martedì, agosto 12, 2008

I link di oggi

L'Ossezia e la Georgia nel grande gioco tra Mosca e Washington nell'articolo di Carlo Benedetti su Altrenotizie.org.

E Giuseppe Iannello per Megachip sulla guerra mediatica.

Di guerra e media (e molto altro) si occupa anche Poganka.

Sempre a proposito di informazione, Der Spielfechter sottolinea la confusione giornalistica, l'assenza di giornalisti sul campo e di resoconti di prima mano e l'impossibilità o incapacità di valutare l'attendibilità delle fonti (siano esse russe o georgiane). I servizi dei media tedeschi sulla guerra nel Caucaso, dice, sono ambigui: mentre il lavoro delle agenzie di stampa è generalmente molto buono (e, come ci segnala Stefano di Poganka, la tv tedesca con i suoi reporter in loco sta raccontando bene i risultati dell'attacco georgiano), il giornalisti e i commentatori di spicco hanno mostrato la tendenza a basarsi su notizie non verificate e su fonti che potevano essere meramente propagandistiche. È ciò che è successo con il presunto bombardamento dell'oleodotto BTC, notizia falsa e subito smentita dalla BP ma riportata e commentata, tra gli altri, dal capo redattore degli esteri della Süddeutsche Zeitung Stefan Kornelius. (È facile capire l'impatto di queste voci, dato che per l'Occidente Russia è sinonimo di "energia" e colpire un oleodotto significa danneggiare non solo gli interessi della Georgia ma dell'economia internazionale). Seguono altri esempi di articoli basati su dichiarazioni governative ma privi di fonti, di fotografie e di testimonianze (i bombardamenti a Poti, le varie richieste di cessate il fuoco, la posizione e i movimenti delle truppe).
Si chiude con una piccola perla della TAZ, che in un'intervista a Cohn-Bendit dice (per ben due volte) che la Russia ha pianificato l'attacco durante la cerimonia di inaugurazione dei Giochi Olimpici. Russia? Georgia. Ops.

Passando ad altro, credo che Saakashvili ieri abbia battuto un bel record: chiedere aiuto nel giro di pochi giorni prima alla NATO e poi alla Cina. Non sono cose che si vedono tutti i giorni.

The 8th Circle confronta le posizioni dei due candidati alla presidenza degli Stati Uniti sulla guerra tra Georgia e Russia per scoprire che sono più o meno le stesse, con un Obama più generico e un McCain più disposto ad approfondire le eventuali azioni concrete.

Un po' Casino Royal, un po' Signor Burns, ma a quando pare ci si può fidare a mandarlo in giro: Ivanov alla CNN (video YouTube).

"Lo scontro tra Russia e Georgia sull'Ossezia del Sud, che si è intensificato drammaticamente ieri, ha più in comune con la guerra delle Falklands del 1982 che con una crisi da guerra fredda. Quando la giunta argentina si crogiolava nel pubblico consenso per essersi ripresa in modo incruento le Malvinas, Henry Kissinger predisse la reazione ampiamente inaspettata della Gran Bretagna commentando: 'Nessuna grande potenza si ritira per sempre'. Forse oggi la Russia ha interrotto la lunga ritirata verso Mosca che era cominciata con Gorbačëv".
Marc Almond, professore di storia all'Oriel College di Oxford, sul Guardian.

Anche Craig Murray fa la sua analisi, adottando una visione fondamentalmente antirussa (sostiene che la Germania è uno stato cliente della Russia, che le "rivoluzioni colorate" in fin dei conti hanno significato un miglioramento delle condizioni di vita delle persone che vivono nei paesi in cui sono avvenute, e che il nazionalismo russo è il maggiore pericolo per l'Europa), finisce ricordando che se ci si trova nella situazione di avere una Russia aggressiva alle porte il "merito" è della politica di accerchiamento statunitense.

Intanto gli Stati Uniti continuano a fornire armi alla Georgia, secondo il giornale israeliano Maariv.

Israele invece avrebbe deciso di smettere dopo le rimostranze di Mosca.

In Georgia, secondo round copydude si interroga sul futuro di Saakashvili:
"Finora gli Stati Uniti sono stati lieti di appoggiare l'uomo che avevano contribuito a mettere lì. Saakashvili, che ha studiato negli Stati Uniti, condivide la concezione flessibile di 'libertà' di Bush. All'interno del suo paese, Saakashvili ha fatto fuori un po' di queste libertà, togliendo diritti ai lavoratori e chiudendo i mezzi di informazione indipendenti (e perfino un canale televisivo). In perfetto stile da repubblica delle banane, i suoi successi sono un grosso esercito e i centri commerciali. Ma la disfatta in Ossezia del Sud potrebbe mettere in forse il sostegno di cui godeva. Un effetto a lungo termine già è noto: gli investitori si sono spaventati. Un amministratore delegato estone valuta che la guerra terrà lontani gli investitori per dieci anni. Il Jerusalem Post dice più o meno lo stesso a proposito degli imprenditori israeliani nel ramo immobiliare georgiano. Fitch e Standard & Poors hanno abbassato rapidamente il rating della Georgia. Intanto gli stranieri hanno lasciato il paese e i programmi sono stati annullati.
[...]
Gli Stati Uniti di solito non si preoccupano delle vittime civili - o di quello che adorano chiamare 'danni collaterali' - ma chi nuoce agli affari rischia di trovarsi presto in una posizione indifendibile".

La Georgia esce dalla Comunità degli Stati Indipendenti, ha comunicato poco fa Saakashvili.

Basta, riconosciamolo: non sappiamo distinguere tra Tskhinvali e Gori. Questa Reuters manda in giro foto strazianti di vittime, macerie e ospedali improvvisati, foto di edifici sventrati che potrebbero essere caserme o condomini (lo stile staliniano voleva così), immagini dello stesso cadavere in camicia a scacchi e diversi gradi di disperazione, e un povero giornalista dovrebbe notare la didascalia?
Dunque non ce la possiamo prendere con quelli del Berliner Kurier che pubblicano in prima pagina una scena di desolazione (medico, vecchietto morente) sopra la quale quale campeggia un Putin dallo sguardo crudele e pensoso di uno che a colazione mangia gattini e titolano "Putin: vendetta di bombe e di sangue" (traduzione libera).
La foto Reuters si riferisce a un ospedale osseto (si verifichi dall'impeccabile drugoj).

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