giovedì, agosto 14, 2008

Scacco matto all'Occidente

[Questo articolo di Michael Binyon è uscito oggi sul Times e, insieme a un pezzo di Simon Sebag Montefiore che fa anche un po' di storia del Caucaso, dimostra come le opinioni della stampa occidentale - perfino quella britannica - stiano componendo un quadro più vario, complesso e sfumato dell'interpretazione del conflitto, adottando un punto di vista non inutilmente russofilo ma soprattutto non russofobo a tutti i costi].

La maestria di Vladimir Putin dà scacco matto all'Occidente

La Russia ha aspettato il momento giusto, ma la sua vittoria in Georgia è stata brutale, e brillante

di Michael Binyon

Le vignette satiriche hanno mostrato la Russia come un orso infuriato che allungava una zampa per ghermire la Georgia. La Russia è di certo infuriata, e come una bestia provocata ha mostrato i denti. Ma è lo stereotipo sbagliato. Quello che il mondo ha visto, la scorsa settimana, è una brillante e brutale esibizione dello sport nazionale della Russia, gli scacchi. E Mosca ha appena dichiarato scacco matto.


Gli scacchi sono un gioco lento. Bisogna essere disposti a ignorare le provocazioni, a perdere qualche pedone e a trasformare la boria dell'altro nella sua rovina. Per anni in Russia è maturato il risentimento. Parte di esso era inevitabile: la perdita di un impero, una sofferenza bruciante e il timore che negli anni Novanta, in mezzo al caos interno e alla crisi economica, il punto di vista della Russia non contasse più nulla.

Uno scontento dapprima generalizzato, simile al risentimento sotterraneo della Germania di Weimar, cominciò a concentrarsi su questioni specifiche: la disinvoltura dell'Amministrazione Clinton riguardo ad alcuni punti sensibili per la Russia, in particolare i Balcani e l'apertura della NATO a paesi dell'ex-patto di Varsavia; il programma neo-conservatore dei primi anni della presidenza Bush, nel quale non c'era spazio per la Russia; e l'ingratitudine di Washington dopo l'11 settembre verso il vitale contributo del Cremlino nella lotta contro il terrorismo, in Afghanistan e nel settore dell'intelligence.

Ancora più esasperante fu l'incoraggiamento offerto dall'Occidente alle “libertà” negli ex-stati satelliti sovietici, che diede carta bianca a forze da lungo tempo ostili alla Russia. Negli Stati baltici l'occupazione sovietica poteva essere definita peggiore di quella nazista. I commissari dell'Unione Europea appartenenti ai nuovi stati membri potevano attaccare la condotta russa. Nell'Europa Orientale dei populisti potevano salire al potere grazie a una retorica anti-russa incoraggiati dall'approvazione dell'Occidente che si complimentava per il loro buon inglese.

E quest'umiliazione fu quanto mai dolorosa in Ucraina e Georgia, due paesi dell'Impero Russo la cui storia, cultura e religione erano così intrecciate con quelle russe. Mosca cercò, disastrosamente, di tenere a bada l'influenza occidentale, soprattutto quella americana, in Ucraina. Queste goffe interferenze condussero alla Rivoluzione Arancione.

La Georgia era un'altra cosa. I rapporti erano sempre stati volubili, ma Eduard Shevardnadze, lo scaltro ex-ministro degli Esteri sovietico, sapeva come tenere sotto controllo le animosità ataviche. Non è stato così per il suo avventato successore, Mikheil Saakashvili. Da quel momento la boria di Tbilisi è stata la sua rovina.

Non si è trattato solo della retorica, della porta aperta ai consiglieri statunitensi o all'incompetenza economica che ha fatto dimenticare la dipendenza dall'energia russa e dalle rimesse da oltreconfine; è stato il deciso tentativo di rendere la Georgia un alleato regionale degli Stati Uniti e un avamposto della loro influenza.

Le grandi potenze non gradiscono gli sconfinamenti delle altre grandi potenze. Può non essere morale o giusto, ma è la realtà, e sta alla base del diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza. La Dottrina Monroe, “giù le mani dalle Americhe”, ha guidato la politica di Washington per 200 anni. Gli Stati Uniti sono pronti a rischiare una guerra per tenere lontane non solo le altre potenze ma anche le ideologie ostili, come a Cuba e in Nicaragua.

Vladimir Putin ha perso diversi pedoni sulla scacchiera: il Kosovo, l'Iraq, l'ingresso nella NATO degli Stati baltici, l'uscita degli Stati Uniti dal trattato ABM, i missili statunitensi in Polonia e nella Repubblica Ceca. Ma ha saputo aspettare.

La trappola è scattata in Georgia. Quando il presidente Saakashvili ha fatto un tragico passo falso in Ossezia del Sud, mandando un esercito a bombardare, uccidere e mutilare su vasta scala (contro i consigli degli Stati Uniti e la parola appena data), la Russia stava aspettando.

Saakashvili non era il solo a pensare che la distrazione delle Olimpiadi l'avrebbe coperto; anche il Cremlino sapeva che Bush stava seguendo il basket, e nel lungo termine che gli Stati Uniti erano impegnati con tutte le forze in Iraq e in Afghanistan. Dal giorno in cui i carri armati russi hanno attraversato il tunnel per entrare nell'Ossezia del Sud, la Russia non ha sbagliato una sola mossa. Nonostante le osservazioni espresse ieri da Bush, in cinque giorni è riuscita a trasformare il passo falso di un avversario appoggiato dai paesi occidentali nel devastante smascheramento dell'impotenza e della titubanza dell'Occidente e dei due pesi e due misure da esso applicati al rispetto della sovranità nazionale (si veda l'Iraq).

L'attacco è stato breve, secco e mortale: è bastato a costringere i georgiani a una fuga umiliante nel panico, a una rotta ripresa dalle televisioni di tutto il mondo. La distruzione è stata sufficiente a ferire, ma non tale da suscitare la furia del mondo. Anche la tempistica del cessate il fuoco è stata calcolata con precisione: solo poche ore prima che il presidente Sarkozy potesse esprimere l'ira dell'Occidente. Mosca ha fatto capire chiaramente di avere in mano l'iniziativa. E nonostante gli screzi sporadici da entrambe le parti la Russia ha spuntato le accuse georgiane che si tratti di una guerra di annientamento.

Mosca riesce anche a contrastare la propaganda georgiana, l'ultima arma di Tbilisi. Diritti Umani? Guardate cos'ha fatto la Georgia in Ossezia del Sud (e in Abchazia). Sovranità nazionale? Guardate al distacco del Kosovo dalla Serbia. Falsi pretesti? Guardate l'invasione di Grenada di Ronald Reagan, con il pretesto di “salvare” gli studenti americani. L'indignazione dell'Occidente? Ma guardate la confusione di voci discordanti.

Qui ci sono lezioni per tutti. Per le ex-repubbliche sovietiche: ricordate la geografia. Per la NATO: volete ancora incorporare nella vostra alleanza le faide caucasiche? Per Tbilisi: volete ancora un presidente che vi ha fatto questo? Per Washington: non conta ancora niente, la voce della Russia? Che vi piaccia o no, conta moltissimo.

Originale: timesonline

Articolo pubblicato il 14 agosto 2008

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