domenica, luglio 06, 2008

I fatti di Sidi Ifni e il quarto potere

Sidi Ifni e il quarto potere

di Haytham Manna هيثم مناع

Il dottor Haytham Manna è stato incaricato da cinque ONG per i diritti umani di osservare il processo di Hassan El Rachidi e Brahim Sbaâ Ellil a Rabat il 1° luglio 2008.

I fatti di
Sidi Ifni (Marocco, 700 km a sud della capitale Rabat) il sabato nero 7 giugno 2008 hanno senza dubbio rappresentato una sfida impegnativa al lavoro dei giornalisti in un'epoca di crisi. Il giornalista è uno storico dell'istante, un testimone diretto che trasmette in modo immediato i diversi punti di vista dei protagonisti. In questo senso è possibile considerarlo, secondo la definizione di Michel Seurat, un “sociologo a caldo” obbligato a conciliare il piano del racconto con deduzioni logiche, tenendo conto delle contraddizioni tra diverse letture dello stesso fatto. Mentre la verifica delle informazioni può condurre lo studioso a riconsiderare le proprie conclusioni, il giornalista non può permetterselo, obbligato com'è a lavorare sotto la pressione dello scoop: deve affrettarsi a trasmettere le sue informazioni.

Nel sud del Marocco un gruppo di di giovani diplomati disoccupati ha tenuto un sit-in davanti all'ingresso del porto di Sidi Ifni Aït Baamrane, una città che non supera i 24.000 abitanti e che il destino ha fatto entrare ieri nella resistenza al colonialismo e oggi nella resistenza civile. I manifestanti hanno bloccato l'accesso al porto, impedendo l'uscita dei camion carichi di pesce destinati ai magazzini frigoriferi e conservieri di Agadir. Tutto questo per protestare contro la degradazione delle condizioni sociali dei giovani disoccupati della città, il diniego di giustizia opposto alle rivendicazioni della popolazione e il tradimento delle promesse fatte dalle autorità di creare in loco una zona industriale e delle strutture di formazione professionale.

La reazione a questo sit-in è stata l'invio di Squadre mobili di intervento e di poliziotti armati di manganelli, di pallottole vere e di gomma e di granate lacrimogene per sgomberare i manifestanti e le loro famiglie alle cinque del mattino. E non si sono accontentati di picchiarli e di disperderli, ma hanno fatto irruzione con la forza nelle case delle famiglie solidali con le rivendicazioni dei giovani: l'hanno fatto con violenza selvaggia, saccheggiando, rubando oggetti personali, denaro e gioielli, pestando nei punti sensibili, violentando le donne e strappando loro i vestiti, pronunciando rozze ingiurie e violando la dignità delle persone (ci sono certificati medici e dichiarazioni sotto giuramento che lo attestano). Secondo alcune fonti gli uomini dei servizi di sicurezza erano 3000, secondo le autorità solo 300. Cinque ore dopo l'inizio dell'operazione, la città di Sidi Ifni è stata sottoposta a un blocco totale: nessuno poteva più entrarvi o uscirne.

Molti dei giovani partecipanti al sit-in hanno preferito fuggire sulle montagne circostanti piuttosto che cadere nelle mani delle forze repressive.

Un rapporto medico pervenutoci attesta aggressioni sessuali e gravi ferite al volto, alla testa e alle orecchie. Un altro certificato medico descrive un trauma provocato dal denudamento e da approcci sessuali, un terzo certificato parla della visibile impossibilità di muovere le dita, di dolori insopportabili e di un trauma da stupro. Una vittima di aggressioni sessuali non può più camminare né sopportare gli sguardi sul proprio corpo.

Per la mancata pubblicazione dei giornali nazionali (che non escono nel fine settimana), l'indomani la notizia è stata diffusa dalle agenzie audiovisive, dalle organizzazioni dei diritti umani e da internet.

Io mi sono ritrovato come osservatore in un tribunale in cui si giudicava il quarto potere, rappresentato dal giornalista Hassan El Rachidi, direttore della sede di Al Jazeera in Marocco, e l'anti-potere, rappresentato da Brahim Sbaâ Ellil, militante per i diritti umani, entrambi accusati in base all'articolo 42 del Codice della stampa*. Per completare il quadro, per una decisione politica Hassan El Rachidi si è visto ritirare l'accredito, ritrovandosi di fronte alla seguente alternativa: o restare in Marocco cambiando però lavoro, o lasciare il paese per andare a esercitare altrove la professione di giornalista. Quanto al militante Sbaâ Ellil, che era stato portato via e rinchiuso nella prigione centrale di Salé, non gli è stato dato il permesso di presentarsi all'udienza nel tribunale di Rabat.
Tre settimane dopo il sabato nero, si può dire che il dossier sia molto corposo: ciascun cittadino consapevole dell'importanza di questi fatti ha fotografato con il cellulare i poliziotti che picchiavano la gente in strada. I difensori dei diritti umani hanno raccolto le testimonianze, confermate dai certificati medici. Hanno spezzato la violenza dei poliziotti, sormontato l'ostacolo della paura tra la gente; le donne, parlando prima degli uomini, hanno raccontato quello che hanno subito.

Si è visto con chiarezza estrema che è nel paese nel quale il regime vuole fare man bassa sul potere esecutivo e giudiziario che il quarto potere svolge pienamente il proprio ruolo, in maniera pacifica ed essenziale, in una situazione in cui non viene tollerata nessun'altra espressione. Non sorprende dunque l'accanimento del potere contro il quarto potere, nelle sue forme moderne o tradizionali.

Più di 20 avvocati esperti in cause politiche hanno cercato invano di convincere il presidente del tribunale che era grottesco dare un periodo di 72 ore alla difesa per esaminare degli incartamenti incompleti, mentre le indagini della commissione parlamentare, del governo, delle ONG erano solo all'inizio. Il presidente ha opposto un fermo no e ha rinviato il processo al 4 luglio 2008, senza neanche esaminare seriamente l'incartamento, discostandosi così dalla neutralità richiesta al potere giudiziario in un caso tanto sensibile.

A oggi, sarebbe azzardato parlare con fiduciosa certezza di questi fatti in tutti i loro dettagli. Quello che è certo è che coloro che hanno trasmesso delle informazioni all'opinione pubblica hanno salvato dozzine di vite da una violenza esercitata da tutti i corpi repressivi in modo tale da provocare una frattura non solo a livello locale ma su scala nazionale. La gente ha cominciato a parlare di un ritorno degli anni di piombo.
Lungi da ogni teoria cospirativa, è una coincidenza che si condanni nello stesso tempo
Abdelkarim Al Khiwani** a sei anni di prigione in Yemen, che si processino quattro direttori responsabili in Egitto, che si si punisca la stampa strangolandola finanziariamente, che si impedisca la pratica del mestiere di giornalista in Marocco, se si vietino diversi giornali e riviste indipendenti in altri paesi arabi e che si soffochino sempre più spesso i simboli del quarto potere nel mondo arabo?...

La risposta è semplicissima: ci sono ancora sacche di autoritarismo che non accettano affatto l'idea di un quarto potere che si rifiuti di restare relegato nelle trincee della “Voce del Padrone”.

Note
*Articolo 42: “La pubblicazione, diffusione o riproduzione in malafede con qualsivoglia mezzo, in particolare con i mezzi previsti all'articolo 38, di una notizia falsa, di insinuazioni, di fatti inesatti, di articoli inventati o falsificati attribuiti a terzi, quando abbia turbato l'ordine pubblico o suscitato paura tra la popolazione, viene punita con la reclusione per un periodo non inferiore a un mese e non superiore a un anno e con un'ammenda compresa tra i 1200 e i 100.000 dirham, o con una sola delle due sanzioni descritte. Gli stessi fatti sono puniti con la reclusione per un periodo non inferiore a un anno e non superiore a cinque anni e con un'ammenda compresa tra i 1200 e i 100.000 dirham quando la pubblicazione, la diffusione o la riproduzione sia in grado di minare la disciplina o il morale delle forze armate”.

**Abdelkarim Al Khiwani: direttore del giornale indipendente Ach Choura, l'anno scorso aveva rivelato i piani per la propria successione del presidente Ali Abdullah Saleh (al potere dal 1990), che intendeva passare l'incarico al figlio; le rivelazioni avevano portato il presidente ad abbandonare questa idea e a succedere a se stesso “per volontà del popolo”. Al Khilwani era stato arrestato nel giugno 2007, il suo giornale era stato messo fuori legge, il sito web bloccato, la sua famiglia minacciata. Il 9 giugno 2008 è stato condannato a sei anni di reclusione per “offesa al presidente” e “demoralizzazione dell'esercito”, avendo il giudice ritenuto che fosse complice dei “terroristi” e della setta zaydita del defunto Sceicco Hussein Badreddine Al Houti, che da diversi anni guida un movimento dissidente armato nel nord dello Yemen.

Originale da: http://www.elbadeel.net/

Articolo originale pubblicato il 4 luglio 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.

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