giovedì, maggio 15, 2008

La reinterpretazione russa di Genghis Khan

La reinterpretazione russa di Genghis Khan
di Dmitry Shlapentokh

Genghis Khan e i suoi successori, i grandi conquistatori che crearono il più grande impero continentale del mondo – affascinano da secoli storici e scrittori. Tuttavia, praticamente in tutti i paesi che subirono le invasioni mongole, Genghis Khan non è stato quasi mai visto sotto una luce positiva e nessun paese ha mai cercato di farlo proprio.

La Russia, che è stata travolta dalle orde mongole negli anni 1237-1240, non ha fatto eccezione, almeno in epoca moderna: sia gli storici zaristi sia quelli sovietici rappresentavano invariabilmente i mongoli – chiamati tatari dai russi – come il male. E la lotta secolare contro i mongoli veniva pubblicamente esaltata. La situazione è cambiata durante l'era post-sovietica, quando all'improvviso vari settori dell'élite della Federazione Russa hanno cominciato ad associarsi direttamente o indirettamente con il grande guerriero mongolo e con il suo impero.

Piuttosto sorprendentemente – almeno a prima vista – alcuni hanno cominciato a vedere il conquistatore mongolo sotto una luce positiva. E questa tendenza, tra molte altre cose, si è manifestata anche nel recente film russo Mongol, che è appunto dedicato alla conquista mongola.

Si potrebbe naturalmente dire che la figura Genghis Khan, al di là della spettacolarità del film, attrae gli spettatori russi perché rappresenta il leader forte che tanto desiderano (e questa è una delle ragioni della popolarità di Vladimir Putin).

Però il pubblico russo non ha bisogno della figura di un capo mongolo. Potrebbe bastargli un personaggio russo che incarnasse queste caratteristiche. Anzi, i registi avrebbero potuto portare sul grande schermo un regnante russo come Ivan il Terribile o Pietro il Grande, e perfino Stalin. Dunque l'interesse per Genghis Khan non è dovuto solo alla predilezione dei russi per i leader forti, ma anche ad altre e più profonde ragioni; l'interesse per i mongoli deriva da un tentativo di creare un passato storico in grado di tenere assieme i vari gruppi etnici della Federazione Russa.

In era sovietica, le ideologie comuniste proclamavano che i vari gruppi etnici dell'URSS dovessero convivere principalmente sulla base dei loro legami sociali, politici e ideologici. Con la fine dell'Unione Sovietica l'ideologia comunista scomparve come forza aggregante. L'élite russa era alla ricerca di un sostituto ideologico che giustificasse la necessaria convivenza dei vari gruppi etnici anche nella Federazione Russa. E qui la dottrina dell'eurasiatismo torna molto utile.

L'eurasiatismo emerse negli anni Venti del Novecento tra gli emigrati russi. I suoi sostenitori affermavano che i russi non solo non dovevano avere a che fare con l'Occidente, ma neanche con gli slavi. Secondo gli eurasiatisti i russi sono un misto di sangue slavo e turco e, in quanto etnia e civiltà a sé stante, sono legati con popoli a loro affini, cioè le minoranze della Russia/URSS.

Questi popoli sono cementati nella quasi-nazione e quasi-civiltà di “Eurasia” dalle grandi imprese della conquista mongola. Ed è qui che i mongoli in generale e Genghis Khan in particolare si sono trasformati da sanguinari invasori a costruttori dell'impero. Anzi, dal punto di vista degli eurasiatisti non c'era stata neanche una vera e propria conquista mongola, ma piuttosto una salutare “simbiosi” tra russi e mongoli. Inoltre, aspetto importantissimo per la storiografia eurasiatista, non c'era neanche stata una liberazione dal dominio mongolo/tataro: i mongoli avevano semplicemente passato ai russi il controllo del grande impero eurasiatico che avevano costruito.

Questo collegamento diretto tra i mongoli e la grande Russia pre-rivoluzionaria/sovietica – e il sogno che il ruolo dominante della Russia nella storia mondiale non sia perduto e possa essere riportato in auge come grande impero multietnico costituito da russi e da minoranze non slave – spiega la grande attrazione per la figura di Genghis Khan e costituisce il tema centrale del film.

Tuttavia questo tentativo di arruolare Genghis Khan a favore della grandezza imperiale della Russia ha incontrato la resistenza delle ancora numerose minoranze russe, i cui componenti e la cui influenza sono cresciuti nel periodo post-sovietico. Queste minoranze non hanno alcuna intenzione di essere i “fratelli minori” della Russia, e vedono Genghis Khan a modo loro. In Jacuzia, in Siberia, si sta infatti lavorando ad altri film su Genghis Khan.

L'autore del film ha messo in chiaro che Genghis Khan e la sua eredità non hanno niente a che fare con i russi ma piuttosto con gli jakuti e altri popoli asiatici e mongoli (nella sua interpretazione, la Jakuzia è una nazione turanica). Le implicazioni politiche del film sono chiare: la Jakuzia dovrebbe, se non essere del tutto indipendente, almeno avere una più ampia autonomia all'interno della Federazione Russa e acquisire il controllo delle proprie ricchissime risorse naturali.

L'élite russa è fortemente contraria a questa interpretazione di Genghis Khan, e un giornalista di Izvestija ha commentato ironicamente la decisione di trasformare Genghis Khan nella Jakuzia. L'autore dell'articolo ha preso in giro le manie di grandezza della Jakuzia, ma non si tratta semplicemente di ironia sulla megalomania dell'élite jakuta o sul suo desiderio di controllare le risorse naturali della repubblica.

Le implicazioni sono molto più serie: riconoscendo gli jakuti, e le altre minoranze di etnia e lingua turca della Russia, come unici eredi dell'impero mongolo, sono i russi che rischiano di essere relegati al ruolo di “fratelli minori”. E magari in questo nuovo assetto eurasiatico per loro potrebbe anche non esserci posto. Secondo l'autore dell'articolo di Izvestija, attualmente la Jakuzia sta sostituendo sistematicamente i russi con gli jakuti in tutti i lavori più ambiti.

Questa crescente pressione delle minoranze dalle diverse parti della Federazione Russia è stata rafforzata dalla paura dell'immigrazione non-slava dall'Asia Centrale, dal Caucaso e soprattutto dalla Cina. Per un numero sempre maggiore di russi è ormai chiaro che questa pressione non solo potrebbe relegarli al ruolo di “fratelli minori” in qualsiasi assetto geopolitico, ma addirittura porre fine alla loro esistenza in Eurasia.

E questo ha fatto sì che i russi siano tornati a vedere i mongoli, e in generale gli asiatici, come una minaccia mortale per la Russia e per il resto dell'Europa. E anche se dal punto di vista russo l'Occidente si è comportato in modo ostile e ingrato, la Russia è ancora logicamente in prima linea nella difesa della cristianità europea, ruolo che svolge fin dal XIII secolo.

Dmitry Shlapentokh, PhD, è professore associato di storia al College of Liberal Arts and Sciences, Indiana University South Bend. È l'autore di East Against West: The First Encounter - The Life of Themistocles (2005).


Originale da: Asia Times

Articolo originale pubblicato l'11 ottobre 2007

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