ikosovari avevano deciso fin dall'inizio che la secessione dalla Serbia era solo questione di tempo. Si, erano pronti a sottoporsi alle procedure diplomatiche, perfino a sedersi al tavolo dei negoziati con i serbi, ma niente di più. E perché avrebbero dovuto, se gli Stati Uniti e vari paesi europei avevano già promesso loro l'indipendenza? Neanche ikosovari sanno bene cosa se ne faranno. Sembrano sperare che l'Occidente affronterà i loro molti problemi economici con entusiasmo ancor maggiore.

Mosca si comporta ancora come se la questione dell'indipendenza della provincia non fosse chiusa. Ma sembra proprio che lo sia. Ikosovari hanno ragione quando dicono che è solo "questione di tempo". La domanda che rimane aperta è quando l'indipendenza diventerà ufficiale e come verrà "messa in atto".

Lo scenario fino alla fine dell'anno è più o meno chiaro. Quando Ban Ki-Moon avrà letto il rapporto, esso sarà sottoposto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. La discussione si preannuncia tormentata, ma il risultato appare scontato: Mosca obietterà categoricamente a qualsiasi documento contenga la parola "indipendenza". Se riuscirà a persuadere l'Occidente che è necessario un altro giro di colloqui, si tratterà del maggiore trionfo della sua politica estera per quest'anno.

La maggioranza degli esperti ritiene che i kosovari non oseranno proclamare l'indipendenza immediatamente dopo la fine del dibattito all'ONU. In primo luogo, dovranno aspettare le elezioni presidenziali in Serbia, dove il primo turno elettorale si svolgerà il 20 gennaio. Secondariamente sarebbe bene guadagnarsi l'appoggio dell'"Europa Unita" oltre a quello degli Stati Uniti. I capi dell'Unione Europea cercheranno di sintonizzare le loro posizioni sulla "questione Kosovo" al vertice che si terrà a Bruxelles la settimana prossima. La posizione dichiarata finora è incoraggiante: l'UE dice che è necessario "impedire mosse unilaterali da parte del Kosovo".

Gli europei, almeno quelli che non pensano che il Kosovo costituirebbe un pericoloso precedente, stanno elaborando almeno due piani segreti. Secondo il rapporto dell'International Crisis Group, la Gran Bretagna, la Germania, l'Italia e la Francia appoggeranno l'indipendenza prima del maggio del 2008. Per cominciare, cercheranno di ottenere che il vertice di Bruxelles approvi una dichiarazione congiunta sul fatto che l'UE considera conclusi i negoziati sul Kosovo e che il modo migliore per uscire dall'impasse è tornare al Piano Ahtisaari (Martti Ahtisaari è il rappresentante speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite che ha elaborato un progetto per l'indipendenza del Kosovo). Se la Spagna, la Grecia e altri paesi che si oppongono al Piano Ahtisaari punteranno i piedi, la Commissione Europea darà a ciascun paese carta bianca per decidere se riconoscere o no l'indipendenza del Kosovo.

Il secondo piano è stato pensato a Parigi. Secondo una fuga di notizie sui giornali, Pristina dichiarerà l'"avvertimento finale" in gennaio e proclamerà ufficialmente l'indipendenza in febbraio. L'Albania sarebbe la prima a riconoscere il nuovo paese, seguita dagli Stati Uniti, dai paesi musulmani e da alcuni membri dell'Unione Europea.

Quali sono le opzioni di Mosca in questa situazione? Non sono molte. È improbabile che venga applicata la variante della "reazione adeguata" (riconoscere l'indipendenza dell'Ossezia meridionale, dell'Abkhazia e della Transnistria). Sergej Lavrov ha detto più di una volta che il Ministero degli Esteri rispetterà scrupolosamente la legalità e non violerà l'integrità territoriale di altri stati. E non servirebbe a niente aggravare la disputa con la Georgia, soprattutto perché l'Occidente prenderebbe sicuramente le parti di Tbilisi (non per nulla ha dichiarato prudentemente di considerare "unico" il caso del Kosovo). Una tale reazione non "ribalterebbe" l'indipendenza del Kosovo e la Russia finirebbe con l'avere più problemi ai confini di quanti sia in grado di gestirne. Tbilisi non accetterebbe supinamente la secessione delle repubbliche ribelli, indipendentemente dal risultato delle elezioni presidenziali.

Dunque è probabile che vedremo nuovamente una Russia impegnata in manovre diplomatiche. Per esempio, per bloccare l'ammissione del Kosovo all'OCSE e, cosa ben più importante per Pristina, alle Nazioni Unite. Dopo tutto il Kosovo non può entrare nelle Nazioni Unite senza il consenso del Consiglio di Sicurezza.

Originale: http://rian.ru/analytics/20071207/91380242.html

Articolo originale pubblicato il 7 dicembre 2007

giovedì, dicembre 06, 2007

Il nuovo rapporto sull'Iran delle spie americane

Il nuovo rapporto sull'Iran delle spie americane

di Kaveh L. Afrasiabi

traduzione di Andrej Andreevič

Due anni dopo l'ultimo rapporto National Intelligence Estimate (NIE), che sosteneva che "attualmente l'Iran è determinato senza ombra di dubbio a sviluppare armi nucleari, nonostante i suoi obblighi e la pressione internazionale", il NIE per il 2007 redatto dalle 16 agenzie di spionaggio dice tutt'altro. Cioè, che l'Iran avrebbe "sospeso" il suo programma segreto nell'autunno del 2003. Dando il merito di questo alla pressione della comunità internazionale, la nuova relazione è chiaramente orientata a sostenere la barcollante coalizione delle Nazioni Unite sull'Iran.

Come previsto, Washington, che ha diffuso il rapporto con molta pubblicità, è stata rapida nell'inquadrarlo all'interno di una cornice appropriata, facendo parlare il Consigliere per la sicurezza nazionale Stephen Hadley: "Questo conferma che abbiamo avuto ragione ad essere preoccupati in merito al tentativo iraniano di sviluppare armi nucleari", ha detto Hadley. "Il rapporto ci dice che abbiamo fatto dei progressi nel tentativo di assicurare che questo non avvenga. Ma l'intelligence ci dice anche che il rischio di trovarci davanti un Iran dotato di armi nucleari rimane un problema molto grave".

In altre parole, non mettiamo da parte le sanzioni, la cui efficacia è stata dimostrata dal nuovo rapporto.

Il nuovo NIE riporta l'"elevata fiducia" che il programma condotto dall'esercito sia stato chiuso nel 2003, e si conclude con la "moderata fiducia" che non sia ricominciato a partire dalla metà del 2007.

Il momento scelto per diffondere la relazione è curioso, dato che coincide sia con la cruciale riunione del presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad con i capi di Stato del Consiglio di Cooperazione del Golfo, dove Ahmadinejad ha compiuto notevoli progressi nell'aumentare la fiducia, avanzando l'idea di sicurezza e cooperazione economica nella regione, sia con le discussioni dei paesi del cosiddetto "Cinque più Uno" sulle prossime azioni delle Nazioni Unite contro l'Iran. Il gruppo Cinque più Uno comprende i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Russia e Cina) più la Germania.

A prescindere dai commenti di Hadley, in realtà il nuovo NIE mina la logica che ha portato gli USA a spingere per un terzo round di sanzioni americane contro l'Iran, contraddicendo nettamente ciò che fino ad oggi è stato affermato, come un articolo di fede, da parte degli Stati Uniti e gran parte dei mezzi di informazione e dei politici statunitensi. Cioè, l'idea che l'Iran, attraverso il suo programma di arricchimento e ritrattamento dell'uranio, abbia perseguito un programma per la costruzione di armi.

Gettando pesanti dubbi sulla difettosa teoria del "paradigma della verità" [1], il nuovo NIE ricicla l'ostentata certezza e la mancanza di minimi dubbi delle precedenti relazioni e presenta le sue nuove scoperte, che sono in netto contrasto, se non evidente contraddizione, con la relazione precedente. Questi repentini cambiamenti di dati sull'Iran riducono la credibilità di tutte le informazioni sul paese da parte di Washington e sollevano dubbi a livello internazionale sulle sue reali intenzioni.

Pertanto, date le lacune di credibilità nelle informazioni statunitensi sull'Iran, la vera questione è se la nuova relazione aiuti o comprometta i tentativi USA di aumentare le sanzioni contro l'Iran o meno. Si tratta di una questione importante dal momento che le relazioni indicano forti riserve da parte di Cina e Russia ad applicare ulteriori sanzioni, imposte unilateralmente o multilateralmente.

Per dare un avvertimento, l'ex consigliere della sicurezza nazionale degli Stati Uniti, Zbingnew Brzezinski ha scritto un articolo sui media americani affermando che la Cina, raffigurata come una "potenza geopoliticamente in equilibrio ", sarebbe incline ad accettare altre sanzioni e anche i più "revisionisti" russi potranno essere persuasi con la giusta "paziente diplomazia".

Brzezinski non menziona l'alleanza tra Cina e Russia all'interno della Shanghai Cooperation Organization, l'alleanza anti-NATO che ha accordato all'Iran lo status di osservatore, e ricorre convenientemente a un'immagine caricaturale dei progetti e delle intenzioni della Cina come potenza mondiale.

Cercare alleati contro l'Iran attraverso analisi favorevoli o dubbi rapporti d'intelligence non funzionerà, e gli Stati Uniti oggi hanno disperato bisogno di un serio ripensamento delle proprie politiche a lungo termine e intenzioni in Medio Oriente, trovandosi in questo momento davanti ad un "Iran in ascesa".

In assenza di un tale ripensamento, la non realistica speranza di "zero centrifughe" continuerà ad esistere. Invece, gli Stati Uniti potrebbero contemplare l'utilità di un'alternativa, una diplomazia con l'Iran non coercitiva, centrata su interessi paralleli e condivisi con gli Stati Uniti, cioè gli interessi di entrambe le nazioni per i flussi di petrolio dell'OPEC che partono dal Golfo Persico per arrivare al mercato internazionale, nonché per un monitoraggio internazionale del programma nucleare iraniano. In altre parole, negli USA è giunto il momento di puntare sul "realismo, non l'idealismo" per quanto riguarda la politica del programma nucleare iraniano. [2]

L'autore di questo articolo aveva già trattato in precedenza dei decision makers sul nucleare iraniano, in particolare nel 2004 e 2005, in articoli che non lasciano alcun dubbio sul fatto che l'affermazione del rapporto statunitense secondo la quale l'Iran avrebbe "bloccato" certe attività nucleari in seguito a pressioni esterne debba essere presa con le pinze. E questo tenendo conto del fatto che le esaurienti ispezioni dell'AIEA non hanno prodotto tali conclusioni ma, al contrario, hanno comunque rafforzato le dichiarazioni iraniane che il programma non sarebbe mai stato deviato verso scopi militari.

I diversi programmi che l'Iran ha fermato nel 2004-2005, a seguito di intensi negoziati con la troika europea, Francia, Germania e Gran Bretagna, sono stati "volontarie e non giuridicamente vincolanti" misure di fiducia, e non attività militari illecite come quelle alle quali accenna il nuovo rapporto di intelligence USA. Se questo fosse vero, allora la comunità mondiale ha bisogno di sapere quali attività specifiche furono coinvolte e perché gli Stati Uniti non abbiano finora condiviso queste informazioni, per esempio con l'AIEA. Dopo tutto, il capo dell'AIEA Mohamad ElBaradei in sue recenti interviste è stato molto chiaro riguardo l'assenza di informazioni sul perseguimento da parte iraniana delle armi atomiche.

Quello che è preoccupante del nuovo rapporto NIE è che gli alti funzionari dell'intelligence degli Stati Uniti hanno continuato a fare dichiarazioni pubbliche, per esempio nella loro testimonianza congressuale, promettendo di evitare gli errori del passato messi in evidenza riguardo l'Iraq e una raccolta di intelligence selettiva sull'Iran, e persino minacciando di dimettersi se queste notizie di intelligence raccolte in maniera selettiva fossero state utilizzate per avventure militari contro l'Iran.

Con la comunità di intelligence degli Stati Uniti sulla difensiva dopo rivelazioni emerse dopo l'invasione dell'Iraq che ancora affliggono l'amministrazione di George W. Bush, quest’ultima potrebbe aver gestito un mini-golpe all'interno della comunità di intelligence procurando una nuova relazione che conferma l'esistenza un programma nucleare iraniano, pur specificando che è stato "fermato".

Se il documento fosse seguito da una relazione secondo la quale l'Iran sarebbe pronto a cambiare rotta e ricominciare l'attività interrotta allora, teoricamente parlando, questo darebbe ampia giustificazione a Washington per pianificare "attacchi preventivi" contro l'Iran, per non parlare di ulteriori sanzioni. Eppure, anche in mancanza di un tale ipotetico aggiornamento, l'attuale stato d'animo sull'Iran alimentato dal nuovo rapporto di intelligence è sufficientemente paranoico da giustificare nuove azioni contro Teheran.

Ma questa nuova relazione rappresenta realmente un miglioramento dell'intelligence degli Stati Uniti sull'Iran? O è lo stesso atteggiamento che continua a rifiutare di riconoscere i legittimi diritti e necessità nucleari dell'Iran a scopi pacifici e l'efficacia dei meccanismi di verifica dell'AIEA, per non parlare della proposta di altre "garanzie oggettive" che l'Iran ha messo sul tavolo?

A parte questo, gli Stati Uniti hanno per ora fatto un passo indietro dal punto di vista qualitativo a proposito dell'opzione militare rendendo pubblica questa nuova relazione che dichiara in modo inequivocabile il congelamento iraniano dell'impulso alla proliferazione, dando contemporaneamente all'opzione militare nuovi orizzonti di vita attraverso la denuncia delle passate attività.

Nel complesso, tuttavia, questo pone l'atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti dell'Iran dietro una spessa nube di incertezza, per non parlare di calo di credibilità, come un pendolo che può oscillare in diverse direzioni, quasi capricciosamente. Il fatto è che grazie al suo vasto gruppo di "alchimisti" dell'intelligence gli Stati Uniti e i loro politici ancor più creduloni, si stanno predisponendo a un'altra disastrosa mossa nel mutevole Medio Oriente.

Nel congelamento temporaneo dell'opzione militare derivante dal nuovo rapporto di intelligence è annidato il suo contrario, e il tutto può essere visto come parte integrante di un modo tortuoso di gestire la "minaccia nucleare" iraniana. Si tratta, di fatto, di uno sviluppo minaccioso.


Note:

1. Debunking the Iran nuclear mythmakers, Asia Times Online, 25 gennaio 2007 e Iran, nuclear challenges The Iranian Journal Of International Affairs, Primavera 2007.

2. Realism, not idealism, Harvard International Review, maggio 2007.

Originale: http://www.atimes.com/atimes/Middle_East/IL05Ak01.html

Articolo originale pubblicato il 5 dicembre 2007

Kaveh L. Afrasiabi, dottore in filosofia, è l'autore di After Khomeini: New Directions in Iran's Foreign Policy (Westview Press) e coautore di "Negotiating Iran's Nuclear Populism", Brown Journal of World Affairs, con Mustafa Kibaroglu. Ha inoltre scritto "Keeping Iran's nuclear potential latent", Harvard International Review, ed è autore di Iran's Nuclear Program: Debating Facts Versus Fiction.

Tradotto dall'inglese da Andrej Andreevič per Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft per ogni uso non-commerciale: è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne l'autore e la fonte.

mercoledì, dicembre 05, 2007

Le ragioni della sconfitta dei liberali russi

Le ragioni della sconfitta dei liberali russi
di Nicolai N. Petro

I vari tentativi della coalizione nota come "Altra Russia" di organizzare manifestazioni di protesta nelle principali città russe, compresi i recenti insuccessi di Mosca e San Pietroburgo, hanno messo in luce una verità indiscutibile: coloro che appartengono alla cosiddetta opposizione liberale in Russia non sono né competenti, né popolari.

La loro iniziativa più riuscita, la scorsa estate, ha riunito al massimo 5000 partecipanti. Da allora la partecipazione è stata nell'ordine delle centinaia di persone, con i poliziotti e i giornalisti stranieri che spesso erano più numerosi dei manifestanti.

Perché gli autoproclamatisi "liberali" Russi non sono riusciti ad attirare il favore popolare?

È certo che il boom economico non ha reso più semplice la loro opposizione a Putin. Tuttavia, con un supporto che potrebbe arrivare al 40%, note figure politiche e culturali dalla loro parte e i cospicui finanziamenti delle élite finanziarie, i risultati negativi dei liberali sono sorprendenti.

Ciò è dovuto in parte all'iniziale decisione di stringere legami che hanno seriamente macchiato la reputazione di molti dei maggiori politici liberali russi.

Nel tentativo mal gestito di ottenere una maggiore visibilità, diversi politici moderati - come Vladimir Ryžkov, Irina Chakamada, Grigorij Javlinskij, Michail Kas'janov e Boris Nemcov - si sono associati a due personaggi molto dubbi: l'imprenditore/campione di scacchi Garry Kasparov, che come ex membro del consiglio del Centro americano per una Politica di Sicurezza ha contatti consolidati con molti neo-conservatori statunitensi clamorosamente anti-russi, e Eduard Limonov, il leader del Partito Nazional Bolscevico (NBP).

Limonov, che ha suggerito l'uso di "tattiche serbe" per riconquistare regioni dell'ex Unione Sovietica caratterizzate da una numerosa popolazione russa, è ben più di un "alleato casuale" dei liberali (come ha scritto il Washington Post).

Ha contattato il gruppo che ha concepito Altra Russia poco dopo la sua fondazione, nel marzo del 2004, e ha messo a disposizione del comitato le competenze dei suoi "combattenti": competenze come brandire finte granate per occupare la Chiesa di San Pietro in Lettonia, reato per il quale diversi membri dell'NBP sono finiti in carcere. Lo stesso Limonov è stato condannato per l'acquisto illegale di armi nell'aprile del 2001 e ha scontato due anni di prigione.

Mentre alcuni alleati, come Javlinskij e Kas'janov, hanno già preso le distanze da Altra Russia, altri (come Kasparov, Ryžkov e Nemcov) continuano a giustificare l'alleanza in quanto necessaria ad aggirare il controllo del Cremlino sui mezzi di informazione.

Tuttavia è difficile credere che siano in molti a non avere idea della reale consistenza di questa opposizione. Più di un quarto della popolazione dispone di un accesso regolare a Internet, che resta completamente priva di censure in Russia, e il 13% la considera la principale fonte di informazione (a Mosca e a San Pietroburgo la percentuale raddoppia).

Già prima che cominciasse l'attuale stagione elettorale, i sondaggi mostravano che nel 2005 i due principali partiti liberali - l'Unione delle Forze di Destra e Jabloko - raggiungevano il 23,8% della copertura televisiva dedicata ai partiti politici sui sette maggiori canali russi. Nel 2006 la percentuale era solo del 14%.

Troppo bassa? Forse, ma comunque molto più alta della percentuale di elettori che abbia mai votato per questi due partiti. E questi dati non tengono conto del fatto che durante l'ultimo mese ciascuno degli 11 partiti politici che correvano per la Duma ha ricevuto almeno tre ore di programmi televisivi nazionali in prima serata.

Kasparov asserisce che se non fosse per la censura del regime il popolo russo sposerebbe in massa la sua causa, ma Javlinskij era probabilmente più vicino alla verità quando ha detto a un giornalista che il suo partito ha una percentuale di notorietà nazionale del 97%.

Il problema, a quanto pare, non è che l'opposizione non riesce a far arrivare il proprio messaggio al pubblico russo, e non è neanche il messaggio. Il problema sono i portatori del messaggio, che sono riusciti ad alienarsi la propria base naturale, e cioè la classe media russa in ascesa.

Cosa fareste se vi mettessero di fronte a questa scelta:
Uno, un movimento politico che mette insieme un ex campione di scacchi la cui famiglia risiede oltreoceano, un ex primo ministro noto con il soprannome di "Miša 2%" per le bustarelle che avrebbe preso per autorizzare finanziamenti governativi a società private, e un ex rocchettaro punk uscito di prigione qualche anno fa che ha giurato di restaurare a tutti i costi l'impero russo.
Due, il partito di Vladimir Putin, che ha promesso una continuità delle politiche che hanno fatto crescere i salari medi da 81 dollari a 550 dollari al mese, che ha sensibilmente aumentato la spesa sociale e ridotto il livello di povertà dal 27% al 15%.

Alcuni liberali russi sembrano non rendersi conto di quanto sia cambiato il paese. Javlinskij, per esempio, ha recentemente osservato che non legge spesso i giornali ("Lo fanno i miei assistenti") e che non guarda la televisione russa da quattro o cinque anni.

E poi ci sono le conseguenze negative dell'apparente disprezzo dell'opposizione nei confronti delle persone che dovrebbero appoggiarla. Boris Berezovskij, che dice di finanziare l'opposizione dal suo esilio londinese, ha dichiarato: "Il problema è che per secoli le autorità russe hanno abusato del popolo russo, trasformandolo in bestiame". L'immagine bovina dell'elettorato russo è molto cara all'élite liberale russa, la quale sembra cinicamente ritenere che la politica non abbia bisogno di rivolgersi al popolo, ma consista semplicemente nel sostituire buoni mandriani a cattivi mandriani.

Che importa come vota la gente, o addirittura se vada a votare, se - come ha detto Limonov all'ultima manifestazione svoltasi a Mosca prima delle elezioni - Altra Russia non intende riconoscere la legittimità di alcun risultato?

C'è forse da meravigliarsi che la maggior parte dei russi pensi che l'opposizione voglia solo sottrarre loro un benessere guadagnato così duramente?

C'è forse da meravigliarsi che l'acritico atteggiamento di adulazione dei media occidentali nei confronti di questa opposizione, e in particolare di Altra Russia, sia considerato da molti russi con profondo sospetto?
Lungi dall'indicare un allontanamento dalla democrazia, il rifiuto da parte dell'elettorato russo dell'attuale opposizione può essere invece un segnale del progresso del paese verso una democrazia matura.

Nicolai N. Petro è stato assistente speciale del Dipartimento di Stato americano per i rapporti con l'Unione Sovietica sotto George H.W. Bush e ora insegna politica internazionale all'Università di Rhode Island.


Originale: International Herald Tribune

Articolo originale pubblicato il 4 dicembre 2007

martedì, dicembre 04, 2007

La nuova censura

La nuova censura

di Serge Halimi

traduzione di Andrej Andreevič

Nella prefazione alla traduzione francese dell'opera teatrale di Karl Kraus Gli ultimi giorni dell'umanità, il filosofo Jacques Bouveresse si chiede se i benefici della libertà di parola non stiano sbiadendo di fronte ai suoi misfatti (1). E' una domanda tabù, lo ammette. Ma è veramente così tabù? L'opera di Kraus stigmatizza i giornalisti e la propaganda della Grande Guerra. Questa è stata una questione d'attualità durante tutta la durata dei bombardamenti della NATO in Kosovo (2).

E ritornerà ad esserlo alla prossima operazione militare. Perché, dopo Timişoara e l'invasione americana di Panama (dicembre 1989), dopo la guerra del Golfo (agosto 1990-marzo 1991), dopo Maastricht (settembre 1992), dopo quello che abbiamo vissuto durante la guerra del Kosovo (la pulizia "democratica" dissimulata sotto le nobili spoglie di una battaglia contro la "pulizia etnica", l'isteria propagandista, le menzogne, le esagerazioni, le manipolazioni, le intimidazioni, le dissimulazioni, gli anatemi) tutto ciò ridurrebbe fortemente il desiderio più forsennato di difendere la "libertà di stampa". Per esempio la libertà per il gruppo Matra Hachette di possedere l'informazione (Télé 7 jours, Europe 1, il Journal du Dimanche, Paris Match e tanti altri), la sua diffusione (NMPP, Relais H) e... la fabbricazione dei missili necessari all'esecuzione delle missioni militari rese popolari grazie all'informazione.

Quindi, nello stesso momento in cui la stampa della catena Hachette spingeva verso la guerra totale contro il Kosovo e assimilava gli avversari della NATO a "complici di Milosevic", le fabbriche della Matra fabbricavano tranquillamente, guadagnando un milione di franchi [circa 150.000 euro, N.d.T.] a pezzo, questi missili guidati tramite laser che avrebbero commesso qualche "errore" nei Balcani.

Ma un simile incrocio (imprudente, insolente, oltraggioso) tra produzione di armi e produzione di idee, creazione di valore per l'azionariato e combattimento per i valori "umanitari", è inutile cercarlo sulla grande stampa, che si dica formalmente indipendente dai generali, dai mercanti di cannoni e dai venditori d'acqua. Le reti di alleanze, o "sinergie", garantiscono di volta in volta la legge del silenzio e la scelta da parte dell'"informazione" di informazioni ideologicamente formate in maniera da favorire la beata contemplazione della nuova economia al servizio del vecchio impero.

Certamente, si potrebbe ironizzare sull'incesto apparentemente voluttuoso tra una prevaricazione istituzionalizzata e la ostinata escogitazione di una pretesa insignificanza tanto chiassosa che potremmo pensare destinata a coprire il rumore dello sfregamento dei corpi. Quello che disarma l'ironia e carica il risentimento è il tono altero e permanente delle crociate dell'ordine mediatico-mercantile. Il loro magistero sull'opinione è ormai discusso pochissimo, la loro onnipresenza talmente assicurata che vorrebbero anche fingere di rivestire il ruolo di arbitri delle eleganze intellettuali. Il direttore di quel settimanale scandalistico-pubblicitario dispone così di due trasmissioni sulla principale emittente radiofonica pubblica, l'altro direttore di un grande quotidiano parigino del mattino anima un talk show letterario, l'altro direttore di un grande quotidiano parigino serale, passato senza problemi dalla LCR alla LCI [la LCR è la Ligue communiste révolutionnaire, la LCI è La Chaîne Info, catena televisiva privata più famosa della Francia, N.d.T.], manda in un salone audiovisivo i suoi "intellettuali" della settimana (3). Cioè, a voler essere precisi, quelli (Bernard Henri Lévy, Philippe Sollers, Philippe Sollers, Bernard Henri Lévy) che sono già editorialisti in un grande giornale di riferimento, forse perché tra le altre qualità che hanno non mancano mai di salutare con gioia le opere dei propri direttori.

Questo neototalitarismo untuoso, prestato riverentemente al "dibattito", esige il concorso di gruppuscoli di pensatori formati che sanno come affrontarsi su delle bazzecole e coprire col fracasso delle loro piccole divergenze la profondità delle loro inconfessate convergenze. Che sono la democrazia e il mercato. Se il secondo, censuario, non può che essere inconciliabile con la prima, egalitaria, il dogma di una correlazione tra questi, inizialmente sviluppato dal pensiero ultra-liberale più decrepito, ha finito per contaminare lo spazio pubblico, a volte con l'aiuto dei simulatori di contestazione. E all'interno di una stampa che non smette di urlare che la sua libertà è una garanzia per il contributo degli annunciatori, chi potrebbe ancora discutere questo genere di postulato?

Quando le manipolazioni dell'informazione sono abituali, quando i fabbricanti d'armi diffondono la morale del giorno, quando lo spazio pubblico, già distrutto dalle privatizzazioni, è invaso dal fracasso pubblicitario e borsistico, quando dei "grandi" giornalisti non sognano altro che fare squadra con i padroni del mondo (che sono anche padroni dei media), quando un pensiero di mercato amputa la nostra comprensione del mondo, e quando tutto questo viene fatto in nome della libertà, come non condividere per un istante il sentimento di Karl Kraus che questa "libertà" applicata alla stampa vale poco più della censura?

Note:

(1) Karl Kraus, Les Derniers Jours de l'humanité, prefazione di Karl Kraus, postfazione di Geral Steig, tradotto dal tedesco da Jean-Louis Besson e Henri Christophe (Agone, Marseille, 2000).

(2) Vedi Serge Halimi, Dominique Vidal e Henri Maler,« L'opinion, ça se travaille… » Les médias et les 'guerres justes' (Agone, Marsiglia, 2006).

(3) Si trattava, all'epoca, rispettivamente di Laurent Joffrin (Le Nouvel Observateur), Franz-Olivier Giesbert (Le Figaro) ed Edwy Plenel (Le Monde). I primi due si sono poi riconvertiti, il primo andando a Libération, l'altro a le Point. Edwy Plenel invece è quasi completamente scomparso.

«La nouvelle censure», Autre Futur, 25 aprile-2 maggio 2000, numero speciale pubblicato da CNT numéro in occasione della settimana «Per un altro futuro» organizzata nel maggio 2000.


Originale:

http://www.leplanb.org/arsenal/la-nouvelle-censure.html


Serge Halimi è dottore in scienze politiche all'Università di Berkeley e successivamente professore associato dell'Università Paris-VIII dal 1994 al 2000, oggi collabora con Le Monde Diplomatique. Ha scritto I nuovi cani da guardia. Giornalisti e potere, L'opinion, ça se travaille, Il grande balzo all'indietro.

Entra in gioco il fattore Sharif

Entra in gioco il fattore Sharif
di M. K. Bhadrakumar

traduzione di Andrej Andreevič

Gli Stati Uniti stanno guardando con ansia alla dolorosa marcia del Pakistan verso la democrazia, e non ne gradiscono l'aspetto. Il ritorno dell'ex primo ministro Nawaz Sharif in Pakistan ha alterato completamente i calcoli politici e colto Washington di sorpresa.

Insistendo per il ritorno di Sharif in Pakistan, l'Arabia Saudita ha preso la questione nelle proprie mani. Washington avrebbe dovuto leggere i segnali del fatto che qualcosa stava accadendo a Riyadh quando, due settimane prima, l'ambasciatore saudita in Pakistan ha dimostrato pubblicamente di poter intervenire con il presidente e generale Pervez Musharraf per il rilascio dell'ex direttore generale dell'ISI, Hamid Gul, dalla detenzione scattata in seguito all'imposizione del draconiano stato di emergenza imposto questo mese.

Gul non è una persona qualunque. Ha un passato notevole (sia come membro in servizio che come generale in congedo) di campagne per il destino del Pakistan all'interno di un arco di paesi islamici che va dall'Afghanistan alla Turchia. Ha coerentemente proposto una sfida strategica con gli Stati Uniti. Vent'anni fa è stato co-autore di un ripensamento strategico ("documento per il consenso regionale strategico") mentre serviva come capo dell'ISI sotto la presidenza di Zia ul-Haq, preparando il Pakistan per la fase del post-jihad afghano, quando gli Stati Uniti lo avrebbero scaricato come alleato.

Gul è un convinto sostenitore della "bomba islamica". Ovviamente, era il periodo in cui negli ultimi anni ottanta, quando il Pakistan stava considerando la possibilità di "vendere" una bomba nucleare all'Arabia saudita per sbarazzarsi della fastidiosa dipendenza dall'aiuto americano, oltre che preparare la fornitura all'Arabia Saudita di missili a lunga gittata a capacità nucleare CSS-II. Gul ha un'instancabile fede nel jihad. Si dice che avrebbe portato personalmente Osama bin Laden ad incontrare Nawaz Sharif.

L'ascesa del nazionalismo islamico
Invece Washington non ha prestato attenzione quando Musharraf ha accettato la richiesta saudita di liberare Gul. La prontezza con la quale il desiderio saudita è stato esaudito dall'establishment pakistano avrebbe dovuto mettere in allarme gli Stati Uniti.

Non sorprendentemente, la questione che tormenta l'amministrazione Bush è se il testimone della trasformazione democratica pakistana passerà nelle mani delle forze islamiche conservatrici e nazionaliste o in quelle dei "liberali moderati" (cioè Benazir Bhutto) scelti da Washington. Bush ha ammesso il suo personale senso di frustrazione quando ha detto all'Associated Press: "Non lo conosco [Sharif] molto bene". A proposito dei legami di Sharif con i partiti islamici in Pakistan, Bush ha aggiunto: "Dovrei essere molto preoccupato se ci fosse un leader in Pakistan che non dovesse capire la natura del mondo nel quale viviamo oggi".

Sharif, da parte sua, rifiuta nettamente di riconoscere i recenti sforzi di Bush per portare avanti la trasformazione democratica del Pakistan. Ricorda i suoi contatti col presidente Bill Clinton e continua a dire di non conoscere Bush. Mercoledì Sharif ha toccato l'argomento della "guerra al terrore" di Bush. Riferendosi alla repressione militare nella valle pakistana dello Swat, Sharif ha detto che Islamabad dovrebbe riflettere prima di obbedire alle richieste delle potenze straniere. Ha aggiunto causticamente: "Questo è il nostro paese, e sappiamo meglio di loro come risolvere i nostri problemi".

Sharif prevedeva che la sua osservazione avrebbe trovato forte risonanza nell'opinione pubblica pakistana. Anonimi ufficiali statunitensi, in risposta, hanno rivelato ai grandi giornali americani (inclusi il New York Times, il Wall Street Journal, il San Francisco Chronicle) che l'amministrazione Bush crede che Sharif possa porre un ostacolo alla "guerra al terrore".

Dipingono Sharif come un politico conservatore che ha complottato in favore della proliferazione nucleare con Abdul Qadeer Khan, grande amico dei Taliban e al-Qaeda, e sostengono che si opporrà all'emancipazione delle donne pakistane. Selezionano alcuni aspetti della tumultuosa vita politica di Sharif e gli attribuiscono le responsabilità di tutto quello che è andato male in Pakistan negli ultimi due-tre decenni. Ma questo è scorretto. Mentre era in carica Sharif non ha fatto quasi nulla che Bhutto non avesse già tentato.

L'amministrazione Bush è messa in imbarazzo dal fatto che le sue tecniche di amministrazione politica abbiano fallito contro il formidabile establishment pakistano. La rapidità dello svolgersi degli eventi politici ad Islamabad ha lasciato Bush senza opzioni, lasciandolo da solo ad elogiare le qualità di comando di Musharraf, anche quando il generale ha sistematicamente respinto tutte le prospettive politiche di Bhutto. Forse la visione apocalittica di un Pakistan governato da Sharif potrebbe aiutare a giustificare il supporto a Musharraf.

Le attuali richieste di Washington hanno portato ad un virtuale alleggerimento delle leggi d'emergenza in Pakistan, qualcosa che Musharraf è in ogni caso pronto a fare. Nei fatti Musharraf non ha più giustificazioni per l'uso della legislazione d'emergenza ora che ha superato le sfide dell'apparato giudiziario che minacciavano di impedirgli di diventare presidente civile. Rimane ostinato solo nel suo rifiuto di reintegrare i magistrati che ha licenziato dopo il 3 novembre. Gli stessi partiti politici sono divisi sulla questione.

Le opzioni di Sharif
Sezioni dell'establishment si aspettano che Sharif possa unificare le fazioni della Lega Musulmana Pakistana (PML-Q) per vanificare ogni residua possibilità da parte di Bhutto di prendere il potere. Cercano di replicare la grande alleanza dell'IJI (Islami Jamhuriat Itehad, o Alleanza Islamica Democratica) del 1988, che era un'alleanza del PML-Q e dei partiti islamici con l'aiuto dell'esercito e dell'ISI. Il punto è che anche se Sharif dovesse avere un aspro contenzioso con Musharraf, questo non diminuirebbe la sua accettabilità all'interno dell'establishment pakistano, per il quale resta un ex alleato.

Probabilmente, la naturale inclinazione di Sharif lo porterebbe verso un patto con l'establishment militare e dell'intelligence. Ma ora è troppo presto per dirlo. Sharif sta tastando il terreno. È estremamente cauto. Si sta ricollegando con la propria base nel Punjab. Sta calcolando cosa possa riservargli le elezioni. Ma la sua candidatura sarà accettata, dal momento che è stato condannato dalla magistratura? La costituzione gli impedisce di diventare primo ministro una terza volta.

Nel frattempo alcune questioni sono state chiarite. Anzitutto, Sharif potrebbe non ricorrere a politiche di agitazione. Potrebbe facilmente diventare un sobillatore, ma i sauditi non vogliono che faccia niente del genere per destabilizzare l'ordine politico esistente a Islamabad. Gli interessi sauditi si basano sul non mettere a repentaglio il Pakistan, fornito di armi nucleari, ma essere in grado di pilotarlo se l'influenza politica dell'Iran sciita dovesse continuare a diffondersi nella regione.

Sharif non ritiene Bhutto degna di fiducia; fa pieno affidamento sul funzionamento del PML-Q all'interno di un fronte unito sotto le insegne del Movimento Democratico di Tutti i Partiti (MDTP), ma non può assicurare la coesione dell'alleanza, specialmente dei partiti islamici. In precedenza era l'ISI a occuparsi di queste questioni per suo conto. Rifiuta anche una completa incorporazione del suo partito nel partito di governo PML-Q ma non ha problemi a cooptare fuoriusciti del "partito del Re" nelle sue fila. L'MDTP ha annunciato giovedì un boicottaggio delle elezioni parlamentari di gennaio (cosa che invece Bhutto non ha fatto), ma questo atto non è necessariamente la fine della questione.

All'interno di questo codice di condotta non è sorprendente che Musharraf abbia deciso di poter imparare a convivere con la retorica infiammata di Sharif finché non saranno tenute le elezioni. Musharraf ha ripetuto giovedì che, subito dopo aver giurato come presidente civile, è determinato a tenere le elezioni l'otto gennaio, non importa cosa accadrà nel frattempo. La grande domanda comunque è se i principali grandi partiti politici parteciperanno. La legittimità derivante dalle elezioni dovrebbe alleggerire la pressione della comunità internazionale su Musharraf.

Il potente capo del PML-Q, Chaudhry Shujaat Hussain, e il suo cugino e capo del ministero del Punjab Chaudhry Pervaiz Elahi (che fino a poco tempo fa era considerato il possibile futuro primo ministro) hanno fatto capire che un accordo post-elettorale con Sharif non potrà essere fatto. Sheikh Rashid, vicino a Musharraf, ha detto di "Non potere prevedere nulla in Pakistan. Se Musharraf può incontrare Bhutto e se Nawaz Sharif può tornare in Pakistan prima delle elezioni, allora tutto è possibile".

Musharraf stesso ha accennato ai maneggi politici cui si è trovato di fronte quando ha auspicato che i politici non avrebbero riesumato la cultura politica degli anni novanta. Giovedì, di fronte ad un'eminente platea a Islamabad, ha teso una sorta di metaforico rametto d'ulivo quando ha detto speranzoso che "personalmente" pensa che il ritorno di Sharif in Pakistan sia una cosa "buona" per il paese.

Musharraf vs Kiani
Musharraf ha annunciato giovedì che la fase 3 di questo programma di transizione democratica è cominciata. Chiaramente le attuali speculazioni sul Pakistan (come l'inevitabilità di uno scontro di personalità tra Musharraf e il capo appena nominato dell'esercito, il generale Ashfaq Parvez Kiani) trascurano completamente la realtà evidente che questi due protagonisti sono uniti come gemelli siamesi nello scenario del dopo elezioni in Pakistan.

I loro interessi fondamentali sono inestricabilmente intrecciati. L'esercito pakistano non potrà mai sperare di avere un presidente tanto profondamente impegnato nella salvaguardia dei propri interessi corporativi come Musharraf. Per quanto riguarda Musharraf, al quale manca una base politica, dovrebbe essere abbastanza intelligente da riconoscere i limiti del proprio potere presidenziale.

In ogni caso, l'ultima cosa che un soldato come Musharraf farebbe sarebbe di aggirare gli interessi militari in favore della "supremazia civile". Storicamente la cosa più vicina ad un'intesa cordiale con la Presidenza che i militari possano arrivare a gestire nel quadro della troika del Pakistan (che comprende il presidente, il primo ministro e il capo dell'esercito) si è verificata quando il burocrate per eccellenza, Ghulam Ishaq Khan, è subentrato a Zia ul-Haq in seguito alla sua morte in un incidente aereo nell'agosto 1988. Ma Khan doveva ancora ingraziarsi l'allora capo dell'esercito, Aslam Beg.

Musharraf e Kiani si sono ritrovati a ripercorrere la stessa strada di un tempo. Cioè, i metodi con i quali l'esercito ha tentato di assicurarsi che Bhutto non diventi parte della troika di Islamabad, come è successo già 19 anni fa, devono essere messi nella giusta prospettiva. Musharraf e Kiani perseguono un piano comune dopo aver determinato ciò che è meglio per la stabilità politica del Pakistan. L'esercito è riuscito con successo a impedire a Washington di imporre Bhutto contro il regime. Un tipo di alleanza di governo in stile IJI sarebbe perfetto per l'esercito in questo frangente.

Implicazioni regionali
Le implicazioni regionali e internazionali saranno di vasta portata. Se la strategia degli Stati Uniti, sotto la facciata della creazione di un regime "veramente democratico" in Pakistan, è stata di creare una troika facilmente manipolabile a Islamabad, le cose non hanno funzionato proprio come si aspettavano. L'esercito del Pakistan rimarrà la forza dominante nella vita nazionale del paese. Ma gli Stati Uniti dovranno continuare a negoziare la cooperazione del Pakistan per la "guerra al terrore".

Il nuovo capo dell'esercito condivide con Musharraf i principali punti di vista e, più importante, condivide i limiti di Musharraf nel collaborare con gli Stati Uniti contro i Taliban e al Qaeda. Washington non può permettersi di danneggiare i suoi rapporti con l'esercito pakistano minacciando di tagliargli gli aiuti, né di violare l'integrità territoriale del Pakistan con le Forze Speciali statunitensi. Gli Stati Uniti farebbero altrettanto bene a non spingere involontariamente l'esercito in scontri con i propri leader tribali.

Gli Stati Uniti saranno costretti a mettere meglio in conto l'atteggiamento accusatorio dell'esercito pakistano in merito all'India, atteggiamento che comprende anche un certo risentimento circa la incostanza dell'amicizia americana e, più di recente, la percezione dell'inclinazione degli Stati Uniti verso l'India come partner strategico preferito della regione. Ad un certo punto, Washington potrebbe essere costretta a rivedere il suo rifiuto di entrare in cooperazione nucleare con il Pakistan, sul modello della sua proposta di accordo con l'India.

India in guardia
Una diminuzione della capacità Washington di influenzare la politica del Pakistan sul Kashmir o le sua attività di frontiera volte a colpire l'India causerebbero disagio a Delhi. In questi ultimi anni, Delhi si è cullata nell'idea che Washington potesse tenere efficacemente a bada il regime di Musharraf e impedirgli di aumentare le tensioni con l'India. Ma tra gli analisti di sicurezza di Delhi circola anche l'idea che la permanente presenza militare americana in Afghanistan sia una buona cosa, in quanto rende Musharraf più pronto a trattare con l'India. Per loro, la "guerra al terrorismo" in Afghanistan è importante perché l'esercito americano ostacola quello pakistano.

Delhi avrà anche preso atto del fatto che, per la prima volta, un ex capo dell 'ISI, l'agenzia che calibra le tensioni con l'India, è salito ai vertici dell'esercito. Kiani ha avuto una lunga esperienza nel trattare con l'India a vario titolo - come direttore generale delle operazioni militari durante i colloqui col suo omologo in seguito all'attacco terroristico del dicembre 2001 al Parlamento di Nuova Delhi, come Comandante generale delle dodici divisioni dell'esercito pakistano di Muzzafarabad, palcoscenico delle insurrezioni nel Jammu e Kashmir, e come capo dell'ISI.

I Taliban vinceranno
Di certo il rafforzamento della struttura di potere a Islamabad si svolge in un momento in cui in Afghanistan si sta cercando un qualche genere di accordo con i Taliban.

Si potrebbe anche ignorare il recente rapporto del Senlis Council secondo il quale i Taliban sono presenti sul 54% dell'Afghanistan, controllando "vaste aree del territorio, compreso quello rurale, alcuni centri periferici, e di importanti arterie stradali", o la sua affermazione secondo la quale i rivoltosi sarebbero in grado di esercitare "una quantità significativa di controllo psicologico, guadagnando sempre una legittimità politica sempre maggiore, sulla mente del popolo afghano". Ma anche così è difficile discutere l'affermazione del gruppo londinese che "la questione ora sembra essere non se i Taliban vogliano tornare a Kabul, ma... quando e in quale forma. L'obiettivo dichiarato spesso di raggiungere la città nel 2008 appare più che mai probabile".

Quindi se adesso un governo democraticamente eletto sul genere dell'IJI dovesse prendere il potere a Islamabad, questo sarebbe ottimo per i Taliban. Un simile governo comprenderebbe i leader politici che hanno avuto ampi rapporti coi Taliban negli anni '90. Analogamente, un governo del genere non vedrebbe di buon occhio il modo in cui gli Stati Uniti conducono la "guerra al terrorismo" in Afghanistan, o l'approccio globale americano secondo il quale "non vi è quasi nessun problema in tutta la regione che non possa essere risolto con un bombardamento" (per citare un commentatore britannico).

Il cambio di governo a Islamabad potrebbe rivelarsi particolarmente importante in un momento in cui non vi sono segni che il presidente Hamid Karzai abbia cominciato a chiedersi se ci possa essere una soluzione afghana alla guerra. Karzai deve certamente valutare l'elevata probabilità che il prossimo governo di Islamabad sia profondamente radicato nel nazionalismo islamico. Gli Stati Uniti (o la NATO) non avrebbero la capacità di bloccare qualsiasi accordo politico che questo governo rappresentativo civile di Islamabad potrebbe cercare con i Taliban, sia a livello locale che a livello nazionale. In sintesi, gli sviluppi politici a Islamabad, nelle prossime settimane, potrebbero accelerare il ritorno dei Taliban a Kabul. Karzai si sta già preparando.

Le motivazioni saudite
In linea di principio, l'insistenza dell'Arabia Saudita sul ritorno di Sharif, è stata, almeno in parte, motivata dal suo scetticismo sull'efficacia del progetto di democratizzazione dell'amministrazione Bush per il Pakistan. I sauditi, che hanno buona memoria, si ricordano quello che un altro progetto democratico dell'amministrazione Carter ha portato al vicino Iran: la rivoluzione islamica del 1979.

Inoltre, l'Arabia Saudita è delusa dal sanguinoso pasticcio che la "guerra contro il terrore" dell'amministrazione Bush ha creato nella regione. La criticità della situazione afgana è resa ancora più preoccupante dal momento che concerne la sicurezza nazionale saudita. Riyadh stima sia ormai venuto il tempo per trovare una soluzione islamica alla crisi (il presidente islamico della Turchia, Abdullah Gul, arriverà a Islamabad martedì, poche settimane dopo la visita del re saudita Abdullah ad Ankara).

L'influenza saudita sarà predominante su qualsiasi governo in stile IJI a Islamabad. L'intenzione saudita sarebbe di lavorare verso un accordo politico coi Taliban, come un passo per isolare gli elementi radicali che hanno acquisito potere in Afghanistan, Pakistan e nelle regioni di confine.

Gli Stati Uniti devono ripensare la propria strategia
In sintesi, il piano mal concepito dell'amministrazione Bush per creare un regime transitorio congiunto tra l'esercito pakistano e il "centro politico" ha fallito. Gli Stati Uniti hanno perseguito il proprio progetto di partnership, anche quando è diventato evidente che i militari non potevano convivere con Bhutto. Il risultato è stato quasi uno stallo.

I sauditi a questo punto sono entrati in gioco con una nuova strategia di transizione in sintonia con la realtà del Pakistan. Così come l'esercito pakistano comprende l'imperativo strategico di mantenere un rapporto di collaborazione con gli Stati Uniti e si rende conto che tutto il resto sarebbe catastrofico per gli interessi del Pakistan, per Washington è urgente rendersi conto che ci sono dei limiti oltre i quali non può spingere il quartier generale di Rawalpindi.

Analogamente, Washington deve accettare il nazionalismo islamico, che è una caratteristica permanente della vita nazionale pakistana. L'Occidente non può imporre dei propri cloni nella vita democratica del Pakistan. C'è un'alta probabilità che Nawaz Sharif rappresenti il futuro del Pakistan.

In occasioni passate l'atteggiamento di Washington verso Sharif è assai meno che corretto. La debolezza di Washington per Bhutto è enorme. E d'accordo, Sharif avrà studiato solo a Lahore e non avrà contatti con una rete di importanti think-tank petroliferi a Washington; potrà non aver condiviso il proprio spazzolino da denti con Peter Galbraith o non essere amico di Zalmay Khalilzad, l'importantissimo ambasciatore statunitense. Sharif potrà non ritenere abbastanza importante reclutare note agenzie di pubbliche relazioni per migliorare la propria "immagine" sui media statunitensi. Ma anche in questo caso l'amministrazione Bush non dovrebbe continuare a fissarsi sul fatto che Sharif non era tra le sue scelte come leader della transizione democratica pakistana. La vita deve continuare. Inoltre, è la scelta del popolo pakistano che dovrebbe importare.

Robert Oakley, che ha servito nell'amministrazione di Ronald Reagan e nel Consiglio di sicurezza nazionale del Pakistan durante il jihad afghano negli anni '80 e, successivamente, ha lavorato come ambasciatore a Islamabad, ha scritto che Washington deve prepararsi ad accettare la leadership di Sharif in Pakistan. "[Sharif] ha un forte seguito e, cosa più importante, è sempre stato fortemente sostenuto dai servizi di Intelligence Militare del Pakistan", ha concluso Oakley.

Oakley ha suggerito che Washington dovrebbe facilitare le discussioni tra i leader militari e civili riguardo la nomina di un civile che abbia il ruolo di presidente ad interim, in sostituzione di Musharraf. "Un presidente ad interim potrebbe veramente preparare elezioni libere ed eque ed un ritorno allo stato di diritto". In sostanza, consiglia a Washington un alibi per riconciliarsi con Sharif. Ma purtroppo sarebbe anche un alibi per il continuo intervento americano negli affari interni del Pakistan.

Originale: http://www.atimes.com/atimes/South_Asia/IL01Df03.html

M. K. Bhadrakumar ha lavorato come diplomatico di carriera nell'Indian Foreign Service per più di 29 anni, ricoprendo posti come quelli di ambasciatore in Uzbekistan (1996-98) e in Turchia (1998-2001) .

Tradotto dall'inglese da Andrej Andreevič per Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft per ogni uso non-commerciale: è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne l'autore e la fonte.