venerdì, agosto 22, 2008

Un pretesto per attaccare l'Iran?

[Ecco la traduzione di tutto l'articolo di Kinzer, citato qualche giorno fa. In arrivo: un pezzo di Tremblay sulla NATO. Al lavoro su: due pezzi di Bhadrakumar, uno sul conflitto caucasico e l'altro su Musharraf e il Pakistan. Più i link del giorno, che pensavo di suddividere in tanti brevi post perché più comodi da leggere, ma aspetto di sentire le vostre preferenze].

Attaccare l'Iran via Ossezia Meridionale

Il conflitto tra Russia e Georgia potrebbe offrire il pretesto che l'amministrazione cercava per bombardare l'Iran?

di Stephen Kinzer

Un giorno un direttore per il quale lavoravo mi raccontò che quando i suoi genitori e i suoi nonni discutevano le notizie della giornata, a cena, finivano inevitabilmente con il chiedersi: “Va bene per gli ebrei?"

"Che fosse una guerra o un terremoto o il primo uomo sulla luna, si riduceva tutto a questa domanda", ricordava. "Vedevano tutto attraverso quella lente".

Quest'anno ho sviluppato una patologia simile. Sono terrorizzato dal fatto che l'amministrazione Bush decida di attaccare l'Iran prima di andarsene, il 20 gennaio. A ogni nuovo scossone, a Washington o nel mondo, mi chiedo: questo rende più o meno probabile un attacco americano contro l'Iran?

E così anche con la recente zuffa georgiana. Temo che abbia aumentato le probabilità che gli Stati Uniti bombardino l'Iran.

Se c'è un principio che sottende la visione del mondo di Bush-Cheney, è che tutti i paesi devono adattarsi agli interessi americani e che nessuno può permettersi di ergersi alle condizioni di “potenza quasi alla pari”, secondo la definizione della Quadrennial Defence Review del 2006. E questa è la chiave per un conflitto, giacché molti paesi tenderanno naturalmente ad accrescere la loro potenza, che gli Stati Uniti lo vogliano oppure no.

"Che Ercole stesso faccia quel che può," osservò quell'acuto geo-stratega che era William Shakespeare, "il gatto miagolerà, e il cane avrà il suo spasso".

La Russia sta per avere nuovamente il suo spasso. E non è necessariamente un male. Un mondo multipolare fondato su equilibri e contrappesi è, in fin dei conti, più sicuro e stabile per tutti.

Questo punto di vista, però, è alieno all'amministrazione Bush ancora intrappolata nella fantasia post-Guerra Fredda che il breve “momento unipolare” dell'America possa durare indefinitamente.

Negli ultimi anni l'amministrazione Bush ha cercato costantemente di sfidare gli interessi russi. Ha lavorato per tagliare fuori la Russia dalle rotte energetiche, per espandere la Nato fino alle porte della Russia, per costruire basi missilistiche difensive vicino ai suoi confini, per promuovere l'indipendenza del Kosovo e incoraggiare ex-stati sovietici come la Georgia a sputare nell'occhio strategico della Russia.

Questo atteggiamento funzionava quando la Russia era in ginocchio. Però era inevitabile cominciasse prima o poi a riemergere e a esercitare la sua influenza. Adesso lo ha fatto.

Quando la Russia ha schiacciato la Georgia Washington ha reagito con ruggiti di indignazione. Il presidente Bush ha dichiarato con una gran faccia tosta che “la prepotenza e l'intimidazione non sono modi accettabili di condurre la politica estera nel XXI secolo”.

Queste parole ipocrite sono tutto quello che rimane agli Stati Uniti di fronte alla recente vittoria russa. Gli Stati Uniti e la Russia devono cooperare su tutta una serie di questioni strategiche e la Georgia non è un interesse vitale per gli Stati Uniti. La cosa più logica per gli Stati Uniti in questo momento sarebbe incassare il colpo e andare avanti.

Il presidente Bush e il vice presidente Cheney, però, potrebbero pensarla diversamente. Leggo nelle loro menti, e temo che stiano pensando:

“Stiamo per andarcene. Per come stanno adesso le cose, l'ultimo scontro tra noi e i cattivi finirebbe con una loro vittoria. Non possiamo permettere che il nostro mandato si concluda così. Questa non può essere l'ultima parola. Dobbiamo andarcene con una bella vampata di gloria. Dove possiamo farla, quella vampata? Iran, ovvio. Nessun altro paese ci ha beffati così implacabilmente. Bombardando l'Iran manderemo al mondo uno spavaldo messaggio d'addio: Macché Russia – Comandiamo ancora noi!"

Per anni, prima dell'11 settembre, una cricca di ideologi millenaristi di Washington aveva predicato la necessità di attaccare l'Iraq. Gli attentati hanno fornito a queste persone un pretesto. Adesso temo che possa accadere lo stesso con l'Iran. La Georgia potrebbe essere il pretesto.
La politica americana verso l'Iran è stata plasmata per decenni dall'emotività, non dalla razionalità. Le emozioni adesso si sprecano, a Washington. Gli iraniani non hanno niente a che fare con l'invasione russa della Georgia. Spero che non debbano pagarne un prezzo crudele.

Originale: http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2008/aug/20/usforeignpolicy.iran

Articolo originale pubblicato il 20 agosto 2008

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